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martedì, 20 ottobre 2009

CROCIFISSI DUE VOLTE

Pubblico questo editoriale di Cultura Cattolica, ripreso anche dal sito di SOL, per dare visibilità ad una tragica notizia, resa ancor più tragica dall'uso che se ne è fatto. E questo in un momento in cui ferve un'assurda discussione sull'ora di religione islamica, mentre il Papa mette in evidenza ancora una volta che la carta europea misconosce le nostre origini religiose.
G.Z.


Ho appreso la terribile notizia della crocifissione di sette cristiani sudanesi e ho trovato sul sito degli Atei, Agnostici, ecc… questo commento: «korova scrive: 17 Ottobre 2009 alle 9:08 “crocifissi sette cristiani”??? ERA ANCHE ORA!!!! have a anice (sic!) day!!!», ancora non ripreso da alcuno, e mi sembra gravissimo: i visitatori commentano ogni cosa, attaccano con parole volgari chi crede, si dicono difensori del libero pensiero, ma mi pare che qui la libertà sia solo quella del disprezzo, rivestito da uno sciocco e presuntuoso senso di superiorità.

[Per la cronaca, questa notizia è stata postata il 16 Ottobre 2009 alle 16:29, e l’ultimo commento, ora che scrivo, è del 17 Ottobre 2009 alle 10:49].
Ho sempre pensato alla laicità come vera umiltà, senso del proprio limite e di rispetto per gli altri. E questo l’ho imparato da mio papà, presidente diocesano di Azione Cattolica, che mi ha dato da leggere, già da piccolo, il «Dialogo sopra i massimi sistemi» di Galileo, che lui possedeva da quando aveva 26 anni. Brutti tempi questi in cui, per odio e livore ideologico, non si riesce a solidarizzare, a indignarsi, per chi è ingiustamente offeso, maltrattato, ucciso! Credo che se vogliamo che l’uomo viva nella libertà e nel rispetto, dentro un mondo dove tutti possano vivere e cercare ciò che rende bella la vita, sarebbe anche ora di guardare avanti, e di smettere di recriminare sul passato degli altri (perché sempre di questo si tratta, mai del proprio – noi per definizione siamo innocenti). Solo la Chiesa ha saputo, con il grande Giovanni Paolo II, chiedere perdono, e questo gesto è stato forse uno dei più grandi del suo grandissimo pontificato. Che cosa aspettiamo per imparare? Sempre in quel sito si diceva di non dimenticarsi della sfida che l’Islam rappresenta. Ma è una sfida che non va superata ripetendo le solite frasi sulla religione e sulle religioni come fonte di discriminazione, violenza, ecc. Gli scheletri negli armadi li hanno in tanti, anche se non si vuole vedere, si fa finta di niente, si accusa l’altro per allontanare lo sguardo da sé.

Credo sia giunto il momento di raccogliere l’invito ad un cammino che sia, per tutti, carico di verità e di amore: non sottovalutiamo l’enciclica che già nel titolo apre la prospettiva di straordinaria bellezza: «Caritas in veritate». La verità che tutti aspettiamo è quella sull’uomo, sulla sua dignità e sul suo destino, sulla sua libertà, che non può essere quella di negare la vita, propria o altrui. Per questo siamo grati a chi, per difendere la libertà e la dignità – propria e altrui –, ha saputo dare la vita. Sono semi di speranza!

Navigando in Internet, per capire quello che viene detto su questo fatto, mi sono imbattuto in testi, commenti, riflessioni che mi fanno pensare che siamo ben lontani da quella «civiltà della verità e dell’amore» tanto auspicata dalla Chiesa. Forse è giunto il momento di riprendere l’insegnamento della lettera a Diogneto: «A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare».

Cultura Cattolica  socio di  SamizdatOnLine

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categoria: chiesa, storia, mondo, attualitĂ , cattolicesimo
domenica, 23 agosto 2009

MEGLIO DI DRAGONBALL…

In giro per la Sicilia, un caldo africano, arriviamo infine a Siracusa, la capitale dell’isola nell’antichità, la città che sconfisse in più occasioni i Cartaginesi e resistette a lungo all’assedio dei Romani, anche grazie alle geniali macchine belliche inventate da Archimede. Come a tutti è noto, di quest’epoca Siracusa conserva suggestive vestigia…

Ma per noi, lo scopo della visita è anche quello di assistere (finalmente!) a qualche spettacolo dei famosi Pupi siciliani. Il teatro della famiglia Vaccaro-Mauceri l’avevamo identificato sul web, il sito accattivante e curato ed un cartellone fitto di spettacoli da Marzo a Dicembre, ed accanto alle tradizionali storie dei Paladini di Francia, anche alcuni spettacoli tratti dalle tragedie greche e dalle vite dei santi. L’incontro si rivela ben presto significativo e pure ricco di sorprese.

La prima sorpresa è di venire a sapere che in tutta la Sicilia di compagnie “professionali” che mettono ancora in scena gli spettacoli dei Pupi ne sono rimaste solo quattro! Oltre a queste ce n’è anche qualcuna “amatoriale” e poi il nulla. Nel dopoguerra pare ve ne fossero ancora una cinquantina… A Siracusa in particolare la tradizione si interrompe alla fine degli anni ‘40, quando cessa la propria attività l’ultima famiglia di pupari della città, i Puzzo. E’ un loro lontano collaboratore, Ernesto “Saro” Vaccaro che, a dispetto di una grave disabilità, riprende e rinnova la tradizione, trent’anni dopo. Ed è proprio Ernesto “Saro” Vaccaro, uomo della traversata nel deserto, che lascerà il testimone nelle mani dei fratelli Mauceri. E non senza numerose difficoltà sia di tipo fisico che di tipo economico.

Perché, come apprendiamo dai Mauceri che oggi proseguono la tradizione, la professione dei pupari è una professione difficile (altra sorpresa…): se si procede, si procede unicamente perché motivati da un grande amore per quest’antica arte, lungo un percorso irto di incomprensioni, cavilli burocratici, indifferenza delle autorità. Così, anche l’ “Opra dei Pupi di Siracusa”, che ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali, combatte ancor oggi, giorno dopo giorno, con le ristrettezze degli spazi assegnati, con i rischi economici, con le promesse non mantenute e le ripicche politiche. Pensate che fuori stagione (e Siracusa resta un’importante meta turistica tutto l’anno!) ci si deve accontentare di mettere in scena gli spettacoli per ristretti drappelli di appassionati dato che vi sarebbero guide locali, a quel che abbiamo avuto modo di capire, che addirittura tengono lontani i grossi flussi turistici dal “Piccolo Teatro dei Pupi e delle Figure” di Via della Giudecca n. 17, dato che non si cede loro parte del magro ricavato. Ma in Sicilia molte cose sembra proprio che funzionino a questo modo…

I Pupi però sono parte dell’immagine pubblica dell’isola in tutto il mondo, Orlando, Astolfo, Rinaldo, Angelica, Carlo Magno, sono rappresentati sui depliant turistici delle agenzie e sui poster degli enti del turismo, eppure chi continua a far vivere questa antica tradizione è costretto a sopravvivere tra ristrettezze e difficoltà! La situazione è triste e scandalosa e non sono mancati, a questo riguardo, anche appelli alle più alte cariche dello stato, rimasti purtroppo al momento ancora inascoltati.

Ma ora veniamo alle cose belle. Innanzitutto il teatro: piccolo si, ma grazioso ed accogliente, con le tende rosse, i conci di pietra a vista e piccole panche, ed una struttura scenica proprio come vuole la tradizione! E poi un clima di famiglia dove ci si sente subito accolti e a proprio agio. Gli spettacoli infine conservano un indubbio fascino, anche per un’efficace combinazione di aspetti tradizionali (i Pupi, i fondali, le trame di sempre…) e di innovazione (gli effetti sonori, la musica, le luci…), e trasportano ben presto lo spettatore in un mondo incantato e senza tempo.

Al termine dell’episodio: “Agricane assedia la città di Angelica”, la città sembra bruciare per davvero nella notte, per 20 lunghi secondi… un effetto non indispensabile ai fini della conclusione della vicenda e tuttavia un’immagine che ha il sapore dell’archetipo e che lascia un segno nello spettatore (la città di Angelica brucia come la Troia omerica incendiata dagli Achei…). Il signor Umberto Mauceri (padre dei ragazzi che si danno da fare dietro la scena), visibilmente soddisfatto, si siede alle nostre spalle e ci svela che quei 20 secondi gli sono costati un mese intero di lavoro… Ecco, davvero senza un grande amore non si andrebbe avanti!

Vedere infine i ragazzi, nostri ed altrui, rapiti per quasi un’ora da quelle scene, catturati da quel linguaggio d’altri tempi, e sentirne addirittura uno affermare, alla conclusione, che era stato meglio che vedere Dragonball, è un’altra sorpresa nella sorpresa! Un’altra ragione di soddisfazione e di riconoscenza per chi, non cedendo alle mode, tenta di salvare dall’oblio un pezzetto dell’identità culturale siciliana ed italiana, un pezzetto della nostra anima.

(Un video suggestivo in tema: http://www.youtube.com/watch?v=IGiM25l0ZYg&NR=1)

Stefano

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categoria: cultura, storia, antropologia, tradizione
lunedì, 06 luglio 2009

QUELLO CHE CI INSEGNA SANTA MARIA GORETTI

Il 6 luglio di centosette anni fa moriva Maria Goretti, uccisa a undici anni perché si era rifiutata di cedere alla violenza di un ragazzo suo amico. La Chiesa l’ha dichiarata santa nel 1950, considerandola una martire, testimone di Cristo.

L’aggressione era avvenuta il giorno prima. Maria era in casa, a sorvegliare la sorellina più piccola che stava dormendo, mentre la sua famiglia e quella dell’assassino stavano fuori a lavorare, in un pomeriggio di caldo torrido. Alessandro Serenelli, l’amico di famiglia, le stava appresso da almeno un anno. Era un adolescente che si attaccava in camera le immagini provocatorie (per quei tempi) delle chanteuses ritagliate dai giornali e dalle riviste e con quelle alimentava le sue fantasticherie un po’ morbose. Sua madre era morta da diversi anni e prima di trasferirsi nella Pianura Pontina, per la mezzadria, la famiglia aveva vissuto nei pressi di Ancona, in un ambiente poco adatto per l’educazione di un ragazzo.

Alle avance di Alessandro Maria si era sempre sottratta. La ragazza aveva una profonda fede, si comunicava spesso e tutte le volte che poteva, anche a costo di grandi sacrifici (d’estate la chiesa era a parecchi chilometri di distanza dalla sua casa). Ma quel pomeriggio del 5 luglio 1902 la furia entrata in corpo ad Alessandro fu più forte di lei, anche se in realtà non la vinse.

Il ragazzo, con una scusa, abbandonò le famiglie che stavano lavorando ed entrò in casa con un preciso obiettivo: avrebbe avuto Maria, oppure l’avrebbe ammazzata. Prese un punteruolo che serviva per cucire le scope e lo tenne a portata di mano. Poi pretese che Maria lo seguisse. Alle sue resistenze, la trascinò, fuori di sé, nella stanza da letto, che chiuse con un calcio. Tentò di scoprirle le gambe, ma lei si divincolava e gli gridava “Alessandro, che fai? Tu vai all’inferno!”.

Il giovane non ci vide più. Colpì ripetutamente Maria all’addome. Quella urlava “Muoio! Mamma, mamma!” ed invocava Dio.

Fu caricata in fin di vita su un carro e, dopo un viaggio disagiato come poteva esserlo a quel tempo e per gente in quelle condizioni, arrivò all’ospedale di Nettuno, dove morì il giorno dopo. Fece in tempo a dire al confessore che perdonava il suo assassino e che lo avrebbe voluto con sé in Paradiso. Le stesse parole di Cristo in croce. Alessandro, dopo aver scontato 27 anni di pena, concluse la sua vita nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno.

Al momento della santificazione di Maria Goretti qualcuno avanzò delle perplessità. Resistere allo stupro e perdonare il suo aguzzino sul letto di morte erano elementi sufficienti per dichiarare questa ragazzina una “martire di Cristo?”.

Oggi, a più di cento anni da quell’orrendo delitto, dobbiamo proprio dire che la Chiesa fu, come al solito, profetica. Una bimba di undici anni che muore mentre cerca di difendere la propria verginità è davvero una “martire”, cioè una “testimone” per un tempo che sta ribaltando dalle radici l’essere umano e in particolare proprio la donna. Oggi che la verginità viene derisa, disprezzata, ridicolizzata, oggi che la pressione della mentalità comune in qualche modo costringe le ragazzine a sperimentare il sesso il prima possibile, anzi, le vede protagoniste di una ricerca spasmodica della “prima volta”, l’esempio di Maria Goretti è davvero come quello di una barca fatata che, prodigiosamente, risale contro corrente la fiumana distruttiva.

Oggi che ci confrontiamo in modo drammatico con la cultura dei paesi islamici, dove spesso la donna è ancora una schiava nelle mani dell’uomo, dove le ragazzine di undici anni (e anche più piccole) vengono vendute come spose bambine, senza che l’occidente civilizzato, l’occidente delle libertà e dei diritti alzi la voce, senza che si facciano manifestazioni nelle strade, senza che le femministe si producano in qualche clamorosa protesta, Maria Goretti è l’icona di quella grande legge di libertà e di dignità umana che è una conseguenza della fede cristiana e della cultura cristiana.

Un’eroica martire di appena undici anni può diventare il modello femminile sul quale ricostruire la grandezza dell’essere umano, sia uomo che donna. Per questo l’abbiamo voluta ricordare.

Gianluca Zappa

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categoria: religione, storia, antropologia, diritti umani, santi, cattolicesimo, morale
mercoledì, 01 luglio 2009

QUANDO LA FEDE E' DAVVERO ADULTA

Nel 1925 Gilbert Keith Chesterton, analizzando con la consueta acutezza la storia della fede cattolica nel suo saggio L’uomo eterno, rilevava come almeno cinque volte quella fede fosse sopravvissuta alla sua presunta morte: dopo gli ariani, i catari, gli scettici umanisti, i Voltaire e i Darwin, la Chiesa, data ogni volta per spacciata, conobbe sempre un nuovo slancio, una generazione di giovani che avevano una fede più forte e viva dei loro padri.

Le culture, le varie interpretazioni del mondo, le filosofie, i poteri umani che tutto sembrava dovessero schiacciare sotto i loro piedi, sono poi passati. Le parole di Cristo no.

In certi momenti c’è stata la sensazione che un nuovo fiume fosse destinato a travolgere ogni cosa, e l’unica questione su cui si poteva discutere era quanto tempo sarebbe occorso. Ma ogni volta il mondo ha dovuto scoprire che c’era una cosa che andava contro il fiume. Una cosa viva, perché, al contrario, le cose morte vanno nella stessa direzione del fiume: “Una barca di carta può cavalcare sul gonfiante diluvio con tutta l’aerea arroganza di una nave fatata; ma se la nave fatata naviga controcorrente essa è realmente condotta dalle fate”.

Quella nave fatata era ed è la Chiesa cattolica, nata dal sangue di Cristo e dal sacrificio e dalla predicazione degli Apostoli, primi fra tutti Pietro e Paolo.

Se cito Chesterton è perché le sue riflessioni sono quanto mai attuali e ne trovo un’eco nella fondamentale omelia tenuta da Benedetto XVI qualche giorno fa, ai vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo. Un testo fondamentale, pur nella sua brevità, da incorniciare. La peculiarità di questo grande Papa è proprio, secondo me, nella chiarezza con cui si esprime e con cui traccia la rotta per i fedeli. Quello che dice merita perciò di essere continuamente ascoltato, letto e meditato, ed è proprio per questo che è importante diffondere le sue parole:

“Nel quarto capitolo della lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “responsabile”, una “fede adulta”.

La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo.

È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.

Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.

La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.

Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr. Efesini 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo.

Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri”.

Per riprendere la metafora di Chesterton, il cristiano non deve essere una nave di carta che naviga tronfia ed orgogliosa sfruttando la corrente delle mode del momento, ma una nave fatata che, guardando continuamente al volto di Gesù Cristo, cioè alla verità, se necessario si oppone ai venti della moda.

Un giudizio chiaro, di cui siamo grati al nostro grande Papa; un giudizio che ci permette di capire cosa vuol dire avere una fede adulta, e a diffidare delle sgangherate e comode contraffazioni.

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, storia, papa, attualitĂ , cattolicesimo
giovedì, 14 maggio 2009

TERRA SANTA: QUELLO CHE IL PAPA HA DETTO

 “È giusto e conveniente che, durante la mia permanenza in Israele, io abbia l’opportunità di onorare la memoria dei sei milioni di Ebrei vittime della Shoah, e di pregare affinché l’umanità non abbia mai più ad essere testimone di un crimine di simile enormità. Sfortunatamente, l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile. Ogni sforzo deve essere fatto per combattere l’antisemitismo dovunque si trovi, e per promuovere il rispetto e la stima verso gli appartenenti ad ogni popolo, razza, lingua e nazione in tutto il mondo”.

(Benedetto XVI, dal discorso all'areoporto di Tel Aviv)

“Non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete stati testimoni suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo. Al contrario, fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace. Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione. Edificate le vostre Chiese locali facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica.

Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!”.

(Benedetto XVI ai giovani, Betlemme)

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categoria: chiesa, religione, storia, giovani, razzismo, attualitĂ , santo padre
giovedì, 30 aprile 2009

GLI SNOB CHE DEFORMANO LA STORIA

A Gubbio, con i miei ragazzi, in gita scolastica. Ci tocca una guida, una signora di Perugia, che, ci dice, non è interessata a “quattro pietre”, come una sua collega (evidentemente archeologa), ma all’iconografia. Già questo è un bel biglietto da visita, che la dice lunga sulla professionalità della signora in questione. Ma passi… forse vuol far divertire i miei studenti che, pensa, hanno una curva di attenzione prossima ai dieci minuti scarsi, come quella dei molti che incontra per lavoro.

La guida alla città, purtroppo, ci deluderà e confermerà proprio la scarsa professionalità di questa donna. Ma quel che deprime e fa arrabbiare di più è il suo pressappochismo e la non celata ostilità nei confronti dell’istituzione Chiesa. Faccio degli esempi: i domenicani e i francescani stavano sempre ad azzuffarsi tra di loro; gli eremiti erano pericolosi e quindi la Chiesa li costringeva alla vita in comune; il territorio eugubino è rimasto depresso, perché sottostava allo Stato della Chiesa; la festa dei Ceri non è per niente cristiana, ma è pagana, risalente al culto della dea Cerere a cui risalirebbe la stessa parola “cero” (ma lo saprà costei che già nell’Alto medioevo i monaci benedettini svilupparono al massimo l’apicoltura, per produrre la cera per le candele delle chiese?).

Ecco, queste sono alcune delle perle che una guida un po’ disinvolta regala a degli studenti in viaggio d’istruzione. E immagino che, soprattutto in questi tempi, lo faccia molto spesso e “contamini” centinaia, migliaia di ragazzi ignari.

La donna in questione ha sciorinato l’atteggiamento un po’ stupidamente snob di chi sputa sul piatto in cui mangia, perché se non ci fossero stati quei frati, quei vescovi santi (come Ubaldo, patrono e difensore della città), quelle tradizioni religiose, quelle opere d’arte che sono state realizzate con un sincero slancio di fede, oggi la signora sarebbe una disoccupata, o magari starebbe con la pompa in mano in qualche distributore di carburante (professione peraltro nobilissima e di gran lunga migliore di quella di una guida incapace e superficiale).

Tra l’altro questa donna, che si gloriava di essere nata nella notte delle streghe (cioè la notte di Halloween!) e che non perdeva occasione per ricordarci gli antichi sacerdoti dei pagani Umbri (che praticavano l’aruspicina e compivano le loro cerimonie religiose dall’alto del monte che sovrasta Gubbio), non si accorgeva nemmeno dell’intima contraddittorietà di quanto affermava. Prima definiva i Ceri come una tradizione pagana, poi li presentava così come effettivamente sono, una festa cristiana, cristianissima.

Pensate che ciascun cero, prima della corsa verso il santuario di Sant’Ubaldo, dove la festa si conclude, si reca presso le case dei malati e degli infermi dei vari quartieri e letteralmente s’inchina, in modo che il malato possa ricevere la benedizione del Santo che è posto in cima al baldacchino. Bene, questo rispetto, questo amore, questa particolare attenzione nei confronti del debole, del povero, dell’infermo, sono cristiani e nient’altro che cristiani. Come sono cristiani DOC gli ospedali, le case di accoglienza per i pellegrini, i lebbrosari, le Confraternite di assistenza e di mutuo soccorso, e insomma tutti quegli istituti che nascono proprio nel Medioevo, sulla spinta della Chiesa e dei suoi Santi e meditando sul Vangelo.

Solo per fare un esempio, nel 651 a Parigi viene fondato l’Hotel-Dieu, dove religiose e religiosi curavano gratuitamente i malati che si presentavano. E continueranno a farlo per 1200 anni. C’era qualcosa di simile, all’epoca, in giro per il mondo nelle società non cristiane?

Il mondo pagano, compreso quello dei “mistici Umbri”, non conosceva la pietà, la misericordia e il valore del povero e del debole, semplicemente perché non aveva ancora ascoltato il rivoluzionario Discorso della Montagna, che ha rivoltato da capo a fondo l’umanità. Il mondo pagano, con i suoi tre sacerdoti sulla montagna dediti all’aruspicina, conosceva i sacrifici umani e la riduzione degli uomini a cose. Il mondo cristiano ha rigettato queste aberrazioni e, pur nelle contraddizioni della storia, ha sempre avuto nella parole del suo fondatore una bussola che diceva quale era la direzione giusta e quale quella sbagliata.

Non è accettabile che una storia grande e gloriosa venga continuamente ridotta, se non sbeffeggiata, con delle battute da bar, da parte di coloro che sono sedicenti operatori culturali. Eppure questo avviene, quotidianamente. Ed è grazie a questa gente che si diffonde una “leggenda nera”.

C’è poi il discorso che riguarda, più propriamente, gli appassionati di iconografia e di antropologia culturale. Da costoro ci guardi Iddio! Sono capaci di leggere in un quadro quello che neanche Dan Brown è stato capace di leggere nel Cenacolo di Leonardo. Anche a prezzo di teorie fantasiose e del tutto prive di attendibilità storica.

Per costoro la tradizione è solo un’accozzaglia di storielle che nascondono sempre una realtà “altra”. Francesco e il lupo di Gubbio, per esempio (una vicenda a cui gli eugubini sono ovviamente molto attaccati): la nostra guida è certa che lì a Gubbio non c’è mai stato un lupo e, quindi, che San Francesco non l’ha mai ammansito. S’intendeva un’altra cosa, con quella storia.

Può darsi, ma può darsi al 50 per cento delle probabilità. E di solito le spiegazioni che vengono addotte per fare a pezzi la tradizione sono sempre molto, molto tirate per i capelli. Fateci caso.

Insomma, non si capisce perchè la storia di Francesco che parla con il tremendo lupo e lo ammansisce, debba avere meno fondamento delle mistiche cerimonie di tre sacerdoti umbri in cima al monte in onore della dea Cerere, raccontate da una donna nata nella notte delle streghe!

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, scuola, storia, cattolicesimo, radici cristiane
giovedì, 23 aprile 2009

QUELLE SUORE CHE FECERO LA RESISTENZA

Visto che siamo in tema di resistenza e di liberazione, va assolutamente ridimensionato un luogo comune, troppo comune, che tutti abbiamo in testa. Quelle parole, infatti, le associamo normalmente ad azioni militari, sparatorie, rappresaglie, guerriglia contro i nazisti di cui si resero protagoniste le varie bande partigiane.

E' di questo che parlano i libri di storia, i romanzi del neorealismo, il cinema, i documentari. Forse sarebbe il caso di cominciare a parlare di un'altra resistenza e di un'altra lotta per la liberazione dell'Italia dai nazisti, fatta senza imbracciare il fucile e senza rifugiarsi sulle montagne, ma stando, pensate un po', tra le quattro mura di un monastero.

Parliamo di suore, signori, di donne coraggiose, diverse, certo, da quelle  che condividevano la vita e le fatiche nelle formazioni dei partigiani, ma che non furono meno efficaci e importanti in quella lotta. Con una differenza fondamentale: di loro non ha mai parlato nessuno. Silenzio tombale e totale. Se invece se ne cominciasse a parlare sul serio, forse la resistenza sarebbe un valore più condiviso e più vissuto a livello di memoria collettiva.

Un plauso particolare va alla fondazione Amrosianeum e all'Azione cattolica ambrosiana che proprio in questi giorni propongono a Milano un convegno su una storia che non è stata mai raccontata, ma che deve necessariamente essere conosciuta.

Come quella, per esempio, di Madre Imelda Ranucci delle Francescane dell'Immacolata di Palagano, vicino Modena, che offrì rifugio nel suo convento a partigiani ebrei. O quella di Madre Jole Zini che a Villa Minozzo, nei pressi di Reggio Emilia, si offrì in ostaggio ai tedeschi per salvare dalla fucilazione un'intera popolazione. La religiose che svolgevano assistenza ai carcerati di Milano portavano biglietti clandestini ai detenuti politici nascosti nei libri delle preghiere, mentre sotto le sottane, con degli spilli, appuntavano gli indumenti per i prigionieri. E i secondini si lamentavano perchè quelle suore uscivano magre e rientravano ingrassate.

E perchè non citare il caso delle clarisse di San Quirico di Assisi, che si levarono il cibo dalla bocca per dare da mangiare a decine di perseguitati e, per gli stenti, arrivarono a dimagrire anche di 20 chili. non solo: collaborarono alla stesura di documenti contraffatti per salvare gli ebrei.

In Piemonte, suor Margherita Lazzari durante i rastrellamenti del 1944 creò un nascondiglio nel sottotetto di un santuario per i partigiani e i militari alleati; l'ingresso era nascosto da un quadro di Santa Lucia.

In tutto il nord Italia le suore si adoperarono negli ospedali e nell'allestimento di interi spazi dei conventi, come il refettorio, per le riunioni notturne dei partigiani. Suor Maria, monaca di clausura a Fontanigorda nei pressi di Genova, si vestì da laica e si finse la sposa di un partigiano che stava per essere ucciso dalle SS. A Roma furono salvati più di 4.300 ebrei grazie alla collaborazione di istituti di religiosi maschili, femminili, parrocchie e Santa Sede.

"Purtroppo - ha dichiarato Giorgio Vecchio, docente di storia contemporanea all'Università di Parma - il ruolo delle suore nella resistenza finora è stato ignorato. Nei manuali di storia non esistono. C'è la falsa convinzione che la Liberazione fu soltanto un evento militare. Si dimentica il grande apporto della lotta non armata, come il boicottaggio, il sabotaggio, la stampa clandestina, il salvataggio dei perseguitati". Le ricerche sono solo all'inizio e c'è un enorme vuoto storiografico da colmare.

Eppure di personaggi come suor Enrichetta Alfieri, che l'anno prossimo potrebbe essere beatificata, impegnatissima nell'organizzare una vera e propria rete di diffusione clandestina di informazioni, qualcuno ha parlato con la devota ammirazione che si riserva ai santi o agli eroi, in questo caso ad entrambi. Questo qualcuno si chiamava Indro Montanelli.

Monsignor Giovanni Barbareschi, della diocesi di Milano, che subì la prigionia, gli interrogatori e le torture, ha lanciato una proposta; "Nelle città e nei paesi in cui c'è stato un Istituto di suore che ha contribuito alla Liberazione, dedichiamo una via alle Suore della Resistenza". Sarebbe un'operazione culturale che, oltre a fare giustizia di una storia eroica, contribuirebbe enormemente a fare della Liberazione un patrimonio più diffuso nella coscienza di tutti.

Non l'esclusiva di una sola parte politica, com'è stato fino ad oggi.

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, storia
mercoledì, 22 aprile 2009

IL SOLITO 25 APRILE

Scusate, posso dirlo fuori dai denti? Che palle questo 25 aprile!

Attenzione. Non mi fraintendete. Ho detto questo 25 aprile, non il 25 aprile, Festa della Liberazione. E’ diventata veramente insopportabile questa specie di liturgia, che ha come sacerdoti i vecchi partigiani, come inno Obellaciao, come drappi decorativi le bandiere rosse con la falce e martello, come inevitabile conseguenza l’annuale lacerazione del Paese e la sua divisione in buoni e cattivi. In pratica il film che va in onda da più di sessant’anni in Italia.

Nel giorno in cui commemoriamo un momento importante nella storia della nostra nazione e, direi, dell’Europa intera (perché la liberazione dell’Italia fu un fatto strategicamente fondamentale nella lotta contro il nazismo), ci comportiamo come dementi, in faccia al mondo. Cosicchè il 25 aprile non diventa la festa degli italiani, ma di una parte degli italiani (ancora oggi, dopo sessant’anni!) che guardano dall’alto in basso l’altra parte. Come se i bravi per antonomasia, gli “eredi dell’ antifascismo”, i quali, quasi benedetti da non si sa quale privilegio, non si vergognano di portare in piazza il simbolo della falce e martello e la bandiera rossa, non abbiano i loro grossi scheletri nell’armadio.

Commemoriamo le lotte partigiane, d’accordo. Ma come dimenticare che tra quei partigiani vi furono dei quadri rivoluzionari che lavoravano nell’ombra e preparavano l’avvento di una repubblica italiana sovietica? In buona fede, per carità, nessuno lo mette in dubbio! Come in buona fede altri militavano nelle milizie repubblichine. Ma è certo che se quei partigiani fossero riusciti nel loro intento, la storia italiana sarebbe stata ben diversa e ben più triste di quella che è stata. E non è certo possibile dimenticare che quei partigiani si resero protagonisti di eccidi, vendette, violenze efferate, che non avevano niente da invidiare a quelle dei nemici che combattevano. E in nome di una ideologia devastante, brutale, di un’utopia malata, tanto quanto quella nazista.

E allora? Vale veramente la pena di scannarsi ancora oggi e di vivere questa ricorrenza come la si vive? Vale la pena di utilizzarla come arma politica, come oggi ancora la si usa?

Come mi piacerebbe il 25 aprile? Provo a fare un sogno. Nel corteo di Milano sfilano insieme il capo del governo e i rappresentanti di tutte le forze politiche. Intorno c’è un rispettoso silenzio. Unica bandiera in giro, il tricolore. In piazza Duomo si tengono i discorsi di rito, improntati a valori condivisi. Niente fischi. Applausi per tutti e a tutti, abbracci, sorrisi e strette di mano. Un 25 aprile di riconciliazione, perché se un messaggio ci devono lasciare le nostre vicende storiche e se un messaggio deve essere dato alle nuove generazioni, è che l’Italia è una nazione che vuole e deve essere unita e riconciliata.

Ma questo è solo un ridicolo sogno. Basta vedere quello che è successo a Letizia Moratti quando ha sfilato a Milano spingendo la carrozzella del padre ex partigiano. Fischi, insulti, accuse. Perché non ci illudiamo: il 25 aprile è la sacra liturgia annuale dei nostalgici della rivoluzione, delle bandiere rosse, dei duri e puri, dell’antifascismo che ha sempre ragione, del comunismo che è il destino della storia. E’ cosa loro, è la sacra ricorrenza loro.

E’ inutile che quell’ipocrita di Franceschini faccia i suoi ipocriti inviti. Innanzi tutto è chiaro come il sole che sono come il lancio di un guanto di sfida. In secondo luogo sono gli stessi suoi compagni di liturgia che non ci vogliono nessuno a quelle manifestazioni. Berlusconi ci può pure andare, ma sa benissimo che intorno a lui c’è gente che pensa che sarebbe meglio se andasse in Sardegna (vedi la dichiarazione di Diliberto). Berlusconi a Milano significa insulti e fischi sicuri. Secondo me è un motivo molto buono perché vada proprio lì, a guastare la festa agli ipocriti, a consentire alle telecamere di tutto il mondo di riprendere la stupida contestazione al capo del governo italiano, voluto e sostenuto dalla maggioranza del paese.

Da un punto di vista meramente strategico sarebbe una vittoria, un’ulteriore emorragia di voti a sinistra e un nuovo spostamento di voti verso il governo. Ma è l’Italia che ci perderebbe, che ci rimetterebbe la faccia. Questa Italia dove ideologie che hanno fatto il loro tempo, e che hanno insanguinato il mondo, sono ancora vive e vegete, con una valenza pseudo religiosa.

Questo 25 aprile sarà ancora come gli altri. Il 25 aprile è ancora lontano.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, storia, attualitĂ , ideologia
giovedì, 09 aprile 2009

L’ORRORE DELLE FOSSE DI LE MANS

In questi giorni in cui in Italia qualche giustificata polemica accompagna la misera distribuzione del film “Katyn”, si viene a sapere della scoperta di nuove fosse comuni… La notizia però non arriva dai paesi dell’ex blocco sovietico, bensì dalla ben più vicina e familiare Francia. Le vittime non sono state identificate nel fango delle fredde foreste dell’Ucraina o della Polonia orientale, bensì nella soleggiata periferia della città di Le Mans.

Nel capoluogo della Sarthe, gli archeologi d’oltralpe sono intervenuti per effettuare delle ricognizioni in un terreno destinato dalla municipalità ad accogliere un nuovo edificio pubblico. Lo scopo della missione era evitare che i lavori cancellassero, magari inavvertitamente, le vestigia di una qualche fossa sacrificale come quella colma di vittime umane ed equine appena ritrovata ad Evreux e dedicata all’antica dea gallica Epona, reminiscenza di un antico culto druidico…

Questa volta però sono venute alla luce alcune fosse comuni ricolme dei resti mortali delle vittime del terrore rivoluzionario, reminiscenza di un culto (non meno terribile) di matrice nichilista e giacobina… L’esame degli scheletri ha rivelato trattarsi di persone uccise con particolare ferocia ed accanimento, forse torturate, con armi bianche o altri oggetti contundenti: crani frammentati, membra disarticolate o tagliate, ossa segnate da colpi molteplici e ripetuti...

Sembra che i corpi ritrovati nella prima delle fosse fossero stati deposti con maggior ordine e la prima è anche l’unica fossa in cui sia stato ritrovato almeno qualche effetto personale (bottoni metallici, un coltello, alcuni grani di Rosario…). Nel caso delle altre fosse invece, i corpi sono risultati accatastati frettolosamente e alla rinfusa, le vittime uccise dopo che erano state già spogliate di tutto. Al momento gli esperti hanno esaminato con maggior cura appena una trentina di scheletri, dei quali almeno uno sarebbe appartenuto ad un bambino, due ad adolescenti, alcuni altri a donne.

La scoperta, del tutto inattesa, ha destato impressione e commozione non solo nella città di Le Mans, ma anche in quelle regioni che avevano fatto parte della cosiddetta Vendée militare, perché è proprio da lì che venivano coloro i cui resti sono stati ritrovati nelle fosse. La scoperta getta pertanto nuova luce sul tragico destino toccato a migliaia di “nemici della nazione” catturati dai repubblicani a seguito dell’infelice esito della battaglia di Le Mans e condannati allo sterminio dalla Convenzione di Parigi, confermando con ciò quanto era già noto sulla base di altri documenti del tempo. Si tratta delle vicende conclusive del cosiddetto Virée de Galerne (giro verso ponente) una delle fasi più drammatiche dell’insurrezione controrivoluzionaria dell’Ouest francese. Sconfitta a Granville e minacciata dal tifo e dall’inverno, l’armata cattolico-lealista vacilla, come pure vacilla la saldatura tra i diversi contingenti regionali della Vandea, dell’Anjou, della Bretagna (i cosiddetti “Chouans”) e della Normandia.

La parte più importante dell’esercito ribelle, costituita in prevalenza da elementi della Vandea, va incontro alla sconfitta (12-13 dicembre 1793) e si calcola che di circa 60.000-100.000 che avevano attraversata la Loira all’inizio della campagna meno di 5.000 riuscissero a tornare indietro. E’ ben noto che i generali repubblicani posti da Parigi a capo delle cosiddette “colonne infernali” si sentissero chiaramente autorizzati ad annientare per intero le popolazioni che si erano opposte al cammino della rivoluzione.

Ho raccomandato che venga fatta una sorveglianza particolare sugli eserciti e (…) se le mie intenzioni verranno assecondate, non esisteranno più in Vandea, nel giro di quindici giorni, né case, né sostanze, né armi, né abitanti”. Così il 24 gennaio 1794 si esprimeva il generale Louis-Marie Turreau in un rapporto al Comitato di salute pubblica, un documento reso noto solo oggi grazie alla nuova edizione de “La guerre de la Vandée et le système de dépopulation” (Editions du Cerf, 2009), un’opera del celebre rivoluzionario Gracchus Babeuf, antesignano delle idee comuniste in Francia, il quale stimava il numero delle vittime prossimo al milione.

Il significato anti­cristiano e predatorio del genocidio vandeano è poi chiaramente illustrato dal medesimo scritto di Turreau quando dice: “Spero di farvi avere ben presto una collezione molto interessante di vasi sacri, di ornamenti di chiese e di altri effetti d’oro e argento”.

In questi giorni vengono avanzate richieste perchè si provveda a dare degna sepoltura alle vittime dei massacri. Alcuni chiedono che i corpi siano riportati in Vandea ed ivi tumulati, mentre a Le Mans è stata proposta l’edificazione di un memoriale. Altri, infine, hanno espresso il desiderio di poter sottoporre i resti a test genetici nella speranza di identificare un qualche avo scomparso nel periodo della rivoluzione. Lettere ed appelli in tal senso sono giunti a Philippe de Villere, presidente del Consiglio generale della Vandea, mentre Jean-Claude Boulard, sindaco di Le Mans, ha già dichiarato che non si opporrebbe ad una richiesta da parte delle famiglie della Vandea di riavere indietro i corpi dei loro parenti. Queste ultime notizie sottolineano alcuni cambiamenti in atto nel profondo della società francese: si moltiplicano le opere revisioniste sul periodo della rivoluzione e, a parte la nuova edizione del lavoro di Babeuf, è fresco di stampa l’imponente e documentatissimo “Livre noir de la Révolution française (Editions du Cerf, 2008 - a cura di Renaud Escande OP) di oltre 800 pagine; da tempo poi molti francesi disertano la Fête de la République, che appare sempre più un rito ufficiale e sempre meno una festa di popolo; le Chiese infine (ho avuto modo di constatarlo di persona in Bretagna) tornano ad accogliere un discreto numero di persone…

Così, come per Katyn, la gente si commuove e vuole sapere, mentre le parole d’ordine della politica e le giustificazioni della storiografia ufficiale sembrano non offrire più risposte soddisfacenti al cuore di coloro che si sentono come orfani e privati del proprio passato.

Stefano

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categoria: cultura, religione, storia, persecuzioni anticristiane
venerdì, 27 marzo 2009

KATYN: SILENZIO SULL'ORRORE

Lo scomodo film “Katyn” di Andrzej Wajda, che molti di noi non vedranno a causa delle interessate pressioni che ne hanno impedito un’ampia distribuzione in Italia ed in altri paesi europei, ha comunque ridestato un dibattito troppo frettolosamente archiviato sulle tragiche vicende dell’Europa dell’est caduta sotto il giogo della dominazione sovietica. Come è noto, Wajda ha voluto realizzare quest’opera cinematografica per molteplici ed importanti ragioni: è innanzitutto un tributo reso a suo padre Jakub, uno degli sfortunati ufficiali dell’Armata Polacca (Wojsko Polskie) trucidati dai reparti del NKDV nella foresta di Katyn; è un riconoscimento all’eroismo dell’unico paese che ebbe, nel corso della guerra, la sventura di battersi contemporaneamente contro entrambe le ideologie totalitarie del XX secolo; è infine un appello ad un’Europa troppo spesso distratta e qualche volta complice, perché non lasci cadere nell’oblio questa parte della memoria storica del continente. Anche se oggi l’elite politica ed intellettuale dell’UE si definisce in prevalenza “laica e liberale”, non sono un mistero per nessuno le infatuazioni comuniste, rivoluzionarie, talora guevariste o maoiste, di molti di coloro che oggi sono alla guida di istituzioni comunitarie, enti culturali e finanziari o dei maggiori giornali. Per molti di questi è sempre e solo il fascismo, in tutte le sue possibili manifestazioni e metamorfosi, il pericolo costante, mentre al comunismo si guarda spesso come ad una generosa utopia o tutt’al più come ad un peccato veniale di gioventù. Inaccettabile poi ogni discorso che evidenzi non solo i tratti comuni ai due sistemi ideologici, ma che addirittura ricordi l’alleanza militare stipulata tra i due totalitarismi che trascinò l’Europa nella tragedia della II Guerra Mondiale. Così, non sembra un caso che i  crimini del nazismo siano costantemente ricordati anche in numerose occasioni ufficiali, mentre quelli del comunismo sovietico sono scarsamente presentati e mal conosciuti da parte dell’opinione pubblica. Questo atteggiamento culturale delle nostre elite ha portato a ciò che Anna Foa, qualche tempo fa, aveva stigmatizzato come “la memoria divisa dell’Europa”.

Ma torniamo a Katyn, quel che è emerso nel corso degli anni sembra andare oltre ogni immaginazione. Una tragedia di proporzioni ben superiori a quel che si era creduto al momento della scoperta delle fosse: da meno di 5.000 vittime identificate a seguito delle prime ricerche, alle 15.000 di quando Wajda cominciava a lavorare al suo film, fino alle 21.000 che si calcolano oggi. Nel settembre del 1939, il 52% del territorio nazionale polacco era caduto sotto il controllo dei Sovietici. Le regioni orientali della Polonia contavano allora più di 5.000.000 abitanti e di questi oltre 2.000.000 sarebbero stati trasferiti in URSS, destinati in larga prevalenza ai lavori forzati nei complessi minerari di Kolyma e Chukota (nell’estremo nord dell’Unione Sovietica). Ben 380.000 deportati erano bambini! Le spaventose condizioni di lavoro segnarono il destino dei deportati al ritmo di un 30% di decessi per anno. Un’attenzione tutta particolare i Sovietici la dedicarono agli ufficiali dell’Armata Polacca. Ne catturarono 45.000 e si crede che circa 15.000 siano stati liquidati immediatamente, dato che sono letteralmente scomparsi nel nulla. Altri 21.000 furono invece trattenuti vicino al confine orientale polacco nei pressi di una vasta area che ospitava (fin dalla Guerra Civile) il complesso delle caserme e dei centri direzionali della ÄŚeka (poi GPU, poi NKDV), furono quindi tradotti nei boschi tra Katyn, Smolenk e Kharkov (in Ucraina), le mani legate con il fil di ferro, ed assassinati a colpi di pistola dopo essere stati classificati come “nemici di classe” del socialismo (tra di loro risultano numerosi gli intellettuali, gli insegnanti, i nobili, i sacerdoti, gli artisti…). Mancano tuttavia all’appello ancora 9.000 ufficiali del Wojsko Polskie, che fine avevano fatto questi ultimi? Dall’esame della corrispondenza scambiata, dopo la scoperta delle prime fosse, tra il colonnello inglese Walter Willy Hudson (ufficiale di collegamento con l’Armata Polacca) ed il suo superiore, il generale di Brigata Hugh James Wadsworth (in servizio a Londra presso lo Stato Maggiore Generale Imperiale) si ricava la terrificante verità riguardo l’allucinante destino toccato a questi ultimi. Caricati su vagoni bestiame agli inizi del terribile inverno russo, furono trasportati fino al porto artico di Murmansk. Quelli che erano sopravvissuti al viaggio furono ammassati su zattere scoperte, agganciate al piroscafo Klara Zetkin. Il convoglio puntò verso il mare aperto fino a che non fu avvicinato da un cacciatorpediniere sovietico che colò a picco le imbarcazioni a colpi di cannone. Molti tuttavia erano già morti, esposti agli spruzzi del mare agitato e alle micidiali raffiche del vento artico, trasformati in compatti blocchi di ghiaccio incollatisi l’uno all’altro o incollati al pianale di legno delle zattere. Un esempio di selvaggia barbarie poche volte eguagliato nel corso di un conflitto pur terribile come la II Guerra Mondiale!

Ma questo carteggio dimostra anche un’altra cosa: i Britannici, fin dall’inizio, sapevano e deliberatamente scelsero di tener nascosta la verità pur di non compromettere l’alleanza con Josep Stalin! La conferma la si ricava ancora una volta da una lettera del Colonnello Hudson il quale ebbe a scrivere, dopo che qualche notizia era filtrata: “temo che non riusciremo a metter la museruola agli scribacchini nostri e degli Americani, i Polacchi non sapranno tener segreta la notizia di questa nuova orribile faccenda che renderebbe moralmente impossibile per il nostro paese mantenere l’alleanza con l’Unione Sovietica”. Da queste parole i timori degli Alleati emergono chiarissimi: l’Inghilterra in particolare non poteva rinunciare all’amicizia con i Sovietici, ma per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica una simile alleanza, necessitava di presentare in una luce favorevole il sistema sovietico coprendo i crimini e le nefandezze dell’alleato e nascondendo la verità ai Polacchi, nonostante che questi ultimi fossero stati alleati di Francia ed Inghilterra fin dalla prima ora. Ma l’orrore non finisce qui. Pochi sanno che i primi ritrovamenti avvennero per opera dei coraggiosi combattenti clandestini dell’Armata Nazionale Polacca (Armia Krajowa) essendo ancora in corso la guerra e che già da quelle iniziali ricognizioni si era avuto modo di capire che i boschi celavano, in realtà, anche i corpi di altre più numerose e differenti vittime. In un rapporto segreto trasmesso dagli uomini dell’Armia Krajowa al generale WĹ‚adysĹ‚aw Anders (che avrebbe guidato il II Corpo d’Armata Polacco nella battaglia di Montecassino) si ricava che la maggior parte delle fosse “risale ai tempi degli stermini eseguiti dalla ÄŚeka e dalla GPU durante la guerra civile (la guerra tra i Bianchi ed i Rossi ndr) e nel corso degli anni ‘20 (quando l’Armata Rossa, guidata da Michajl TuchaÄŤevskij giunse fino alle porte di Varsavia ndr), altre ancora sembrano esser state riempite tra la metà e la fine degli anni ‘30, al tempo delle purghe di Yezhov (il periodo delle terribili purghe staliniane ndr)”. Pertanto, ben oltre il caso degli ufficiali polacchi, i boschi delle terre di confine tra la Polonia e l’ex Unione Sovietica furono utilizzati, quasi ininterrottamente e per oltre venti anni, come luogo destinato a far scomparire i cadaveri di un numero difficilmente quantificabile, ma comunque impressionante, di cosiddetti “nemici del socialismo”, verosimilmente non meno di altre 75.000 vittime, molte delle quali di nazionalità russa, bielorussa ed ucraina. Di queste ultime non si è mai parlato perché se era stato facile far ricadere sui Tedeschi la responsabilità della strage degli ufficiali polacchi, sarebbe stato ben più difficile attribuire ai medesimi anche la responsabilità della liquidazione di tutti quei civili (uomini, donne e bambini) i cui corpi erano stati occultati nei boschi già negli anni precedenti all’ascesa al potere di Adolf Hitler.

 

Stefano

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categoria: comunismo, storia