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martedì, 08 settembre 2009

ELOGIO DELLA NORMA

Sull’ultimo numero di Style, il magazine mensile del Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà punta il dito, con il sarcasmo e la verve compositiva che indubbiamente le appartengono, contro un prototipo nazionale: l’ “ex-civile” (ossia il borghese, protagonista del miracolo italiano del secondo dopoguerra, e progressivamente imbarbaritosi fino a livelli d’inciviltà diffusa). L’articolo mette alla berlina un male archetipico della società italiana - la mancanza di educazione, di compostezza, di rispetto… dai costumi ai rapporti sociali e lavorativi - che ha fornito ampio materiale alla commedia, alla satira ed alla critica sociale. Ma oltre la denuncia (e il solito scherno delle classi impreditorial-dirigenti) la Rodotà non si spinge, e non indaga quindi le possibili cause di questo fenomeno.

 

Si può muovere da un assunto, almeno in parte giustamente richiamato dalla giornalista del Corriere: l’inciviltà è ormai diffusa sia orizzontalmente (ad ogni latitudine sociale cioè) che verticalmente (in ogni età della vita). Valga la spiegazione più immediata per i giovani, i quali sono specchio della società in cui vivono (ebbene sì, anche quando occupano e spaccano i beni pubblici o giocano a fare la rivoluzione… per poi finire digeriti e metabolizzati negli ingranaggi della società che aborrono) e che difficilmente potranno assumere i comportamenti traditi dai loro modelli di riferimento. Questo Paese pullula di Docenti che non parlano l’italiano, di Dirigenti che non si sono mai annodati una cravatta intorno al collo, di politici dediti all’usurpazione del bene pubblico… e chi più ne ha più ne metta. Formarsi una coscienza ed un profilo umano e civico che preludano ad una condotta consona al vivere civile, diviene un’impresa dall’esito per nulla scontato. Una spiegazione questa, situazionale e non del tutto soddisfacente, ma comunque ampiamente invocata. Ma come spiegare la degenerazione di quei modelli referenziali che i “borghesi” adulti - e soprattutto quelli investiti di responsabilità in ordine alla maturazione delle nuove generazioni - debbono essere?

 

C’è stato un tempo in cui la ‘norma’ aveva un senso. In cui l’educazione, il contegno, la forma addirittura venivano adottati per una sorta d’istinto sociale, quasi inconsapevolmente, e non sconfessati neanche quando se ne sospettava la natura arbitraria e convenzionale. E non si accampavano scuse, né s’invocavano esempi deteriori o situazioni giustificanti. Neanche quando ce ne sarebbe stata abbondanza.

 

Poi la norma è stata attaccata ed erosa. Attaccata da quanti ne denunciavano la relatività e la storicità, in omaggio ad un metodo ‘materialista’ d’indagine che dalla storia era passato alla società e poi alla mente addirittura degli uomini. E dal relativismo al nichilismo (come ho scritto tempo addietro) il passo è breve… specie per quei giovani che all’iconoclastia sono fisiologicamente portati. E la norma è stata erosa, anche, da quella parte della società che, drogata da un progressismo efficientista e modernizzatore, l’ha sentita come un peso ed un laccio inutile e gravoso, scontato e poco presentabile. E via dunque al ‘tu’ generalizzato, alla bella mostra di furberie e tradimenti vari, ad un estetismo sciocco e poco consapevole.

 

Beninteso, c’è qualcosa d’inevitabile in tutto ciò, che m’impedisce di divenire, da osservatore e indagatore del comportamento, sentenziatore e moralista. Sono seguace di Vico e non di Ezio Mauro. Non mi sognerei in alcun modo d’invocare un ritorno al passato, ben sapendo che i comportamenti tendono ad essere abbandonati quando non rispondono più alle esigenze universalmente avvertite, che ne hanno codificato i canoni. Né nego - o mi sottraggo - alla tentazione di derogare alla norma: per provocazione, ironia, egotismo. Ma la necessità di una ‘norma’ mi pare essenziale.

 

Riconoscere - e riconoscersi - in una norma significa aderire (esteriormente certo, ma è un bel prodromo) ad un sistema di relazioni, di valori, di obiettivi condivisi. Significa individuare nell’altro un portatore di istanze formalmente, non qualitativamente diverse - o inferiori - alle nostre. Significa abbandonare un individualismo sinonimo di egoismo, di protagonismo, di menefreghismo anche. Ed anche ammettere che l’uomo, che è solo con la propria coscienza nei momenti più alti della sua esistenza, realizza comunque se stesso più pienamente in comunità con i suoi simili.

 

Michel de Seingalt

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categoria: cultura, attualitĂ , societĂ 
domenica, 06 settembre 2009

MIRACOLI

In questi ultimi giorni di Agosto è rimbalzata su alcuni giornali la notizia di una straordinaria guarigione, di un nuovo possibile miracolo avvenuto presso il santuario mariano di Lourdes. Una donna di Francavilla in Sinni (Potenza), Antonia Raco, affetta da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), malattia terribile ed incurabile e che l’opinione pubblica ha imparato a conoscere diffusamente nel corso di questi ultimi anni, è guarita improvvisamente dopo aver partecipato ad un pellegrinaggio ed essersi immersa nell’acqua della grotta.

La SLA le era stata diagnosticata 5 anni fa e già da 3 la signora Raco era costretta in carrozzella, non più in grado di muoversi autonomamente. A Lourdes era andata con un treno bianco dell’UNITALSI distesa su di una barella! Ma lo scorso 5 Agosto, al ritorno dal pellegrinaggio, risultava agli occhi di numerosi testimoni in grado di camminare (e di correre…) con le proprie gambe, avendo recuperato nello spazio di una sola giornata tutte le facoltà motorie che la malattia sembrava aver compromesso irreversibilmente.

Il medico che la conosce e la segue da tempo, Adriano Chiò, non è certo uno sprovveduto: specialista neurologo in servizio presso il prestigioso ospedale “Le Molinette” di Torino, di casi di SLA ne ha seguiti parecchi, e tuttavia di fronte ad un caso simile non usa giri di parole ed ammette l’inadeguatezza degli schemi interpretativi offerti dalla scienza: “Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo (…). Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di SLA, la diagnosi era inequivocabile. La signora era affetta da una forma di SLA a lenta evoluzione, una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile possa migliorare, dato che intacca i neuroni, irreversibilmente”.

Adriano Chiò non ha dovuto attendere neanche troppo prima di venire a constatare di persona l’eccezionale guarigione della sua paziente. Atonia Raco infatti, ancor prima di partire per Lourdes aveva già programmato, per il 27 di Agosto, un nuovo controllo presso l’ospedale torinese. Completato il controllo non è più stato possibile tener nascosta l’eccezionale notizia.

E’ di sicuro arduo parlare di miracoli con chi non crede, del resto è difficile farlo persino con chi invece crede, ed io stesso non amo indugiare nel miracolistico. Così, se si mette il tema sul tappeto, non sono pochi quelli che si sottraggono ad un qualsivoglia confronto rifugiandosi nella facile ironia o addirittura nel dileggio. Altri invece affrontano la questione, ma in termini puramente teorici e generali, e non poche volte ipotizzando scenari che paiono più fantasiosi dei miracoli stessi (fluidi misteriosi, campi magnetici, proiezioni psichiche, immaginario collettivo, extraterrestri…). Soprattutto quasi mai ci si confronta fino in fondo con il caso specifico, con il singolo episodio, verificatosi (guarda caso) in un contesto di fede.

Come è possibile che la Signora Raco sia andata incontro ad una netta regressione della sua malattia e proprio in coincidenza con un pellegrinaggio a Lourdes? Come mai lei stessa è rimasta sorpresa da quel che è accaduto? Come si spiega che ora, indubitabilmente, cammini? E’ ovvio che tutto ciò non si spieghi, ma questa difficoltà non può essere una ragione valida per non prendere in considerazione quanto è stato comunque accertato e provato. Comunque lo si chiami, quel che è accaduto alla signora Rauco è reale, è parte della realtà, speriamo non lo si archivi tanto presto nello scaffale basso dei racconti per bambini.

A chi la sollecitava sul tema del miracolo ha risposto prudente: “Preferisco parlare di un dono, di una grazia, non di un miracolo (…)”. Ma è un fatto che l’interessata cammini e senza provare neppure un’ombra di stanchezza nelle gambe (come ci si attenderebbe dopo anni di immobilità…), Antonia dice di percepire soltanto una dolenza lieve e circoscritta in un punto ben preciso della gamba sinistra, il medesimo punto dal quale era partito inizialmente il male che l’aveva costretta negli anni in carrozzella, ed in questi termini ha riferito al medico. Ha commentato lo specialista: “È un fenomeno che io stesso impiegherò del tempo ad elaborare (…). Ma quello che abbiamo visto è una regressione della malattia, che scientificamente crediamo impossibile in pazienti affetti da SLA”.

Riguardo l’esperienza vissuta a Lourdes, la signora ha riferito imbarazzata ai giornalisti: “A Lourdes ero andata anche per pregare per tante persone, soprattutto per una bimba di 5 anni che è più grave di me (…). In acqua ho sentito una voce che diceva di farmi coraggio e come qualcuno che mi sollevava, ed ho capito che mi stava accadendo qualcosa (…). Quando ho sentito la voce che mi diceva di alzarmi, non ho più usato la sedia a rotelle. Solo la prima volta che sono uscita, perchè volevo prima consultarmi con il parroco (…)”.

Come spesso succede, non è facile raccontare una cosa simile persino a chi ti conosce e ti vuole bene da una vita e tuttavia è rimasto a casa ad aspettare, magari senza coltivare tante illusioni…E così Atonia Raco, di ritorno alla propria abitazione, esita a confidarsi con il coniuge, ma una voce dolce (la medesima già udita nella vasca) le dice: “dillo a tuo marito”. Allora lei si alza, fa una giravolta e va incontro all’uomo esterrefatto.

Stefano

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categoria: religione, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo
mercoledì, 26 agosto 2009

IL MUSEO DEI VAMPIRI E L'ALCHIMIA SESSUALE

Ma quali Pupi siciliani, caro Stefano! Ma beato te che ti sei potuto immergere nella nostra grande tradizione italica e cristiana! Certo, è triste che si sia rimasti in quattro gatti ad assaporare queste cose, ma ti assicuro che è più triste ed angoscioso quel che ho visto io. A San Marino.

In vacanza con la famigliola dalle parti di Rimini, mi spingo fino al Monte Titano e salgo su fino alla rocca, alla cattedrale, alle tre torri. E in cosa m’imbatto? In un museo (sì, un museo) dedicato a vampiri e licantropi. C’è una vetrina con un manichino che dovrebbe rappresentare un inquisitore, con tanto di croce infuocata o rovesciata, ed un inquietante corridoio d’ingresso, con una buona dozzina di manichini incappucciati, facce pallide e palandrane rigorosamente nere.

Trattengo a fatica mio figlio (il quale comunque non rinuncia alla foto comica con il grande licantropo che fa bella mostra di sé sulla piazzetta esterna) distraendolo col vicino negozio di armi, armature et cetera. Mentre lui guarda con vorace attenzione una scimitarra, un pugnale, un pistolone di quelli che portava l’Innominato nel cinturone, un’accetta (tutte cose che ovviamente non gli compro) io sono attratto da una vetrina dove spiccano simboli e segni esoterici e satanici, fino al modellino di una donna, in tuta attillata completamente rossa, legata a braccia in su ad un palo.

Ovviamente non distolgo mio figlio dalle sue scimitarre: preferisco che sogni di fare il cavaliere, piuttosto che gettarsi su precoci fantasie erotiche e depravazioni sessuali di quel genere. Ogni tanto si sente parlare dell’efferato fatto di cronaca, della ragazza stuprata e violentata, magari da dei pazzi scatenati che inscenavano un rito satanico. L’opinione pubblica si scandalizza. E poi si ritrova il pupazzetto della povera vittima in atto sacrificale proprio dentro il negozio di souvenir.

Ma, al di là di tutto, cosa diavolo (è proprio il caso di dirlo) c’entrano i licantropi e i vampiri con San Marino? Cosa diavolo ci fa un museo di quel genere sulla rocca? Caro Stefano, tu lamenti il fatto che i pupari siciliani vanno scomparendo e che nessuno li sostiene, li aiuta economicamente. Per forza! Magari le amministrazioni comunali sono impegnate a finanziare le notti delle streghe o i musei dei vampiri, cose orride e di uno spaventoso cattivo gusto, ma frequentatissime: per esse il pubblico sbava, paga e gode. Poi entra nel negozio di souvenir e si compra la statuina rossa.

Non è finita. Poco più in là, a San Leo, cominciava la cinque giorni di Alchimia, il festival esoterico in onore di Cagliostro. Spettacoli, conferenze e “il più grande mercatino magico-esoterico del centro Italia”. Confesso di non esserci andato. Mi sono perso la kermesse. Sarebbe stato interessante, che so, ascoltare la conferenza di Roberto Laurenzi, presidente dell’EFOA (European Federation of Oriental Arts), su “Alchimia sessuale”. O magari quella del massone Morris Ghezzi, Grande Oriente d’Italia, sul “relativismo come nuovo umanesimo”. C’era anche uno spettacolo di burattini dal titolo eloquente, “Pulcinella e il diavolo”. No, non si trattava dei tuoi simpatici pupi siciliani...

Insomma una full immersion tra licantropi, vampiri, violenze sessuali a vergini, simboli satanici e osceni, creature della notte, demoni e diavoli, amuleti, teschi, animali sacri e pietre filosofali, perché questa è gente che sente la “necessità di risacralizzare il cosmo”, come recitava il titolo della conferenza di un certo Ervin Laszlo del Club di Budapest.

C’era anche un’altra conferenza dal titolo interessante, quella di Michele Scapino e Orango Riso, di Damanhur (una eco società che professa la religione dell'umanità): “Spiritualità laica: quando si preferisce una filosofia ad una religione”. E’ un fatto significativo che si ammetta l’esistenza di una spiritualità laica e che questa spiritualità trovi ospitalità tra tanto pattume irrazionale ed osceno. E’ forse lì che vanno a finire i nostri filosofi laicisti, edonisti, nichilisti, relativisti del “fa quello che vuoi”? Sembrerebbe proprio di sì.

Tutto in fondo si riduce a momenti di scatenamento degli istinti e di erotismo esoterico. I vampiri riempiono i musei, s’impongono nei gloriosi centri storici delle nostre belle città d’arte e tornano ad affollare i libri e il grande schermo. Meglio se sono vampiri che preferiscono le orge, le donne legate ai pali, il sesso spinto, insomma, l'alchimia sessuale.

E tu, Stefano, ancora mi tiri fuori i Pupi siciliani!

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, filosofia, antropologia, esoterismo, laicismo, attualitĂ , societĂ 
giovedì, 09 luglio 2009

MA IL VERO PROBLEMA E' IL NICHILISMO

C’è stato l’altro giorno su Avvenire, nella pagina Forum, un bel botta e risposta tra una mamma cattolica e il Direttore del giornale. Vale la pena riportarne alcune parti per riprendere la riflessione su quegli “imbarazzi cattolici” di cui già abbiamo parlato.

La mamma cattolica si chiede, “seguendo la propria coscienza cristiana”: “Se Cristo tornasse sulla terra che farebbe? Che direbbe? Chi caccerebbe dal tempio? Gli zingari sporchi, puzzolenti, ladruncoli, gli immigrati disperati che arrivano con barconi, gli omosessuali, i conviventi more uxorio, o quei bei signori profumati, anche truccati, che stanno seduti in comode poltrone nei palazzi del potere, predicando belle, moralissime parole (subito smentite nelle loro privatissime, ormai non più troppo però, vite familiari)?”.

Ogni allusione è puramente casuale, verrebbe da dire. Ma questa lettera, con queste domande, tradisce ancora una volta l’immaturità di un certo mondo cattolico che non ha capito qual è oggi la vera posta in gioco.

 

Il Direttore, pur riconoscendo che i discutibili esempi di condotta forniti dai vari personaggi della politica e delle istituzioni non aiutano certo nell’educazione delle nuove generazioni, riporta però la questione ai suoi termini essenziali (i corsivi sono nostri): “Non dimentichiamo che l’indisciplina, la partigianeria, il sesso a go-go, la droga, la pornografia, l’edonismo innalzato a regola, l’individualismo prevaricante, la violenza verbale, lo scetticismo (ovvero molte delle note antropologiche caratteristiche del presente) sono le indubbie eredità di una lunga stagione culturale egemonizzata da fenomeni precisi come il ’68 e il femminismo, costellata da scelte “epocali” quali il divorzio e il diritto all’aborto, scambiate anche da non pochi cattolici per conquiste di civiltà”.

 

Cioè, la questione non è tanto morale, quanto filosofica e antropologica. Chesterton l’aveva già intuito un secolo fa, quando diceva che la società moderna era incamminata verso il manicomio. Ma Chesterton, notoriamente, non proveniva dalla sacrestia, non frequentava corsi di formazione parrocchiali, sinodi diocesani, scuole della Parola... E non faceva il catechista.

La mamma-cattolica si scandalizza per il “cattivo esempio” di chi ci governa, ma non per il fatto che, ad esempio, oggi si generino programmaticamente degli esseri umani senza più padre o madre, o con padri e madri plurimi. Non si scandalizza affatto per una coppia gay che mette al mondo un figlio. Né tanto meno se perfino gli spermatozoi maschili vengono creati in laboratorio.

La mamma-cattolica non ha capito che la nuova, fondamentale questione, è quella di un attentato alle radici stesse dell’essere umano, più che ai comportamenti perbene. Lo spiegano ottimamente i miei amici di stranocristiano.it nel post intitolato Libertas Ecclesiae, che invito tutti a leggere.

A cosa serve stare a discutere di comportamenti corretti, se si stanno scardinando “tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità”? La signora si preoccupa per l’educazione dei propri figli. Ma perché non si preoccupa di un figlio che non avrà tanto problemi di sana educazione, quanto proprio d’identità umana? Un figlio che non saprà più chi è il padre o la madre, o ne avrà tanti da perdere l’elementare esperienza che tutti gli esseri umani hanno fatto dagli albori dell’umanità? La brava-mamma-cattolica queste le cose le ritiene di secondaria importanza.

Mi hanno lasciato sinceramente sorpreso i rilievi polemici sulla morale, da parte di chi in effetti non ha più nemmeno una morale di riferimento. Come fa un nichilista a prendersela con i modelli proposti dalla televisione commerciale? Il nichilista dovrebbe benedire la televisione commerciale, che ha contribuito alla grande a diffondere il suo credo. Come fa un nichilista a prendersela col capitalismo? Dovrebbe piuttosto benedire il capitalismo, che ha stretto un’alleanza col nichilismo. Un sessantottino, un radicale, una femminista che oggi fanno la morale, sono credibili quanto una prostituta che parli di verginità.

Il vero problema è filosofico ed antropologico. Il nichilismo, da sempre associato ad età di crisi e di decadenza, in quanto incapace di costruire alcunché, oggi, come spiega Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, “ha la pretesa di porsi come sostrato spirituale di un’epoca che non si pensa in decadenza. Anzi, esso si presenta come una sorta di Weltanschauung in grado di sostenere una crescita indefinita”. Capitalismo e nichilismo si sono alleati per garantire un continuo “cambiamento della scena”, unico fattore in grado di “riprodurre – anche se provvisoriamente – la certezza di quella realtà nella quale conduciamo la nostra vita quotidiana, anche se ciò non cancella la consapevolezza che non c’è nulla di duraturo, nulla per cui valga davvero la pena di vivere”.

E’ il trionfo del nulla. Nulla ha veramente importanza, nulla è definitivo e immutabile, tutto si evolve e cambia continuamente. La battaglia non è contro chi cade o inciampa rispetto alla morale tradizionale, ma contro chi si fa profeta di questo nulla, lo presenta come un valore, ne fa il sostrato di stili di vita, modi di essere, leggi.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, antropologia, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo, morale, senso della vita
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
martedì, 23 giugno 2009

IL GAIO, GELIDO VENTO DEL NULLA

La studente liceale (una quindicenne) mi chiede che differenza passa tra un ragazzo di estrema sinistra e un aderente a Forza Nuova. Domanda tipica di chi ha amici di entrambe le tendenze e vive le contraddizioni di un rapporto quotidiano. Abbiamo appena assistito allo spettacolo di fine anno del laboratorio teatrale della nostra scuola. Un pretestuoso e presuntuoso Gargantua, che, al termine di sberleffi e prese in giro a tutto il mondo (compreso, ovviamente e soprattutto, quello della religione), propone la morale finale del “fa quel che vuoi”, come ricetta per vivere bene e costruire un mondo nuovo.

Chi si è dilettato di esperienza teatrale sa benissimo  che c’è una contraddizione di fondo, perchè nessuno sulla scena “fa quel che vuole” e ogni spettacolo è frutto di una collaborazione, di una sottomissione, insomma, di una logica esattamente contraria. Evidentemente quei poveri ragazzi non l’hanno imparato ancora. E non hanno capito (perché hanno avuto dei cattivi maestri) che, come non si costruisce a teatro, così non si costruisce un bel niente nella vita con quella facile filosofia. Nemmeno se stessi.

Ma c’è dell’altro, c’è qualcosa di più tragico e nero come la pece. Ed è precisamente il nulla che è sotteso a quella filosofia. Il nulla che è anche la risposta alla domanda della mia studente, ciò che accomuna un ragazzo di estrema sinistra e un ragazzo di estrema destra, anzi, la maggior parte dei ragazzi e degli uomini di oggi.

Tra i Frammenti postumi a La volontà di potenza di Nietzsche si trovano queste righe sorprendenti: “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo”. Dobbiamo dire che questa profezia del 1887 si è avverata. Il freddo vento del nulla soffia sul mondo. E’ la grande realtà che sta sgretolando la nostra Fantasia, per usare un’immagine di Ende. Nietzsche l’aveva previsto, lucidamente.

Ma l’aveva previsto un altro grande del secolo scorso, Albert Camus, il cui Caligola afferma che “tutto è uguale, tutto è indifferente” e conclude che “se nulla ha un senso, tutto è permesso”. Camus aveva fatto anche lui una profezia, individuando nel Mythe de Sisyphe due modelli ideali di vita per chi si trova a convivere con l’assurdo del nulla: il dongiovanni e l’attore.

Il primo passa da un amore all’altro, senza più la disperazione romantica di chi cerca invano il vero amore, quanto piuttosto con la lucida e cinica determinazione di chi punta sulla quantità sapendo di non poter essere appagato dalla qualità. Il secondo (come spiega meravigliosamente Charles Moeller nel saggio Letteratura moderna e cristianesimo) fa propria la sorte di infiniti personaggi, passa da un volto all’altro, da un’esperienza all’altra. “Oggi voglio essere Venere”, dice Caligola entrando in scena travestito da dea. E’ fin troppo facile pensare alla moda odierna del transessualismo o delle identità fittizie favorite da Internet.

E’ la “morale della quantità” che genera (cito Moeller) la “frenesia di godimenti rapidi, colti a un ritmo da incubo” che oggi assilla tutti i giovani; “questi uomini ricominciano continuamente un gioco che sanno esser vano perché destinato al medesimo fallimento senza fine”, ma continuano a giocare.

Profezie che si avverano. “Fai quel che vuoi”, godi il più possibile, nulla ha senso, quel che conta è volere, agire, stordirsi.

Fanno sinceramente tenerezza e un po’ di pena dei ragazzi che credono ingenuamente di aver trovato una rivoluzionaria filosofia di vita e che invece sono pienamente conformi ad un’ideologia  che ha almeno più di un secolo di vita.

Fanno un po’ pena, ma anche una certa impressione, uomini che affermano la loro libertà nel mentre incarnano atteggiamenti, modi d’essere e di pensare che sono stati già ampiamente previsti.

E fa un po’ paura questo nichilismo che tutto riduce a gioco allegro in superficie, tragico nel profondo, questo nichilismo che tutto distrugge, tutto divora, atrofizzando il cuore dell’uomo con i suoi veri, infiniti ed eterni desideri.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, filosofia, antropologia, giovani, attualitĂ , societĂ , senso della vita
venerdì, 12 giugno 2009

ZAPATERO TRA TETTE E FETI

Una delle più grandi notizie dell'ultima consultazione elettorale, è che il partito di Zapatero perde finalmente voti. Il partito della barbarie è in calo e speriamo che abbia imboccato una parabola discendente irreversibile.

Zapatero è colui che ha creato un ministero per l'uguaglianza, mettendoci a capo una certa Bibiana Aido, una giovane senza esperienza politica, ma con una buona dose di cretineria ideologica. Meglio le veline nostrane, sono meno pericolose. Perchè la signorina Aido ha avuto la dabbenaggine di paragonare l'eliminazione di un feto al "rifarsi le tette", cioè ad un banale intervento di chirurgia estetica. Ovviamente il feto, per costei, non è un essere umano, ma una specie di appendice carnosa.

In Spagna c'è qualcuno che ha ancora un po' di cervello ed ha reagito. La ministra ha risposto ammettendo di avere un po' esagerato, ma subito giustificandosi dicendo di aver voluto provocare: "Questo paese ha bisogno di sbarazzarsi dei vecchi pregiudizi della destra, della Chiesa. È necessario liberare le donne, le giovani, dalla schiavitù di una maternità non controllata».

E infatti Zapatero procede come un rullo compressore a "liberare" le donne. Vorrebbe che anche le ragazze di 16 anni possano abortire senza il consenso dei genitori. L'unico modo per farlo è diffondere la cosificazione del feto. E', insomma, propagare una vera e propria menzogna, perchè è solo sulla menzogna che si può basare la barbarie di questo orribile potere dell'uomo sull'uomo.

Occorre che il male sia diffuso e banale. Occorre estendere la complicità, abbassare il livello delle coscienze. E' quello che accade tutti i giorni.

Ricordo quando entrai in classe con delle scarpe da ginnastica bianche, nuove di zecca. I ragazzi non sopportavano tutto quel bianco. Evidentemente le scarpe devono essere sempre un po' sporche. E quando ti chiedono se ti sei mai sballato da giovane, se ti sei ubriacato, se hai mai fumato uno spinello e tu gli rispondi di no, ti guardano con un sorriso malizioso, come a dire "non ce la racconti giusta... Chi non l'ha fatto?".

Se gli altri hanno la coscienza sporca, allora posso avercela anch'io. Se l'aborto qualcuno l'ha legiferato, allora si può fare. Se l'aborto qualcuno l'ha fatto, allora è una cosa che fanno tutti, banale, come rifarsi le tette. Non è più un tabù, un dramma, una vergogna.

Se da qualche parte qualcuno manipola un embrione umano e se ci mettiamo d'accordo che quell'embrione è niente più che una "cellula", allora anche questo tabù cade. Il mio amico Stefano mi ha fatto pensare: perchè ci si intestardisce a martirizzare embrioni per lavorare su cellule che non danno risultati utili? Perchè si finanziano questo tipo di esperimenti? Perchè siano sempre di più coloro che si "sporcano", che violano quel limite sacro mettendoci le mani. In definitiva, perchè il male sia sempre più banalizzato.

La Spagna pare essere una capofila: il signor Zapatero ha deciso di essere il missionario di questa mentalità, il diffusore della cosificazione dell'essere umano, il profeta del nulla, e della conseguente deresponsabilizzazione dell'individuo.

Ora i suoi consensi sono in calo. Chi è contro la barbarie non può che esultare.

Gianluca Zappa

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mercoledì, 27 maggio 2009

L'ITALIA CHE VIVE SULLE SPALLE DEI CLANDESTINI

Leggevo l’altro giorno sul giornale una notizia quanto meno paradossale, se non inquietante. A Lampedusa adesso, dopo avere per mesi e mesi protestato per l’invasione degli immigrati, ci si lamenta perché gli immigrati non ci sono più. Lampedusa è una delle poche zone del mondo dove ci si lamenta sempre: o perché ci sono troppi migranti, o perché ce ne sono troppo pochi.

Oggi nel centro di accoglienza  ne stazionano 23. Veramente poca cosa rispetto ai periodi in cui si arrivava fino a 2.000 persone. Ma perché ci si lamenta? Perché si perdono posti di lavoro! E sì, perché l’assistenza ai migranti dava lavoro a una quarantina di assunti a tempo determinato. E poi c’era tutto l’indotto per i negozianti del luogo, che guadagnavano bene, grazie all’imponente presenza delle forze dell’ordine. Adesso, pare, la pacchia è finita.

Questa è l’Italia, ragazzi, che s’inventa il lavoro anche sulla pelle dei poveri africani che varcano il Mediterraneo su barconi gestiti dalla malavita! Questo è il paradiso che quei poveracci sognano... molto poco paradiso, per la verità, se ha bisogno dei clandestini per smuovere la propria economia!

Nella mia totale, cristiana ingenuità, credevo che i Cpt fossero animati da volontari tutti dediti alla missione di aiutare i poveri. Una cosa stile Caritas. Non avrei mai pensato che l’aiuto ai poveri si fosse trasformato in un lavoro pagato. La vicenda Lampedusa la dice lunga, molto lunga sullo strano, ambiguo rapporto che c’è tra alcuni italiani e i clandestini. Altro che contrastare l'illegalità! Qui si vive grazie all'illegalità.

Questa è la realtà, questi sono i fatti. Il resto è retorica. Per intenderci, la retorica con cui due giorni fa Massimo D’Alema e Giuliano Amato scrivevano al Corriere della sera. Iniziando così: “Proviamo a immaginare l’impossibile. L’Italia privata all’improvviso dei cinque milioni di cittadini immigrati residenti nelle nostre regioni, città, borgate. Sarebbe la paralisi”. E’ un attacco retorico e da scoperta dell’acqua calda. Tra l’altro è davvero un’immagine impossibile, perché nessuno, o pochissimi, si augurano che i cinque milioni di immigrati entrati nel nostro suolo e perfettamente integrati se ne debbano andare. C'è una certa differenza tra accogliere, integrare e dare lavoro (secondo le possibilità che ci sono, secondo la legge e la tutela della dignità della persona umana) ed  essere presi d'assalto da dei disperati senza alcuna prospettiva.

I lamenti di Lampedusa, però, dicono qualcosa d’altro. E cioè che qui non si tratta più di quei cinque milioni, ma di altre migliaia di poveri disgraziati sui quali si vuole lucrare. Migliaia, centinaia di migliaia che vengono a fare una vita da cani qua da noi, finendo inevitabilmente preda dello sfruttamento e della malavita. Un fenomeno che si fa sempre più preoccupante, se è vero che gli sbarchi dei clandestini sono in continua crescita (22.000 nel 2006, 20.000 nel 2007, 37.000 nel 2008 e in aumento già nei primi mesi del 2009). E se è vero che proprio il nostro territorio, molto più che la Grecia, la Spagna e il Portogallo, è invaso dagli sbarchi non legali.

E’ gente che spesso non è identificabile, non ha passaporto né altri documenti. Non si tratta di persone che chiedono il diritto d’asilo, ma di disperati che vengono in cerca di fortuna. E quando chiedono il diritto d’asilo, come accertare, se non hanno documenti, che la loro situazione è quella di perseguitati politici? Soggiornano per mesi nei centri di accoglienza (dove lavorano i famosi stipendiati a tempo determinato) e poi, muniti degli inutili “fogli di via”, non vanno via: restano in Italia.

Mi trovo d’accordo con quanto scritto da Alberto Ronchey: “Le più generose concezioni dell’accoglienza non bastano a sottostimare, o ignorare, l’insostenibilità d’una pressione illimitata dell’Africa gravante sull’Europa”. Questo è il problema. L’egoismo dei Paesi ricchi ha condannato gli africani ad una vita di schiavi nomadi. A qualcuno addirittura fa comodo che lì’immigrazione clandestina continui ad esserci.  Il problema non si risolve tanto con quello che ogni singolo Paese riesce a fare, con la caritatevole accoglienza nei confronti del povero (che tanto tale rimane, e sfruttato, e disperato), ma con una politica mondiale di aiuto serio allo sviluppo di quelle popolazioni. Solo quando l’africano non sentirà più il drammatico bisogno di abbandonare la propria famiglia, la propria casa, il proprio paese, potremo dire di aver fatto qualcosa di veramente concreto.

E' inutile continuare a riempirsi la bocca di parole come solidarietà ed integrazione. La triste realtà è che oggi, ai disperati clandestini, l'Italia può solo offrire una prospettiva: quella di vivere in condizioni addirittura peggiori rispetto a quelle che lasciano nei paesi d'origine. E allora, che razza di solidarietà è questa? Che razza di solidarietà è quella di chi campa sulle disgrazie altrui?

Nell’immediato, senza scomodare Hitler e il razzismo, credo sia importante dare un segnale di fermezza. Ai malavitosi che organizzano questi tragici ed inutili “viaggi della speranza”. Ai migranti, che scambiano l’Italia per l’Eldorado che non è. All’Europa e al mondo, colpevoli di non affrontare con politiche serie, efficaci ed energiche questa autentica emergenza che l’Italia sta pagando più di ogni altro.

Gianluca Zappa

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lunedì, 04 maggio 2009

IL VOLONTARIATO SECONDO COMIX

Vi racconto questa. Qualche giorno fa assegno agli studenti un tema di quelli usciti alla maturità. Vi si parla dei giovani che s’impegnano in azioni di solidarietà, in forma cooperativa od associata, e si chiede di ricercare le motivazioni che sono alla base di tali comportamenti.

Durante lo svolgimento, a qualcuno viene in mente che “sul diario” c’è la lista della associazioni di volontariato. Il diario è Comix, il più diffuso tra i ragazzi, un must, evidentemente, per lo studente medio perfettamente, anche se inconsapevolmente, integrato nel sistema. Mi faccio consegnare un diario e vado a consultare la lista. Mi va subito il sangue al cervello.

C’è di tutto: dall’Admo all’Aido, all’Ail, all’Avis, alla Lega antitumori, al telefono verde AIDS (versante medico); c’è l’Unicef e il Telefono azzurro e il telefono giovani (versante giovani); ci sono i Medici senza frontiere, Amnesty International, La Fondazione africana per la medicina e la ricerca, il Commercio equo e solidale, Emergency (versante terzo mondo e diritti umani); ci sono Greenpeace, Legambiente, Enpa, Lav, Lipu e WWF (versante ambientalismo).

C’è veramente tutto? No! Mancano i riferimenti alle innumerevoli associazioni di volontariato che sono espressione del mondo cattolico. Non si fa il minimo accenno alla Caritas, alle associazioni e alle comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti e degli alcolizzati, alle associazioni di assistenza ai carcerati, alle Misericordie, ad una fondamentale forma di volontariato che sono i Centri di aiuto alla vita, sparsi su tutto il territorio italiano.

Lo studente medio perfettamente integrato nel sistema, deve restare all’oscuro, non deve conoscere tutta questa immensa realtà, viva ed operante intorno a lui, molto più, che so, dell’Unicef o dei Medici senza frontiere. E’ in questo modo che si fa breccia nel mondo giovanile. Si accendono i riflettori su associazioni che spesso non sono niente più che una sigla. Si spengono quando si tratta di Chiesa e laici cattolici impegnati. Non solo. La lista è significativa, perché esprime i valori, la cultura di riferimento, le priorità che stanno a cuore ai redattori di Comix.

Mi spiego. Si dà risalto alle associazioni che difendono la foca monaca o la lince ispanica, che girano i litorali con i sacchi dell’immondizia a raccogliere i rifiuti, che, insomma, proteggono “madre natura”. Si tace completamente sulle associazioni che proteggono dallo sterminio l’essere umano. Il Movimento per la Vita, per esempio, che di fronte alla prospettiva dell’aborto aiuta le donne che hanno problemi e condivide i loro disagi, affinchè la vita nascente venga salvata ed accolta.

Si parla di prevenzione dell’Aids, ma si tace su quanti aiutano le vittime del virus, che spesso sono i tossicodipendenti. Il recupero del drogato non è evidentemente importante, né degno di stare in lista. Si pubblicizza Amnesty International o i Medici senza frontiere, e non si trova una riga per trascrivere l’indirizzo di qualche agenzia missionaria presente nel terzo Mondo (peccato: si sarebbe aperta una finestra su attività che, contemporaneamente, educano, offrono assistenza materiale e medica, combattono per la promozione umana e per le quali il giovane può effettivamente svolgere un’attività di volontariato).

Qual è il motivo di questa esclusione? Vorrei una risposta dai miei lettori. Qualcuno (temerario) potrà arrivare a dire che si sono pubblicizzate solo le organizzazioni laiche, non legate al Vaticano (il famoso Vaticano che, secondo qualche cretino – si può dire? - dovrebbe essere confinato in Groenlandia). Obiezione inaccettabile. Ma anche fosse: il Movimento per la Vita è un’associazione di laici che non è un’emanazione del Vaticano. Passi la Caritas. Ma perché non citare, che so, il Banco Alimentare, che si occupa di raccogliere fondi e viveri per i poveri in Italia? O le Misericordie (così attive anche in occasione dell’ultimo terremoto)? O l’AVSI, promotrice di progetti di solidarietà nel Terzo Mondo, dall’Uganda, al Brasile, al Sudan, all’Iraq?

Ripeto: qual è il motivo? Io ne trovo uno solo: oscurare l’imponente attività di solidarietà della Chiesa e dei suoi fedeli. Anche a prezzo di rappresentare una realtà tronca, mutila, e, diciamolo, pure poco significativa.

Chi ama la verità e l’obiettività non ha che una soluzione: prendere Comix, buttarlo nel cassonetto, cambiare diario e spiegare a tutti quelli che conosce la propria scelta rivoluzionaria. Quindi, se vuole anche fare del volontariato, rivolgersi a qualche struttura legata, direttamente o indirettamente, alla Chiesa cattolica.

Gianluca Zappa

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mercoledì, 29 aprile 2009

LA CHIESA CHE AIUTA E SOSTIENE I POVERI

Giorni fa un lettore scriveva una breve lettera al Corriere della Sera. Eccola: “Di solito sono molto critico sulle prese di posizione del Vaticano su gay, aids, stato delle donne, eccetera. Ma dimentico che la Chiesa non è solo a Roma ma è fatta di preti che svolgono in silenzio e con molta semplicità il loro servizio. Questo sta accadendo quotidianamente nelle zone terremotate. Grazie”.

Una lettera molto significativa ed ottima come spunto di riflessione. Vale la pena di chiosarla.

Innanzi tutto si tratta di un riconoscimento onesto di quanto la Chiesa ha fatto in questi giorni per i terremotati dell’Abruzzo. Sono stati mandati milioni di euro (non so quantificarli, perché a quelli inviati direttamente dalla CEI si aggiungono i proventi delle collette spontanee messe in piedi in tutte le parrocchie italiane e di quelle organizzate ufficialmente). E’ immediatamente scattata la rete di solidarietà tipica della Chiesa italiana, presente sul territorio e vicina ai bisogni della gente.

A questa catena di carità fraterna, si è aggiunta l’opera eroica dei preti abruzzesi, che l’estensore della lettera (evidentemente coinvolto direttamente nella sciagura) sente il bisogno di ringraziare. Si potrebbe aggiungere l’opera delle organizzazioni cattoliche, come gli scout o le Misericordie, per citarne un paio, da sempre mobilitate nelle situazioni di emergenza ad integrare gli interventi statali.

Questo è il volto della Chiesa che piace, quello che tutti capiscono, quello per cui tutti sono disponibili a spendere delle buone parole. Qualche giorno dopo, sempre sul Corriere, è intervenuto con un suo fondo, dal titolo “La missione di carità”, Michele Salvati, il quale si è lanciato in lodi sperticate alla Chiesa e al presidente della CEI cardinal Bagnasco per le iniziative messe in atto a favore dei terremotati.

Ma ecco che, insieme alle lodi, arrivano subito le critiche e i distinguo, come nella lettera in questione. E un’artificiale contrapposizione pretichefannoinsilenzioilpropriodovere - Vaticano. I primi sono, naturalmente, il volto buono della Chiesa; il secondo è la Chiesa-istituzione, la Chiesa-stato, la Chiesa-soggetto politico, che sta proprio sulle scatole. E’ la solita storiella, contrabbandata con molta abilità e risonanza anche da quell’imbecille di Giovanotti.

Quello che non si vuole accettare, quello che non si vuole ammettere, quello che si cerca affannosamente di esorcizzare è un fatto semplice semplice: e cioè che la Chiesa o la prendi in blocco così com’è, oppure stai parlando di qualcosa che non esiste realmente, che è solo nella tua zucca. Non si può distinguere tra il Vaticano, la CEI e l’opera di un prete abruzzese che si dà da fare tra le macerie delle case distrutte. E’ comodo farlo, certo, ma è una menzogna.

La Chiesa che manda milioni di euro in Abruzzo (a proposito, non sarà anche questa una inammissibile interferenza nella vita di un altro Stato?) è la stessa, esattamente la stessa che tuona contro la manipolazione dell’embrione, contro l’equiparazione della convivenza tra gay al matrimonio, contro l’aborto, contro il divorzio facile, contro l’assoggettamento del Terzo Mondo alla lobby capitalistica della pianificazione delle nascite.

Prendere o lasciare, baby. In blocco, non solo quello che piace o fa comodo.

Si è vista all’opera la carità ecclesiale? Si è vista all’opera la solidarietà viva e spontanea degli uomini di Chiesa? Si vede all’opera tutti i giorni, nelle mense della Caritas, nelle parrocchie, nelle comunità terapeutiche, nelle case famiglia, nelle associazioni laicali che sono presenti in tutti i campi? Certo che tutto questo lo si vede! E lo si apprezza anche! Ma perché poi non si fa il passo successivo? Perché non ci si chiede: ma se questa gente è così pronta, dedita ed efficace nell’aiutare gli altri, non sarà che sta aiutando l’umanità anche quando la critica, quando porta avanti le sue dure battaglie? Non sarà che lo stesso amore per i poveri spinge la Chiesa a mettere in piedi una mensa per i barboni e, contemporaneamente, a pronunciarsi contro l’aborto?

Questo passaggio onesto non lo si fa. Non si ha il coraggio di mettersi in discussione, di approfondire onestamente il ragionamento. Tant’è che il citato Michele Salvati, nel citato articolo, ha avanzato una “modesta proposta”, direttamente alla Chiesa: “perché non accentua questa sua missione di carità più di quanto, o almeno quanto, essa sottolinea la sua intransigenza in materie di procreazione assistita o di testamento biologico?”.

Come si vede, è una proposta veramente modesta. La proposta di uno che non riesce a mettere insieme le cose (perché è lui che non ci arriva) e vorrebbe che gli altri si regolassero sulla base della propria mediocrità.

La Chiesa ha fatto molto e continuerà a fare molto per l’Abruzzo. La visita di ieri di Papa Benedetto XVI è stata un grandissimo momento di solidarietà e di vicinanza all’uomo sofferente. La Chiesa “ufficiale” (quella che sta a Roma) si è mossa. Chissà se l’estensore della lettera si è commosso nel vedere il “Capo del Vaticano” dalle sue parti.

Oggi la Chiesa guadagna posizioni nei sondaggi d’opinione. Domani, quando griderà nuovamente sulla sacralità della vita umana, contro ogni manipolazione e violenza dell’uomo sull’uomo, magari scenderà di nuovo nella classifica.

La Chiesa è così. Prendere o lasciare. O, magari, sforzarsi di cominciare a comprendere.

Gianluca Zappa

 

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