ELOGIO DELLA NORMA
Sull’ultimo numero di Style, il magazine mensile del Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà punta il dito, con il sarcasmo e la verve compositiva che indubbiamente le appartengono, contro un prototipo nazionale: l’ “ex-civile” (ossia il borghese, protagonista del miracolo italiano del secondo dopoguerra, e progressivamente imbarbaritosi fino a livelli d’inciviltà diffusa). L’articolo mette alla berlina un male archetipico della società italiana - la mancanza di educazione, di compostezza, di rispetto… dai costumi ai rapporti sociali e lavorativi - che ha fornito ampio materiale alla commedia, alla satira ed alla critica sociale. Ma oltre la denuncia (e il solito scherno delle classi impreditorial-dirigenti) la Rodotà non si spinge, e non indaga quindi le possibili cause di questo fenomeno.
Si può muovere da un assunto, almeno in parte giustamente richiamato dalla giornalista del Corriere: l’inciviltà è ormai diffusa sia orizzontalmente (ad ogni latitudine sociale cioè) che verticalmente (in ogni età della vita). Valga la spiegazione più immediata per i giovani, i quali sono specchio della società in cui vivono (ebbene sì, anche quando occupano e spaccano i beni pubblici o giocano a fare la rivoluzione… per poi finire digeriti e metabolizzati negli ingranaggi della società che aborrono) e che difficilmente potranno assumere i comportamenti traditi dai loro modelli di riferimento. Questo Paese pullula di Docenti che non parlano l’italiano, di Dirigenti che non si sono mai annodati una cravatta intorno al collo, di politici dediti all’usurpazione del bene pubblico… e chi più ne ha più ne metta. Formarsi una coscienza ed un profilo umano e civico che preludano ad una condotta consona al vivere civile, diviene un’impresa dall’esito per nulla scontato. Una spiegazione questa, situazionale e non del tutto soddisfacente, ma comunque ampiamente invocata. Ma come spiegare la degenerazione di quei modelli referenziali che i “borghesi” adulti - e soprattutto quelli investiti di responsabilità in ordine alla maturazione delle nuove generazioni - debbono essere?
C’è stato un tempo in cui la ‘norma’ aveva un senso. In cui l’educazione, il contegno, la forma addirittura venivano adottati per una sorta d’istinto sociale, quasi inconsapevolmente, e non sconfessati neanche quando se ne sospettava la natura arbitraria e convenzionale. E non si accampavano scuse, né s’invocavano esempi deteriori o situazioni giustificanti. Neanche quando ce ne sarebbe stata abbondanza.
Poi la norma è stata attaccata ed erosa. Attaccata da quanti ne denunciavano la relatività e la storicità, in omaggio ad un metodo ‘materialista’ d’indagine che dalla storia era passato alla società e poi alla mente addirittura degli uomini. E dal relativismo al nichilismo (come ho scritto tempo addietro) il passo è breve… specie per quei giovani che all’iconoclastia sono fisiologicamente portati. E la norma è stata erosa, anche, da quella parte della società che, drogata da un progressismo efficientista e modernizzatore, l’ha sentita come un peso ed un laccio inutile e gravoso, scontato e poco presentabile. E via dunque al ‘tu’ generalizzato, alla bella mostra di furberie e tradimenti vari, ad un estetismo sciocco e poco consapevole.
Beninteso, c’è qualcosa d’inevitabile in tutto ciò, che m’impedisce di divenire, da osservatore e indagatore del comportamento, sentenziatore e moralista. Sono seguace di Vico e non di Ezio Mauro. Non mi sognerei in alcun modo d’invocare un ritorno al passato, ben sapendo che i comportamenti tendono ad essere abbandonati quando non rispondono più alle esigenze universalmente avvertite, che ne hanno codificato i canoni. Né nego - o mi sottraggo - alla tentazione di derogare alla norma: per provocazione, ironia, egotismo. Ma la necessità di una ‘norma’ mi pare essenziale.
Riconoscere - e riconoscersi - in una norma significa aderire (esteriormente certo, ma è un bel prodromo) ad un sistema di relazioni, di valori, di obiettivi condivisi. Significa individuare nell’altro un portatore di istanze formalmente, non qualitativamente diverse - o inferiori - alle nostre. Significa abbandonare un individualismo sinonimo di egoismo, di protagonismo, di menefreghismo anche. Ed anche ammettere che l’uomo, che è solo con la propria coscienza nei momenti più alti della sua esistenza, realizza comunque se stesso più pienamente in comunità con i suoi simili.
Michel de Seingalt
categoria: cultura, attualitĂ , societĂ
















