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giovedì, 09 luglio 2009

MA IL VERO PROBLEMA E' IL NICHILISMO

C’è stato l’altro giorno su Avvenire, nella pagina Forum, un bel botta e risposta tra una mamma cattolica e il Direttore del giornale. Vale la pena riportarne alcune parti per riprendere la riflessione su quegli “imbarazzi cattolici” di cui già abbiamo parlato.

La mamma cattolica si chiede, “seguendo la propria coscienza cristiana”: “Se Cristo tornasse sulla terra che farebbe? Che direbbe? Chi caccerebbe dal tempio? Gli zingari sporchi, puzzolenti, ladruncoli, gli immigrati disperati che arrivano con barconi, gli omosessuali, i conviventi more uxorio, o quei bei signori profumati, anche truccati, che stanno seduti in comode poltrone nei palazzi del potere, predicando belle, moralissime parole (subito smentite nelle loro privatissime, ormai non più troppo però, vite familiari)?”.

Ogni allusione è puramente casuale, verrebbe da dire. Ma questa lettera, con queste domande, tradisce ancora una volta l’immaturità di un certo mondo cattolico che non ha capito qual è oggi la vera posta in gioco.

 

Il Direttore, pur riconoscendo che i discutibili esempi di condotta forniti dai vari personaggi della politica e delle istituzioni non aiutano certo nell’educazione delle nuove generazioni, riporta però la questione ai suoi termini essenziali (i corsivi sono nostri): “Non dimentichiamo che l’indisciplina, la partigianeria, il sesso a go-go, la droga, la pornografia, l’edonismo innalzato a regola, l’individualismo prevaricante, la violenza verbale, lo scetticismo (ovvero molte delle note antropologiche caratteristiche del presente) sono le indubbie eredità di una lunga stagione culturale egemonizzata da fenomeni precisi come il ’68 e il femminismo, costellata da scelte “epocali” quali il divorzio e il diritto all’aborto, scambiate anche da non pochi cattolici per conquiste di civiltà”.

 

Cioè, la questione non è tanto morale, quanto filosofica e antropologica. Chesterton l’aveva già intuito un secolo fa, quando diceva che la società moderna era incamminata verso il manicomio. Ma Chesterton, notoriamente, non proveniva dalla sacrestia, non frequentava corsi di formazione parrocchiali, sinodi diocesani, scuole della Parola... E non faceva il catechista.

La mamma-cattolica si scandalizza per il “cattivo esempio” di chi ci governa, ma non per il fatto che, ad esempio, oggi si generino programmaticamente degli esseri umani senza più padre o madre, o con padri e madri plurimi. Non si scandalizza affatto per una coppia gay che mette al mondo un figlio. Né tanto meno se perfino gli spermatozoi maschili vengono creati in laboratorio.

La mamma-cattolica non ha capito che la nuova, fondamentale questione, è quella di un attentato alle radici stesse dell’essere umano, più che ai comportamenti perbene. Lo spiegano ottimamente i miei amici di stranocristiano.it nel post intitolato Libertas Ecclesiae, che invito tutti a leggere.

A cosa serve stare a discutere di comportamenti corretti, se si stanno scardinando “tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità”? La signora si preoccupa per l’educazione dei propri figli. Ma perché non si preoccupa di un figlio che non avrà tanto problemi di sana educazione, quanto proprio d’identità umana? Un figlio che non saprà più chi è il padre o la madre, o ne avrà tanti da perdere l’elementare esperienza che tutti gli esseri umani hanno fatto dagli albori dell’umanità? La brava-mamma-cattolica queste le cose le ritiene di secondaria importanza.

Mi hanno lasciato sinceramente sorpreso i rilievi polemici sulla morale, da parte di chi in effetti non ha più nemmeno una morale di riferimento. Come fa un nichilista a prendersela con i modelli proposti dalla televisione commerciale? Il nichilista dovrebbe benedire la televisione commerciale, che ha contribuito alla grande a diffondere il suo credo. Come fa un nichilista a prendersela col capitalismo? Dovrebbe piuttosto benedire il capitalismo, che ha stretto un’alleanza col nichilismo. Un sessantottino, un radicale, una femminista che oggi fanno la morale, sono credibili quanto una prostituta che parli di verginità.

Il vero problema è filosofico ed antropologico. Il nichilismo, da sempre associato ad età di crisi e di decadenza, in quanto incapace di costruire alcunché, oggi, come spiega Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, “ha la pretesa di porsi come sostrato spirituale di un’epoca che non si pensa in decadenza. Anzi, esso si presenta come una sorta di Weltanschauung in grado di sostenere una crescita indefinita”. Capitalismo e nichilismo si sono alleati per garantire un continuo “cambiamento della scena”, unico fattore in grado di “riprodurre – anche se provvisoriamente – la certezza di quella realtà nella quale conduciamo la nostra vita quotidiana, anche se ciò non cancella la consapevolezza che non c’è nulla di duraturo, nulla per cui valga davvero la pena di vivere”.

E’ il trionfo del nulla. Nulla ha veramente importanza, nulla è definitivo e immutabile, tutto si evolve e cambia continuamente. La battaglia non è contro chi cade o inciampa rispetto alla morale tradizionale, ma contro chi si fa profeta di questo nulla, lo presenta come un valore, ne fa il sostrato di stili di vita, modi di essere, leggi.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, antropologia, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo, morale, senso della vita
martedì, 23 giugno 2009

IL GAIO, GELIDO VENTO DEL NULLA

La studente liceale (una quindicenne) mi chiede che differenza passa tra un ragazzo di estrema sinistra e un aderente a Forza Nuova. Domanda tipica di chi ha amici di entrambe le tendenze e vive le contraddizioni di un rapporto quotidiano. Abbiamo appena assistito allo spettacolo di fine anno del laboratorio teatrale della nostra scuola. Un pretestuoso e presuntuoso Gargantua, che, al termine di sberleffi e prese in giro a tutto il mondo (compreso, ovviamente e soprattutto, quello della religione), propone la morale finale del “fa quel che vuoi”, come ricetta per vivere bene e costruire un mondo nuovo.

Chi si è dilettato di esperienza teatrale sa benissimo  che c’è una contraddizione di fondo, perchè nessuno sulla scena “fa quel che vuole” e ogni spettacolo è frutto di una collaborazione, di una sottomissione, insomma, di una logica esattamente contraria. Evidentemente quei poveri ragazzi non l’hanno imparato ancora. E non hanno capito (perché hanno avuto dei cattivi maestri) che, come non si costruisce a teatro, così non si costruisce un bel niente nella vita con quella facile filosofia. Nemmeno se stessi.

Ma c’è dell’altro, c’è qualcosa di più tragico e nero come la pece. Ed è precisamente il nulla che è sotteso a quella filosofia. Il nulla che è anche la risposta alla domanda della mia studente, ciò che accomuna un ragazzo di estrema sinistra e un ragazzo di estrema destra, anzi, la maggior parte dei ragazzi e degli uomini di oggi.

Tra i Frammenti postumi a La volontà di potenza di Nietzsche si trovano queste righe sorprendenti: “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo”. Dobbiamo dire che questa profezia del 1887 si è avverata. Il freddo vento del nulla soffia sul mondo. E’ la grande realtà che sta sgretolando la nostra Fantasia, per usare un’immagine di Ende. Nietzsche l’aveva previsto, lucidamente.

Ma l’aveva previsto un altro grande del secolo scorso, Albert Camus, il cui Caligola afferma che “tutto è uguale, tutto è indifferente” e conclude che “se nulla ha un senso, tutto è permesso”. Camus aveva fatto anche lui una profezia, individuando nel Mythe de Sisyphe due modelli ideali di vita per chi si trova a convivere con l’assurdo del nulla: il dongiovanni e l’attore.

Il primo passa da un amore all’altro, senza più la disperazione romantica di chi cerca invano il vero amore, quanto piuttosto con la lucida e cinica determinazione di chi punta sulla quantità sapendo di non poter essere appagato dalla qualità. Il secondo (come spiega meravigliosamente Charles Moeller nel saggio Letteratura moderna e cristianesimo) fa propria la sorte di infiniti personaggi, passa da un volto all’altro, da un’esperienza all’altra. “Oggi voglio essere Venere”, dice Caligola entrando in scena travestito da dea. E’ fin troppo facile pensare alla moda odierna del transessualismo o delle identità fittizie favorite da Internet.

E’ la “morale della quantità” che genera (cito Moeller) la “frenesia di godimenti rapidi, colti a un ritmo da incubo” che oggi assilla tutti i giovani; “questi uomini ricominciano continuamente un gioco che sanno esser vano perché destinato al medesimo fallimento senza fine”, ma continuano a giocare.

Profezie che si avverano. “Fai quel che vuoi”, godi il più possibile, nulla ha senso, quel che conta è volere, agire, stordirsi.

Fanno sinceramente tenerezza e un po’ di pena dei ragazzi che credono ingenuamente di aver trovato una rivoluzionaria filosofia di vita e che invece sono pienamente conformi ad un’ideologia  che ha almeno più di un secolo di vita.

Fanno un po’ pena, ma anche una certa impressione, uomini che affermano la loro libertà nel mentre incarnano atteggiamenti, modi d’essere e di pensare che sono stati già ampiamente previsti.

E fa un po’ paura questo nichilismo che tutto riduce a gioco allegro in superficie, tragico nel profondo, questo nichilismo che tutto distrugge, tutto divora, atrofizzando il cuore dell’uomo con i suoi veri, infiniti ed eterni desideri.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, filosofia, antropologia, giovani, attualitĂ , societĂ , senso della vita
sabato, 14 marzo 2009

SOCCI, NAPOLEONE E MARGHERITA HACK

Pensavo ieri, dopo un’intervista ad Antonio Socci nell’ambito di un incontro pubblico sul suo ultimo libro, Indagine su Gesù, pensavo alla bellezza dell’amicizia con lui. E’ qualcosa che va ben oltre l’effettiva frequentazione (ci si limita agli auguri nelle feste comandate e ad incontrarci per la presentazione di un suo nuovo libro), perché è qualcosa di più profondo.

E’ il riconoscersi rinati nell’ambito di uno stesso incontro, che abbiamo fatto entrambi (e l’ho scoperto proprio questa volta) nello stesso anno. Un incontro ci ha cambiato la vita. Ci siamo trovati davanti una realtà umana bellissima che ci testimoniava un oltre. E ci siamo appassionati, fino alle lacrime. Un innamoramento, insomma, il cui oggetto del desiderio si chiama Gesù di Nazaret.

Sentire Antonio raccontare con entusiasmo questa storia, rievocarla nei dettagli, dire con foga che l’esperienza dell’incontro con Gesù è la più bella avventura che ti possa capitare, è stato un fare memoria di quello che è capitato anche a me. Gente che si riconosce figlia di questa storia vive un legame intenso, anche se in fondo si conosce appena.

Le pagine più significative di questo bel libro di Socci sono quelle, a mio parere, nelle quali si racconta e si dice come sia possibile ancor oggi vedere Gesù all’opera. Perché questo fatto è la reale e sconvolgente prova della sua risurrezione. Per tanta gente Gesù continua ad essere un contemporaneo, inspiegabilmente vivo. E’ forse il più grande miracolo, che è sotto gli occhi di tutti, se solo tutti avessero la necessaria apertura di mente e di cuore per guardare.

Una tale apertura ce l’aveva Napoleone, citato abbondantemente da Socci, il quale nelle sue Conversazioni religiose ebbe a scrivere: “Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Quanto a me, i miei eserciti mi dimenticano mentre sono ancora vivo, come l’esercito cartaginese fece con Annibale. Ecco tutto il nostro potere di uomini!.... Che abisso tra la mia profonda miseria e il regno eterno di Cristo, pregato, incensato, amato, adorato, vivo ancora in tutto l’universo”.

Gesù, un re da operetta su questa terra (e Napoleone di re e condottieri se ne intendeva), eppure misteriosamente ancora vivo, con un esercito di fedeli che non lo dimenticano. Questo era qualcosa che sconvolgeva il grande imperatore, che lo mandava letteralmente fuori di testa.

Socci racconta, fa nomi e cognomi. Storie significative: il rabbino capo di Roma Israel Zolli che si converte; lo scettico scienziato Alexis Carrel che a Lourdes, suo malgrado, deve assistere ad un miracolo; la storia (di questi anni) di Vicky, una ragazza disperata, siero positiva, abbandonata dal marito e dalla famiglia, che ritrova il coraggio di vivere grazie a Rose, una donna che le testimonia la possibilità di un amore grandissimo e sconfinato. E poi i miracoli, le apparizioni, i segni di un Dio che non lascia sola l’umanità. I volti di Padre Pio, di Madre Teresa, di Giovanni Paolo II (sul quale sta scrivendo il nuovo libro che uscirà a giugno). Ogni età ha i suoi santi. Ad ogni età è stata data la possibilità, da duemila anni a questa parte, di fare esperienza di Gesù vivo, contemporaneo.

Per spiegare come si fa a credere oggi in Gesù risorto, Socci prende a prestito un sicuro metodo, logico e lineare, niente meno che da Margherita Hack, l’astronoma notoriamente non credente, la quale nel 2007, annunciando la scoperta di un pianeta attorno alla stella “Gliese 581”, spiegava che esso era stato misurato con la tecnica delle “velocità radiali” e dava poi questa spiegazione: “Il pianeta non si vede, ma se ne desume l’esistenza attraverso i disturbi gravitazionali che il pianeta stesso apporta al moto della stella”.

La Hack crede all’esistenza di un pianeta perché, pur non vedendolo, ne vede gli effetti prodotti. E noi crediamo all’esistenza di Gesù, alla sua presenza operante nella storia, perché ne vediamo gli effetti. E’ la stessa logica dello scienziato, o la stessa logica di Napoleone. Noi cristiani siamo profondamente logici e ragionevoli nelle nostre deduzioni. Tra noi e la Hack c’è però una bella differenza: noi possiamo credere al suo pianeta affidandoci al suo metodo; lei non può credere a Gesù Cristo affidandosi al proprio metodo. Noi abbiamo più fiducia nella ragione, perché l’applichiamo sempre. Lei ha bisogno, ogni tanto, di non ragionare.

Chiudo ringraziando ancora una volta Antonio Socci: ascoltarlo e leggerlo è sempre un gran piacere. La sua stessa presenza, la sua umanità, la sua acuta intelligenza, la sua fede sincera e appassionata fanno, messe insieme, uno di quei segni inequivocabili della risurrezione di Gesù e della sua capacità di operare, oggi, nella vita degli uomini.

Gianluca Zappa

 

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categoria: cultura, religione, storia, scienza, attualitĂ , cattolicesimo, senso della vita
mercoledì, 11 febbraio 2009

LA SOCIETA' IMPAURITA CHE HA BISOGNO DEL BOIA

Finchè Eluana era viva, abbiamo fatto ogni sforzo per spiegare, con motivazioni razionali, perchè era ingiusto che venisse fatta morire. Le riassumiamo.

La scienza non sapeva darci alcuna certezza circa il suo stato di coscienza, ma con certezza ci diceva che quella donna era viva (chi ripeteva “è morta 17 anni fa” dava solo un'interpretazione soggettiva ed emozionale, che non c'entra nulla con la ricerca scientifica); non avevamo alcuna certezza circa la sua reale volontà (l'unico teste era il padre, che ripeteva le frasi dette dalla figlia allora diciottenne); di conseguenza era fasulla, o quanto meno molto discutibile, la sentenza dei giudici (e infatti per ben sette anni la magistratura aveva sempre respinto le richieste del padre), perchè basata su dei pallidi indizi e sulle descrizioni fatte sempre dal sig. Englaro; mentre si stava per approvare una legge sul testamento biologico (che prevede appunto un documento da cui risulti con chiarezza la volontà del paziente) Eluana diventava il primo e l'ultimo caso di una persona fatta morire solo sulla base di parole o pensieri ricostruiti da qualcun altro (una cosa assurda. Ammettiamo che un'amica di Eluana salti fuori adesso a dire che una volta Eluana, in un trasporto di amore ed amicizia, le abbia detto che la lascia erede della propria eredità.. chi le darebbe credito?); un sondino naso-gastrico non è un polmone artificiale, non è una macchina, e il trattamento fatto ad Eluana non è accanimento terapeutico; per ammissione del suo stesso medico curante (fiduciario della famiglia Englaro) la donna godeva di ottima salute (e, col senno di poi, o costui era un autentico incompetente, oppure si è fatto qualcosa perchè quella salute peggiorasse velocemente).

Ma ormai tutto ciò serve solo a scrivere una legge sul testamento biologico con maggiore consapevolezza ed attenzione. Vorrei fare altre considerazioni su questo caso, delle riflessioni più profonde, antropologiche e sociologiche, direi.

Ha ragione chi sostiene che si sono scontrate due culture, quella della vita e quella della morte. Ma non è tutto. Si è scontrata la cultura della speranza e quella della disperazione; la cultura del coraggio e quella della paura; la cultura dell'accoglienza e quella della rimozione.

Mi restano in mente le immagini di due stanze, molto diverse. Quella dove Eluana è stata accolta e custodita per 15 anni dalle suore di Lecco e quella dove è stata segregata per sette giorni nella clinica di Udine. Finchè è rimasta nella prima delle due stanze, Eluana è stata trattata come un essere umano vivo, con normalità: pulita, massaggiata, nutrita ed idratata, ossigenata, portata (quando possibile) all'aperto, in giardino, su una carrozzella. Quando è entrata nell'altra stanza è diventata un corpo senza vita, in attesa di cessare le proprie funzioni vitali. Sola, circondata unicamente da medici ed infermieri decisi ad applicare le procedure del protocollo di morte.

Chi è entrato nella prima stanza ci parlava di una donna addormentata, tranquilla, dalla pelle vellutata; chi è entrato nella seconda, di un mezzo cadavere inquietante (sarà un caso che il padre abbia invitato Napolitano e Berlusconi a visitarla solo in questa seconda fase?).

In realtà Eluana era quello che era: una persona in stato vegetativo. La differenza era tutta nello sguardo, nell'approccio delle persone e, quindi, nella diversa dedizione al suo caso. Di “buona morte” ha sempre parlato la pietà cristiana, ma le Confraternite della buona morte avevano il compito di stare vicino al malato e di dargli coraggio e assistenza negli ultimi istanti di vita; e del resto una grande santa dei nostri giorni, Teresa di Calcutta, faceva qualcosa di eroico: prendeva dalla strada i moribondi e li portava in un luogo dignitoso a morire, assicurando loro la sua presenza, il suo caldo sostegno umano. Questo avveniva nella clinica di Lecco. Questo non avveniva ad Udine, dove “buona morte”, eutanasia, significava “procurare la morte”, nel modo più indolore possibile.

Quale delle due stanze hanno riempito l'immaginario comune? Purtroppo la seconda. Purtroppo ha vinto la disperazione del sig. Englaro. Purtroppo ha vinto l'immagine tremenda, paurosa, di un essere umano prigioniero della vita, che deve essere “liberato”. E' solo un'interpretazione, uno scenario, molto differente da quelli (che sono la maggioranza, ma di cui non si parla spesso) dove parenti ed amici custodiscono e curano delle persone (bambini, giovani, vecchi) che si trovano nella stessa situazione di Eluana.

Oggi siamo tutti impauriti. Coinvolti nell'ossessione del sig. Englaro, nella sua tragica interpretazione dell'esistenza di sua figlia, abbiamo paura della scienza, dei medici, delle “macchine”, dei sondini naso-gastrici che macchine non sono... Dite la verità: non vi sentite terrorizzati? E che cos'è questo famoso testamento biologico se non un rimedio per esorcizzare la paura fondamentale che ci ossessiona: se ci fossi io in quelle condizioni? Il testamento sembra la risposta ad ogni paura, ma è un palliativo, non una risposta, perchè ci rimane la paura fondamentale: e se io, in quelle condizioni, non volessi più che si faccia quello che ho scritto di mio pugno, ma fossi impossibilitato a dirlo?

Nella grande confusione tra accanimento terapeutico e nutrizione d alimentazione che ci hanno messo in testa, crediamo che ovunque, in Italia, ci siano casi di prigionieri dei loro corpi. E non è così, non succede. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di normare il testamento.

Le conseguenze sono gravi. Una società impaurita si blocca, non genera, non costruisce. Non posso progettare una casa con la paura che crolli da un momento all'altro. E siccome la vita, in fondo, è tutta un rischio, la paura è il nostro vero nemico. Non siamo più in grado di concepire un legame matrimoniale stabile, che sfidi il destino; i genitori hanno paura di mettere al mondo un figlio malato; oppure hanno paura dei sacrifici che comporta un figlio (in termini economici e di perdita della propria libertà); all'inverso, abbiamo paura di non riuscire a procreare; abbiamo paura della morte e della malattia; in sostanza, abbiamo paura della vita.

Una società impaurita ha sempre fatto delle grosse sciocchezze. Una società impaurita ha bisogno del boia. Del giudice che mette la sua firma su un atto che decreta l'eutanasia o su quello che decreta la morte di un matrmonio; del medico e dell'infermiere che si incaricano dell'aborto; dello scienziato che manipola l'embrione umano, per fugare le nostre paure; del medico che fa l'iniezione letale, per mettere fine, pietosamente, ad una vita.

Forse ci potrebbe salvare un tipo diverso di paura: il vecchio, tradizionale “timor di Dio”. Quel timore di toccare e sporcare ciò che è sacro, che sembra del tutto sparito dalle coscienza degli adulti e dei giovani di oggi. Quel timore è produttivo, non blocca, non paralizza, mette in movimento, fa cercare soluzioni alternative a quelle disumane e barbare. E non richiede l'intervento dei boia. Chiede, semmai, degli uomini forti, coraggiosi, pieni di speranza. Dei santi, forse.

Io penso che ci aiuterebbero queste domande: preferisco essere un boia o un santo? Ho più timore di essere Eluana o di essere il medico che deve farle la puntura mortale, o quello che deve procurare l'aborto, o il politico o il giudice che con la propria firma ha il potere di decidere della vita di un essere umano? Pensiamoci: un giorno i boia potremmo essere noi!

Gianluca Zappa

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categoria: antropologia, diritti umani, attualitĂ , eutanasia, senso della vita, eluana
mercoledì, 28 gennaio 2009

QUELLI CHE NON HANNO BISOGNO DI DIO

 Al grande Blaise Pascal gli atei sembravano della gente strana. Scriveva infatti nel trecentotrentacinquesimo dei suoi Pensieri: “Pretendono di averci ben rallegrato, col dirci che sono sicuri che la nostra anima è solo un po' di vento e di fumo, e ancora, di dircelo con un tono di voce fiero e soddisfatto? E' questa dunque una cosa da dirsi allegramente? Non è, al contrario, cosa da dirsi con tristezza, come la cosa più triste del mondo?”.

Ma la domanda di Pascal deve essere caduta nel dimenticatoio, se in Inghilterra e in Spagna girano autobus con la scritta “Dio non esiste: smettila di preoccuparti e goditi la vita” e se in Italia una sedicente Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti ha provato a lanciare, sempre per gli autobus, uno slogan un po’ più modesto, ma molto simile: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”.

In realtà non c’è nessuna buona notizia collegata al fatto che “Dio non esiste”. Lo dimostrano le grande voci dell’ateismo, che coincidono, guarda caso, con quelle del pessimismo mondiale, da Lucrezio a Leopardi, da Montale a Camus. Quelli che della notizia erano entusiasti, come Nietzsche, sono finiti in manicomio o hanno dato la stura a totalitarismi che hanno lacerato gli esseri umani come mai era avvenuto nella storia.

Celebriamo in questi giorni la Giornata della Memoria, e ricordiamo le vittime del Superuomo che si pone al di là del bene e del male, che si ribella a Dio, lo cancella dal proprio orizzonte e si sostituisce a Lui. Scusate: quale felicità hanno prodotto per l’umanità i regimi nati e prosperati (e infine crollati) sulla morte di Dio? Guardando alle atrocità di Auschwitz, delle Foibe istriane, dei genocidi di Pol Pot, di Kolima, cosa c’è da rallegrarsi? Guardando a questa nostra società odierna, che prospera sterminando i propri figli negli ospedali, e intanto si rimbecillisce di droghe, di sesso sregolato e stupri di gruppo, che riduce a merce e ad oggetti gli uomini, e che fa tutto questo nella sua splendida lontananza ed ignoranza dei precetti divini, cosa c’è da rallegrarsi?

Forse lo potranno fare quelli che si godono la movida, magari quando riescono a non pensare alla noia della loro vita. Loro possono permetterselo, a patto di avere soldi, gioventù, salute, una libertà figlia di un egoismo (e di una profonda solitudine). Non è una cosa per tutti.

A fronte di questa minoranza di privilegiati, ci sono milioni di persone nel mondo che hanno ancora bisogno di Dio, perché hanno uno sguardo sulla vita più realistico.

Odifreddi e i suoi compagni atei e razionalisti ci dicono che “non abbiamo bisogno di Dio”. E sono allegri e sereni, tanto da scriverlo anche sugli autobus. Ma la loro è una bugia, ampiamente dimostrata dalle grandi e vere voci del pensiero umano.

Mi sono trovato a rileggere insieme ai miei studenti, in questi giorni, Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. C’è una lettera, in particolare, quella da Ventimiglia del 19-20 febbraio, in cui Foscolo tocca il nocciolo delle contraddizioni del pensiero ateo e razionalista, che all’uomo infelice (quindi ad ogni uomo, perché ogni uomo è radicalmente infelice sulla terra) è solo capace di rispondere che deve tollerare le proprie sofferenze “per gli altri”. Cioè deve essere un eroe.

Ma, obietta Iacopo-Foscolo, “chi odia la propria vita può egli amare il minimo bene che è incerto di recare alla Società e sacrificare a questa lusinga molti anni di pianto? e come potrà sperare per gli altri colui che non ha desiderj, né speranze per sé; e che abbandonato da tutto, abbandona se stesso?”. Quale bene costruire su questa terra, se non c’è bene autentico? “Non sei misero tu solo”, risponde il filosofo razionalista, ma Jacopo-Foscolo (che pure parte da posizioni atee e materialiste) risponde: “Pur troppo! ma questa consolazione non è anzi argomento dell'invidia secreta che ogni uomo cova dell'altrui prosperità? La miseria degli altri non iscema la mia. Chi è tanto generoso da addossarsi le mie infermità?”.

La domanda finale è decisiva e fa pensare subito a Uno che, ci viene detto, si è addossato tutte le nostre sofferenze, morendo e risorgendo per amor nostro. Foscolo aveva bisogno di Cristo, cercava Cristo. Questo emerge dal romanzo, dove la vita è diventata un inferno nel quale è solo possibile sognare (per citare Ludwig Wittgenstein).

Ma ve lo immaginate Odifreddi andare a dire col suo faccione sorridente al povero Jacopo: “Tranquillo, Dio non esiste e non ne hai bisogno”? Ve lo immaginate Voltaire ripetere ossessivamente, con quel suo ottimismo un po’ imbelle, che l’unica cosa che conta è coltivare il proprio orticello, dimenticandosi di tutto il resto?

Gente strana, ripeteva Pascal, scuotendo mestamente la testa. Il grande Chesterton ci andava giù più duro. Questi sono proprio pazzi, diceva; ripetono all’uomo “di pensare a quello a cui deve pensare, senza curarsi dell’Assoluto. Ma io dico che una delle cose a cui l’uomo deve pensare è precisamente l’Assoluto. Oggetto del pragmatismo sono i bisogni umani; e uno dei primi bisogni dell’uomo è quello di essere qualcosa di più di un pragmatista”.

L’esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima sono una cosa “che ci interessa così fortemente, che ci tocca così profondamente, che bisogna aver perduto ogni sensibilità per rimanere indifferenti a sapere come stiano le cose. Tutte le nostre azioni e pensieri devono prendere indirizzi talmente diversi a seconda che si avranno o non si avranno beni eterni da sperare” (Pascal).

Bisognerebbe spiegarlo ad Odifreddi e all’Unione Atei e Razionalisti. Loro non l’hanno ancora capito.

Gianluca Zappa



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lunedì, 05 gennaio 2009

COMPLEANNO

45 anni fa, più o meno a quest’ora che scrivo, venivo al mondo. Era mezzogiorno di una Domenica.

Inevitabile, in una ricorrenza così, mettersi a pensare.

Stamani, per esempio, verso le dieci, riflettevo che 45 anni fa non ero ancora nato. Gianluca Zappa non era mai venuto al mondo. Il mondo sarebbe girato senza di me. Non so se meglio o peggio, ma di sicuro senza di me. E mi veniva in mente quel bellissimo film di Capra, “La vita è meravigliosa”, in cui il protagonista per un attimo desidera di non essere mai nato e ha il privilegio di vedere cosa sarebbe successo senza di lui. E’ allora che scopre quanto la sua vita fosse stata importante per quella di molti altri.

Io so che la mia vita è stata importante, anche solo per il fatto che, senza di me unito a mia moglie Ornella, non ci sarebbero mai stati Francesca, Nicoletta e Francesco. Non ci sarebbe stato nemmeno questo blog, dove molti sono passati a leggere e a scrivere.

La nostra vita è importante ed è strettamente legata a quella di tanti altri.

Noi siamo importanti, anche se ci sentiamo a volte piccoli piccoli o molto deboli.

Sono entrato in una chiesa a pregare, o meglio, a ringraziare. Perché questa vita non me la sono data da solo e non mi sono fatto da solo così come sono. Io credo che Uno mi ha pensato e mi ha mandato qui. Uno presso il quale dimoravo, prima di scendere in missione sulla terra. E lo devo ringraziare per i doni che mi ha fatto (e me ne ha fatti tanti). Lo ringrazio anche per le debolezze contro le quali devo lottare, per i limiti che mi bloccano, per ciò che non mi piace di me e mi scandalizza. La mia vita è un’avventura, fatta di momenti esaltanti e momenti faticosi, strettamente legati tra loro.

Ripenso a questi 45 anni e ringrazio Dio anche per un fatto importantissimo: perché vedo la Sua costante mano, il Suo disegno misterioso, che mi ha condotto fin qui. Ci sono stati momenti molto dolorosi, ma era per un bene più grande che si andava preparando. Non sono stato mai abbandonato un attimo. A volte sono stato anche, come dire, condotto per mano.

Dunque ho pensato: Lui mi ha fatto così come sono e lo devo ringraziare per questo. Non è un pensiero banale: tutti abbiamo fatto l’esperienza, nella vita, di qualche istante in cui abbiamo desiderato essere altro da quello che siamo. Ma saremmo degli ingrati se non facessimo lo sforzo di guardare con simpatia e con responsabilità a quello che siamo, perché non siamo così a caso.

 

Il privilegio di noi credenti è quello di vivere una vita che ha un senso, quindi una vita che può anche non essere facile, ma che è felice.

Cosa desiderare, allora?

Di percorrere tutta, e con sempre maggior forza e determinazione, la strada sulla quale Lui mi ha messo. Continuando a seguire quel filo misterioso che è nascosto nella trama dell’esistenza.

Gianluca Zappa

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categoria: senso della vita