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mercoledì, 28 ottobre 2009

HALLOWEEN E L'IRRAZIONALITA' DEL NUOVO PAGANESIMO

Un nostro lettore, commentando il post sull’ora di Islam, che fatalmente ha portato con sé commenti sull’ora di religione cattolica, si chiedeva in sostanza quale beneficio abbia portato agli studenti l’insegnamento della religione a scuola, se poi tutti si bevono le cretinate di Dan Brown. Secondo il lettore, questo fatto, e cioè la supina accettazione delle fantasmagoriche tesi del Codice da Vinci, sarebbe la dimostrazione che non è stata fatta un’adeguata formazione religiosa. Un’ora scolastica di Storia delle religioni risolverebbe ogni problema.

Magari fosse così semplice, diciamo noi! Magari bastasse una solida preparazione culturale per non cadere nelle trappole dei nuovi mistificatori! In realtà siamo di fronte ad un problema molto più complesso e di difficile soluzione.

Quello che sta succedendo è stato già previsto: mentre si crede sempre meno in Dio, si è sempre più disposti a “credere a tutto”. Una società di credenti viene rimpiazzata da una società di creduloni. L’irrazionale ha fatto pesante irruzione nella coscienza collettiva, propagato e veicolato dalla stampa, dal mondo dei media, dal cinema. L’umanità è in preda a prurigini da mistero, ma un mistero tornato inquietante, oscuro, impenetrabile. Una mentalità neo pagana ha preso il posto della salda coscienza cristiana e perfino certi grandi santi della fede cattolica (si prenda, per esempio, Padre Pio) vengono strumentalizzati e inseriti in un contesto che predilige il miracolistico, il portentoso, il superstizioso.

Niente di più facile, allora, che un Dan Brown riesca meglio del Catechismo della Chiesa cattolica  ad intercettare, affascinare e, quindi, plasmare le coscienze delle persone. Per un pubblico che ha perso ogni capacità di giudizio, che inghiotte tutto senza farsi domande, che vive solo di stimoli e sensazioni forti, ambigue, erotiche, la vicenda del Codice da Vinci è molto più stimolante dalla parabola del figliol prodigo.

L’aggressione dell’irrazionale alla filosofia cristiana (che invece sempre ha fatto di tutto per valorizzare la ragione) è evidente e continua. Ci prepariamo alla nuova carnevalata di Halloween, questa festa pagana che mette in scena morti viventi, streghe e fattucchiere, amuleti, magia, superstizioni pagane, simboli satanici. La morte (quella morte che San Francesco chiamava “sorella”, in quanto passaggio ad una nuova vita, anzi, alla vera vita della comunione con Dio) torna ad essere un che di inquietante ed indefinibile, una sorta di divinità. Le tenebre tornano sulla terra a contrapporsi minacciose al tempo degli uomini. Nulla di più anticristiano della festa di Halloween, ma nelle parrocchie si affittano tranquillamente gli spazi perché i ragazzini festeggino la macabra carnevalata.

E dopo Halloween, ci prepariamo al tradimento di un Natale sfigurato, svuotato di ogni significato. I nostri bambini vengono educati dai cartoni animati di Walt Disney alla venerazione di un fantasmagorico “spirito natalizio”, fatto di amore e di bontà, ma del tutto slegato dalla sua vera origine. Il Natale diventa una festa di stagione, fatta di simboli solo lontanamente cristiani (come il commercialissimo Santa Claus), che non dicono più con chiarezza che alla base di tutto c’è la nascita del Figlio di Dio. Questa elementare verità non è più comunicabile, non è sentita come corretta. Non sta bene presentare un Natale cristiano, come se il Natale potesse essere qualcosa d’altro.

Il sonno della ragione genera mostri, e questa nostra è l’epoca della ragione addormentata. Il Cristianesimo esalta e valorizza la ragione, senza negare il Mistero, ma è evidentemente troppo razionale per un’umanità che ormai vive solo di sentimenti incontrollati, lasciati correre a briglia sciolta.

E per risollevare l’umanità basterebbe una striminzita ora scolastica di storia delle religioni? Chi lo crede e lo afferma è davvero ingenuo, o forse non ha valutato bene la gravità della situazione.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, scuola, antropologia, televisione, attualitĂ , tradizione, cattolicesimo
giovedì, 22 ottobre 2009

UN'ORA D'ISLAM

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, con la crisi economica in atto, avrebbe cose molto importanti e serie cui dedicarsi. E invece cosa ti fa? Ti tira fuori una proposta che ci azzecca come i cavoli a merenda, quella dell’ora di Islam nelle scuole pubbliche. Urso non è un isolato pensatore: il suo gruppo di riferimento è quello della Fondazione culturale che fa capo a Gianfranco Fini. E questo già dice molte cose.

Io ho una mia personalissima tesi, che non riesco a togliermi dalla testa. Molte iniziative e pronunciamenti dell’on. Fini, l’uomo di destra più amato dalle sinistre italiane, hanno uno scopo ben preciso: colpire la Chiesa cattolica, indebolirla e modificare in senso laicista la cultura e le leggi di questo Paese. Cercherò di spiegare come la proposta dell’ora di Islam risponde a questa strategia.

Innanzi tutto va detto che di questa proposta i primi a non sentirne il bisogno sono proprio gli islamici. Lo spiegava bene l’altro giorno sul Corriere Paolo Branca, islamista e docente di arabo alla Cattolica di Milano: le comunità islamiche sono alla ricerca di luoghi di preghiera e di incontro, quello è il loro bisogno concreto, e tra l’altro preferiscono insegnare la religione ai loro giovani dentro le moschee.

Sergio Romano (che sempre sul Corriere si è occupato del problema concludendo lapidariamente “o si cancella l’ora di religione o la si permette anche ai musulmani”) ha riportato a sostegno della propria tesi un esempio che però la contraddice. Il caso di un sedicenne musulmano che in Germania si è rivolto al tribunale amministrativo per essere autorizzato a pregare a scuola, per osservare il precetto coranico delle cinque preghiere musulmane. Ecco, un islamico chiede non tanto di essere “istruito” a scuola sull’Islam, quanto piuttosto di poter “pregare” anche a scuola. C’è una sostanziale, abissale differenza.

Colpisce nella proposta Urso-Fini questa incapacità di cogliere e capire l’esigenza reale dell’uomo religioso islamico (ma anche cattolico) e questo muoversi in un astratto concetto della fede. Ho sentito Fini dire che “certo, non dovrà trattarsi di un’ora di catechismo”. Ma quale islamico sarebbe interessato ad un’ora generica di istruzione religiosa (non catechistica) che lui ha in mente? E’ sinceramente inquietante questo ragionare in base ai propri schemi mentali e ideologici, credendo di poterli applicare, imporre ad una realtà che non si comprende appieno.

La proposta di Urso appare astratta e insensata anche perché non sembra tener conto di problemi reali che esistono, come la mancanza di una’autorità centrale islamica con cui concordare la materia, l’impreparazione stessa degli islamici e degli imam, la mancanza di professori islamici e così via... Di nuovo i sintomi di un’ideologica astrattezza.

Infine, l’argomento più gettonato, più evidente, che sintetizzo con le parole di Alberto Melloni: “semmai sarebbe utile fare proprio il contrario. Nessuno come i ragazzini islamici avrebbe bisogno di imparare cos’è il cristianesimo”; o con quelle dell’on. Casini: “questa non è la terra di nessuno. E’ un Paese che ha una sua identità cristiana che va studiata e rispettata”. E si potrebbero aggiungere gli argomenti a favore di un’ora di buddismo o di ebraismo. Insomma, grande confusione e grandi problemi.

A questo punto sorge un dubbio: possibile che Urso e Fini non si rendano conto di tutto ciò? E sorge una risposta: se ne rendono conto, ma è proprio il loro scopo quello di far sorgere questo tipo di problemi. Perchè, alla fin fine, la loro proposta (astratta, cioè campata in aria, ideologica, lontana dalla realtà e dalle esigenze reali dei credenti) ha sortito l’effetto di ridare vita al partito di coloro che sostengono di abolire l’ora facoltativa di religione cattolica (in base al principio o tutti o nessuno), sostituendola con un’ora, obbligatoria, di “storia delle religioni”. Cioè un’altra, aggiuntiva pallosissima ora di inculturazione, magari gestita da docenti “laici”, messa sullo stesso piano di un’ora di educazione civica.

Alla fin fine, Urso e Fini, con la loro strampalata iniziativa, tendono a mettere in discussione proprio l’esistenza, nella scuola, di uno spazio “confessionale”, nel momento stesso in cui sembrano passare per dei nobili paladini di una minoranza religiosa. L’obiettivo è sempre quello: minare l’esistenza dell’ora di religione cattolica (liberamente scelta e gradita alla maggioranza degli studenti italiani) all’interno della scuola. In favore di un approccio laico, astratto, disincarnato, generico, gelidamente “scientifico” alla “storia delle religioni”. Di cui un cattolico, e soprattutto un islamico, non sentono proprio il bisogno.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, scuola, religione, educazione, laicismo, islam, attualitĂ 
venerdì, 14 agosto 2009

A PROPOSITO DELLA SENTENZA SULL'ORA DI RELIGIONE

Il confine tra laico e laicista, in un Paese che si vorrebbe costituito nella sua coscienza politica e civile in contrapposizione al cattolicesimo romano - aspirazione che sotto vari aspetti ripullula soprattutto negli ultimi anni - rischia continuamente di essere violato, come accaduto nella sentenza del TAR del Lazio 20097076 del 17 Luglio scorso.

 

Occore innanzitutto notare che non sempre pare correttamente individuata la distinzione tra crediti ‘scolastici’ e ‘formativi’: molti dei commenti comparsi sui quotidiani di oggi (giovedì 13 Agosto) ripetono tale confusione, e la stessa sentenza del TAR ne esplicita la demarcazione soltanto nella parte caudale, dopo essere incorsa in più di un caso in aperta contraddizione.

 

Il credito ‘scolastico’ determina il profitto, laddove nell’attribuzione del credito ‘formativo’ -comunque individuato sulla base delle bande di oscillazione tra i voti espressi in decimi, secondo modalità individuate autonomamente dagli Istituti - concorrono anche attività esterne: volontariato, attività sportive etc… Detto in piena onestà intellettuale da chi di scrutinio ne ha affrontato più d’uno, anche in questo secondo caso raramente (e sottolineo l’avverbio) le certificazioni prodotte da Enti ecclesiastici, vengono ritenute valutabili… appunto per un eccesso di scrupolo laicista che nella Scuola Statale non stona…anzi… Le disposizioni contenute nell’ o.m. 26/07 non mutano poi la forma della valutazione dell’attività del corso di religione, che viene consegnata dal Docente ad una scheda fisicamente separata dalla Pagella, e non consta di un voto decimale, ma di un giudizio sintetico. Che ovviamente non concorre alla composizione della ‘media matematica’ la quale comunque - ed ancora per estrema onestà intellettuale - non è in via di diritto e tantomeno in via di fatto vincolante per il Consiglio, che può decidere di non attenersi strettamente a tale media, previa verbalizzazione delle motivazioni adottate.

 

A cosa si riduce dunque la disposizione di Fioroni? Alla possibilità, da parte di un Docente legalmente riconosciuto ed autorizzato all’espletamento di una funzione dallo Stato, di partecipare fattivamente in sede di Consiglio alla discussione che determina l’attribuzione del credito ‘scolastico’ (il voto di profitto insomma) riportando tra gli altri anche il giudizio relativo al comportamento ed al rendimento dello studente durante le proprie ore di lezione. Una questione della più alta gravità morale dunque…

 

In sede giuridica il Ministero dell’ Istruzione e la CEI, costituitosi ad opponendum al ricorso in via preliminare, avevano sollevato già in una nota precedente al TAR l’inammissibilità dello stesso, sostenendo che tale norma non comportasse un giudizio comparativo tra studenti (ogni studente viene logicamente valutato per le attività effettivamente svolte, non già per quelle non svolte rispetto ad altri candidati) e che la valutazione del credito ‘scolastico’ tendesse ad evidenziare la crescita globale di un individuo, e quindi a coinvolgere ogni aspetto del suo processo formativo. Obiezioni che già di per sé parrebbero assai motivate.

 

Chi sceglie di non frequentare un corso - ritenuto dallo Stato italiano formativo in ambito scolastico- si avvale certo di un suo diritto, ma se non svolge attività parallele, indubbiamente partecipa in modo minore al dialogo formativo. Le associazioni così solerti nel proporre tale ricorso, si sarebbero potute mobilitare onde proporre percorsi alternativi di crescita intellettuale e morale per quei ragazzi che avessero scelto di non partecipare all’ora di religione. La norma inoltre non pone la religione cattolica in posizione dominante rispetto alle altre, perché non esclude affatto la possibilità di attivazione o riconoscimento di corsi alternativi.

 

In via di fatto (ciò che la sentenza ricorda tra le motivazioni) si può rilevare che difficilmente la Scuola italiana potrebbe garantire una pluralità di corsi tali da tutelare ogni minoranza. Ma mi pare conseguente che in un Paese, in cui oltre il 90 per cento degli studenti partecipa all’ora di religione, sia scelta coerente dello Stato riconoscere una preminenza a tale insegnamento. Con buona pace degli amici Brunisti, sarebbe impensabile formare nuove graduatorie d’Istituto per classi di concorso ‘Bruno, Campanella e perseguiti dall’Inquisizione’…

 

Ma dove la sentenza del TAR mi pare apertamente in errore è nella differenziazione della ‘materia’ oggetto d’insegnamento nell’ora di religione, rispetto alle altre valutabili in termini di credito ‘scolastico’. Cito: “Sulla considerazione che la religione non è una ‘materia scolastica’ come le altre deve essere ancorato il convincimento circa l’illegittimità della sua riconduzione all’ambito delle attività rilevanti ai fini dei crediti formativi (con confusione tra ‘scolastico’ e ‘formativo’ n.d.r.)”.

 

 Ma il corso di religione non è una Catechesi per adolescenti, il cattolicesimo vi è discusso come parte di un universo storico e civile imprescindibile per comprendere e tutelare i valori dell’Occidente. Non si tratta della crescita di un singolo nella propria sfera intima, di un’esperienza di fede (quella si, personalissima), ma della discussione di un portato complesso di assunti teorici, morali, che costituiscono appunto l’ossatura della civiltà giudaico-cristiana, innestata su quella greco-romana (che sta ad altri Docenti presentare…). In tal senso essa sarebbe tanto più necessaria per quegli individui che, provenienti da culture differenti, percepiscono in maniera dimidiata l’eredità occidentale senza una presentazione -storica e teorica, non certo evangelizzante- dell’eredità cristiana.

 

Nella foga di tutelare in via di diritto e (nominalmente, ma non mi pare ne sussistano i termini) di fatto ‘minoranze’ presenti nel tessuto sociale italiano, il TAR finisce per discriminare la volontà, espressa dalla maggior parte delle famiglie e degli studenti italiani, di approfondire una propria identità culturale e religiosa, facendone evolvere i termini così da consegnarla in forma più alta e consapevole alle generazioni future. Non c’è che dire, una vera vittoria del diritto…

 

Michel de Seingalt

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categoria: cultura, scuola, attualitĂ , cattolicesimo
giovedì, 13 agosto 2009

FURORE IDEOLOGICO

Condivido e diffondo questo giudizio sulla sentenza del Tar Lazio a proposito di IRC.

La sentenza del Tar del Lazio che ridimensiona le competenze degli insegnanti di Religione all´atto degli scrutini ci sembra motivata da una perseverante ostilità di ordine ideologico che non ha niente a che fare con il clima formativo che dovrebbe contrassegnare la scuola.


Non è vero, anzitutto che la sentenza lascia fuori gli IRC in toto dagli scrutini: forse questa prospettiva sarebbe gradita a qualche anima che di laico ha solo il nome, ma che è mossa da un
anticlericalismo fuori stagione. In realtà il Tar ha solo escluso che essi possano partecipare "a pieno titolo alle deliberazioni del consiglio di classe concernenti l´attribuzione del credito scolastico agli alunni che si avvalgono di tale insegnamento".


Resta la gravità per alcuni ordini di motivi:
- Primo, perché la cultura religiosa e i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano (revisione del Concordato del 1985): è su questa base che si fonda l´insegnamento della Religione Cattolica, che ha finalità educative e culturali che si inseriscono a pieno titolo tra gli obiettivi di apprendimento consapevole che la scuola deve fornire ad ogni alunno.
- Secondo, perché l´insegnamento della Religione Cattolica, proprio perché ha come scopo la piena conoscenza del cattolicesimo, è seguito, in molte scuole, anche da non cristiani: colpendo l´IRC si indebolisce una importante veicolo di integrazione.
- Terzo, impedendo l´attribuzione del credito scolastico agli insegnanti di Religione in sede di scrutinio, si danneggiano anche coloro che non hanno scelto questo insegnamento ma si sono avvalsi di attività alternative. Il loro impegno, dunque, non avrà alcun seguito e valutazione.


È proprio il caso di dire: "Dai troppo zelanti ci guardi Iddio..."

DIESSE (Didattica e Innovazione Scolastica)
www.diesse.org


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categoria: cultura, scuola, attualitĂ , cattolicesimo
martedì, 16 giugno 2009

I FASCISTI ROSSI E LA SCUOLA

 

Una minoranza chiassosa e determinata di fascisti rossi che bazzicano le aule scolastiche italiane, ha impedito l’altro giorno a Milano, presso la sede della Mondadori, la presentazione di un libro sul cinque in condotta alla presenza del Ministro Gelmini. Proprio un bell’esempio di democrazia e di tollerante capacità di dialogo nel rispetto delle opinioni altrui!

Protestare è legittimo. Zittire l’altro e impedirgli di parlare è violenza. Da regime totalitario.

Ma al di là del metodo, nel merito, cos’hanno da protestare costoro? Cos’hanno da difendere? Quale tipo di scuola è uscita dalle loro mani in tutti questi ultimi decenni? Un’istituzione ingessata e bloccata, pachidermica, antica, pesante, sindacalizzata, lontana mille miglia dalla realtà, che in sostanza se ne infischia del bene e delle attese dei giovani e s’interessa solo dei posti di lavoro dei suoi addetti.

Parliamo di istituti superiori. Quasi 400 sperimentazioni! Una follia! Cosa significano queste sperimentazioni? Quando è andata bene, il tentativo di movimentare il panorama scolastico, di creare qualcosa di nuovo che rispondesse alle richieste dei giovani. Sono nati licei linguistici, pseudo artistici, sociali, pedagogici, tutti a latere, perché non previsti dall’ordinamento vecchio e sorpassato. Quando è andata male, invece, la sperimentazione è servita solo a creare nuovi posti di lavoro, sulla pelle dei giovani.

Sono figlio di un personaggio che (semmai la storia dell’istruzione italiana sarà scritta e sarà scritta con cognizione di causa e serietà) passerà alla storia come un pioniere della scuola libera, quella non statale. Mio padre ha fondato un Liceo Artistico e un Liceo Linguistico (colmando un vuoto che lo Stato aveva lasciato), quindi due Accademie di Belle Arti, quella di Viterbo e la NABA a Milano. Utilizzando l’istituto della sperimentazione, il prof. Ausonio Zappa, primo e solo in Italia, ha aperto nuove strade all’istruzione superiore artistica. Presso la NABA di Milano negli anni Ottanta nascevano la scuola di Grafica ed Advertising (come sperimentazione della scuola di Pittura) e poi quella della Moda (come sperimentazione di Scenografia). Terza sarebbe arrivata la scuola di Disegno del Prodotto. Fate una rapida ricerca in Internet e tutta la storia verrà fuori.

Le Accademie di Zappa si aprivano alla grafica e alla moda, quando quelle statali stavano ancora ferme alla pittura, alla scultura, alla scenografia, alla decorazione. In ritardo rispetto a tutta l’Europa, dove le Accademie funzionavano già come facoltà universitarie e si erano aperte alle nuove discipline artistiche.

Ecco, questo tipo di sperimentazione dà l’idea di cosa abbia voluto dire cercare di battere creativamente nuove strade a fronte di un sistema vecchio, bloccato, sostanzialmente bulgaro. Ma quando la sperimentazione, dalle mani del privato, passava nelle mani dello Stato, nascevano degli autentici mostri. Come i nostri odierni indirizzi sperimentali, pensati non sulla base dell’efficacia e della specializzazione (che oggi i giovani chiedono e si attendono), ma sulla base della spartizione delle cattedre. Ecco pseudo licei linguistici dove la terza lingua entra solo al terzo anno e con un numero di ore irrisorie, o pari a quelle di matematica, fisica, filosofia e storia dell’arte. Parlo di qualcosa che conosco molto bene, come conosco molto bene il senso di delusione e di frustrazione dei giovani utenti del sistema.

Ora, finalmente, arriva una riforma che mette ordine e razionalità nel sistema. Nascono licei linguistici che sono veri linguistici, scientifici che sono veri scientifici; nascono nuovi istituti di cui si sentiva l’urgenza, come gli Artistici e i Musicali (colmando sul fronte dell’istruzione artistica un ritardo gravissimo e imperdonabile).

Bene, cosa fanno i fascisti rossi? Casino, cioè quello che hanno combinato in tutti questi anni. I fascisti rossi non si rallegrano, perché stanno tutti lì davanti al computer a vedere quanti posti si perdono, quante cattedre vengono soppresse, quante ore si tagliano. Già, le ore scolastiche. Il nostro sistema è rimpinzato di ore di lezione ed è il meno efficace in Europa.

I fascisti rossi gridano e zittiscono. Dicono di voler salvare la scuola. Ma quale scuola? Quella delle sperimentazioni? Quella che vive in funzione dei posti di lavoro? La loro?!

Spiacenti. Quel tipo di scuola non è credibile e non c’interessa più. Mi auguro proprio che la riforma vada avanti e che mia figlia faccia in tempo ad entrare in una scuola superiore più seria, efficiente e, soprattutto, razionale.

Gianluca Zappa

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categoria: scuola, attualitĂ 
giovedì, 11 giugno 2009

GHEDDAFI ALL'UNIVERSITA' LA SAPIENZA E IL PAPA NO

Al Magnifico Rettore Prof. Luigi Frati
Al Senato accademico
Ai colleghi dell'Università di Roma “La Sapienza”

Magnifico Rettore, cari colleghi,

    apprendo con costernazione che l'Università di Roma "La Sapienza", che non ha saputo accogliere con rispetto e civiltà il papa Benedetto XVI, accoglierà il giorno 11 giugno il leader libico Moammar Gheddafi, che incontrerà la comunità accademica tutta in aula magna. Il comunicato reso pubblico recita che il sig. Gheddafi si rivolgerà in particolar modo ai nostri studenti. 
        Non so in quale sede accademica sia stata deliberata questa visita né per quali ragioni sia stata decisa.
       Esprimo la mia ferma protesta circa l'opportunità di invitare solennemente il sig. Gheddafi, leader di un regime dittatoriale, a parlare nella nostra Università, che mi auguro dedita con sforzo congiunto di tutta la comunità accademica -al di là di ogni differenza politica- alla tutela dei principi di democrazia e libertà, che sono a fondamento della Costituzione repubblicana, e a tenere vivi tra i nostri giovani studenti sentimenti  di profondo attaccamento alla libertà e alla pace.
        Ricordo che pochi giorni fa è morto, dopo sette anni di patimenti nelle prigioni libiche, Fathi Eljahmi, dissidente libico che ha patito nelle carceri l'oppressione del regime di Gheddafi insieme alla moglie a al figlio maggiore  solo per aver combattuto per il diritto di parola e per riforme democratiche. Mi chiedo se qualcuno nella comunità accademica della Sapienza potrà chiedere conto all'ospite del destino tragico di questo spirito libero e di tutti i suoi concittadini, meno noti, che per persecuzione politica sono stati costretti a tacere, sono stati imprigionati o sono stati espulsi dal paese.
Ricordo che i partiti politici sono vietati, che è vietato il diritto di sciopero, che la stampa è soggetta a censura, che la magistratura è controllata dal governo, che vi sono severe restrizioni al diritto di parola, di associazione, di manifestazione e alla libertà di religione. Ricordo che l'attuale regime libico ha espropriato ed espulso senza diritto di difesa le residue comunità ebraiche presenti in Libia e la Libia, storicamente centro di una fiorente comunità ebraica, è oggi uno Stato privo della presenza di qualunque cittadino di religione ebraica. Ricordo che nell'ambito delle Nazioni Unite il regime libico ha promosso ripetutamente campagne di attacco fazioso e violento contro lo Stato d'Israele ed è stato tra i promotori della conferenza Durban II, dalla quale l'Italia si è ufficialmente dissociata e alla quale si è rifiutata di partecipare.
      Mi chiedo quali insegnamenti il sig. Moammar Gheddafi potrà impartire ai nostri studenti e  perchè la nostra comunità accademica debba ascoltarlo senza una voce critica chiara e ferma. Se la diplomazia internazionale segue la propria strada, la comunità accademica dovrebbe sempre e comunque, con coraggio, parlare a tutela della libertà.
        Prof. Bruna Ingrao

 

Ringrazio l’amico Frapiumino per la segnalazione e per il materiale fornitomi su questo particolare evento che per vari motivi non è stato molto rimarcato.

Mentre Benedetto XVI si trovò costretto a non entrare all’Università di Roma La Sapienza, Gheddafi viene chiamato dalla comunità accademica ad impartire lezioni.

Questa lettera incarna le proteste ed intelligentemente evidenzia le differenze tra la comunità accademica e la diplomazia internazionale e la politica, differenziandone ed evidenziandone i compiti.

Per questo, se per motivi politici i governi europei “accolgono” Gheddafi, la comunità accademica e  soprattutto quella studentesca potrebbero marcare il loro dissenso.

La domanda è: perché col Papa si e con Gheddafi no?

Ecco parte dell’invito  rivolto a “docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati”.

 

giovedì 11 giugno – ore 12.30
aula magna
piazzale Aldo Moro 5, Roma

Moammar Gheddafi, leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, incontrerà la comunità accademica giovedì 11 giugno in aula magna. L’incontro alla Sapienza, dedicato in particolare agli studenti, sarà l'unica occasione di dialogo con gli universitari italiani nell’ambito della visita del leader libico a Roma. Sono invitati a partecipare i docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati.

 

 

taspaolo User: taspaolo

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categoria: cultura, politica, scuola, europa, papa, diritti umani, laicismo, islam, attualitĂ , parlamento, ideologia, povera patria
giovedì, 30 aprile 2009

GLI SNOB CHE DEFORMANO LA STORIA

A Gubbio, con i miei ragazzi, in gita scolastica. Ci tocca una guida, una signora di Perugia, che, ci dice, non è interessata a “quattro pietre”, come una sua collega (evidentemente archeologa), ma all’iconografia. Già questo è un bel biglietto da visita, che la dice lunga sulla professionalità della signora in questione. Ma passi… forse vuol far divertire i miei studenti che, pensa, hanno una curva di attenzione prossima ai dieci minuti scarsi, come quella dei molti che incontra per lavoro.

La guida alla città, purtroppo, ci deluderà e confermerà proprio la scarsa professionalità di questa donna. Ma quel che deprime e fa arrabbiare di più è il suo pressappochismo e la non celata ostilità nei confronti dell’istituzione Chiesa. Faccio degli esempi: i domenicani e i francescani stavano sempre ad azzuffarsi tra di loro; gli eremiti erano pericolosi e quindi la Chiesa li costringeva alla vita in comune; il territorio eugubino è rimasto depresso, perché sottostava allo Stato della Chiesa; la festa dei Ceri non è per niente cristiana, ma è pagana, risalente al culto della dea Cerere a cui risalirebbe la stessa parola “cero” (ma lo saprà costei che già nell’Alto medioevo i monaci benedettini svilupparono al massimo l’apicoltura, per produrre la cera per le candele delle chiese?).

Ecco, queste sono alcune delle perle che una guida un po’ disinvolta regala a degli studenti in viaggio d’istruzione. E immagino che, soprattutto in questi tempi, lo faccia molto spesso e “contamini” centinaia, migliaia di ragazzi ignari.

La donna in questione ha sciorinato l’atteggiamento un po’ stupidamente snob di chi sputa sul piatto in cui mangia, perché se non ci fossero stati quei frati, quei vescovi santi (come Ubaldo, patrono e difensore della città), quelle tradizioni religiose, quelle opere d’arte che sono state realizzate con un sincero slancio di fede, oggi la signora sarebbe una disoccupata, o magari starebbe con la pompa in mano in qualche distributore di carburante (professione peraltro nobilissima e di gran lunga migliore di quella di una guida incapace e superficiale).

Tra l’altro questa donna, che si gloriava di essere nata nella notte delle streghe (cioè la notte di Halloween!) e che non perdeva occasione per ricordarci gli antichi sacerdoti dei pagani Umbri (che praticavano l’aruspicina e compivano le loro cerimonie religiose dall’alto del monte che sovrasta Gubbio), non si accorgeva nemmeno dell’intima contraddittorietà di quanto affermava. Prima definiva i Ceri come una tradizione pagana, poi li presentava così come effettivamente sono, una festa cristiana, cristianissima.

Pensate che ciascun cero, prima della corsa verso il santuario di Sant’Ubaldo, dove la festa si conclude, si reca presso le case dei malati e degli infermi dei vari quartieri e letteralmente s’inchina, in modo che il malato possa ricevere la benedizione del Santo che è posto in cima al baldacchino. Bene, questo rispetto, questo amore, questa particolare attenzione nei confronti del debole, del povero, dell’infermo, sono cristiani e nient’altro che cristiani. Come sono cristiani DOC gli ospedali, le case di accoglienza per i pellegrini, i lebbrosari, le Confraternite di assistenza e di mutuo soccorso, e insomma tutti quegli istituti che nascono proprio nel Medioevo, sulla spinta della Chiesa e dei suoi Santi e meditando sul Vangelo.

Solo per fare un esempio, nel 651 a Parigi viene fondato l’Hotel-Dieu, dove religiose e religiosi curavano gratuitamente i malati che si presentavano. E continueranno a farlo per 1200 anni. C’era qualcosa di simile, all’epoca, in giro per il mondo nelle società non cristiane?

Il mondo pagano, compreso quello dei “mistici Umbri”, non conosceva la pietà, la misericordia e il valore del povero e del debole, semplicemente perché non aveva ancora ascoltato il rivoluzionario Discorso della Montagna, che ha rivoltato da capo a fondo l’umanità. Il mondo pagano, con i suoi tre sacerdoti sulla montagna dediti all’aruspicina, conosceva i sacrifici umani e la riduzione degli uomini a cose. Il mondo cristiano ha rigettato queste aberrazioni e, pur nelle contraddizioni della storia, ha sempre avuto nella parole del suo fondatore una bussola che diceva quale era la direzione giusta e quale quella sbagliata.

Non è accettabile che una storia grande e gloriosa venga continuamente ridotta, se non sbeffeggiata, con delle battute da bar, da parte di coloro che sono sedicenti operatori culturali. Eppure questo avviene, quotidianamente. Ed è grazie a questa gente che si diffonde una “leggenda nera”.

C’è poi il discorso che riguarda, più propriamente, gli appassionati di iconografia e di antropologia culturale. Da costoro ci guardi Iddio! Sono capaci di leggere in un quadro quello che neanche Dan Brown è stato capace di leggere nel Cenacolo di Leonardo. Anche a prezzo di teorie fantasiose e del tutto prive di attendibilità storica.

Per costoro la tradizione è solo un’accozzaglia di storielle che nascondono sempre una realtà “altra”. Francesco e il lupo di Gubbio, per esempio (una vicenda a cui gli eugubini sono ovviamente molto attaccati): la nostra guida è certa che lì a Gubbio non c’è mai stato un lupo e, quindi, che San Francesco non l’ha mai ammansito. S’intendeva un’altra cosa, con quella storia.

Può darsi, ma può darsi al 50 per cento delle probabilità. E di solito le spiegazioni che vengono addotte per fare a pezzi la tradizione sono sempre molto, molto tirate per i capelli. Fateci caso.

Insomma, non si capisce perchè la storia di Francesco che parla con il tremendo lupo e lo ammansisce, debba avere meno fondamento delle mistiche cerimonie di tre sacerdoti umbri in cima al monte in onore della dea Cerere, raccontate da una donna nata nella notte delle streghe!

Gianluca Zappa

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lunedì, 20 aprile 2009

REPORT, OVVERO LA LIBERTA' DI DISINFORMARE

Informazione di parte, taroccata, gravemente scorretta o lacunosa… non trovo più aggettivi per dipingere l’altro programma televisivo sotto accusa dopo Alzo Zero, e cioè Report, in onda, ovviamente, su RaiTre.

Ieri sera si parlava di scuola. Mi sono bastati alcuni minuti per capire tre cose: una persona che ha scelto per i suoi figli una scuola paritaria non statale, paga una retta a volte anche abbastanza consistente per garantire la sopravvivenza di quella scuola; in più paga le tasse come tutti, per sostenere anche la scuola statale; in più paga il canone Rai per sentirsi dire che sarebbe meglio se la scuola che ha scelto chiudesse i battenti.

La Gelmini, intervistata, dice che il ritorno al maestro unico non è stato solo motivato da bisogni di tagli alle spese, ma principalmente perché si crede che sia un modello educativo migliore per i ragazzini (e, fra l’altro, diffuso in tutta Europa, aggiungiamo noi)? La voce fuori campo commenta: finalmente abbiamo sentito la Gelmini ammettere che è una questione di cassa. La preoccupazione educativa è finita in un attimo nel cesso. Complimenti!

Piuttosto, incredibilmente (direi che è l’unica nota positiva dell’inchiesta) si rileva che il sistema dei moduli è stato varato nel ‘90 solo per mettere più gente a lavorare e che ha comportato aggravi di tutti i tipi per le scuole e per la pubblica finanza. Sprechi, insomma. Forse lo si ammette perchè è una verità così evidente che è impossibile da nascondere. Subito dopo, però, si fa una tale, voluta, confusione, una ricostruzione piuttosto approssimata dei fatti, per cui risulta che, ancora una volta, saranno le scuole “private” a potersi permettere un sistema di compresenze (due maestri insieme a lavorare coi ragazzi) che è molto efficace e che nella scuola statale invece sarà impraticabile. A riprova si porta una scuola privata riminese collegata con la Svizzera. Un’eccezione, insomma, per niente rappresentativa di quella che veramente è la scuola paritaria italiana.

Già, ancora una volta le private, vero bersaglio dell’inchiesta. E per cosa poi? Per quella miseria di 120 milioni di euro che il Governo ha restituito alle paritarie; una miseria, rispetto ai miliardi che si ciuccia la scuola statale. Una gocciolina nell’oceano, che (ma questo non lo si dice) si sta inoltre riducendo, visto che negli anni precedenti di milioni di euro ne erano stati stanziati 133. “Non era meglio tagliare anche lì?”,  chiede l’ineffabile conduttrice. Ma si è tagliato anche lì! Questa, signori, è la disinformazione scientifica che va in onda su Tele Kabul International, al secolo RaiTre.

Il ragionamento va avanti. Non si è tagliato perché? Ovviamente per accontentare il Vaticano (immagini di porporati e sullo sfondo il cupolone)! Se ne deduce che gli sprechi e l’emorragia endemica della scuola italiana si risanerebbe chiudendo le scuole paritarie e togliendo di mezzo i professori di religione.

Certo, non si è avuto il piacere (almeno finchè ho seguito l’inchiesta) di sentire cos’ha da dire il gestore di una scuola paritaria. Magari uno di quei maledettissimi preti o di quelle schifosissime suore che trescano all’ombra del Vaticano alle spalle del mai abbastanza laico Stato italiano. Peccato! Se, pluralisticamente, si fosse entrati in una scuola di quel tipo, si sarebbero sentite delle storie interessanti. Di professori che insegnano, con passione e professionalità ed entusiasmo, spesso per pochi euro l’ora, alcuni per una forma di volontariato, altri con la speranza di tirare su un punteggio che li porterà ad insegnare alla scuola statale; di maestre che, siccome i soldi non ci sono e le famiglie non possono essere munte, tirano la cinghia ed aspettano mesi prima di prendere lo stipendio; di bilanci che non quadrano perché il contributo statale è già tanto basso e per giunta arriva dopo mesi e mesi, anzi, spesso l’anno scolastico successivo, per cui si regge l’anima (la scuola) coi denti e si fanno debiti, e si beccano multe per i ritardi nei pagamenti dei contributi INPS… Con il risultato che molte scuole paritarie non ce la fanno più e chiudono i battenti.

Si sarebbe potuto constatare come, nonostante ciò, la scuola paritaria offre un’ottima formazione, spesso innovativa, con risultati eccellenti per i propri studenti che poi si vanno ad inserire nel circuito statale. Si sarebbe potuto rilevare come la scuola paritaria in tutti questi anni ha svolto il meritorio ruolo di gavetta per molti insegnanti, che poi sono arrivati nella statale carichi di un’esperienza didattica che né le università, né i corsi del Ministero o dei provveditorati sono mai stati in grado di dare. Si sarebbe potuto ragionare in termini economici, snocciolando cifre precise che sono direttamente verificabili, se solo si volessero verificarle. Per cui, ad esempio, un bimbo alla scuola d’infanzia di una paritaria costa in media all’anno 2.600 euro (costo sostenuto per 2.000 euro dalle famiglie), mentre in una statale costa 6.600 euro (integralmente a carico dello Stato). Se ne sono accorti molti comuni, che preferiscono fare delle convenzioni, piuttosto che gestire in proprio un baraccone sempre in rosso.

Scusate, che senso ha tagliare ancora i miseri contributi a delle istituzioni che fanno già risparmiare allo Stato 4.000 euro a ragazzino (e stiamo solo parlando di scuola materna)? Come si può contrabbandare una simile cretinata per la panacea di tutti i mali?

Ecco, questa, precisamente è l’informazione drogata, ideologica, di parte, scarsamente pluralistica, politica. Garantita da un servizio pubblico che tutti paghiamo. Questa è la televisione che vuole la sinistra. Non sarà un caso se la stragrande maggioranza dei giornalisti che fanno carriera politica (vedi i Santoro, i Badaloni, le Gruber, i Marrazzo…) vengono da questa televisione.

Libertà di disinformazione. Questo è ciò che si vuole garantire in una certa Italia ipocrita, culturalmente lottizzata e monocolore, perfino sfacciata nell’uso che fa del servizio pubblico.

Che schifo!

Gianluca Zappa

 

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sabato, 06 dicembre 2008

LA SPAGNA SENZA CROCE

Vorrei tornare su un fatto che risale a qualche giorno fa, sul quale non abbiamo avuto ancora la possibilità di riflettere. Ci aggiungiamo buoni ultimi a commentare la notizia, anche perché notizie come quella di cui trattiamo non perdono di attualità.

Mi riferisco alla vicenda di Valladolid: un giudice del locale tribunale ha costretto una scuola spagnola a rimuovere i crocifissi appesi alle pareti, sebbene il consiglio dei docenti si fosse espresso in modo contrario. Il giudice ha accolto la richiesta del genitore di uno studente e di una associazione locale per la difesa della scuola laica.

Dunque, attenzione, non c'entrano niente i musulmani. L'opposizione al crocifisso in uno spazio pubblico non viene da fanatici di una religione rivelata, ma da quelli di un'altra, pericolosissima, religione: il laicismo. La notizia conferma quello che abbiamo sempre creduto, anzi saputo: nell'Occidente la lotta al cristianesimo vede coinvolti i laici, più che gli adepti di altre religioni.

Non sono le coscienze dei musulmani a sentirsi turbate, ma quelle degli esponenti di un pensiero laico che aspira a diventare pensiero unico. Costoro chiamano in causa i credenti musulmani o ebrei o indù solo per nascondere il proprio imbarazzo, o il proprio livore.

La motivazione del giudice di Valladolid lascia letteralmente di stucco: la presenza di simboli come il crocifisso laddove "ci sono minori in piena fase di formazione della personalità" potrebbe provocare nei ragazzi la sensazione che "lo Stato è più vicino alla religione cattolica rispetto alle altre confessioni". Il che condizionerebbe la loro condotta, in una "società che aspira alla tolleranza delle altre opinioni e ideali che non necessariamente coincidono con i propri".

Dobbiamo supporre, a questo punto, che un docente che osasse entrare in quella scuola portando un crocifisso al collo, in quanto funzionario di stato, potrebbe essere ripreso, multato, addirittura sospeso, perché si sbilancia troppo di fronte ai propri studenti, condizionandone la condotta.

Questo, signori, è totalitarismo. Non c'è altra parola per definirlo e vi prego di riflettere molto seriamente sulla questione, perché se la sentenza di Valladolid venisse esportata e se a qualche altro giudice "illuminato" venisse la voglia di trattare la stessa materia, magari calcando un po' più la mano, magari su denuncia o delazione di qualche benefica associazione per la "difesa della scuola laica", potremmo assistere a casi di vera e propria discriminazione. O a una nuova persecuzione.

Due riflessioni. La prima. Il provvedimento è preso nel sacro nome della tolleranza.

Io devo ancora capire com'è possibile che Locke sia stato il primo a scrivere un trattato sulla tolleranza impalcandosi a suo campione, in un'Inghilterra in cui i cattolici erano sistematicamente esclusi da tutte le cariche politiche e statali, errano pesantemente discriminati e nella vicina Irlanda addirittura sterminati.

Io devo ancora capire come il pontefice della tolleranza sia stato ritenuto un Voltaire, che ha parole di fuoco per Mosè, Cristo e Maometto e i loro seguaci; un Voltaire che definisce "infame" il cristianesimo e ha espressioni di un antisemitismo becero e orribile.

Cos'è questa tolleranza? Cosa vuol dire? O meglio, quando lor signori ritengono di doverla applicare? E nei confronti di chi? La risposta è semplice: nei confronti di chi si assesta sulle loro stesse posizioni relativiste e indifferenti rispetto alla verità. Chi dice di possedere (come nel caso di ebrei e musulmani), o di avere incontrato la verità (come nel caso dei cristiani) è di per sé un violento, un elemento socialmente anomalo e pericoloso. Nei confronti di costui nessuna tolleranza è possibile. Questa gente va schiacciata, perché è capace solo di creare mali, oppressioni e superstizioni.

E' un'interpretazione del tutto ideologica, settaria e unilaterale, se si considera, per esempio, tutto il bene che i seguaci di quel Crocifisso hanno fatto lungo la storia degli uomini. Un bene di gran lunga più profondo e grande del male, soprattutto per il fatto che ne sappiamo molto poco, giacchè, ieri come oggi, il bene non fa notizia.

E siamo così venuti alla seconda riflessione. L'astrattismo ideologico e totalitario della sentenza di Valladolid si sente in quella concezione di Stato super partes, che fa a cazzotti con la storia, con l'arte, con la cultura, con le tradizioni, col sentire degli spagnoli. La Spagna (come l'Italia, del resto) è stata segnata, marchiata a fuoco da quel Crocifisso.

La cosa potrà forse non andare bene ai fanatici del laicismo che vogliono sbattezzarsi, che vorrebbero cancellare con furia ideologica e dissacrante quel marchio di fabbrica, specie ora che hanno la maggioranza politica. Ma questa è una loro pretesa, una loro violenta imposizione, che non incontra affatto l'anima della nazione (nello specifico, basta considerare il voto dei docenti di quella scuola).

Scuola laica vuol dire scuola che emargina il fatto religioso. Non è una scuola, perché non nobilita e non tiene nella giusta considerazione le proprie radici. Non è una scuola, perché esclude una dimensione importantissima dell'essere umano. Non è una scuola, perché è avulsa dalla vita vera, dalla tradizione, dalle aspirazioni della società.

Il crocifisso esce dalle aule, ma vi entra l'ora di educazione civica voluta da Zapatero, quella che insegna agli studenti la nuova morale laica imposta agli spagnoli dagli ideologi di un partito che solo oggi (e non è detto domani) ha la maggioranza nel Paese.

La Spagna caccia il crocifisso e precipita nella crisi. Che sia l'inizio della fine del becero laicismo?

Gianluca Zappa

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venerdì, 07 novembre 2008

MARIASTELLA LA CORAGGIOSA

Io mi auguro che ci sia in giro tanta onestà intellettuale da apprezzare il coraggio di Mariastella Gelmini. Mentre infuria la piazza, temuta dal centrodestra e corteggiata smaccatamente dalla sinistra, la ministra ti tira fuori un decreto che è un chiaro segno di svolta.

Io mi auguro che ci sia in giro tanta onestà intellettuale da ammettere piccole e semplici verità:

1.      ci siamo accorti degli scandali e delle spese allegre dell'università non grazie alla piazza (c'è da chiedersi, semmai, come e perché in tutti questi anni la piazza non sia mai mobilitata contro una situazione oggettivamente scandalosa); ce ne siamo accorti grazie alle cifre e ai dati diffusi dal Ministro, che ci hanno aperto gli occhi su concorsi addomesticati; facoltà tenute in piedi con un numero ridicolo di studenti; atenei col bilancio in rosso che tuttavia non fanno niente per diminuire le spese; sedi distaccate e corsi di laurea inutili, ma costosi, ecc.;

2.      il Ministro non ha preso queste misure in seguito alle pressioni della piazza, le ha prese, anzi, nonostante le pressioni della piazza; e queste misure non sono invenzione degli ultimi giorni, ma appartengono ad una strategia già precisamente delineata dalla Gelmini quando era ancora ministro Fioroni;

3.      la Gelmini poteva lasciare tutto così, invece ha dato una sterzata, in questo dimostrandosi molto diversa da quanti l'hanno preceduta su quella poltrona piuttosto calda. Il cambiamento si chiama Mariastella, che vi piaccia o no, e chi continua a protestare, a prescindere, fa sempre più una battaglia di retroguardia;

4.      nello specifico, i provvedimenti del decreto mettono a tacere tutti i piagnistei diffusi ad arte dalla macchina pubblicitaria della sinistra e ripetuti da migliaia di ragazzi e ragazzini sulle piazze italiane. Si diceva: ci rubano il futuro, per noi giovani non c'è futuro! E il decreto prevede dal 2009 tremila posti in più per i ricercatori e incentivi alle università per favorire i pensionamenti (largo ai giovani!). Si piangeva: vogliono toglierci il diritto allo studio, vogliono impedire ai giovani non facoltosi di frequentare l'università! E il decreto prevede uno stanziamento di 150 milioni di euro da distribuire in borse di studio, più altri 65 milioni di euro per incrementare i posti letto nelle residenze universitarie. Si pestavano i piedi frignando: niente più ricercatori, vogliono affossare la ricerca! E il decreto non annulla i concorsi già programmati per docenti e ricercatori, ma interviene per la prima volta a renderli più trasparenti, tramite il meccanismo del sorteggio dei commissari;

5.      il decreto innesca un meccanismo virtuoso, che premia gli atenei che ottengono risultati in termini di ricerca e di serietà nella gestione delle risorse (lo stanziamento è di 550 milioni di euro), ivi compresa la capacità e il coraggio di razionalizzare le spese, tagliando i rami secchi (le facoltà sottodimensionate e le sedi distaccate inutili); nello stesso tempo penalizza gli atenei che invece hanno i conti in rosso;

6.      le grandi riforme per rilanciare l'università arriveranno, invece, attraverso disegni di legge, sui quali il ministro apre al confronto con tutti. I tagli per ora restano, ma quelli non dipendono dalla Gelmini, e comunque c'è ancora tempo prima che divengano effettivi. Nel frattempo, se si sarà innescato un circuito virtuoso, non è detto che non possano essere rivisti, ma saranno in ogni caso più sopportabili.

7.      il mondo universitario approva, la Conferenza dei Rettori ha formulato un "forte e pieno apprezzamento"; anche da sinistra arrivano dei giudizi positivi, ma cauti, perché bisogna continuare a cavalcare la piazza;

Già, la piazza, la piazza mobilitata, la piazza sempre più strumentalizzata a fini politici. La piazza a cui la sinistra italiana affida la propria riscossa. La tensione, per costoro, deve restare alta, si deve continuare a scioperare, ad occupare, a fare notizia sui giornali, inventandosi ogni giorno qualcosa (adesso vanno tanto di moda le lezioni all'aperto).

Chissà se i molti giovani usati come carne da macello s'informeranno e rifletteranno seriamente su questo nuovo decreto della Gelmini. Chissà se si renderanno conto che il "diavolo", in realtà, non è affatto tale e lavora per migliorare il loro futuro scolastico. Chissà se qualcuno (professori, comici e conduttori televisivi, politici, telegiornali…) avrà l'onestà intellettuale di spiegarglielo. Chissà…

Gianluca Zappa

 

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categoria: scuola, attualitĂ