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giovedì, 22 ottobre 2009

UN'ORA D'ISLAM

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, con la crisi economica in atto, avrebbe cose molto importanti e serie cui dedicarsi. E invece cosa ti fa? Ti tira fuori una proposta che ci azzecca come i cavoli a merenda, quella dell’ora di Islam nelle scuole pubbliche. Urso non è un isolato pensatore: il suo gruppo di riferimento è quello della Fondazione culturale che fa capo a Gianfranco Fini. E questo già dice molte cose.

Io ho una mia personalissima tesi, che non riesco a togliermi dalla testa. Molte iniziative e pronunciamenti dell’on. Fini, l’uomo di destra più amato dalle sinistre italiane, hanno uno scopo ben preciso: colpire la Chiesa cattolica, indebolirla e modificare in senso laicista la cultura e le leggi di questo Paese. Cercherò di spiegare come la proposta dell’ora di Islam risponde a questa strategia.

Innanzi tutto va detto che di questa proposta i primi a non sentirne il bisogno sono proprio gli islamici. Lo spiegava bene l’altro giorno sul Corriere Paolo Branca, islamista e docente di arabo alla Cattolica di Milano: le comunità islamiche sono alla ricerca di luoghi di preghiera e di incontro, quello è il loro bisogno concreto, e tra l’altro preferiscono insegnare la religione ai loro giovani dentro le moschee.

Sergio Romano (che sempre sul Corriere si è occupato del problema concludendo lapidariamente “o si cancella l’ora di religione o la si permette anche ai musulmani”) ha riportato a sostegno della propria tesi un esempio che però la contraddice. Il caso di un sedicenne musulmano che in Germania si è rivolto al tribunale amministrativo per essere autorizzato a pregare a scuola, per osservare il precetto coranico delle cinque preghiere musulmane. Ecco, un islamico chiede non tanto di essere “istruito” a scuola sull’Islam, quanto piuttosto di poter “pregare” anche a scuola. C’è una sostanziale, abissale differenza.

Colpisce nella proposta Urso-Fini questa incapacità di cogliere e capire l’esigenza reale dell’uomo religioso islamico (ma anche cattolico) e questo muoversi in un astratto concetto della fede. Ho sentito Fini dire che “certo, non dovrà trattarsi di un’ora di catechismo”. Ma quale islamico sarebbe interessato ad un’ora generica di istruzione religiosa (non catechistica) che lui ha in mente? E’ sinceramente inquietante questo ragionare in base ai propri schemi mentali e ideologici, credendo di poterli applicare, imporre ad una realtà che non si comprende appieno.

La proposta di Urso appare astratta e insensata anche perché non sembra tener conto di problemi reali che esistono, come la mancanza di una’autorità centrale islamica con cui concordare la materia, l’impreparazione stessa degli islamici e degli imam, la mancanza di professori islamici e così via... Di nuovo i sintomi di un’ideologica astrattezza.

Infine, l’argomento più gettonato, più evidente, che sintetizzo con le parole di Alberto Melloni: “semmai sarebbe utile fare proprio il contrario. Nessuno come i ragazzini islamici avrebbe bisogno di imparare cos’è il cristianesimo”; o con quelle dell’on. Casini: “questa non è la terra di nessuno. E’ un Paese che ha una sua identità cristiana che va studiata e rispettata”. E si potrebbero aggiungere gli argomenti a favore di un’ora di buddismo o di ebraismo. Insomma, grande confusione e grandi problemi.

A questo punto sorge un dubbio: possibile che Urso e Fini non si rendano conto di tutto ciò? E sorge una risposta: se ne rendono conto, ma è proprio il loro scopo quello di far sorgere questo tipo di problemi. Perchè, alla fin fine, la loro proposta (astratta, cioè campata in aria, ideologica, lontana dalla realtà e dalle esigenze reali dei credenti) ha sortito l’effetto di ridare vita al partito di coloro che sostengono di abolire l’ora facoltativa di religione cattolica (in base al principio o tutti o nessuno), sostituendola con un’ora, obbligatoria, di “storia delle religioni”. Cioè un’altra, aggiuntiva pallosissima ora di inculturazione, magari gestita da docenti “laici”, messa sullo stesso piano di un’ora di educazione civica.

Alla fin fine, Urso e Fini, con la loro strampalata iniziativa, tendono a mettere in discussione proprio l’esistenza, nella scuola, di uno spazio “confessionale”, nel momento stesso in cui sembrano passare per dei nobili paladini di una minoranza religiosa. L’obiettivo è sempre quello: minare l’esistenza dell’ora di religione cattolica (liberamente scelta e gradita alla maggioranza degli studenti italiani) all’interno della scuola. In favore di un approccio laico, astratto, disincarnato, generico, gelidamente “scientifico” alla “storia delle religioni”. Di cui un cattolico, e soprattutto un islamico, non sentono proprio il bisogno.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, scuola, religione, educazione, laicismo, islam, attualitĂ 
domenica, 06 settembre 2009

MIRACOLI

In questi ultimi giorni di Agosto è rimbalzata su alcuni giornali la notizia di una straordinaria guarigione, di un nuovo possibile miracolo avvenuto presso il santuario mariano di Lourdes. Una donna di Francavilla in Sinni (Potenza), Antonia Raco, affetta da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), malattia terribile ed incurabile e che l’opinione pubblica ha imparato a conoscere diffusamente nel corso di questi ultimi anni, è guarita improvvisamente dopo aver partecipato ad un pellegrinaggio ed essersi immersa nell’acqua della grotta.

La SLA le era stata diagnosticata 5 anni fa e già da 3 la signora Raco era costretta in carrozzella, non più in grado di muoversi autonomamente. A Lourdes era andata con un treno bianco dell’UNITALSI distesa su di una barella! Ma lo scorso 5 Agosto, al ritorno dal pellegrinaggio, risultava agli occhi di numerosi testimoni in grado di camminare (e di correre…) con le proprie gambe, avendo recuperato nello spazio di una sola giornata tutte le facoltà motorie che la malattia sembrava aver compromesso irreversibilmente.

Il medico che la conosce e la segue da tempo, Adriano Chiò, non è certo uno sprovveduto: specialista neurologo in servizio presso il prestigioso ospedale “Le Molinette” di Torino, di casi di SLA ne ha seguiti parecchi, e tuttavia di fronte ad un caso simile non usa giri di parole ed ammette l’inadeguatezza degli schemi interpretativi offerti dalla scienza: “Non è spiegabile con i mezzi di cui scientificamente dispongo (…). Non ho mai osservato una situazione del genere in malati di SLA, la diagnosi era inequivocabile. La signora era affetta da una forma di SLA a lenta evoluzione, una malattia che può rallentare e al massimo fermarsi, ma che non crediamo possibile possa migliorare, dato che intacca i neuroni, irreversibilmente”.

Adriano Chiò non ha dovuto attendere neanche troppo prima di venire a constatare di persona l’eccezionale guarigione della sua paziente. Atonia Raco infatti, ancor prima di partire per Lourdes aveva già programmato, per il 27 di Agosto, un nuovo controllo presso l’ospedale torinese. Completato il controllo non è più stato possibile tener nascosta l’eccezionale notizia.

E’ di sicuro arduo parlare di miracoli con chi non crede, del resto è difficile farlo persino con chi invece crede, ed io stesso non amo indugiare nel miracolistico. Così, se si mette il tema sul tappeto, non sono pochi quelli che si sottraggono ad un qualsivoglia confronto rifugiandosi nella facile ironia o addirittura nel dileggio. Altri invece affrontano la questione, ma in termini puramente teorici e generali, e non poche volte ipotizzando scenari che paiono più fantasiosi dei miracoli stessi (fluidi misteriosi, campi magnetici, proiezioni psichiche, immaginario collettivo, extraterrestri…). Soprattutto quasi mai ci si confronta fino in fondo con il caso specifico, con il singolo episodio, verificatosi (guarda caso) in un contesto di fede.

Come è possibile che la Signora Raco sia andata incontro ad una netta regressione della sua malattia e proprio in coincidenza con un pellegrinaggio a Lourdes? Come mai lei stessa è rimasta sorpresa da quel che è accaduto? Come si spiega che ora, indubitabilmente, cammini? E’ ovvio che tutto ciò non si spieghi, ma questa difficoltà non può essere una ragione valida per non prendere in considerazione quanto è stato comunque accertato e provato. Comunque lo si chiami, quel che è accaduto alla signora Rauco è reale, è parte della realtà, speriamo non lo si archivi tanto presto nello scaffale basso dei racconti per bambini.

A chi la sollecitava sul tema del miracolo ha risposto prudente: “Preferisco parlare di un dono, di una grazia, non di un miracolo (…)”. Ma è un fatto che l’interessata cammini e senza provare neppure un’ombra di stanchezza nelle gambe (come ci si attenderebbe dopo anni di immobilità…), Antonia dice di percepire soltanto una dolenza lieve e circoscritta in un punto ben preciso della gamba sinistra, il medesimo punto dal quale era partito inizialmente il male che l’aveva costretta negli anni in carrozzella, ed in questi termini ha riferito al medico. Ha commentato lo specialista: “È un fenomeno che io stesso impiegherò del tempo ad elaborare (…). Ma quello che abbiamo visto è una regressione della malattia, che scientificamente crediamo impossibile in pazienti affetti da SLA”.

Riguardo l’esperienza vissuta a Lourdes, la signora ha riferito imbarazzata ai giornalisti: “A Lourdes ero andata anche per pregare per tante persone, soprattutto per una bimba di 5 anni che è più grave di me (…). In acqua ho sentito una voce che diceva di farmi coraggio e come qualcuno che mi sollevava, ed ho capito che mi stava accadendo qualcosa (…). Quando ho sentito la voce che mi diceva di alzarmi, non ho più usato la sedia a rotelle. Solo la prima volta che sono uscita, perchè volevo prima consultarmi con il parroco (…)”.

Come spesso succede, non è facile raccontare una cosa simile persino a chi ti conosce e ti vuole bene da una vita e tuttavia è rimasto a casa ad aspettare, magari senza coltivare tante illusioni…E così Atonia Raco, di ritorno alla propria abitazione, esita a confidarsi con il coniuge, ma una voce dolce (la medesima già udita nella vasca) le dice: “dillo a tuo marito”. Allora lei si alza, fa una giravolta e va incontro all’uomo esterrefatto.

Stefano

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categoria: religione, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo
domenica, 19 luglio 2009

UN AUGURIO PER LE VACANZE

Scrivo queste riflessioni alla vigilia di una breve vacanza in montagna con alcuni cittadelliani, con l’intento di fare a tutti un sincero augurio di buone ferie estive.

La montagna, con la sua grandezza e i suoi silenzi, favorisce pensieri alti. E penso che tutti ne abbiamo bisogno. Abbiamo la necessità di ritrovare questa grandezza, l’immensità, l’infinito per cui è fatto il nostro cuore. Perché al di là di quello che pensiamo, delle nostre opinioni politiche e perfino filosofiche, tutti condividiamo questa capacità di aprirci sull’infinito, anche se tutto ciò che vediamo ed incontriamo è destinato a finire.

E’ questo, per citare Leopardi, il “Mistero eterno dell’esser nostro”: questa capacità di concepire “desideri infiniti e visioni altere”, ben oltre quello che sarebbe lecito ad una natura umana tanto fragile e vile.

Mi è capitato di trovarmi a pregare nella prima mattinata insieme agli amici, di fronte alla maestosità e al silenzio delle montagne, e di recitare questi versi:

Nel primo chiarore del giorno

Vestite di luce e silenzio

Le cose si destan dal buio

Com’era al principio del mondo.

 

Si tratta dell’inizio di un inno delle Lodi mattutine composto dalle suore Trappiste di Vitorchiano, vicino a casa mia. Mi è capitato di percepire la bellezza e soprattutto la verità di quelle parole. E’ proprio vero: di fronte alla prima luce dell’alba (che vedi diffondersi sulle vette, sulle nevi eterne, sui prati, sui fiori), è come se tutto l’universo si ridestasse dal buio della notte, è come se le cose tutte venissero all’esistenza, chiamate dalla forza creatrice della luce.

Così fu quando Dio creò il mondo.

L’uomo religioso è colui che riesce d’un balzo a superare il confine angusto del visibile e ad entrare nel Mistero. Nelle cose, in ciò che esiste, l’uomo religioso vede l’impronta di Dio, la sua bellezza infinita, il suo infinito, incomprensibile e stupefacente amore. E d’un tratto si accorge di camminare in questo mondo con la presenza nel cuore di un altro mondo.

Ma questo è ancora imperfetto. E’ un sentimento religioso in senso lato che è presente in tutti i cuori e che si ridesta di fronte allo spettacolo della natura, ma non necessariamente porta ad incontrare il volto di Dio. Anche perché la natura stessa passa, si corrompe e si disgrega. A volte, lo abbiamo visto di recente, mostra anche un volto ben più terribile, ben più angoscioso. La natura stessa porta in sé una ferita e, sempre per citare Leopardi, basta solo un “discorde accento” a tramutare subito in nulla quel paradiso che abbiamo percepito.

Occorre che l’uomo tenga desto in sé l’incanto, quella luce che vince le tenebre, quella luce che torna dopo la notte. Dove guardare? L’inno delle suore Trappiste identifica la luce con Cristo e prosegue così:

O Cristo, splendore del Padre,

vivissima luce divina,

in Te ci vestiam di speranza,

viviamo di gioia e d’amore.

Il desiderio dell’uomo, il suo senso religioso, si compie definitivamente quando si può contemplare il volto di Cristo, luce di Dio.

So bene che le vacanze sono ben altra cosa, sono spesso solo un ulteriore stordimento, un ulteriore rumore, un’ulteriore dimenticanza delle esigenze più vere del nostro cuore. Sono una ricerca affannosa di distrazione.

Ma io vi auguro vacanze umane, in cui si verifichi il miracolo di sfondare il confine dell’angusta circonferenza che ci opprime.

Gianluca Zappa

 

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categoria: religione, tempo libero
lunedì, 06 luglio 2009

QUELLO CHE CI INSEGNA SANTA MARIA GORETTI

Il 6 luglio di centosette anni fa moriva Maria Goretti, uccisa a undici anni perché si era rifiutata di cedere alla violenza di un ragazzo suo amico. La Chiesa l’ha dichiarata santa nel 1950, considerandola una martire, testimone di Cristo.

L’aggressione era avvenuta il giorno prima. Maria era in casa, a sorvegliare la sorellina più piccola che stava dormendo, mentre la sua famiglia e quella dell’assassino stavano fuori a lavorare, in un pomeriggio di caldo torrido. Alessandro Serenelli, l’amico di famiglia, le stava appresso da almeno un anno. Era un adolescente che si attaccava in camera le immagini provocatorie (per quei tempi) delle chanteuses ritagliate dai giornali e dalle riviste e con quelle alimentava le sue fantasticherie un po’ morbose. Sua madre era morta da diversi anni e prima di trasferirsi nella Pianura Pontina, per la mezzadria, la famiglia aveva vissuto nei pressi di Ancona, in un ambiente poco adatto per l’educazione di un ragazzo.

Alle avance di Alessandro Maria si era sempre sottratta. La ragazza aveva una profonda fede, si comunicava spesso e tutte le volte che poteva, anche a costo di grandi sacrifici (d’estate la chiesa era a parecchi chilometri di distanza dalla sua casa). Ma quel pomeriggio del 5 luglio 1902 la furia entrata in corpo ad Alessandro fu più forte di lei, anche se in realtà non la vinse.

Il ragazzo, con una scusa, abbandonò le famiglie che stavano lavorando ed entrò in casa con un preciso obiettivo: avrebbe avuto Maria, oppure l’avrebbe ammazzata. Prese un punteruolo che serviva per cucire le scope e lo tenne a portata di mano. Poi pretese che Maria lo seguisse. Alle sue resistenze, la trascinò, fuori di sé, nella stanza da letto, che chiuse con un calcio. Tentò di scoprirle le gambe, ma lei si divincolava e gli gridava “Alessandro, che fai? Tu vai all’inferno!”.

Il giovane non ci vide più. Colpì ripetutamente Maria all’addome. Quella urlava “Muoio! Mamma, mamma!” ed invocava Dio.

Fu caricata in fin di vita su un carro e, dopo un viaggio disagiato come poteva esserlo a quel tempo e per gente in quelle condizioni, arrivò all’ospedale di Nettuno, dove morì il giorno dopo. Fece in tempo a dire al confessore che perdonava il suo assassino e che lo avrebbe voluto con sé in Paradiso. Le stesse parole di Cristo in croce. Alessandro, dopo aver scontato 27 anni di pena, concluse la sua vita nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno.

Al momento della santificazione di Maria Goretti qualcuno avanzò delle perplessità. Resistere allo stupro e perdonare il suo aguzzino sul letto di morte erano elementi sufficienti per dichiarare questa ragazzina una “martire di Cristo?”.

Oggi, a più di cento anni da quell’orrendo delitto, dobbiamo proprio dire che la Chiesa fu, come al solito, profetica. Una bimba di undici anni che muore mentre cerca di difendere la propria verginità è davvero una “martire”, cioè una “testimone” per un tempo che sta ribaltando dalle radici l’essere umano e in particolare proprio la donna. Oggi che la verginità viene derisa, disprezzata, ridicolizzata, oggi che la pressione della mentalità comune in qualche modo costringe le ragazzine a sperimentare il sesso il prima possibile, anzi, le vede protagoniste di una ricerca spasmodica della “prima volta”, l’esempio di Maria Goretti è davvero come quello di una barca fatata che, prodigiosamente, risale contro corrente la fiumana distruttiva.

Oggi che ci confrontiamo in modo drammatico con la cultura dei paesi islamici, dove spesso la donna è ancora una schiava nelle mani dell’uomo, dove le ragazzine di undici anni (e anche più piccole) vengono vendute come spose bambine, senza che l’occidente civilizzato, l’occidente delle libertà e dei diritti alzi la voce, senza che si facciano manifestazioni nelle strade, senza che le femministe si producano in qualche clamorosa protesta, Maria Goretti è l’icona di quella grande legge di libertà e di dignità umana che è una conseguenza della fede cristiana e della cultura cristiana.

Un’eroica martire di appena undici anni può diventare il modello femminile sul quale ricostruire la grandezza dell’essere umano, sia uomo che donna. Per questo l’abbiamo voluta ricordare.

Gianluca Zappa

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categoria: religione, storia, antropologia, diritti umani, santi, cattolicesimo, morale
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

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categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
giovedì, 14 maggio 2009

TERRA SANTA: QUELLO CHE IL PAPA HA DETTO

 “È giusto e conveniente che, durante la mia permanenza in Israele, io abbia l’opportunità di onorare la memoria dei sei milioni di Ebrei vittime della Shoah, e di pregare affinché l’umanità non abbia mai più ad essere testimone di un crimine di simile enormità. Sfortunatamente, l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile. Ogni sforzo deve essere fatto per combattere l’antisemitismo dovunque si trovi, e per promuovere il rispetto e la stima verso gli appartenenti ad ogni popolo, razza, lingua e nazione in tutto il mondo”.

(Benedetto XVI, dal discorso all'areoporto di Tel Aviv)

“Non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete stati testimoni suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo. Al contrario, fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace. Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione. Edificate le vostre Chiese locali facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica.

Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!”.

(Benedetto XVI ai giovani, Betlemme)

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categoria: chiesa, religione, storia, giovani, razzismo, attualitĂ , santo padre
lunedì, 27 aprile 2009

FUKSAS E IL CUBO ERETTO AL CULTO DEL NULLA

Se Camillo Langone dalle pagine de Il Giornale di ieri ne dice di tutti i colori contro Fuksas, il cubo e la Cei, fa solo che bene. Ieri è stata inaugurata a Foligno una chiesa a forma di cubo di una ventina di metri d’altezza, mentre un parallelepipedo lì a fianco fa la parte della sagrestia e della canonica; un ammasso di cemento che con l’idea di chiesa ha poco da spartire. È l’esempio evidente e ingombrante che chi non ha l’idea di Dio, non ha nemmeno una buona idea sull’ideazione di un luogo dove adorarlo. Vabbè che l’architettura sacra contemporanea è un susseguirsi di capannoni, prefabbricati, tendoni cementizi privi di slancio mistico, ma qui non si trova nemmeno il Crocifisso! È un monumento all’assenza di Dio, un monumento al nulla, al nichilismo. Artisticamente è, invece, fuori luogo. Privo di rapporto con l’ambiente, privo della spiritualità umbra, decontestualizzato e incontestualizzabile, poiché privo di nesso logico con lo scopo per cui si costruisce una chiesa: il rapporto con il divino. È evidente, il progetto andava bocciato come in verità molti altri. Di orrende chiese contemporanee ne abbiamo fin sopra i capelli. La centralità di Cristo viene sorpassata da forme criptiche, ermetiche, misteriose. Il Sacramento alle volte ce lo troviamo alle spalle, in una zona a parte, come se non fosse il protagonista. Ma dove sono le immagini? la materialità del Dio fatto uomo? La percezione di un Dio presente qui e ora in un cubo imperscrutabile. Se manca lo slancio religioso a chi progetta chiese, ecco cosa produce: un luogo assente, una chiesa atea; rappresentazione della concezione deista di una divinità lontana, o atea di una divinità inesistente. La nostra cultura è fatta di visibilità, anche nella rappresentazione del divino. Ma il culto del nulla ha preso il sopravvento.

taspaoloUser: taspaolo

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categoria: chiesa, arte, religione, laicismo, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo, ideologia
giovedì, 09 aprile 2009

L’ORRORE DELLE FOSSE DI LE MANS

In questi giorni in cui in Italia qualche giustificata polemica accompagna la misera distribuzione del film “Katyn”, si viene a sapere della scoperta di nuove fosse comuni… La notizia però non arriva dai paesi dell’ex blocco sovietico, bensì dalla ben più vicina e familiare Francia. Le vittime non sono state identificate nel fango delle fredde foreste dell’Ucraina o della Polonia orientale, bensì nella soleggiata periferia della città di Le Mans.

Nel capoluogo della Sarthe, gli archeologi d’oltralpe sono intervenuti per effettuare delle ricognizioni in un terreno destinato dalla municipalità ad accogliere un nuovo edificio pubblico. Lo scopo della missione era evitare che i lavori cancellassero, magari inavvertitamente, le vestigia di una qualche fossa sacrificale come quella colma di vittime umane ed equine appena ritrovata ad Evreux e dedicata all’antica dea gallica Epona, reminiscenza di un antico culto druidico…

Questa volta però sono venute alla luce alcune fosse comuni ricolme dei resti mortali delle vittime del terrore rivoluzionario, reminiscenza di un culto (non meno terribile) di matrice nichilista e giacobina… L’esame degli scheletri ha rivelato trattarsi di persone uccise con particolare ferocia ed accanimento, forse torturate, con armi bianche o altri oggetti contundenti: crani frammentati, membra disarticolate o tagliate, ossa segnate da colpi molteplici e ripetuti...

Sembra che i corpi ritrovati nella prima delle fosse fossero stati deposti con maggior ordine e la prima è anche l’unica fossa in cui sia stato ritrovato almeno qualche effetto personale (bottoni metallici, un coltello, alcuni grani di Rosario…). Nel caso delle altre fosse invece, i corpi sono risultati accatastati frettolosamente e alla rinfusa, le vittime uccise dopo che erano state già spogliate di tutto. Al momento gli esperti hanno esaminato con maggior cura appena una trentina di scheletri, dei quali almeno uno sarebbe appartenuto ad un bambino, due ad adolescenti, alcuni altri a donne.

La scoperta, del tutto inattesa, ha destato impressione e commozione non solo nella città di Le Mans, ma anche in quelle regioni che avevano fatto parte della cosiddetta Vendée militare, perché è proprio da lì che venivano coloro i cui resti sono stati ritrovati nelle fosse. La scoperta getta pertanto nuova luce sul tragico destino toccato a migliaia di “nemici della nazione” catturati dai repubblicani a seguito dell’infelice esito della battaglia di Le Mans e condannati allo sterminio dalla Convenzione di Parigi, confermando con ciò quanto era già noto sulla base di altri documenti del tempo. Si tratta delle vicende conclusive del cosiddetto Virée de Galerne (giro verso ponente) una delle fasi più drammatiche dell’insurrezione controrivoluzionaria dell’Ouest francese. Sconfitta a Granville e minacciata dal tifo e dall’inverno, l’armata cattolico-lealista vacilla, come pure vacilla la saldatura tra i diversi contingenti regionali della Vandea, dell’Anjou, della Bretagna (i cosiddetti “Chouans”) e della Normandia.

La parte più importante dell’esercito ribelle, costituita in prevalenza da elementi della Vandea, va incontro alla sconfitta (12-13 dicembre 1793) e si calcola che di circa 60.000-100.000 che avevano attraversata la Loira all’inizio della campagna meno di 5.000 riuscissero a tornare indietro. E’ ben noto che i generali repubblicani posti da Parigi a capo delle cosiddette “colonne infernali” si sentissero chiaramente autorizzati ad annientare per intero le popolazioni che si erano opposte al cammino della rivoluzione.

Ho raccomandato che venga fatta una sorveglianza particolare sugli eserciti e (…) se le mie intenzioni verranno assecondate, non esisteranno più in Vandea, nel giro di quindici giorni, né case, né sostanze, né armi, né abitanti”. Così il 24 gennaio 1794 si esprimeva il generale Louis-Marie Turreau in un rapporto al Comitato di salute pubblica, un documento reso noto solo oggi grazie alla nuova edizione de “La guerre de la Vandée et le système de dépopulation” (Editions du Cerf, 2009), un’opera del celebre rivoluzionario Gracchus Babeuf, antesignano delle idee comuniste in Francia, il quale stimava il numero delle vittime prossimo al milione.

Il significato anti­cristiano e predatorio del genocidio vandeano è poi chiaramente illustrato dal medesimo scritto di Turreau quando dice: “Spero di farvi avere ben presto una collezione molto interessante di vasi sacri, di ornamenti di chiese e di altri effetti d’oro e argento”.

In questi giorni vengono avanzate richieste perchè si provveda a dare degna sepoltura alle vittime dei massacri. Alcuni chiedono che i corpi siano riportati in Vandea ed ivi tumulati, mentre a Le Mans è stata proposta l’edificazione di un memoriale. Altri, infine, hanno espresso il desiderio di poter sottoporre i resti a test genetici nella speranza di identificare un qualche avo scomparso nel periodo della rivoluzione. Lettere ed appelli in tal senso sono giunti a Philippe de Villere, presidente del Consiglio generale della Vandea, mentre Jean-Claude Boulard, sindaco di Le Mans, ha già dichiarato che non si opporrebbe ad una richiesta da parte delle famiglie della Vandea di riavere indietro i corpi dei loro parenti. Queste ultime notizie sottolineano alcuni cambiamenti in atto nel profondo della società francese: si moltiplicano le opere revisioniste sul periodo della rivoluzione e, a parte la nuova edizione del lavoro di Babeuf, è fresco di stampa l’imponente e documentatissimo “Livre noir de la Révolution française (Editions du Cerf, 2008 - a cura di Renaud Escande OP) di oltre 800 pagine; da tempo poi molti francesi disertano la Fête de la République, che appare sempre più un rito ufficiale e sempre meno una festa di popolo; le Chiese infine (ho avuto modo di constatarlo di persona in Bretagna) tornano ad accogliere un discreto numero di persone…

Così, come per Katyn, la gente si commuove e vuole sapere, mentre le parole d’ordine della politica e le giustificazioni della storiografia ufficiale sembrano non offrire più risposte soddisfacenti al cuore di coloro che si sentono come orfani e privati del proprio passato.

Stefano

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categoria: cultura, religione, storia, persecuzioni anticristiane
sabato, 14 marzo 2009

SOCCI, NAPOLEONE E MARGHERITA HACK

Pensavo ieri, dopo un’intervista ad Antonio Socci nell’ambito di un incontro pubblico sul suo ultimo libro, Indagine su Gesù, pensavo alla bellezza dell’amicizia con lui. E’ qualcosa che va ben oltre l’effettiva frequentazione (ci si limita agli auguri nelle feste comandate e ad incontrarci per la presentazione di un suo nuovo libro), perché è qualcosa di più profondo.

E’ il riconoscersi rinati nell’ambito di uno stesso incontro, che abbiamo fatto entrambi (e l’ho scoperto proprio questa volta) nello stesso anno. Un incontro ci ha cambiato la vita. Ci siamo trovati davanti una realtà umana bellissima che ci testimoniava un oltre. E ci siamo appassionati, fino alle lacrime. Un innamoramento, insomma, il cui oggetto del desiderio si chiama Gesù di Nazaret.

Sentire Antonio raccontare con entusiasmo questa storia, rievocarla nei dettagli, dire con foga che l’esperienza dell’incontro con Gesù è la più bella avventura che ti possa capitare, è stato un fare memoria di quello che è capitato anche a me. Gente che si riconosce figlia di questa storia vive un legame intenso, anche se in fondo si conosce appena.

Le pagine più significative di questo bel libro di Socci sono quelle, a mio parere, nelle quali si racconta e si dice come sia possibile ancor oggi vedere Gesù all’opera. Perché questo fatto è la reale e sconvolgente prova della sua risurrezione. Per tanta gente Gesù continua ad essere un contemporaneo, inspiegabilmente vivo. E’ forse il più grande miracolo, che è sotto gli occhi di tutti, se solo tutti avessero la necessaria apertura di mente e di cuore per guardare.

Una tale apertura ce l’aveva Napoleone, citato abbondantemente da Socci, il quale nelle sue Conversazioni religiose ebbe a scrivere: “Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Quanto a me, i miei eserciti mi dimenticano mentre sono ancora vivo, come l’esercito cartaginese fece con Annibale. Ecco tutto il nostro potere di uomini!.... Che abisso tra la mia profonda miseria e il regno eterno di Cristo, pregato, incensato, amato, adorato, vivo ancora in tutto l’universo”.

Gesù, un re da operetta su questa terra (e Napoleone di re e condottieri se ne intendeva), eppure misteriosamente ancora vivo, con un esercito di fedeli che non lo dimenticano. Questo era qualcosa che sconvolgeva il grande imperatore, che lo mandava letteralmente fuori di testa.

Socci racconta, fa nomi e cognomi. Storie significative: il rabbino capo di Roma Israel Zolli che si converte; lo scettico scienziato Alexis Carrel che a Lourdes, suo malgrado, deve assistere ad un miracolo; la storia (di questi anni) di Vicky, una ragazza disperata, siero positiva, abbandonata dal marito e dalla famiglia, che ritrova il coraggio di vivere grazie a Rose, una donna che le testimonia la possibilità di un amore grandissimo e sconfinato. E poi i miracoli, le apparizioni, i segni di un Dio che non lascia sola l’umanità. I volti di Padre Pio, di Madre Teresa, di Giovanni Paolo II (sul quale sta scrivendo il nuovo libro che uscirà a giugno). Ogni età ha i suoi santi. Ad ogni età è stata data la possibilità, da duemila anni a questa parte, di fare esperienza di Gesù vivo, contemporaneo.

Per spiegare come si fa a credere oggi in Gesù risorto, Socci prende a prestito un sicuro metodo, logico e lineare, niente meno che da Margherita Hack, l’astronoma notoriamente non credente, la quale nel 2007, annunciando la scoperta di un pianeta attorno alla stella “Gliese 581”, spiegava che esso era stato misurato con la tecnica delle “velocità radiali” e dava poi questa spiegazione: “Il pianeta non si vede, ma se ne desume l’esistenza attraverso i disturbi gravitazionali che il pianeta stesso apporta al moto della stella”.

La Hack crede all’esistenza di un pianeta perché, pur non vedendolo, ne vede gli effetti prodotti. E noi crediamo all’esistenza di Gesù, alla sua presenza operante nella storia, perché ne vediamo gli effetti. E’ la stessa logica dello scienziato, o la stessa logica di Napoleone. Noi cristiani siamo profondamente logici e ragionevoli nelle nostre deduzioni. Tra noi e la Hack c’è però una bella differenza: noi possiamo credere al suo pianeta affidandoci al suo metodo; lei non può credere a Gesù Cristo affidandosi al proprio metodo. Noi abbiamo più fiducia nella ragione, perché l’applichiamo sempre. Lei ha bisogno, ogni tanto, di non ragionare.

Chiudo ringraziando ancora una volta Antonio Socci: ascoltarlo e leggerlo è sempre un gran piacere. La sua stessa presenza, la sua umanità, la sua acuta intelligenza, la sua fede sincera e appassionata fanno, messe insieme, uno di quei segni inequivocabili della risurrezione di Gesù e della sua capacità di operare, oggi, nella vita degli uomini.

Gianluca Zappa

 

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giovedì, 05 marzo 2009

TOH, ADESSO IL MEDIOEVO E' UN'ETA' LUMINOSA. LO DICE ANCHE ECO.

“A chi è venuto nel monastero dalla condizione servile non sia anteposto chi è nato libero”. E’ una delle norme che si trovano nella Regola di San Benedetto. Siamo nella metà del VI secolo dopo Cristo, in pieno Alto Medioevo. Nello stendere le regole per quelle particolari “repubbliche” che erano i suoi monasteri, il grande santo spazzava via ogni differenza di ceto. Varcata la porta, tutti erano uguali e nessuno poteva essere “anteposto” ad un altro. Con più di mille anni di anticipo sull’Illuminismo e la Rivoluzione Francese (che, evidentemente, non hanno inventato niente). Quella di San benedetto fu un’autentica rivoluzione rispetto al mondo antico, dove la schiavitù e la riduzione degli uomini a cose non era solo una pratica comune, ma il sistema stesso su cui si fondavano i regni, le società, le economie.

Basterebbe solo questa citazione per sottolineare come il Medioevo è stato ben altro da quell’età “buia” che la diffamazione illuminista ci ha tramandato. Anzi, per certi versi fu un’età molto avanzata, e certe sue acquisizioni si sono perse in seguito e solo faticosamente sono state riconquistate.

Fa piacere che anche un autentico guru della cultura laica come Umberto Eco abbia deciso di rendere il giusto onore all’età medievale, tanto da giocare il proprio prestigio curando la redazione di un’opera sul Medioevo pubblicata, udite udite, dall’Espresso.

E fa molto piacere che sia proprio lui a fare il panegirico di quell’epoca e che nella sua introduzione elenchi a volo d’uccello una lunga serie di fondamentali creazioni medievali: i mulini ad acqua e a vento; le abbazie romaniche e le cattedrali gotiche; le libertà comunali e un concetto modernissimo di libera partecipazione di tutti i cittadini ai destini della città; l’ università (e qui, da buon laico fazioso, si frega, perché sostiene che essa “si costituisce al di là del controllo sia dello Stato che della Chiesa”, omettendo che fu il Papato a costituirsi, fin dall’inizio, come protettore potente dei diritti delle università, nei confronti tanto del potere secolare quanto di quello vescovile).

Ma non è finita: c’è la nascita della scienza anatomica e della pratica chirurgica (con Mondino de’ Liuzzi, nel 1316); quella della banca, della lettera di credito, dell’assegno e della cambiale; il camino; la carta che sostituisce la pergamena; i numeri arabi adottati in quell’eccezionale opera che è il “Liber Abaci” di Leonardo Fibonacci (sec. XIII); il canto gregoriano e la prima polifonia e Guido d’Arezzo che dà il nome alle note musicali; e poi c’è l’uso di tavola e forchetta, i primi orologi; e gli ospedali e l’assistenza ai pellegrini (comincia il turismo).

E la fondamentale invenzione degli occhiali, che prolungò l’attività degli uomini di studio (“è come se le energie intellettuali di quei secoli si fossero di colpo raddoppiate, se non decuplicate”).

Potremmo aggiungere l’innovativa tecnica della rotazione biennale e triennale dello colture, andrebbe sottolineato che non ci sarebbe stato nessun Umanesimo e Rinascimento se il Medioevo, grazie ai monasteri, non avesse salvato dalla distruzione l’imponente patrimonio culturale dell’età classica.

In realtà non si tratta di cose molto nuove. La novità è che le dica con tale entusiasmo un Umberto Eco e che l’Espresso faccia uscire una collana sul Medioevo.

Ma se volete delle riflessioni veramente nuove, allora leggetevi il volume dell’americano Rodney Stark dal titolo “La vittoria della ragione” (Lindau editrice). Qui troverete le invenzioni e le novità che dobbiamo all’età medievale, ma anche e soprattutto una verità già annunciata dal sottotitolo dell’opera, e cioè che fu il Cristianesimo, di cui quell’età era letteralmente impregnata, a consentire quello straordinario progresso, quelle libertà, quella ricchezza.

Se ad un certo punto l’Occidente recupera il gap iniziale che aveva nei confronti di Cina, India e mondo islamico e raggiunge un livello di sviluppo enormemente superiore, è proprio grazie alla sua religione di riferimento. In quelle altre società le religioni innalzarono delle vere e proprie barriere che impedirono lo sviluppo e il progresso, mentre “il successo dell’Occidente, inclusa la nascita della scienza, si appoggiò interamente su fondamenta religiose e venne determinato da devoti cristiani”. Fu la “vittoria della ragione”, perché il Cristianesimo (checché se ne dica) non si è mai costruito contro la ragione umana. E Stark cita Tertulliano, Clemente di Alessandria, Agostino, Tommaso, i filosofi scolastici che “nutrivano molta più fiducia nella ragione dei filosofi contemporanei”.

E’ solo in Europa che l’alchimia si evolvette in chimica, che l’astrologia condusse all’astronomia, che il sapere pratico divenne scienza. Perché? Lo spiegò ad Harvard nel 1925 il filosofo e matematico Alfred North Whitehead: “Il grande contributo del Medioevo alla formazione del movimento scientifico fu la fede inespugnabile che v’è un segreto, e questo segreto può essere svelato”. Dante, nella Divina Commedia, dice che la ragione umana lo può giugner. Questa convinzione, proseguiva Whitehead, “non può provenire che dalla concezione medievale, che insisteva sulla razionalità di Dio, al quale veniva attribuita l’energia personale di Yahweh e la razionalità di un filosofo greco”.

Aspettarsi che anche Eco lo riconosca è forse chiedergli troppo.

Per ora godiamoci il suo entusiastico elogio del Medioevo. E’ già molto.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, chiesa, religione, storia, santi, cattolicesimo, radici cristiane