" width="922" height="230" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" scale="exactfit">
domenica, 13 dicembre 2009

SOLIDARIETA' AL PREMIER

Di sicuro già da stasera un discreto numero di imbecilli esulteranno, e ne lasceranno traccia su Internet, per quanto è capitato al Presidente Berlusconi. Costoro dovrebbero guardarsi allo specchio e vergognarsi, profondamente. Anche farsi un po’ schifo. Non si può esultare davanti a fatti gravissimi come quello accaduto oggi. Chi lo fa ha evidentemente dei gravi problemi.

Bisogna, invece, essere solidali con il premier, ed avere un profondo e sincero dispiacere per quello che gli è capitato. In lui, siamo stati colpiti tutti. E’ una fortuna che il pazzo che ha tirato la statuina non abbia mirato bene, perché adesso staremmo a commentare la morte di un uomo.

Si dice che l’attentatore sia un tipo malato, in cura da dieci anni. Uno un po’ schizzato. Non sarebbe la prima volta nella storia che un pazzo uccide un personaggio importante. Sono in corso accertamenti e perquisizioni nella sua abitazione. Vedremo. Ma il gesto del pazzo, di quel pazzo, è in qualche modo connesso a quello che una manciata di altri pazzi, lucidi stavolta, avevano poco prima messo in atto in piazza del duomo.

Un amico, presente per motivi di lavoro alla manifestazione, mi ha detto che erano 25-30. Si sono messi tra la folla e hanno cominciato a sbraitare contro Berlusconi. L’abbiamo sentito al tiggì, lo sentiamo spesso, ma non riflettiamo abbastanza su queste provocazioni. Entrare in qualche decina in mezzo alla folla di un comizio e provocare quella folla è un gesto da folli, da veri folli. Si rischia grosso, ma si vuole rischiare grosso. Si va lì con la speranza di essere pestati, così da far passare dalla parte del torto della gente pacifica. E, ovviamente, avere il battage di tutto il circo televisivo.

Non è la prima volta che accade. Questi provocatori che s’insinuano nelle riunioni del partito del premier sono sempre e solo un gruppetto, ma si fanno sentire e cercano la mischia. Il mio amico mi raccontava del clima teso di questa sera, già prima che avvenisse il fattaccio. E bisogna riflettere bene su un altro punto: quella ventina di provocatori non sono stati minimamente toccati. E finora è accaduto sempre così. Nessuno alza le mani. E sì che c’erano dei duri leghisti lì in piazza! Niente. La folla incassa, non reagisce, non passa alle mani, anche se il desiderio di prendere a cazzotti questa gente sarà venuto a più d’uno dei migliaia che partecipavano alla manifestazione. Oggi, per l’ennesima volta, è andata ancora bene. Ma quanto potrà durare?

C’è stato il NO B Day, ma non è accaduto niente di simile. Nessuno si è permesso di andare a provocare, di cercare le botte. Anche su questo bisognerebbe riflettere a fondo. E, a proposito di quella manifestazione, c’è da dire che dalle parole oggi si è passati ai fatti. Una manifestazione si fa contro il governo, contro delle forze politiche, non contro un uomo! Ma è proprio contro un uomo che si è scesi in piazza; è contro un uomo che certa gente pontifica in televisione tutti i santi giorni; è contro un uomo che si prendono voti, anche in totale assenza di programmi politici. E oggi contro un uomo è stato tirato un oggetto contundente.

Chi semina odio poi si deve prendere la responsabilità di quello che capita. Fosse anche il gesto di un mitomane un po’ depresso. Fossero anche i siti internet che ignobilmente oggi si lanceranno in deliri di gioia.

La situazione si sta facendo viola. Non c’è da rallegrarsene: dopo il viola viene il nero, il buio totale.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (23)(popup) | commenti (23)
categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, povera patria
sabato, 05 dicembre 2009

MA IL CIELO E' SEMPRE PIU' B!

Due istantanee di questo che doveva essere il giorno del trionfo del qualunquismo dipietrista. Mentre a Roma c’era chi saltava e ballava sulle note di Rino Gaetano, a Palermo c’era chi saltellava gridando “chi non salta un mafioso è”. A Roma si lanciavano insulti contro il mafioso Berlusconi; a Palermo il Governo italiano, in piena era Berlusconi, assestava un’altra mazzata in capo alla mafia, tra il tripudio della gente. E non solo a Palermo.

Qualcuno li aveva avvertiti: “Guardate che con questa manifestazione contro Berlusconi non farete nient’altro che aumentare il suo gradimento”. Già, ma quel qualcuno non poteva assolutamente prevedere che proprio in questo giorno il Ministro Maroni avrebbe annunciato con soddisfazione l’arresto di altri due (due addirittura!) grossi calibri della mafia. E che Berlusconi avrebbe potuto chiosare che quest’operazione è la miglior risposta alle strampalate accuse di un pentito che lancia accuse senza, tra l’altro, che vi siano riscontri.

Chissà come l’avranno presa a Roma quelli del “popolo di Internet” (che poi tanto popolo non sono), chissà quali contorcimenti di budella, ma anche di sillogismi, pur di non ammettere che è un po’ strano che un Presidente del consiglio secondo loro colluso con la mafia stia ottenendo contro la mafia risultati da guinness dei primati. E chissà se stavolta i corrispondenti della stampa estera saranno così onesti da dare ampio risalto a questa Italia che combatte la mafia e balla di gioia per l’arresto di un boss.

L’on. Casini non è sceso in piazza. Ha fatto bene. Poi ha spiegato che invece di fare queste piazzate, “bisogna far capire agli italiani che Berlusconi non sta governando”. Una spiegazione che non spiega gran che. La domanda sorge spontanea: un governo impegnato nella lotta alla mafia è un governo che non governa?! E poi, come fa a governare un Presidente del Consiglio che è continuamente sotto tiro della magistratura, in modo spesso del tutto pretestuoso? Gli italiani stanno assistendo ad un gioco al massacro, con parte della magistratura che cerca di prendere a spallate Berlusconi un giorno sì e l’altro pure, con l’appoggio sfrontato di potenti lobby giornalistiche. Un’aggressione sempre più feroce, aumentata all’indomani della cancellazione del Lodo Alfano.

Ma torniamo alla notizia del giorno: dopo l’arresto clamoroso dei due boss, appare quasi infantile l’entusiasmo di Di Pietro per i suoi 300.000 in piazza. C’è chi parla di speranza. Ma, ragioniamo, che speranza ci può essere sotto un cielo viola? I colori sono simboli che hanno la loro importanza. Il colore di questa gente è il funereo viola, nella tradizione occidentale legato al lutto, alla morte, al digiuno, alla Quaresima di penitenza.

Non gliene va bene proprio una! Il rosso era già occupato. L’arancione si sposa con l’arcobaleno. Guai a toccare il verde. Il nero è da tempo già da un’altra parte. Il marrone ricorda le camicie brune. Il bianco e il giallo puzzano di sacrestia. E il blu, il blu del cielo di Rino Gaetano, il blu che gli piace tanto, il blu con le sue tinte è stato già scelto da Berlusconi. E, per giunta, inizia proprio per B. Che sfiga!

Allora che cosa hanno fatto? Per non rinunciare al blu e per farsi amici anche i rossi, hanno mescolato il blu e il rosso e gli è scappato fuori il... viola! Il colore delle prefiche. Va bene, va di moda, ma per un movimento che vuole essere l’avanguardia speranzosa del Paese non è proprio il massimo!

Non c’è niente da fare: anche dopo questa grande kermesse dipietrista, il cielo è sempre più B.!

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (15)(popup) | commenti (15)
categoria: politica, attualitĂ , berlusconi
martedì, 01 dicembre 2009

A PROPOSITO DI MORALITA'

Il sig. Di Pietro continua a blaterare di questione morale e chiama a raccolta la gente per una manifestazione contro il signor B. Tutta la sinistra e tutto il cattocomunismo italiano vivono ormai da anni di questo richiamo alla moralità (anche se ormai anche loro non hanno più nessun titolo per sentirsi quelli puri e duri di una volta) e non ci parlano altro che di politici corrotti, di mafia, di scandali, di processi. Le trasmissioni televisive della sinistra ideologica ed organizzata e tutta la stampa della stessa area politica e culturale sono ormai monotematiche.

Si sta poi lavorando nelle scuole, sempre sugli stessi temi. Ecco allora corsi, seminari, concorsi, pamphlet ed iniziative di ogni genere sul tema della legalità. C’è una vera e propria emergenza educativa, si direbbe, e si è mossa una gioiosa macchina da guerra per insegnare ai nostri ragazzi a rispettare la legge. Per alcuni giovani, tra quelli più entusiasti e disponibili all’impegno politico, un mondo nuovo dove si accampi la legalità sta diventando la nuova utopia. La rivoluzione si farà mandando in carcere i corrotti e facendo trionfare gli onesti.

Bene, evviva, battiamo le mani! Ma, messo da parte l’entusiasmo un po’ retorico, guardiamoci in faccia e diciamoci chiaramente che ancora una volta la montagna partorirà il topolino e cerchiamo di ragionare un po’ più a fondo sul problema.

La domanda è: perché essere morali? Perché rispettare le leggi? Perché un giovane, per esempio, non dovrebbe accettare un posto di lavoro in una qualche municipalizzata, offertogli dall’amico politico? Perché sennò toglie il lavoro a qualcun altro? Perché sennò Napolitano gli fa il fervorino? Perché sennò fa uno sgarbo ai sacri principi della nostra immarcescibile Costituzione? Perché sennò Di Pietro s’incazza e gli fa una delle sue solite scenate alla Merola?

Quando la società italiana era in maggioranza cattolica, quando era molto meno secolarizzata, c’erano delle risposte più serie a queste domande e quelle risposte fornivano un deterrente. Si rubava anche allora, certo, ma il biasimo sociale era molto più forte, perché accanto al delitto in sé e per sé, il reo infrangeva l’ordine divino. Non c’era bisogno di fare corsi sulla legalità o sulla solidarietà, perché l’universo cristiano è un universo solidale di per sé e perché “non rubare” è un comandamento divino. Insomma, c’era un’educazione continua che veniva dal vissuto, non dalle conferenze. Era una società forse più bigotta, più bacchettona, più tutto quello che di brutto riuscite a pensare. Così ce l’hanno presentata, a noi che non l’abbiamo conosciuta. Però, abbattuta allegramente quella, niente di seriamente alternativo è stato costruito.

Ne è uscita la nostra attuale società liberal-democratica, consumistica, allegramente nichilista, secolarizzata, senza centro, ideologicamente laica, che non riesce più a produrre quei valori di cui avrebbe pur bisogno per sussistere e che si consuma nella sua corruzione. Questa società, questa cultura, può mettere in piedi tutte le leggi che vuole, tutte le iniziative che crede, tutti i corsi di formazione alla legalità. Non riuscirà a convincere la gente che vale la pena comportarsi secondo la legge. Potrà farlo solo aumentando la coercizione e la forza e la repressione.

Allora ci salverà mister Di Pietro? No, non fatevi illusioni. Di Pietro sta combattendo un Nemico in carne ed ossa. Quando gli avrà tagliato la testa, avrà concluso la sua missione (sempre che, esaltato dalla vittoria, non vada in cerca di altre teste da tagliare, il che sarebbe un vero incubo). Non ci salveranno nemmeno i cervellotici catechismi laici e i discorsi del Presidente della Repubblica e i seminari di studio sulla Costituzione. Tutte queste cose non sono in grado di generare quello di cui un uomo ha veramente bisogno per comportarsi bene: una religione.

Ai richiami morali che si fanno oggi manca infatti una prospettiva grande, manca una sacra paura, una gioia, uno stupore. Non sarà un qualunque mutamento nelle abitudini o nella routine sociale a salvarci. Chi fa della legalità il suo slogan e il suo cavallo di battaglia è peggio di un don Chisciotte ed è per giunta triste e deprimente. Date invece una grande prospettiva all’uomo, dategli una grande fede e tornerà a desiderare la propria conversione.

In conclusione, penso che molto difficilmente possa esistere un uomo che si comporti legalmente per venerare la Costituzione o un’idea di umanità fraterna e solidale. E’ molto più facile (è la storia dell’umanità che lo dimostra) che ne esista uno che lo faccia per amore di Dio e del suo Paradiso, o per paura dell’eterna prigione infernale. Tra l’altro costui sarà un saggio cultore della virtù dell’umiltà e non creerà utopie pericolose, né andrà incontro a fallimenti epocali.

Il problema della mancanza di moralità e di legalità è il problema del grande vuoto che vive l’uomo moderno, privo di vivide immagini di purezza e di trionfo spirituale.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (5)(popup) | commenti (5)
categoria: cultura, politica, scuola, giovani, educazione, laicismo, attualitĂ , cattolicesimo, morale
domenica, 15 novembre 2009

LA VENDITA DEI BENI DELLA MAFIA

Un caro amico mi ha inviato il comunicato di una parte politica (che però non viene esplicitata, anche se si può supporre quale sia) circa il provvedimento votato di recente al Senato sulla vendita dei beni dei mafiosi. Mi sono ritrovato dentro una specie di mailing list nella quale sono coinvolte molte persone che conosco. E poiché fin da studente sono stato abituato a dire la mia e a non tenermela per me, disturbo a mia volta con una mia riflessione sull’argomento, ringraziando chi mi ha fatto oggetto di tanta attenzione.

Nel comunicato ci sono dei sillogismi che non mi sembrano molto corretti. Vi si dice che un milione di cittadini ha firmato una proposta sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie e che qualcuno all’epoca si prese l’impegno in questo senso. Bisognerebbe essere più espliciti. Comunque questo fatto, dopo 13 anni e in una situazione di crisi qual è quella attuale (che non è quella del ’96), non mi sembra costituire un paletto ineliminabile. Cosa vuol dire “destinazione sociale” dei beni della mafia? Se uno Stato dalla vendita di quei beni ricava dei fondi che può reinvestire per sostenere i propri cittadini, non li sta destinando in modo utile alla società? Oppure “destinazione sociale” è qualcosa che è solo nella mente di quel milione di cittadini che firmarono nel ’96 una proposta? Perché i loro “principi” non dovrebbero essere messi in discussione?

Nel comunicato si fa un altro ragionamento: “è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan”, e si conclude, in modo lapidario, che l’emendamento diventerà un “regalo” alle mafie. Insomma, un “rischio” è diventato in men che non si dica un “regalo”. C’è qualcosa che non va, mi sembra un’interpretazione un po’ troppo forzata. Che ingenera un tarlo nella mente della gente per farla arrivare ad una conclusione illogica: siccome c’è il rischio che qualche mafioso si compri questi beni, allora l’emendamento è un regalo mafioso.

E’ vero che il rischio che questi beni si vendano male c’è, c’è sempre stato. Un tempo gli Stati, quando si trovavano in gravi difficoltà economiche come il nostro, per tirare su un po’ di soldi confiscavano i beni alla Chiesa e li mettevano all’asta. Cominciarono i cosiddetti “sovrani illuminati”. Cavour e compagni, appena fatta l’unità d’Italia, fecero lo stesso. Ma fecero sempre pochi soldi, perché non c’erano molti compratori, quindi non c’era gara. Era come un Mercante in fiera con pochi giocatori. E questi giocatori erano i più ricchi, che si mettevano anche d’accordo tra loro. Risultato, i privati si presero i beni della Chiesa a due lire. E le casse degli Stati continuavano a piangere.

Oggi i beni non li confischiamo alla Chiesa, ma alla mala. Metterli in vendita invece di tenerseli in proprio, o addirittura spenderci sopra altri denari pubblici per una non meglio imprecisata “destinazione sociale”, non mi sembra una pessima idea. Non capisco, quindi, tutta questa demonizzazione, che rivela solo un pregiudizio ideologico. Certo, c’è da sperare che uno Stato come il nostro, che ultimamente sta infliggendo gravi colpi alla mafia, sappia vigilare perché la vendita di questi beni si faccia nel modo più limpido e fruttuoso possibile per le casse pubbliche. E che questi soldi vengano poi utilizzati dove ce n’è più bisogno.

 Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (2)(popup) | commenti (2)
categoria: politica, attualitĂ 
domenica, 15 novembre 2009

SEMPRE MEGLIO STARCI SCOMODI NEI PARTITI

Con Bersani alla guida, il PD sembra aver ritrovato un punto di stabilità ed è possibile che possa trovare una conclusione la tumultuosa fase di transizione che si era aperta all’indomani della caduta di Prodi. La solida personalità di Bersani lascia sperare in un partito finalmente in grado di sottrarsi al pesante condizionamento esercitato dai giornali di area (La Repubblica) sulla vita interna. Inoltre, archiviato un confuso movimentismo, appare ormai inderogabile la definizione chiara di una stabile identità e di una coerente linea politica. Tramonta ovvero la stagione del cosiddetto “ulivo mondiale” e si apre la ben più concreta prospettiva di una piena adesione al gruppo socialista nel parlamento europeo. Il rischio, tuttavia, è che il partito torni a somigliare a quello di sempre, al vecchio PCI, anche se ora in salsa emiliana. Il rischio è che l’elettore più smaliziato interpreti la vittoria di Bersani come l’avvio del processo di sostanziale ritorno al passato. In questo senso, la fuoriuscita di nomi eccellenti come Rutelli o Calearo rischia di accreditare questo significato.

E’ forse questa la ragione che ha spinto alcuni nomi di spicco di provenienza cattolica, già sostenitori di Bersani alla segreteria, a spendersi in questi giorni per tranquillizzare il popolo dei fedeli con contributi e lettere ai giornali di area cattolica. Il messaggio vuole essere rassicurante su tutta la linea: il nuovo partito è un partito nel quale ogni cattolico può sentirsi a casa sua. Colpisce in questo senso la lettera inviata giorni fa a L’Avvenire da Giovanni Bachelet. Racconta Giovanni della presenza davanti a lui, nella fila al seggio per le primarie del PD, di una coppia di suore… Sottolinea il ruolo di garanzia per i credenti che verrebbe dalla presenza nel partito di figure dai lunghi trascorsi ecclesiali come Rosy Bindi e Romano Prodi…. Ci consegna la chicca di un Bersani studioso del pensiero di San Leone Magno… Ci ragguaglia, infine, a proposito dell’intensa vita spirituale di Ignazio Marino, il quale sarebbe un assiduo frequentatore di messe (questa si che è una rivelazione!). Neppure un giudizio che sembri meno che entusiasta sul partito... Questa visione angelicata del PD mi ha ricordato uno slogan pubblicitario della COOP che recitava: “La COOP sei tu, chi può darti di più?”. Ed infatti Giovanni Bachelet chiude la sua lunga lettera con una nota personale che ha un po’ il sapore dello spot pubblicitario e che, comunque, si fonda su un dato che appare troppo soggettivo: “il PD è l’unico partito al quale mi sia mai iscritto, nel quale mi sento come a casa mia”.

Il problema è Giovanni sciorina una teoria di aneddoti rassicuranti ma alquanto impolitici e tocca assai superficialmente il tema degli indirizzi programmatici del nuovo partito. Come per molti “cattolici-democratici” dell’ultima generazione, anche per Bachelet dialogo e laicità sembrano essere non più i “mezzi”, ma i “contenuti” stessi della politica. Pertanto è da celebrare la sintesi maturata nel partito riguardo al testamento biologico non tanto per il contenuto (Giovanni, intimamente, lo condivide?) ma per il metodo con cui è stata conseguita. E, sembra di capire, se la risoluzione la votano in tanti ciò è garanzia del fatto che possa andar bene anche per la coscienza del credente. Non lo sfiora il sospetto che bene e male non possano essere definiti “a maggioranza”, tanto meno lo sfiora il dubbio che una risoluzione intrinsecamente malvagia resterebbe comunque non sostenibile anche se vi si riconoscesse l’intero gruppo dirigente del partito. E’ per questo che non solo è un diritto, ma talora un dovere, l’obiezione di coscienza, principio di libertà per il quale ci si rifiuta di collaborare a ciò che è intrinsecamente un male, e la soppressione diretta di una vita umana indifesa ed innocente sarà sempre un delitto per la coscienza umana e cristiana. Questo principio non riguarda solo qualche medico, riguarda anche una classe politica (di cui ora anche Giovanni Bachelet è parte) troppo spesso usa a sentirsi al di sopra del bene e del male.

Ma forse il problema è proprio in quel desiderio, umanamente comprensibile, di sentirsi in un partito come a casa propria… E’ umanamente gratificante avere il conforto degli amici di partito e l’incoraggiamento dei padri nobili (Bachelet scrive d’essere entrato in politica solo dietro particolare insistenza da parte di Prodi e di Bindi), e tanto più se un tale autorevole incoraggiamento ci rassicura nella convinzione di aver scelto la parte giusta, di esser parte della compagnia dei “buoni”. In un contesto simile il disarmo della coscienza diventa, a mio parere, un rischio concreto. Proprio Don Milani, nella celebre “Lettera a Pipetta”, descriveva questo rischio e ne traeva le dovute conseguenze: un Cristiano farebbe bene a non sentirsi a casa propria da alcuna parte! C’è, infine, il problema degli incredibili equivoci che gravano sul concetto di laicità. Proprio perché siamo cristiani crediamo nella laicità, ma proprio perché crediamo nella laicità ci interessa ben poco se le suore partecipano alla vita di partito o se Marino è un assiduo frequentatore di Chiese. Questi sono argomenti “clericali”, tutt’ al più  dovrebbero sollecitare l’attenzione dei pastori. Non noi abbiamo titolo per giudicare la fede o la coerenza di Marino. Anche se i dubbi sono tanti... A noi interessa capire quali spazi reali di proposta politica il PD lasci aperti a chi difende la vita dal concepimento al suo naturale tramonto ed a chi difende la famiglia quale definita dalla carta costituzionale. Ciò nella piena consapevolezza che questi aspetti sono a tutti gli effetti parte integrante di quel “bene comune” che, soprattutto a sinistra, si sostiene di voler promuovere e difendere.

A noi non fa scandalo l’impegno del cattolico “a sinistra”, a noi fa scandalo l’accettazione supina da parte del cattolico di sinistra di posizioni tanto contrarie al diritto naturale e al bene comune in nome di un malinteso senso della laicità. A noi fa scandalo la sostanziale subordinazione di taluni credenti ad un’antropologia nichilista e ai suoi esiti.

A noi fanno problema certi silenzi… Quando nella Germania nazista cominciò a farsi avanti un orientamento culturale eugenista e, di seguito, anche una legislazione eutanasica, i giovani universitari della Rosa Bianca non restarono in silenzio.

Stefano

Postato da gianlucazappa | commenti (7)(popup) | commenti (7)
categoria: politica, attualitĂ , cattolicesimo, pd
sabato, 31 ottobre 2009

RUTELLI LASCIA IL PD? UN COMMENTO A CHI COMMENTA

Coccodrilloni come Beppe Fioroni

 

“Trattare la vicenda di Rutelli come se si trattasse di una pra­tica da archiviare, sarebbe un errore, una mancanza di in­telligenza. Se Rutelli se ne va dal Pd è una sconfitta per il Pd, perché lo considero una ener­gia positiva e perché credo in un partito che deve avere al suo interno molte aree cultu­rali” (Beppe Fioroni).

 

Caro Beppe, vedi un po’ se Dario ti presta il fazzoletto ed asciugati i lacrimoni… Ma quando persino il candidato segretario che tu hai sostenuto censurava Dorina Bianchi e minacciava d’espulsione Paola Binetti, perchè rivendicavano libertà di coscienza, tu dove eri? Perché non ti sei preoccupato per tempo della sorte di quella specifica area culturale (la tua) che, a dire il vero, è l’unica ad essere a rischio d’estinzione nel tuo partito?

 

 

Parenti serpenti come Ignazio Marino

 

“La situazione di Rutelli mi sem­bra come quella di un bambi­no che quando gioca a calcio porta via il pallone pensando che poi nessuno giochi, credo che Francesco non riesca neanche a portare via il pallo­ne. Noi continueremo a gio­care e lo faremo bene” (Ignazio Marino).

 

Caro Ignazio, evidentemente a te piacciono le dipartite più delle partite. In pochi si giocherà pure meglio, ma almeno ti toccherà giocare col tuo pallone, quello bucato che tenevi nascosto, quello della tecnocrazia scientista e del fondamentalismo nichilista che sono l’unico orizzonte culturale che davvero ti appartiene. Non ci tediare più con stucchevoli riferimenti alla “casa del padre”, non ci stordire più con forbiti (e furbeschi)  “dialoghi” coi quali ti dilettavi di tirar la giacchetta (pro domo tua) alla personalità cattolica di grido del momento… 

 

 

Semafori immobili… imperturbabili… come Romano Prodi

 

“Se qualcuno se ne va non succede niente” (Romano Prodi).

 

Caro Romano, già Bob Dylan si chiedeva tanti anni fa “quante volte possa sbagliare un uomo prima di rendersi conto di aver sbagliato”. Forse non te ne sei ancora accorto, ma non c’è stato governo da te presieduto che non sia caduto all’indomani di una qualche tua dichiarazione di spocchiosa autosufficienza. E’ come un disco rotto: tanto non succede niente… tanto non succede niente… tanto non succede niente…

 

 

Stefano

Postato da gianlucazappa | commenti (7)(popup) | commenti (7)
categoria: politica, attualitĂ , pd
venerdì, 30 ottobre 2009

DA SANTORO L'IMBARAZZO SU MARRAZZO

C’era del miele ieri sera nel salotto per antonomasia del moralismo televisivo a senso unico, e tanti buoni sentimenti. Quanti (i più “cattivi” o forse i più divertiti) speravano che Santoro portasse in studio il trans Natali, magari anche solo per par condicio, dopo la bella apparizione della D’Addario, sono rimasti delusi.

Un trans, in effetti c’era, ma stava lì per dire “guardate che Marrazzo non è l’unico politico che va con i trans. So di molti altri, di qualcuno che sta più in alto di Marrazzo e che a Milano va con i trans”. Chi vuole capisca. Maurizio Belpietro chiede all’ambiguo personaggio che faccia nomi, si dice disposto a pubblicare le scottanti rivelazioni. L’ambiguo personaggio ospite di Santoro glissa, fa finta di non aver capito. Intanto, però, il sasso nello stagno ce l’ha gettato.

Impressionante la faccia tosta di Santoro, sconcertante, anche divertente, se non fosse che tutta quell’impalcatura, quel pubblico, con gente pronta a spellarsi le mani sempre e rigorosamente a senso unico (cioè quando la battuta viene da un esponente della sinistra, da un Travaglio, contro Berlusconi) è proprio da vomito.

C’era il caso Marrazzo di cui parlare. E Santoro che ti fa? Come uno studentello alle prime armi ti va volutamente fuori tema, perché si sente preparato su un altro argomento. Come uno studentello un po’ paraculo si mette a parlare di quello che vuole lui. E così la puntata sulle dimissioni di Marrazzo diventa la puntata sulle necessarie dimissioni di Berlusconi.

Ora, Santoro è quello che è. Un guitto, un uomo di spettacolo. Non è un giornalista serio. E’ un intrattenitore, un imbonitore, al limite un mancato vignettista. Il problema è semmai Marco Travaglio, il guru dell’informazione onesta italiana, il pontefice della morale politica, quello che ha sempre ragione. Per la prima volta ho assistito al suo intervento in Alzo Zero. Sono rimasto affascinato da tanta geniale idiozia. Lui è al centro della scena. In faccia ha Santoro, che lo ascolta attento e concentrato. Lui si alza, apre il suo libretto, e fa una tirata che parte da Obama per arrivare a parlare, in modo ossessivo, di Berlusconi. Poi si rimette seduto. La messa è finita, andiamo in pace.

Il Messia ha parlato, la verità si è fatta carne. Dopo un faticoso travaglio, anche questa settimana il sacerdote della Morale ha partorito  il prodigio di cinque minuti di omelia. Ora può riposarsi, dopo aver sparso tanta saggezza. A pensarci bene, a guardare la scena con occhio distaccato è qualcosa di pazzesco. Questa strana, buffa, grottesca liturgia è qualcosa che, penso, succede solo in Italia, Paese notoriamente a scarsa libertà d’informazione.

Il salotto del moralismo nazionale ieri sera aveva un bel problema: si doveva riconoscere lo sbaglio di Marrazzo (non si può negare l’evidenza, anche se la tentazione è quella), ma senza pigiare troppo sull’acceleratore. Quindi doveva prevalere il miele e la comprensione. E, soprattutto, si doveva prendere spunto da Marrazzo per dare addosso a Berlusconi. E’ precisamente il “fuori tema” di Travaglio, tanto tirato per i capelli da far sentire lo stridio delle unghie che cercano di arrampicarsi sulla parete liscia dello specchio.

Va bene non infierire su Marrazzo (e da tutto il centrodestra, perfino da Emilio Fede, è arrivata sulla vicenda una memorabile lezione di stile), ma non va bene minimizzare, eccedere in senso opposto. Addirittura tentare un “non parliamone più”, un “meglio parlare di Berlusconi” che, obiettivamente, è davvero ridicolo. Maurizio Belpietro, di fronte ad un Santoro che evoca misteriosi complotti, riporta la vicenda al suo dato scarno: oggettivamente è stato imbarazzante vedere un personaggio di quel genere in quelle condizioni. Molti politici andranno a puttane e a trans, ma uno solo, finora, è stato filmato in quel modo. Avrebbe potuto non dimettersi, ma avrebbe fatto ancor più del male al suo partito. Inoltre c’è un altro aspetto inquietante, questo sì, evocato da Storace con una domanda: da quando Marrazzo ha scoperto di essere sotto ricatto (la scorsa estate) quali sono stati i suoi provvedimenti amministrativi in Regione Lazio? Saranno i magistrati ad indagare.

Il salotto di Santoro avrebbe dovuto ammettere quello che dicevamo in un post precedente, e cioè che questo ossessivo frugare nella vita privata dei politici, o meglio, di un solo politico, Berlusconi, è una tremenda arma a doppio taglio, che si riversa su chi la usa. Ma da quelle parti non sono così interiormente liberi da fare un bel mea culpa, dall’addossarsi la responsabilità di quel giornalismo canaglia che loro stessi alimentano. Al posto del mea culpa è andato in onda il solito attacco politico e personale contro Berlusconi, basato sui condizionali di Travaglio (peraltro non tutti efficaci perché non tutti appropriati) e sulle affermazioni sgangherate di un trans.

E’ l’arte di cadere sempre in piedi. Che riesce a fregare solo il fan di questo triste spettacolo, quel fan che è capace anche di esaltarsi e di godere con la performance del guitto Santoro, e di andare in vera e propria estasi quando parla Travaglio.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (14)(popup) | commenti (14)
categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, omosessualitĂ 
sabato, 24 ottobre 2009

POVERO MARRAZZO!

Quel vecchio e saggio proverbio diceva che chi di spada ferisce di spada perisce. Se al posto della spada mettete la parola moralismo, avete quello che è sotto gli occhi di tutti con il caso Marrazzo.

Devo dire che fanno un po’ tenerezza questi poveracci del PD, che mentre celebravano in pompa magna le loro primarie, si sono ritrovati tra le mani la patata bollente. Marrazzo, suo malgrado, ha rotto a Bersani, Franceschini e Marino le uova nel paniere, li ha messi... a nudo, e mi si passi la battutaccia. Ma guarda un po’ se dopo un’intera estate passata a moralizzare su Berlusconi e le sue improbabili escort, ora dovevano proprio fare i conti con Marrazzo e il suo trans! Sesso e politica anche nel tempio della moralità italiana! Probabilmente della cosa gode solo Di Pietro.

Quello che è triste, veramente triste, è che Marrazzo abbia dovuto sospendersi per una cosa del genere. E’ la vendetta della storia, è il maledetto tunnel creato dal moralismo di sinistra e cattocomunista, che non ammette debolezze nell’uomo, che utopisticamente prevede l’esistenza di un essere incorruttibile e disumano. Uno sbaglio personale, una debolezza della carne, vissuta nel privato, diventa occasione per distruggere la carriera politica di un uomo. Lasciatemi dire chiaro e tondo che assurdo non è lo sbaglio di Marrazzo: assurdi sono i tre concorrenti per la poltrona di segretario del PD che ne hanno chiesto le dimissioni. E tra i tre il più assurdo è Franceschini.

Dal mondo politico sono arrivato commenti di grande saggezza ed equilibrio. Signorile, come sempre, il Ministro Gelmini. Concreto, come sempre, l’on. Lupi, che ha sottolineato come il politico va giudicato non per le sue “cadute” nel privato, ma per quello che fa, per quello che concretamente realizza.

Ma sono arrivati anche giudici trancianti, come quello di Pierferdi Casini, secondo il quale un politico che cede ad un ricatto non può più fare il politico. Il che, in linea di massima, non fa una piega. Ma il fatto è che non è questo il problema. Il problema vero è che si possa mettere sotto ricatto un uomo per una scappatella con un trans. Il problema è il giornalismo gogna, il giornalismo spettacolo, il dibattito politico ridotto a gossip. Il problema è tutto quello che abbiamo sentito e letto su Repubblica, contro Berlusconi. E’ quella campagna di stampa che ha fatto del moralismo il proprio cavallo di battaglia e che ha inaugurato un clima tale per cui un uomo politico diventa ricattabile anche, me lo si lasci dire, per una cretinata di questo genere.

Una cretinata, quella di Marrazzo, e forse neanche. Comunque una sua personale e privatissima questione, della quale a nessuno dovrebbe interessare alcunché. Invece quest’uomo ha capito che da questa scivolata poteva dipendere tutto il suo futuro, ed ha avuto paura, una paura tremenda. Non stiamo parlando di mazzette, di appalti truccati. Il trucco, in questo caso, è di un altro tipo.

Ecco quello che succede, quando si fa una crociata moralista, bieca e squallida. Poveraccio Marrazzo, perché la sua carriera è finita. La parola fine gliel’hanno appioppata i suoi compagni di partito. Vittime del loro stesso gioco, del loro preteso perfettismo, del loro essere dei sepolcri imbiancati. In fin dei conti, poveracci anche loro.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (17)(popup) | commenti (17)
categoria: politica, attualitĂ , morale, pd , dario franceschini
giovedì, 22 ottobre 2009

UN'ORA D'ISLAM

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, con la crisi economica in atto, avrebbe cose molto importanti e serie cui dedicarsi. E invece cosa ti fa? Ti tira fuori una proposta che ci azzecca come i cavoli a merenda, quella dell’ora di Islam nelle scuole pubbliche. Urso non è un isolato pensatore: il suo gruppo di riferimento è quello della Fondazione culturale che fa capo a Gianfranco Fini. E questo già dice molte cose.

Io ho una mia personalissima tesi, che non riesco a togliermi dalla testa. Molte iniziative e pronunciamenti dell’on. Fini, l’uomo di destra più amato dalle sinistre italiane, hanno uno scopo ben preciso: colpire la Chiesa cattolica, indebolirla e modificare in senso laicista la cultura e le leggi di questo Paese. Cercherò di spiegare come la proposta dell’ora di Islam risponde a questa strategia.

Innanzi tutto va detto che di questa proposta i primi a non sentirne il bisogno sono proprio gli islamici. Lo spiegava bene l’altro giorno sul Corriere Paolo Branca, islamista e docente di arabo alla Cattolica di Milano: le comunità islamiche sono alla ricerca di luoghi di preghiera e di incontro, quello è il loro bisogno concreto, e tra l’altro preferiscono insegnare la religione ai loro giovani dentro le moschee.

Sergio Romano (che sempre sul Corriere si è occupato del problema concludendo lapidariamente “o si cancella l’ora di religione o la si permette anche ai musulmani”) ha riportato a sostegno della propria tesi un esempio che però la contraddice. Il caso di un sedicenne musulmano che in Germania si è rivolto al tribunale amministrativo per essere autorizzato a pregare a scuola, per osservare il precetto coranico delle cinque preghiere musulmane. Ecco, un islamico chiede non tanto di essere “istruito” a scuola sull’Islam, quanto piuttosto di poter “pregare” anche a scuola. C’è una sostanziale, abissale differenza.

Colpisce nella proposta Urso-Fini questa incapacità di cogliere e capire l’esigenza reale dell’uomo religioso islamico (ma anche cattolico) e questo muoversi in un astratto concetto della fede. Ho sentito Fini dire che “certo, non dovrà trattarsi di un’ora di catechismo”. Ma quale islamico sarebbe interessato ad un’ora generica di istruzione religiosa (non catechistica) che lui ha in mente? E’ sinceramente inquietante questo ragionare in base ai propri schemi mentali e ideologici, credendo di poterli applicare, imporre ad una realtà che non si comprende appieno.

La proposta di Urso appare astratta e insensata anche perché non sembra tener conto di problemi reali che esistono, come la mancanza di una’autorità centrale islamica con cui concordare la materia, l’impreparazione stessa degli islamici e degli imam, la mancanza di professori islamici e così via... Di nuovo i sintomi di un’ideologica astrattezza.

Infine, l’argomento più gettonato, più evidente, che sintetizzo con le parole di Alberto Melloni: “semmai sarebbe utile fare proprio il contrario. Nessuno come i ragazzini islamici avrebbe bisogno di imparare cos’è il cristianesimo”; o con quelle dell’on. Casini: “questa non è la terra di nessuno. E’ un Paese che ha una sua identità cristiana che va studiata e rispettata”. E si potrebbero aggiungere gli argomenti a favore di un’ora di buddismo o di ebraismo. Insomma, grande confusione e grandi problemi.

A questo punto sorge un dubbio: possibile che Urso e Fini non si rendano conto di tutto ciò? E sorge una risposta: se ne rendono conto, ma è proprio il loro scopo quello di far sorgere questo tipo di problemi. Perchè, alla fin fine, la loro proposta (astratta, cioè campata in aria, ideologica, lontana dalla realtà e dalle esigenze reali dei credenti) ha sortito l’effetto di ridare vita al partito di coloro che sostengono di abolire l’ora facoltativa di religione cattolica (in base al principio o tutti o nessuno), sostituendola con un’ora, obbligatoria, di “storia delle religioni”. Cioè un’altra, aggiuntiva pallosissima ora di inculturazione, magari gestita da docenti “laici”, messa sullo stesso piano di un’ora di educazione civica.

Alla fin fine, Urso e Fini, con la loro strampalata iniziativa, tendono a mettere in discussione proprio l’esistenza, nella scuola, di uno spazio “confessionale”, nel momento stesso in cui sembrano passare per dei nobili paladini di una minoranza religiosa. L’obiettivo è sempre quello: minare l’esistenza dell’ora di religione cattolica (liberamente scelta e gradita alla maggioranza degli studenti italiani) all’interno della scuola. In favore di un approccio laico, astratto, disincarnato, generico, gelidamente “scientifico” alla “storia delle religioni”. Di cui un cattolico, e soprattutto un islamico, non sentono proprio il bisogno.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (15)(popup) | commenti (15)
categoria: cultura, politica, scuola, religione, educazione, laicismo, islam, attualitĂ 
sabato, 17 ottobre 2009

I POTENTI E LA STAMPA (ALL'ESTERO)

Adoro il mio Direttore - vabbè… il titolare del Blog - quando serve su un piatto d’argento codeste vexatae quaestiones… e siccome sono più irresponsabilmente puntiglioso e caustico, rincaro la dose.

 

 

Del caso Obama s’è già detto, anche se varrebbe la pena di rimarcare come la stampa nostrana si sia ben guardata dal dare il dovuto risalto al fatto che l’uomo più potente del mondo - dopo Berlusconi s’intende - abbia – testuale - dichiarato di voler trattare da “nemico politico” un network dell’informazione (e dell’intrattenimento e del cinema…) come la gloriosa Fox. Ma come?! -diranno i miei piccoli lettori di sinistra - Il pacifista, il democratico afroamericano, colui dal quale si pretendeva una formale dichiarazione di guerra per essere stato bonariamente (e poco elegantemente - sic! -) definito “ragazzo abbronzato” dal Capo di uno Stato alleato, l’idolo longilineo di un progressismo chic che vale quanto un’idea platonica a petto delle sue brutte copie materiali? Ebbene sì, proprio lui…

 

 

Tuttavia - fatto meno roboante ma altrettanto notevole - stesse traversie hanno riguardato un altro campione del’internazionalismo progressista: José Luis Rodríguez Zapatero. Mangiapreti, novello Cid di una finalmente non più ‘cattolicissima’ Spagna, ora caciarona e burlesque, variopinta meta di vacanzieri e ricettacolo di unioni fantasiose consumate sotto l’egida dello Stato. Ebbene Zapatero, in crollo verticale di consensi, attaccato violentemente da El Pais… Ma come?! - mi interromperanno i soliti affezionatissimi lettori di sinistra - El Pais? Quel manipolo di coraggiosi che ha avuto l’ardire di pubblicare le compromettenti foto di – ignari - ospiti di una ben nota villa –privata - che esponevano le giovani pudenda al sole estivo, flagrante prova della incompatibilità morale del Cavaliere con il ruolo istituzionale che ricopre? Ebbene si, proprio El Pais, dopo le dure critiche ha dovuto subire una reprimenda certo di non alta lega, da parte del laicissimo Zapatero, il quale ha insinuato che dietro quel trattamento si celasse una volgare difesa del Grupo Prisa, danneggiato economicamente dalla riforma dell'editoria voluta dal governo socialista in nome della pluralità.

 

 

E non basta. Lo stesso Zapatero, in visita ufficiale negli States, ha avuto modo di dolersi a mezzo di un comunicato ufficiale, del trattamento subito - udite udite - da nientepopodimenoche l’ufficio stampa della Casa Bianca, rea di aver diffuso una foto che ritraeva le due famiglie governanti in visita al Metropolitan Museum. E con l’occasione - denunciandone la violazione - si è venuto a scoprire una sorta di tacito patto con il quale la famiglia Zapatero, aveva da tempo chiesto alla stampa nazionale di risparmiare – legittimamente - le luci della ribalta alla signora Sonsoles ed alle figlie del premier.

 

 

Ma c’è di più. Negli ultimi tempi neanche Sarkozy se la passa troppo bene. Ma come?! - e non sto a dirvi chi proromperà in manifestazioni di incredulità - Sarkozy? Il President francese di destra più ‘gauche’ che ci sia, che ha avuto il coraggio di divorziare - ed era la seconda - in diretta nazionale, il compagno consolato della reginetta indiscussa - altro che qualche volgare putt… escort! - del radical snob franco-savoiardo, ascesa per amore, novella principessa Raperonzolo, all’Eliseo? Ebbene sì, Sarko ha violentemente attaccato alcune importanti testate ree di aver parlato di ‘nepotismo’ di fronte alla notizia - peraltro apparentemente degna di nota - che il figlio Jean si sarebbe candidato alla direzione di un importante distretto industriale parigino: “gettato in pasto ai lupi”... testuali parole di Monsieur le President…

 

 

Credo possa bastare…

 

 

La mia domanda è: perché a tali attacchi diretti ai mezzi d’informazione, non ha fatto seguito in terra straniera una fiera manifestazione per la libertà di stampa? Perché sui nostrani mezzi d’informazione, così poche righe sono state spese per queste controversie che - a guardar bene - presentavano pari, se non più sostanza delle rimostranze del cavaliere? Ma come?! - …sic! - soltanto due domande? E le altre otto? Cominciamo col rispondere a queste…

 

 

Michel de Seingalt

Postato da gianlucazappa | commenti (15)(popup) | commenti (15)
categoria: politica, media, televisione, attualitĂ , giornali, zapatero, obama