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martedì, 13 ottobre 2009

OBAMA, MURDOCH E IL NOBEL

Barack Obama, neo nobel per la pace, sembra avere qualche problemino con la televisione. E ci è andato giù pesante col gruppo Murdoch, accusato di essere un vero e proprio partito d’opposizione. L’entourage di Obama sostiene che quella gente non fa informazione, ma politica. Praticamente è la stessa, identica accusa che in Italia tutta la gente che vota Berlusconi fa al gruppo Repubblica e alle trasmissioni di Santoro e compagnia bella. Con una differenza piuttosto sostanziale: quello di Murdoch è un gruppo privato, mentre Santoro e gli altri imperversano sulla TV di Stato pagata da tutti.

Comunque, la sostanza non cambia: l’accusa è di fare politica, non informazione. Adesso bisognerà vedere se, trattandosi di Obama, qualcuno finalmente capirà che un conto è fare informazione, un conto è utilizzare il potere mediatico per agire politicamente. Se lo dice Obama, il mitico Presidente degli Stati Uniti, icona vivente del politically correct, allora ci si può credere. Ma se si crede ad Obama, bisogna poi ammettere anche che il buon vecchio Berlusca tutti i torti non li ha. Ma c’è da scommettere che anche in questo caso gli intellettuali di sinistra sapranno trovare i giusti cavilli e i giusti distinguo. Obama ha sempre ragione, Berlusconi sempre torto. Ormai lo sanno pure i sassi.

E visto che ci siamo, parliamo di questo stratosferico premio Nobel ad Obama. Vedete, gli avessero dato il Nobel alla simpatia, niente da eccepire. Il problema è che glielo hanno dato per la pace. Molti si sono chiesti: ma che cavolo ha fatto Obama per meritarsi il Nobel? Ha aperto dei tavoli di discussione, ha generato delle “speranze”. Ma è tutto da verificare se questi tavoli porteranno a qualcosa. E, in ogni caso, non si capisce cosa significa un premio per la pace dato sulla base di “speranze”. Noi sapevamo che il Nobel veniva assegnato per qualcosa di concretamente realizzato.

Stridente questo Nobel ad Obama (lui stesso ha candidamente confessato “non so se me lo merito”), soprattutto se si pensa che il riconoscimento è stato negato per ben due volte a Giovanni Paolo II, che, se permettete, qualcosa per la pace nel mondo l’ha fatta davvero. Due furono le nomination, una nel 1999, superata poi dall'assegnazione a Medici senza frontiere, e un'altra nel 2003, dopo la sua condanna della guerra in Irak. Perché gli fu negato il Nobel? Perché il papa fu ritenuto “troppo conservatore” in altri ambiti. E quali erano gli altri ambiti? La difesa dell’essere umano fin dal suo concepimento, la ferma condanna dell’aborto e della manipolazione dell’embrione umano.

Evidentemente gli svedesi ebbero paura di ripetere la gaffe compiuta col Nobel assegnato nel 1979 a Madre Teresa di Calcutta, che quando andò a ritirarlo ebbe il coraggio di dire, davanti alle televisioni di tutto il mondo, che l’aborto è “la guerra più dura e con maggior numero di caduti” e non ebbe paura di aggiungere (in modo molto “scorretto”) che questa guerra si faceva in modo legalizzato e facilitato dalle strutture internazionali. Non si poteva rischiare di dare anche a Giovanni Paolo II una vetrina così importante per sentirgli tirare una delle sue bordate (di cui era capacissimo, come ogni grande santo) contro il più grande sterminio dell’umanità contemporanea.

Stridente questo Nobel ad Obama perché, oltre ad essere il Presidente di una Nazione che ha i suoi bei soldati e carri armati in giro per il mondo (a meno che non si voglia sostenere che le armi di Obama sono buone), è un personaggio dalla politica molto ambigua proprio sui temi della bioetica. Al contrario di Madre Teresa, Obama crede che sull’aborto ognuno possa regolarsi come vuole, mentre un membro autorevole della sua amministrazione, l’inossidabile Hilary Clinton, va in giro a sostenere che l’aborto è un “diritto” di cui dovrebbero godere soprattutto le donne africane. Inoltre Obama è colui che ha tolto i veti posti da Bush agli istituti di ricerca americani sulla sperimentazione con gli embrioni congelati.

Ma allora, se due più due fa quattro, non c’è proprio da stupirsi se il Nobel è arrivato ad Obama. La pace c’entra molto poco. C’entrano invece le lobby dell’aborto e della manipolazione genetica, le stesse che bloccarono il Nobel a Giovanni Paolo II.

L’impressione è che il premio Nobel si sia “sanremizzato”. Come succede a Sanremo, di solito chi vince non è il vero vincitore, e tutto è già programmato, secondo logiche che non hanno niente a che vedere con il regolamento del concorso.

Gianluca Zappa

 

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categoria: cultura, papa, festival di sanremo, attualitĂ , cattolicesimo, obama
giovedì, 16 luglio 2009

LE PAROLE DEL PAPA CHE TUTTI DOVREMMO ASCOLTARE

E visto che noi siamo tra quei quattro gatti che ascoltano le parole di Benedetto XVI, apriamo la sua ultima lettera enciclica, la Caritas in Veritate e ci confrontiamo con quello che vi è scritto. In particolare ci soffermiamo sul capitolo secondo, paragrafi 74-76, per due motivi: il primo è che vi sono contenute riflessioni che sono perfettamente in tema con quelle che abbiamo sviluppato ultimamente a proposito della società nichilista; il secondo è che abbiamo la sensazione che proprio qui il Papa abbia voluto trattare qualcosa che ritiene di importanza fondamentale.

Lo si capisce dalle prime inequivocabili affermazioni (i corsivi sono nostri): “Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnica e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale”. Colpisce quella sottolineatura di una lotta in corso, quell’accenno all’assolutismo e quella posta in gioco altissima, in quanto si tratta niente meno dello sviluppo dell’uomo. Il Papa ci dice che le questioni bioetiche non sono questioni qualsiasi, che si pongo a latere di tante altre, ma la questione cruciale. E’ evidente che chi vuole ascoltarlo e seguirlo, d’ora in poi, è su questo campo particolare che dovrà fissare la propria attenzione.

Perché tanta importanza? Perché è qui che “emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio”. Fare ricorso alla fecondazione in vitro, manipolare e sopprimere embrioni, creare la vita in laboratorio non è solo utilizzare della tecniche moralmente problematiche che la Chiesa prima o poi troverà il modo di approvare. E’ qualcosa di molto più grave e decisivo: è mettere in discussione l’autorità stessa di Dio. E' uno schierarsi per una razionalità chiusa nell’immanenza, contro una ragione aperta alla trascendenza.

Insomma, la posta in gioco è molto alta. In fin dei conti è una scelta tra Dio e il nulla (e qui ci colleghiamo con le nostre riflessioni). Chi si pone dalla parte di una razionalità solo immanente deve fare i conti “con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza”.

Il Papa, a questo punto, aggiunge un concetto che, nel nostro piccolo, avevamo affermato anche noi: “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”, perché il problema fondamentale è come la vita viene concepita e manipolata. E’ un problema, dunque, di cultura, in quanto il Papa connette l’invasività della tecnica di cui tutti siamo testimoni, ad una “cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero”. Una cultura orizzontale, materialistica, nichilistica, che fa di tutto per espungere il Mistero dalla vita dell’uomo.

L’assolutismo della tecnica apre, poi, degli scenari che il Papa definisce inquietanti, culminanti in quella “sistematica pianificazione eugenetica delle nascite” che, come anche noi abbiamo più volte rilevato e denunciato, è già “surrettiziamente in nuce”. Sul versante opposto si diffonde una mens eutanasia, “manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita”.

E’ un circolo vizioso. La cultura si allea con l’assolutismo della tecnica, ma a sua volta la tecnica, con le sue pratiche, contribuisce ad “alimentare una concezione materialista e meccanicistica della vita umana”.

Ed ecco, a questo punto un passaggio fondamentale, sul quale molti cattolici adulti e di sacrestia dovrebbero meditare con grande attenzione: “Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto. Pronti a scandalizzarsi per le cose marginali, molti sembrano tollerare ingiustizie inaudite”.

Il passaggio mi sembra evidenziare una grave questione di miopia. Ci commuoviamo per gli uomini che muoiono di fame, ma non per gli uomini che vengono scientemente soppressi nella nostra società opulenta. Non riusciamo a mettere a fuoco il problema principale che stiamo vivendo, la questione cruciale e primaria. L’assolutismo della tecnica sta radicalmente abolendo Dio ed abolisce contemporaneamente l’uomo. E allora, quali uomini intendiamo salvare?

 Il “riduzionismo neurologico” sta riducendo l’anima alla psiche, sta eliminando  lo spirito. Parliamo di “sviluppo”, ma sembriamo avere dimenticato che esso “deve comprendere una crescita spirituale, oltre che materiale” e che “una società del benessere, materialmente sviluppata, ma opprimente per l’anima, non è di per sé orientata all’autentico sviluppo”.

Il Papa ha donato una copia dell’enciclica ad Obama, il presidente della maggiore potenza mondiale. Se questi leggesse attentamente le parole di Benedetto XVI e regolasse di conseguenza la propria politica, farebbe davvero il bene dell’umanità. C’è da augurarselo.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, antropologia, papa, attualitĂ , eutanasia, eugenetica
mercoledì, 15 luglio 2009

IL PAPA E I 4 GATTI

“Domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti... che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po’ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole”.

Questo è quanto ha detto, in un suo servizio sul TG3, un tal Roberto Balducci. vaticanista. Da oggi non più vaticanista: è stato rimosso dall’incarico e addetto a qualcos’altro, nonostante Padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, avesse dichiarato chiuso l’incidente già la sera stessa del maldestro servizio giornalistico.

Sui siti e i blog vicini al Papa è tutto uno sperticarsi in lodi per il Balducci, che aveva in passato più volte espresso la sua professionalità, e un non capire il perché della sua rimozione dall’incarico. Si disapprova il gesto, ma li si può capire: un cattolico oggi deve incassare i cazzotti e starsene pure zitto, sennò si parla subito di ingerenza del Vaticano nella politica italiana, di ritorno dell’Inquisizione e via con cretinate del genere.

Noi, che siamo più liberi di dire quello che ci pare, non possiamo non approvare il provvedimento preso. Perché il commento del Balducci è una vera e propria porcata, una frase cattiva e piena di livore, più di una semplice “cazzata”, come l’ha definita Roberto Giachetti del PD. Altro che una battuta per dare un tocco leggero, un po’ frivolo, ad un servizio di “colore”. Qualcuno dice che, a risentire il nastro, il tono della voce fa capire di più quella che voleva essere una battuta, molto più che a rileggere il testo così come lo abbiamo trascritto. Sarà, ma una cosa è certa: non ricordiamo “battute” così pesanti e irriverenti nei confronti di un personaggio di tale livello in un tiggì nazionale (perché un conto è una trasmissione di Santoro, un conto un tiggì).

E sì che, volendo, i giornalisti italiani avrebbero potuto farne molte. Restando in tema di “quattro gatti”, per esempio, ogni volta che c’è un congresso o una manifestazione dei radicali il numero complessivo dei partecipanti sfiora davvero quel numero. Quando parla Pannella (che il look da vecchio pontefice ce l’ha pure) ad ascoltarlo ci sono davvero quattro gatti. Ma nei resoconti giornalisti non si fa lo straccio di una battuta. Telecamere rigorosamente strette, inquadrature sui particolari, obbiettivi che vanno a cercare il posticino un po’ più pieno della sala.

Dico, ve l’immaginate un giornalista del TG3 che faccia una battuta di questo genere: “Pannella va in vacanza col suo gatto, che gli ricorderà quei quattro gatti che gli stanno ancora appresso”? O magari una battuta del genere, sul congresso del PD: “Sono quattro gatti e per giunta si dividono”? Forse la troverete su Libero, ma di certo non su una rete nazionale. Ve l’immaginate un inviato al G8 di L’Aquila che avesse parlato dei quattro gatti no-global che hanno manifestato contro?

No, io non riesco davvero nemmeno a concepire delle battute del genere. Ma quando si è trattato del Papa, la battuta è stata fatta. Strano, veramente strano per un vaticanista competente. Forse è che a Roma, di questi tempi, il caldo si fa particolarmente sentire e il sole picchia. Ma nelle stanze del TG3 hanno l’aria condizionata.

Io non so se il Balducci volesse dire, in modo davvero maldestro (quindi poco consono ad un vaticanista esperto), che il Papa dovrebbe essere ascoltato di più. A me quelle parole (“coraggio e pazienza di ascoltare”) fanno immediatamente pensare ad un vecchietto un po’ rincoglionito che parla parla e la gente lo sta ad ascoltare per forza e con un po’ di sofferenza. Insomma, che a stare ad ascoltare quello che dice questo Papa ci vuole davvero “coraggio” e una buona dose di “pazienza”. E questo, beninteso, lo si può dire anche col sorriso sulla bocca. Se Balducci voleva dire altro, non è stato davvero capace. E del resto bastava aggiungere una frasetta conclusiva per rendere meno contorto il suo pensiero.

Detto questo, e approvato il provvedimento che destina il suddetto Balducci ad altro compito, va aggiunto che l’ex vaticanista deve essere ringraziato, perché prima di cambiare lavoro ci ha lasciato un compito ben preciso: avere la pazienza e il coraggio di ascoltare quello che dice Benedetto XVI. Ci vuole la pazienza per leggere la succosa ultima enciclica e il coraggio di lasciarsi interpellare e giudicare da certi passaggi (come quelli dei paragrafi 74-76) che aprono questioni fondamentali.

Quanti lo faranno tra i cattolici? E quanti tra gli agnostici, atei, non credenti che magari si gasano coi libri di Odifreddi? Saranno davvero solo quattro gatti a leggere le parole del Papa? Vi confesso di avere le stesse sensazioni del giornalista rimosso.

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, papa, attualitĂ 
mercoledì, 01 luglio 2009

QUANDO LA FEDE E' DAVVERO ADULTA

Nel 1925 Gilbert Keith Chesterton, analizzando con la consueta acutezza la storia della fede cattolica nel suo saggio L’uomo eterno, rilevava come almeno cinque volte quella fede fosse sopravvissuta alla sua presunta morte: dopo gli ariani, i catari, gli scettici umanisti, i Voltaire e i Darwin, la Chiesa, data ogni volta per spacciata, conobbe sempre un nuovo slancio, una generazione di giovani che avevano una fede più forte e viva dei loro padri.

Le culture, le varie interpretazioni del mondo, le filosofie, i poteri umani che tutto sembrava dovessero schiacciare sotto i loro piedi, sono poi passati. Le parole di Cristo no.

In certi momenti c’è stata la sensazione che un nuovo fiume fosse destinato a travolgere ogni cosa, e l’unica questione su cui si poteva discutere era quanto tempo sarebbe occorso. Ma ogni volta il mondo ha dovuto scoprire che c’era una cosa che andava contro il fiume. Una cosa viva, perché, al contrario, le cose morte vanno nella stessa direzione del fiume: “Una barca di carta può cavalcare sul gonfiante diluvio con tutta l’aerea arroganza di una nave fatata; ma se la nave fatata naviga controcorrente essa è realmente condotta dalle fate”.

Quella nave fatata era ed è la Chiesa cattolica, nata dal sangue di Cristo e dal sacrificio e dalla predicazione degli Apostoli, primi fra tutti Pietro e Paolo.

Se cito Chesterton è perché le sue riflessioni sono quanto mai attuali e ne trovo un’eco nella fondamentale omelia tenuta da Benedetto XVI qualche giorno fa, ai vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo. Un testo fondamentale, pur nella sua brevità, da incorniciare. La peculiarità di questo grande Papa è proprio, secondo me, nella chiarezza con cui si esprime e con cui traccia la rotta per i fedeli. Quello che dice merita perciò di essere continuamente ascoltato, letto e meditato, ed è proprio per questo che è importante diffondere le sue parole:

“Nel quarto capitolo della lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “responsabile”, una “fede adulta”.

La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo.

È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.

Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.

La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.

Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr. Efesini 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo.

Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri”.

Per riprendere la metafora di Chesterton, il cristiano non deve essere una nave di carta che naviga tronfia ed orgogliosa sfruttando la corrente delle mode del momento, ma una nave fatata che, guardando continuamente al volto di Gesù Cristo, cioè alla verità, se necessario si oppone ai venti della moda.

Un giudizio chiaro, di cui siamo grati al nostro grande Papa; un giudizio che ci permette di capire cosa vuol dire avere una fede adulta, e a diffidare delle sgangherate e comode contraffazioni.

Gianluca Zappa

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mercoledì, 24 giugno 2009

IMBARAZZI CATTOLICI

Lui si chiama Maria Josè Rico Llorca e vive ad Alicante, ridente località di villeggiatura sul Mediterraneo valenciano. E’ azionista di controllo della Rainbow Tourism (TurismoArcobaleno), un’agenzia “gay-friendly” che, grazie ad una joint-venture con l’Istituto Bernabeu, nota clinica di inseminazione, promette “sole, mare e fecondazione artificiale per coppie di lesbiche”. Insomma, la lesbica va, si gode la vacanza, e torna col pancione. Un business che guarda soprattutto al mercato italiano, dove le norme in materia sono molto più restrittive che in Spagna.

Lui, Maria Josè Rico Llorca, non è uno qualsiasi. E’ stato assessore al Turismo nelle file dei Popolari, il partito “cattolico” spagnolo. Oggi mercanteggia vendendo figli a coppie omosessuali.

In Italia abbiamo il caso di Silvio Berlusconi: corruttore e corrotto, pedopornografo, pidduista, mafioso, favoreggiatore della prostituzione, in perenne conflitto d’interessi e chi più ne ha più ne metta. Sempre al centro di inchieste più o meno cialtrone. Personaggio da gossip. Non proviene dalla sagrestia, né dalle fila del cattolicesimo politico italiano. Non è nemmeno completamente in regola con le leggi di Santa Romana Chiesa. Ma c’è una differenza: se in Italia c’è una Legge 40 che limita il far west della fecondazione assistita e riconosce i diritti dell’embrione, è grazie a lui; se in Italia si sta facendo una legge che eviterà il ripetersi di uccisioni barbare come quella di Eluana Englaro, lo si deve a lui; se in Italia da qualche anno c’è una legge che consente di destinare il 5 per mille a chi s’impegna nel sociale è perché lui se l’è inventata; se oggi non è a tema una legge sul matrimonio gay (sulla quale la cattolicissima Bindi aveva annunciato significative aperture) è perché quest’uomo riesce a tenere duro.

Questo personaggio così scomodo, ingombrante, secondo alcuni impresentabile, è l’unico capo di Stato ad aver difeso Papa Benedetto XVI dall’immonda campagna di stampa montata estrapolando una frase a proposito di Aids e preservativi. Laddove cattolici rinomati italiani, tedeschi, inglesi e spagnoli, prendevano prudentemente le distanze.

Domanda: meglio il popolare Llosa o Silvio Berlusconi? Meglio la cattolica Bindi o Berlusconi? Meglio il cattolico adulto Prodi (che fu capace di ironizzare perfino sulle guardie svizzere) o il figliodiputtana Berlusconi?

La domanda andrebbe girata a don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, e a tutti quei cattolici (ce ne sono molti) che continuano a votare a sinistra senza tanti problemi di coscienza. Ma loro la risposta ce l’hanno: quel che conta supremamente in un uomo politico è la sua “credibilità”. Se un uomo politico è “pulito”, è “moralmente ineccepibile”, è “virtuoso”, insomma, ha le “mani pulite”, può pure firmare o proporre o sostenere una legge anticristiana, cioè antiumana (perché è lo stesso). Nessuno gli chiederà conto della sua attività politica e della cultura che attraverso quell’attività contribuisce a diffondere. E’ la tragica eredità che ci ha lasciato l’intellighenzia cattolica (soprattutto di Azione Cattolica e Fuci) degli anni Settanta.

Il caso di Llosa mi pare emblematico. Fatico sinceramente a capire come quest’uomo abbia potuto fare l’assessore per conto del Partito Popolare spagnolo. Spero che ne sia stato radiato, ma non ne sono certo. Come non sono certo che certi cattolici italiani arrivino a percepire la contraddizione e l’orrore di un politico cattolico che diventa manager di un’impresa di turismo procreativo per coppie lesbiche.

E’ divertente, in questi giorni, leggere alcune lettere al quotidiano Avvenire. Vi si trova il parere di cattolici evidentemente imbarazzati, spiazzati da questo premier che oggettivamente appare molto amico della Chiesa. E non sono contenti, perché odiano Berlusconi, non ne possono nemmeno sentire il nome e non riescono ad ammettere che in pochi anni i governi presieduti da quest’uomo hanno fatto molto di più che quarant’anni di Democrazia Cristiana. Sminuiscono questo contributo, dicono, per esempio, che la Chiesa non è un’agenzia di bioetica. Hanno ragione, ma il problema è che loro vorrebbero che fosse un’agenzia etica. Il cane si morde la coda.

La storia è piena di uomini moralmente a posto, che hanno sterminato l’umanità. Berlusconi non sarà moralmente a posto, ha molti difetti e dovrebbe sicuramente migliorare certi aspetti della sua immagine e del suo comportamento pubblico, ma non condivide l'ideologia di uno Llosa. E non è poco.

Gianluca Zappa

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giovedì, 11 giugno 2009

GHEDDAFI ALL'UNIVERSITA' LA SAPIENZA E IL PAPA NO

Al Magnifico Rettore Prof. Luigi Frati
Al Senato accademico
Ai colleghi dell'Università di Roma “La Sapienza”

Magnifico Rettore, cari colleghi,

    apprendo con costernazione che l'Università di Roma "La Sapienza", che non ha saputo accogliere con rispetto e civiltà il papa Benedetto XVI, accoglierà il giorno 11 giugno il leader libico Moammar Gheddafi, che incontrerà la comunità accademica tutta in aula magna. Il comunicato reso pubblico recita che il sig. Gheddafi si rivolgerà in particolar modo ai nostri studenti. 
        Non so in quale sede accademica sia stata deliberata questa visita né per quali ragioni sia stata decisa.
       Esprimo la mia ferma protesta circa l'opportunità di invitare solennemente il sig. Gheddafi, leader di un regime dittatoriale, a parlare nella nostra Università, che mi auguro dedita con sforzo congiunto di tutta la comunità accademica -al di là di ogni differenza politica- alla tutela dei principi di democrazia e libertà, che sono a fondamento della Costituzione repubblicana, e a tenere vivi tra i nostri giovani studenti sentimenti  di profondo attaccamento alla libertà e alla pace.
        Ricordo che pochi giorni fa è morto, dopo sette anni di patimenti nelle prigioni libiche, Fathi Eljahmi, dissidente libico che ha patito nelle carceri l'oppressione del regime di Gheddafi insieme alla moglie a al figlio maggiore  solo per aver combattuto per il diritto di parola e per riforme democratiche. Mi chiedo se qualcuno nella comunità accademica della Sapienza potrà chiedere conto all'ospite del destino tragico di questo spirito libero e di tutti i suoi concittadini, meno noti, che per persecuzione politica sono stati costretti a tacere, sono stati imprigionati o sono stati espulsi dal paese.
Ricordo che i partiti politici sono vietati, che è vietato il diritto di sciopero, che la stampa è soggetta a censura, che la magistratura è controllata dal governo, che vi sono severe restrizioni al diritto di parola, di associazione, di manifestazione e alla libertà di religione. Ricordo che l'attuale regime libico ha espropriato ed espulso senza diritto di difesa le residue comunità ebraiche presenti in Libia e la Libia, storicamente centro di una fiorente comunità ebraica, è oggi uno Stato privo della presenza di qualunque cittadino di religione ebraica. Ricordo che nell'ambito delle Nazioni Unite il regime libico ha promosso ripetutamente campagne di attacco fazioso e violento contro lo Stato d'Israele ed è stato tra i promotori della conferenza Durban II, dalla quale l'Italia si è ufficialmente dissociata e alla quale si è rifiutata di partecipare.
      Mi chiedo quali insegnamenti il sig. Moammar Gheddafi potrà impartire ai nostri studenti e  perchè la nostra comunità accademica debba ascoltarlo senza una voce critica chiara e ferma. Se la diplomazia internazionale segue la propria strada, la comunità accademica dovrebbe sempre e comunque, con coraggio, parlare a tutela della libertà.
        Prof. Bruna Ingrao

 

Ringrazio l’amico Frapiumino per la segnalazione e per il materiale fornitomi su questo particolare evento che per vari motivi non è stato molto rimarcato.

Mentre Benedetto XVI si trovò costretto a non entrare all’Università di Roma La Sapienza, Gheddafi viene chiamato dalla comunità accademica ad impartire lezioni.

Questa lettera incarna le proteste ed intelligentemente evidenzia le differenze tra la comunità accademica e la diplomazia internazionale e la politica, differenziandone ed evidenziandone i compiti.

Per questo, se per motivi politici i governi europei “accolgono” Gheddafi, la comunità accademica e  soprattutto quella studentesca potrebbero marcare il loro dissenso.

La domanda è: perché col Papa si e con Gheddafi no?

Ecco parte dell’invito  rivolto a “docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati”.

 

giovedì 11 giugno – ore 12.30
aula magna
piazzale Aldo Moro 5, Roma

Moammar Gheddafi, leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, incontrerà la comunità accademica giovedì 11 giugno in aula magna. L’incontro alla Sapienza, dedicato in particolare agli studenti, sarà l'unica occasione di dialogo con gli universitari italiani nell’ambito della visita del leader libico a Roma. Sono invitati a partecipare i docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati.

 

 

taspaolo User: taspaolo

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categoria: cultura, politica, scuola, europa, papa, diritti umani, laicismo, islam, attualitĂ , parlamento, ideologia, povera patria
venerdì, 20 marzo 2009

IL VECCHIETTO BIANCOVESTITO E I CONDOM

La ragazza se ne esce in una frase di questo tipo: “Ah professò, l’ha sentito il papa? Il vecchietto s’è rimbecillito”. Sarebbe da trattarla male e da farle fare una figuraccia davanti a tutti, ma faccio finta di non sentire. La tipa in questione è sempre un po’… naif. Pazienza. Questo passa il convento.

Del resto non è che in giro per il mondo l’opinione dei grandi della terra sia stata molto diversa. Certo, non possono esprimersi come la tipa di cui sopra, ma pensano la stessa cosa. E la stampa, con i suoi titoli acchiappa gonzi, dà il suo bel contributo a rafforzare l’idea.

La frase di Benedetto XVI, estrapolata dal contesto articolato e profondo del suo discorso, fa il giro del mondo come uno slogan: “La malattia non si combatte distribuendo preservativi”. Apriti cielo! Come si permette il vecchietto biancovestito di dire una cosa simile? L’AIDS si combatte col preservativo, lo sanno tutti! L’Africa va rimpinzata di preservativi, che servono più del cibo, delle case, delle strade, di tutto quello che manca a quella povera gente!

Come si permette il vecchietto biancovestito di impegnare la sua notevole autorità spirituale, politica e morale (e si è visto con che entusiasmo è stato accolto dalla gente, da un’Africa dove i battesimi cattolici sono in continuo aumento) per mettersi contro il business planetario del preservativo?

Veramente le domande da fare sarebbero altre. Come ci si permette di non mettersi seriamente in ascolto della parola del capo della Chiesa cattolica, che in Africa è continuamente mobilitata col suo esercito del bene a fianco di tutti i disperati, dei poveri, degli ammalati? Quel vecchietto biancovestito rappresenta e sostiene i missionari, i medici, le scuole e i maestri, i seminari, nei quali si formano giovani pronti a spendersi e a dare la vita per il prossimo. Tutta gente che molto spesso rischia la vita, o paga con la propria vita, specie dove più forti sono le persecuzioni. Possiamo davvero permetterci di liquidare le sue parole con una battuta cretina? Quali titoli abbiamo per farlo? Quali titoli ha l’occidente opulento?

Eppure, al di là e oltre la frase-slogan diffusa nel mondo intero, Benedetto XVI, con tutta la Chiesa cattolica, dice delle cose molto importanti e sensate: il problema AIDS si combatte educando quelle popolazioni ad una sessualità responsabile; assistendo i malati e investendo negli aiuti medici (terapie efficaci ed accessibili a tutti); sostenendo il matrimonio e la famiglia.

Filippo Ciantia,  un medico che dal 1980 si è trasferito in Uganda con la moglie e i suoi otto figli e che lavora per la ong cattolica Avsi, spiega per esempio, dati alla mano, che l’Aids è diminuito davvero “solo nei Paesi in cui si è lavorato per modificare i comportamenti sessuali e gli stili di vita delle persone”. E’ accaduto in Kenya, Etiopia, Malawi, Zambia, Zimbabwe e soprattutto in Uganda.

Il cuore del problema, spiega Ciantia, “sta nella modificazione dei comportamenti, per esempio i rapporti sessuali a rischio con più partner, che in Africa sono molto diffusi. C’è una notevole ritrosia a intervenire su questo terreno perché si dice che in nome della libertà non è lecito intromettersi nelle scelte della gente. Ma questo è ipocrita. Se un comportamento mette a rischio la salute, astenersi dall’intervenire per cercare di modificarlo significa in realtà danneggiare le persone che lo mettono in atto e l’intera società”.

Insomma, se uno si dà un attimo la pena di pensare, capisce che la questione non è risolvibile con una pioggia di preservativi, perché senza un’educazione alla responsabilità (una cosa molto più lunga, faticosa e difficile, ma molto più efficace dell’invio massiccio di casse di profilattici) e senza un coinvolgimento diretto delle comunità locali, non si danno risposte valide al problema.

Trattare gli africani come una massa di potenziali malati che vanno in qualche modo sterilizzati (perché non diffondano ovunque i loro virus) è in verità molto razzista e disumano. In questa prospettiva va molto bene la diffusione su larga scala del preservativo, che tra l’altro permette all’occidente lauti guadagni.

Diverso è prendersi cura di loro, fare opera di prevenzione, sostenerli, aiutarli a capire e a vivere il sesso in modo più responsabile. Questo significa considerarli degli esseri umani. In questa prospettiva il preservativo non è l’arma principale per combattere la malattia. Le armi sono altre. In Uganda, per esempio, il governo ha, laicamente, lanciato la strategia dell’ABC, che sta per: Abstinence (astensione dai rapporti), Being faithful (fedeltà al partner) e Condom use (uso corretto del profilattico, in casi particolari e per certe limitate categorie di persone). Come si vede il preservativo arriva solo per terzo.

Ma allora il vecchietto non è tanto rimbecillito e parla con grande cognizione di causa. Forse i rimbecilliti siamo noi, in fin dei conti molto indifferenti rispetto al destino dell’Africa, e piuttosto ridicoli con la nostra stupida convinzione che un preservativo faccia miracoli.

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, papa, aids, attualitĂ , societĂ , solidarietĂ 
lunedì, 29 dicembre 2008

PIO XI E QUEL GIURAMENTO DEL REGIME FASCISTA

Non abbiamo bisogno. E’ questo il titolo della coraggiosa lettera enciclica che Papa Pio XI scrisse nella primavera del 1931 e che costituiva un attacco frontale all’ideologia del regime fascista.

Le reazioni dei gerarchi e del PNF non si fecero attendere. Si parlò di necessità di svaticanizzarsi e di rimettere in discussione il Concordato, firmato solo due anni prima. Qualcuno, più scalmanato o solo più esplicito, arrivò a definire Achille Ratti come un italiano rinnegato.

Mussolini andò su tutte le furie, e presto ricorse a ritorsioni. Ne abbiamo già parlato.

Mi limito ad osservare che le critiche al Vaticano sono sempre le stesse: intromissione negli affari di un altro Stato; assurdi privilegi in Italia garantiti dal Concordato; necessità di svaticanizzarsi, per non creare uno stato confessionale.

Tutti argomenti che starebbero comodamente in bocca oggi a uno Scalfari, a un La Malfa, a un Pannella. E il bello, o l’assurdo, è che questi signori, che oggi sostengono le stesse posizioni dei fascisti dell’epoca, sono anche pronti a rimproverare alla Chiesa il silenzio di quegli anni. E’ la loro tipica schizofrenia: quando si trattava di opporsi al fascismo, la Chiesa avrebbe dovuto intromettersi negli affari dello stato italiano; quando invece si oppone al loro bieco laicismo, nessuna intromissione è concessa.

Che volete, così va il mondo. Quello dei laicisti, intendo.

Ma torniamo alla Non abbiamo bisogno, perché è molto utile ed istruttivo.

Pio XI, nella sua Enciclica, affronta la spinosa questione della formula di giuramento imposta a tutti gli italiani, anche ai fanciulli e alle fanciulle. La formula diceva: “Giuro di seguire senza discutere gli ordini del Duce e di difendere con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista”. Seguire senza discutere gli ordini del Duce

Bene, il Papa scrive senza mezzi termini che “un tale giuramento, così come sta, non è lecito”.

Chi rimprovera alla Chiesa le collusioni col regime, deve confrontarsi con questa forte presa di posizione della primavera del 1931. Ma il Papa va avanti, e qui conviene riportare il testo integrale, aggiungendo solo dei corsivi ai passi più significativi:

“Conoscendo le difficoltà molteplici nell’ora presente (si era all’indomani della crisi del 1929, ndr) e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane, per la vita, abbiamo cercato mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori. E ci sembra potrebbe essere tal mezzo per i già tesserati fare essi davanti a Dio ed alla propria coscienza la riserva: “salvi i doveri di buon cristiano”, col fermo proposito di dichiarare anche esternamente una tale riserva, quando ne venisse il bisogno”.

Il Papa sa che in Italia, all’epoca, per lavorare e sopravvivere occorre prestare giuramento. Sa che ci sono problemi di coscienza a prestarlo, soprattutto perchè non è lecito. E allora rende nota a tutti la scappatoia. Non so se avete capito: qui c’è un giudizio di illiceità su quello che il regime predica e si dice ai cristiani di trovare il modo di invalidarlo. Con un’opposizione interiore, per ora, ma, in futuro, qualora ce ne fosse bisogno, con un’opposizione aperta. Scritto nero su bianco!

E’ una dichiarazione di guerra, non trovo altro modo con cui definire questo passaggio.

Di più: qualche riga sotto il Pontefice chiede che tale riserva “sia introdotta nella forma del giuramento”, o addirittura che si faccia molto meglio, “e cioè omettere il giuramento, che è per sé un atto di religione, e non è certamente al posto che più gli conviene in una tessera di partito”.

Ma vi rendete conto cosa vuol dire un documento ufficiale della Santa Sede che invalida il giuramento su cui poggia il regime fascista e chiede di ometterlo? Da queste righe risulta anche evidente che il Papa ha molto chiaro che il Fascismo (così come anche il Comunismo) è una religione, che chiede atti di devozione religiosa, che mutua dalla vera religione pratiche e riti.

Il Papa chiede la libertà di coscienza di fronte all’invadenza ideologica del regime.

La crisi del ’31, ha scritto don Sturzo, “servì a far cadere l’illusione che ingenuamente si coltivava da parecchi che il fascismo potesse cattolicizzarsi”. “Di fatto dopo il ‘31 – commenta Pietro Scoppola – si hanno manifestazioni di un nuovo antifascismo nel mondo cattolico italiano: si tratta di una ostilità che nasce non tanto da considerazioni politiche, quanto dalla constatazione che il regime non è intimamente favorevole alla Chiesa”. E’ il mondo cattolico, integralista o no, più consapevole a fare opposizione. E nelle liste della Polizia cominciano a comparire i nomi dei nuovi “nemici”, compreso quello del giovane Montini, il futuro Paolo VI.

La conclusione della crisi del 1931 la conosciamo: ci fu un accordo, in base al quale il Vaticano accettava che all’Azione Cattolica fosse messo il bavaglio. Il Vaticano stesso accettava il bavaglio: niente più intromissioni nella politica. Ci si rinchiudeva nelle sacrestie, nelle parrocchie.

Il Vaticano accettava la museruola che molti, moltissimi, vorrebbero mettergli anche oggi. Meglio la museruola che la persecuzione e la soppressione di tanti innocenti.

Ma dal 1931 (e fino al 1938, quando furono approvate le leggi razziali e la polemica si rifece pubblica e rovente) la guerra col regime continuò, anche se in sordina, in una sorta di clandestinità.

Nel silenzio. Il cosiddetto silenzio della Chiesa davanti al regime…

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, storia, papa, fascismo
martedì, 23 dicembre 2008

BUON NATALE!

"Se Egli non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui.

La cosa nuova dell'annuncio cristiano è la possibilità di dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato.

Egli personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui.

La novità dell'annuncio cristiano non consiste in un pensiero, ma in un fatto: Egli si è mostrato.

Ma questo non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos - presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum caro factum est: proprio così nel fatto ora c'è il Logos, il Logos presente in mezzo a noi.

Il fatto è ragionevole.

Certamente occorre sempre l'umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre l'umiltà dell'uomo che risponde all'umiltà di Dio".

Benedetto XVI

A tutti gli amici che passano di qui (e che pensano ne valga la pena): è questo il luogo dove lasciare il vostro messaggio o semplicemente i vostri auguri per il Natale e l'anno nuovo.

Con affetto.

G.Z. e la redazione.

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categoria: chiesa, papa, cattolicesimo, feste cristiane
lunedì, 22 dicembre 2008

CHIESA E FASCISMO: LA "GUERRA" DEL '31

Noi che non ci accontentiamo dei giudizi dell'onorevole Fini; noi che non ci accontentiamo delle interpretazioni degli storici; noi che di certo non ci affidiamo alla presunta autorità degli editoriali di Repubblica, preferiamo andare direttamente alle fonti storiche, quelle che vengono tranquillamente ignorate da coloro che ripetono i luoghi comuni della vulgata comune. E più leggiamo certi documenti, più quella vulgata comune ci sembra molto lontana dalla verità dei fatti.

Così è capitato con la questione della Chiesa, del fascismo e delle leggi razziali del 1938, tirata fuori maldestramente e direi stupidamente da Gianfranco Fini, sui cui abbiamo già scritto di recente.

Ma siccome l'appetito vien mangiando, torniamo volentieri sulla questione, perché è ora che risalti, molto più di quanto non avvenga di solito, il contrasto e la guerra sotterranea che ci fu tra il regime fascista e la Chiesa cattolica.

Il diario di Galeazzo Ciano riferisce che l'8 agosto del 1938 (circa un mese prima che si approvassero le leggi razziali), il duce era molto adirato con l'Azione Cattolica e "violento" con il Papa. Mussolini minacciava ritorsioni contro la Chiesa, non ne accettava l'ingerenza in certe questioni, e faceva capire di essere pronto a scatenare una nuova ondata di anticlericalismo. Minacciava un nuovo 1931.

Ma cosa era accaduto nel 1931? Erano passati solo poco più di due anni dalla firma del Concordato tra Italia e Santa Sede, ma, nonostante gli accordi sottoscritti, non c'era pace tra il regime fascista e il Vaticano. La primavera del 1931 fece registrare un intervento durissimo di Papa Pio XI, che scatenò, a sua volta, durissime rappresaglie da parte fascista.

In realtà il vaso era già colmo prima di quell'intervento. Nei mesi precedenti vi erano state violenze nei confronti dei giovani dell'Azione Cattolica e della Fuci, aggressioni, pestaggi, sedi devastate, inchieste della polizia, spedizioni punitive impunite.

Siamo nella primavera del 1931. Due anni dopo il Concordato, sette anni prima delle leggi razziali. E Hitler, in Germania, non è ancora al potere. Questa precisazione tanto per rispondere a chi continua ad equivocare su quello che fu il ruolo e la posizione della Chiesa in Italia a quell'epoca.

Ma andiamo avanti, spiegando, al di là delle violenze, qual era l'oggetto del contendere. Lo spiega bene l'opuscolo del fascista Emilio Settimelli, pubblicato in quell'anno a Firenze, dal titolo significativo: Preti, adagio! Leggiamo: "Si tenta, soprattutto, di impadronirsi dello spirito dei giovani italiani, si vuole impedire al Fascismo di educare fascisticamente la gioventù, si cerca, con ridicoli sforzi, di fare del Papa il condottiero dei giovani italiani che amano la Patria armata e ascendente. Preti, adagio! Bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare".

Sembra un articolo di Scalfari sulla laicità della scuola italiana. Gli argomenti sono quelli, compresa la spocchia di insegnare ai preti il Vangelo. Maneggiandolo, al solito, a proprio uso e consumo. Perché Gesù non ha mai detto di dare a Cesare le coscienze. Parlava dei tributi, delle tasse, insomma. Ha insegnato a rispettare le leggi dello Stato, non ha invitato i suoi seguaci a vendere l'anima allo Stato Totalitario, così come il Fascismo andava definendolo e imponendolo.

Settimelli si scandalizza perché la Chiesa cerca di "impadronirsi dello spirito dei giovani", semplicemente perché vuole farlo lui e il suo partito. Questa era la lotta terribile che si stava combattendo in Italia, con armi impari.

Ma vale la pena soffermarsi su alcuni passi dell'Enciclica Non abbiamo bisogno di Pio XI, quella che scatenò l'ira del duce. Il Papa è chiarissimo, dice di aver visto in azione una nuova religione, una religione aggressiva e ribelle "alle disposizioni della Superiore Autorità Religiosa". E dice senza mezzi termini che "somigliante religiosità non può in nessun modo conciliarsi con la dottrina e con la pratica cattolica, ma è piuttosto quanto può pensarsi di più contrario all'una e all'altra".

Sottolineo nuovamente che siamo nella primavera del 1931. Ecco un altro passo molto significativo:

"Una concezione dello Stato che gli fa appartenere le giovani generazioni interamente e senza eccezione dalla prima età fino all'età adulta, non è conciliabile per un cattolico con la dottrina cattolica, e neanche è conciliabile col diritto naturale della famiglia. Non è per un cattolico conciliabile con la dottrina cattolica pretendere che la Chiesa, il Papa, devono limitarsi alle pratiche esterne di religione (Messa e Sacramenti) e che il resto della educazione appartiene totalmente allo Stato".

La Chiesa diceva allora al regime fascista quello che dice oggi al regime laicista! Un attacco durissimo. Commento di Arnaldo Mussolini, anima cattolica del regime, su Il Popolo d'Italia: "La prima parte dell'Enciclica di Sua Santità è contraddistinta da una asprezza di linguaggio che dolorosamente sorpreso gli stessi cattolici italiani". E questo fu un commento moderato.

Le reazioni furono ben più violente. Sotto il titolo Svaticanamento, Emilio Settimelli, Ottone Rosai, Remo Chiti, Alberto Maurizio e Bruno Rosai redassero una Dichiarazione agli italiani nella quale si legge: "Osiamo dopo la breve illusione di una possibile conciliazione, invocare dal Duce la denuncia del Concordato" e concludevano prospettando "la cattura e la condanna dell'italiano rinnegato Achille Ratti e complici" (!).

Come si noterà, è un linguaggio molto simile a quello degli svaticanisti odierni.

Il 29 maggio Mussolini ordinò la chiusura di tutti i circoli della gioventù cattolica e delle Federazioni universitarie cattoliche. L'ordine fu eseguito il giorno seguente. Il duce non prese nemmeno in considerazione la nota di protesta contro le aggressioni fasciste, presentata lo stesso giorno dal nunzio vaticano. (Continua)

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, storia, papa, razzismo, cattolicesimo