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venerdì, 30 ottobre 2009

DA SANTORO L'IMBARAZZO SU MARRAZZO

C’era del miele ieri sera nel salotto per antonomasia del moralismo televisivo a senso unico, e tanti buoni sentimenti. Quanti (i più “cattivi” o forse i più divertiti) speravano che Santoro portasse in studio il trans Natali, magari anche solo per par condicio, dopo la bella apparizione della D’Addario, sono rimasti delusi.

Un trans, in effetti c’era, ma stava lì per dire “guardate che Marrazzo non è l’unico politico che va con i trans. So di molti altri, di qualcuno che sta più in alto di Marrazzo e che a Milano va con i trans”. Chi vuole capisca. Maurizio Belpietro chiede all’ambiguo personaggio che faccia nomi, si dice disposto a pubblicare le scottanti rivelazioni. L’ambiguo personaggio ospite di Santoro glissa, fa finta di non aver capito. Intanto, però, il sasso nello stagno ce l’ha gettato.

Impressionante la faccia tosta di Santoro, sconcertante, anche divertente, se non fosse che tutta quell’impalcatura, quel pubblico, con gente pronta a spellarsi le mani sempre e rigorosamente a senso unico (cioè quando la battuta viene da un esponente della sinistra, da un Travaglio, contro Berlusconi) è proprio da vomito.

C’era il caso Marrazzo di cui parlare. E Santoro che ti fa? Come uno studentello alle prime armi ti va volutamente fuori tema, perché si sente preparato su un altro argomento. Come uno studentello un po’ paraculo si mette a parlare di quello che vuole lui. E così la puntata sulle dimissioni di Marrazzo diventa la puntata sulle necessarie dimissioni di Berlusconi.

Ora, Santoro è quello che è. Un guitto, un uomo di spettacolo. Non è un giornalista serio. E’ un intrattenitore, un imbonitore, al limite un mancato vignettista. Il problema è semmai Marco Travaglio, il guru dell’informazione onesta italiana, il pontefice della morale politica, quello che ha sempre ragione. Per la prima volta ho assistito al suo intervento in Alzo Zero. Sono rimasto affascinato da tanta geniale idiozia. Lui è al centro della scena. In faccia ha Santoro, che lo ascolta attento e concentrato. Lui si alza, apre il suo libretto, e fa una tirata che parte da Obama per arrivare a parlare, in modo ossessivo, di Berlusconi. Poi si rimette seduto. La messa è finita, andiamo in pace.

Il Messia ha parlato, la verità si è fatta carne. Dopo un faticoso travaglio, anche questa settimana il sacerdote della Morale ha partorito  il prodigio di cinque minuti di omelia. Ora può riposarsi, dopo aver sparso tanta saggezza. A pensarci bene, a guardare la scena con occhio distaccato è qualcosa di pazzesco. Questa strana, buffa, grottesca liturgia è qualcosa che, penso, succede solo in Italia, Paese notoriamente a scarsa libertà d’informazione.

Il salotto del moralismo nazionale ieri sera aveva un bel problema: si doveva riconoscere lo sbaglio di Marrazzo (non si può negare l’evidenza, anche se la tentazione è quella), ma senza pigiare troppo sull’acceleratore. Quindi doveva prevalere il miele e la comprensione. E, soprattutto, si doveva prendere spunto da Marrazzo per dare addosso a Berlusconi. E’ precisamente il “fuori tema” di Travaglio, tanto tirato per i capelli da far sentire lo stridio delle unghie che cercano di arrampicarsi sulla parete liscia dello specchio.

Va bene non infierire su Marrazzo (e da tutto il centrodestra, perfino da Emilio Fede, è arrivata sulla vicenda una memorabile lezione di stile), ma non va bene minimizzare, eccedere in senso opposto. Addirittura tentare un “non parliamone più”, un “meglio parlare di Berlusconi” che, obiettivamente, è davvero ridicolo. Maurizio Belpietro, di fronte ad un Santoro che evoca misteriosi complotti, riporta la vicenda al suo dato scarno: oggettivamente è stato imbarazzante vedere un personaggio di quel genere in quelle condizioni. Molti politici andranno a puttane e a trans, ma uno solo, finora, è stato filmato in quel modo. Avrebbe potuto non dimettersi, ma avrebbe fatto ancor più del male al suo partito. Inoltre c’è un altro aspetto inquietante, questo sì, evocato da Storace con una domanda: da quando Marrazzo ha scoperto di essere sotto ricatto (la scorsa estate) quali sono stati i suoi provvedimenti amministrativi in Regione Lazio? Saranno i magistrati ad indagare.

Il salotto di Santoro avrebbe dovuto ammettere quello che dicevamo in un post precedente, e cioè che questo ossessivo frugare nella vita privata dei politici, o meglio, di un solo politico, Berlusconi, è una tremenda arma a doppio taglio, che si riversa su chi la usa. Ma da quelle parti non sono così interiormente liberi da fare un bel mea culpa, dall’addossarsi la responsabilità di quel giornalismo canaglia che loro stessi alimentano. Al posto del mea culpa è andato in onda il solito attacco politico e personale contro Berlusconi, basato sui condizionali di Travaglio (peraltro non tutti efficaci perché non tutti appropriati) e sulle affermazioni sgangherate di un trans.

E’ l’arte di cadere sempre in piedi. Che riesce a fregare solo il fan di questo triste spettacolo, quel fan che è capace anche di esaltarsi e di godere con la performance del guitto Santoro, e di andare in vera e propria estasi quando parla Travaglio.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, omosessualitĂ 
giovedì, 15 ottobre 2009

CARO DARIO, L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’!

I Democratici hanno votato, compatti come soldatini, la legge cosiddetta “antiomofobia”. Solo una parlamentare, Paola Binetti, ha votato contro rivendicando la fedeltà ai propri principi e la libertà di coscienza. Questa rivendicazione della libertà di coscienza, questo richiamo alla libertà del parlamentare, ha destato il plauso di Massimo Boldrini, storico commentatore di Radio Radicale. 

 

 

Severa invece è stata la condanna pronunciata dal segretario del partito Dario Franceschini, per il quale “sull’omofobia c’è una sola linea nel partito e la libertà di coscienza non centra”. Non solo, Franceschini, preoccupato per la concorrenza “laicista” di Ignazio Marino nella competizione interna ha scaricato violentemente la sua parlamentare invitandola a lasciare il partito.

 

 

La domanda sorge allora spontanea: che ci era andato a fare Dario Franceschini (con Veltroni) a Barbiana nel Giugno del 2007? Una gita? Il nostro aveva addirittura affermato: “penso che don Milani non si aspetti da noi che veniamo qui solo a ricordarlo, ma ci chieda di rimboccarci le maniche…”, dando con ciò l’impressione di uno che certi insegnamenti intendeva prenderli davvero sul serio…

 

 

Ma ironia della sorte vuole che una delle opere fondamentali del parroco di Barbiana porti un titolo che francamente, in un momento come questo, suona proprio come una condanna per Franceschini e per i vertici del Pd: “L’obbedienza non è più una virtù”.

 

 

Povero Franceschini! Quanti anni trascorsi inutilmente nell’associazionismo cattolico a riflettere sul pensiero di don Milani, illudendosi forse che certi principi si  applicassero solo agli altri, che riguardassero casi lontani e non invece la responsabilità morale di ciascuno di noi…

 

 

Tanti anni a sottolineare il “primato della coscienza” ed ecco che alla prova dei fatti la coscienza viene trattata come un intralcio. Il problema non è nel fatto che la Binetti pretenda di obbedire alla coscienza, il problema è nel fatto che non si capisce più dove sia andata a finire la tanto vantata “coscienza cristianamente formata” degli altri esponenti cattolici del Pd.

 

 

Stefano

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categoria: politica, diritti umani, attualitĂ , omosessualitĂ , cattolicesimo, parlamento, morale, dario franceschini
mercoledì, 24 giugno 2009

IMBARAZZI CATTOLICI

Lui si chiama Maria Josè Rico Llorca e vive ad Alicante, ridente località di villeggiatura sul Mediterraneo valenciano. E’ azionista di controllo della Rainbow Tourism (TurismoArcobaleno), un’agenzia “gay-friendly” che, grazie ad una joint-venture con l’Istituto Bernabeu, nota clinica di inseminazione, promette “sole, mare e fecondazione artificiale per coppie di lesbiche”. Insomma, la lesbica va, si gode la vacanza, e torna col pancione. Un business che guarda soprattutto al mercato italiano, dove le norme in materia sono molto più restrittive che in Spagna.

Lui, Maria Josè Rico Llorca, non è uno qualsiasi. E’ stato assessore al Turismo nelle file dei Popolari, il partito “cattolico” spagnolo. Oggi mercanteggia vendendo figli a coppie omosessuali.

In Italia abbiamo il caso di Silvio Berlusconi: corruttore e corrotto, pedopornografo, pidduista, mafioso, favoreggiatore della prostituzione, in perenne conflitto d’interessi e chi più ne ha più ne metta. Sempre al centro di inchieste più o meno cialtrone. Personaggio da gossip. Non proviene dalla sagrestia, né dalle fila del cattolicesimo politico italiano. Non è nemmeno completamente in regola con le leggi di Santa Romana Chiesa. Ma c’è una differenza: se in Italia c’è una Legge 40 che limita il far west della fecondazione assistita e riconosce i diritti dell’embrione, è grazie a lui; se in Italia si sta facendo una legge che eviterà il ripetersi di uccisioni barbare come quella di Eluana Englaro, lo si deve a lui; se in Italia da qualche anno c’è una legge che consente di destinare il 5 per mille a chi s’impegna nel sociale è perché lui se l’è inventata; se oggi non è a tema una legge sul matrimonio gay (sulla quale la cattolicissima Bindi aveva annunciato significative aperture) è perché quest’uomo riesce a tenere duro.

Questo personaggio così scomodo, ingombrante, secondo alcuni impresentabile, è l’unico capo di Stato ad aver difeso Papa Benedetto XVI dall’immonda campagna di stampa montata estrapolando una frase a proposito di Aids e preservativi. Laddove cattolici rinomati italiani, tedeschi, inglesi e spagnoli, prendevano prudentemente le distanze.

Domanda: meglio il popolare Llosa o Silvio Berlusconi? Meglio la cattolica Bindi o Berlusconi? Meglio il cattolico adulto Prodi (che fu capace di ironizzare perfino sulle guardie svizzere) o il figliodiputtana Berlusconi?

La domanda andrebbe girata a don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, e a tutti quei cattolici (ce ne sono molti) che continuano a votare a sinistra senza tanti problemi di coscienza. Ma loro la risposta ce l’hanno: quel che conta supremamente in un uomo politico è la sua “credibilità”. Se un uomo politico è “pulito”, è “moralmente ineccepibile”, è “virtuoso”, insomma, ha le “mani pulite”, può pure firmare o proporre o sostenere una legge anticristiana, cioè antiumana (perché è lo stesso). Nessuno gli chiederà conto della sua attività politica e della cultura che attraverso quell’attività contribuisce a diffondere. E’ la tragica eredità che ci ha lasciato l’intellighenzia cattolica (soprattutto di Azione Cattolica e Fuci) degli anni Settanta.

Il caso di Llosa mi pare emblematico. Fatico sinceramente a capire come quest’uomo abbia potuto fare l’assessore per conto del Partito Popolare spagnolo. Spero che ne sia stato radiato, ma non ne sono certo. Come non sono certo che certi cattolici italiani arrivino a percepire la contraddizione e l’orrore di un politico cattolico che diventa manager di un’impresa di turismo procreativo per coppie lesbiche.

E’ divertente, in questi giorni, leggere alcune lettere al quotidiano Avvenire. Vi si trova il parere di cattolici evidentemente imbarazzati, spiazzati da questo premier che oggettivamente appare molto amico della Chiesa. E non sono contenti, perché odiano Berlusconi, non ne possono nemmeno sentire il nome e non riescono ad ammettere che in pochi anni i governi presieduti da quest’uomo hanno fatto molto di più che quarant’anni di Democrazia Cristiana. Sminuiscono questo contributo, dicono, per esempio, che la Chiesa non è un’agenzia di bioetica. Hanno ragione, ma il problema è che loro vorrebbero che fosse un’agenzia etica. Il cane si morde la coda.

La storia è piena di uomini moralmente a posto, che hanno sterminato l’umanità. Berlusconi non sarà moralmente a posto, ha molti difetti e dovrebbe sicuramente migliorare certi aspetti della sua immagine e del suo comportamento pubblico, ma non condivide l'ideologia di uno Llosa. E non è poco.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, chiesa, papa, diritti umani, attualitĂ , berlusconi, omosessualitĂ , embrione, morale, eluana
lunedì, 23 febbraio 2009

GRAZIE POVIA

Qui si parlerà di Festival. Qualche snob storcerà il naso, come se l’argomento non fosse abbastanza serio e importante. Lo snob dimentica che il fenomeno Sanremo ha coinvolto milioni di persone. Sottovalutare le canzonette e il loro impatto (specialmente sul pubblico degli adolescenti) è un grave errore. Noi non lo faremo, perché siamo più che certi che la musica, e in particolare, la canzone, è in grado di influenzare la mentalità della gente e in qualche modo di formare il suo orizzonte culturale. Del resto la rivoluzione degli anni Sessanta non sarebbe stata la stessa senza la colonna sonora che l’ha accompagnata.

Insomma, il discorso è molto più serio ed importante di quello che possa sembrare.

Dunque, Sanremo e, soprattutto, Povia col suo brano “Luca era gay”. Felici che si sia piazzato al secondo posto. Felici che la sua canzone abbia fatto breccia e che stia ottenendo molto successo. Nonostante tutto il casino pretestuoso e violento creato dalle associazioni dei gay. Nonostante il disprezzo veramente eccessivo dimostrato da certi critici musicali (su tutti Mario Luzzatto Fegiz, che lo ha praticamente stroncato, salvando invece prodotti molto più scadenti e cantanti dalle performance a dir poco imbarazzanti). Nonostante l’astuta aggressione di Benigni, che rischiava di fargli intorno terra bruciata.

La vicenda di Povia è stata esaltante, oltre, ben oltre il concorso canoro. Il personaggio ha dimostrato di avere quel coraggio che aveva già palesato quando, unico tra i suoi colleghi, molto attenti a non mettersi contro certe lobby di potere, era intervenuto al Family Day di due anni fa. Stavolta ha scelto di raccontare una storia assolutamente scorretta: quella di un omosessuale che scopre la bellezza di essere eterosessuale, di trovare la donna della propria vita e di diventare padre.

Beh, signori, grazie, veramente grazie a Povia, perché con il facile ritornello che ha creato (“Luca era gay e adesso sta con lei”) costringe la gente a pensare a qualcosa di diverso dallo schema unico diffuso in tutti questi anni dai mass media.

Noi siamo da tempo bombardati da storie alla Cecchi Paone: l’eterosessuale che abbandona la moglie e scopre la propria omosessualità, innamorandosi di un bel ragazzetto “dagli occhi di cerbiatto”. Noi siamo bombardati dalla presenza invadente e continua di personaggi alla Cristiano Malgioglio, che ostentano quasi istericamente la propria diversità. Noi abbiamo saputo (senza assistervi) della vittoria di Luxuria sull’isola degli pseudo famosi. E come non dimenticare la Tatangelo all'ultimo Festival? E’ la santificazione dell’omosessuale, della quale la performance di Benigni è stata solo l’ennesimo capitolo.

Storie a senso unico. Protagonisti a senso unico. Schema a senso unico.

Uno schema, tra l’altro, estraneo alla stragrande maggioranza degoraa in frantumi lo scggioso e mandli italiani, che invece hanno normalmente dei rapporti eterosessuali, come natura ha fatto gli uomini. Poi arriva un cantante coraggioso e lo schema va in frantumi.

Grazie a Povia per aver reso “normale” ciò che, paradossalmente, sembra diventato anormale, e cioè l’innamoramento di un uomo per una donna, l’esperienza più normale e primitiva e viscerale degli uomini su questa terra, ora e in migliaia di anni di storia.

Grazie per aver parlato della gioia di trovare la donna della propria vita, insieme alla quale fare l’esaltante esperienza della paternità. E della famiglia (per giunta!).

Grazie per aver sdoganato la parola “padre”, altra grande parola sottilmente espunta dal vocabolario (nella Spagna di Zapatero anche dalla Costituzione!).

Grazie a Povia per aver travolto con una canzone il dogma deterministico-biologico per cui omosessuali si nasce. Invece no, omosessuali si diventa, spesso per esperienze traumatiche vissute in famiglia, come quella del protagonista della canzone. Come quella di Oscar Wilde, proprio quel Wilde citato da Benigni, che ebbe un’infanzia molto simile al Luca di Povia: padre assente, madre possessiva ed invadente.

Grazie a Povia, perché la sua canzone potrebbe aiutare molte madri di quel genere (che scaricano le loro frustrazioni sui figli) a ripensare il loro atteggiamento, la loro nevrastenia, la loro violenza.

Grazie a Povia per la spettacolare testimonianza di libertà di opinione e di espressione, perseguita coraggiosamente contro l’oscurantismo della lobby gay, che avrebbe voluto mettergli il bavaglio. Grazie per quei cartelloni esposti alla fine di ogni performance sul palco dell’Ariston, che rivendicavano il diritto a quella libertà.

Grazie a lui e a tutti quelli che osano cantare ciò che di bello e di umano c’è nella vita. Nella vita di tutti i giorni, nella vita della maggior parte della gente comune, banale, dei poveri cristi che s’innamorano, mettono su famiglia e fanno figli, e che hanno diritto, ogni tanto, a sentirsi protagonisti di una canzonetta. A Sanremo.

Gianluca Zappa

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categoria: musica, festival di sanremo, attualitĂ , omosessualitĂ 
mercoledì, 18 febbraio 2009

BONOLIS SI E' DETTO ORGOGLIOSO. MA DI CHE?

Bonolis quando fa la faccia del cretino e gigioneggia con Laurenti è eccezionale. Quando, con la stessa faccia, vuole dire cose serie, fa la figura del cretino. Ieri sera l'abbiamo sentito dire, proprio con quella faccia lì, di sentirsi orgoglioso di essere italiano. Il concetto l'abbiamo sentito per la prima volta, in un Festival dove giovani incazzati vanno lì a cantare che l'Italia è una merda ed è piena di coglioni padroni.

Ma perchè si sentiva orgoglioso il bravo presentatore? Perchè aveva assistito allo show di Benigni. Un intermezzo del quale non si capisce perchè si debba essere orrogliosi. Innanzi tutto è costato svariati milioni di euro. Una cifra enorme, immorale, direi, che mette subito una pietra sopra al predicozzo morale del comico. E poi, diciamoci la verità, niente di nuovo, tutto trito e ritrito. Molto meglio un monologo di Brignano. Benigni ha messo in scena la versione buffa dell'antiberlusconismo. Non nego che mi abbia fatto fare grasse risate, ma non c'è niente di geniale in quel minestrone di barzellette su Berlusconi. Ne girano tante...

La figura di Benigni, tra l'altro, era piuttosto triste, ieri sera. Non so se vi ricordate, ma il comico aveva messo la sua faccia allegra nell'ultima campagna elettorale per sponsorizzare Veltroni. Deve essere stato veramente imbarazzante per lui (una bella vendetta della storia) andare a far ridere la gente nel momento in cui avrebbe preferito piangere sul ritiro dalla corsa del cavallo sul quale aveva puntato. Veltroni e il PD spazzati via in pochi mesi! Ce n'era abbastanza per fare della satira politica.

Ma Benigni ha stornato l'attenzione sul fallimento proprio e delle proprie speranze,  ributtandosi su Berlusconi. Un'ossessione. Divertente, che c'entra, ma un po' monotona. Insomma, qualcosa per cui non è che ci si può gasare più di tanto.

Poi è arrivato il punto più tragico dello show (che, tra parentesi, non capiamo più cosa ci azzecchi con una gara canora). Benigni gioca basso, molto basso. Prima contro Iva Zanicchi. E' stato una sorta di accanimento terapeutico (forse perchè la suddetta è stata eletta nelle file di Forza Italia?). Intendiamoci, i versi della sua canzone sono orrendi e per giunta squallidi, ma quanti ce ne sono di quel genere a Sanremo? E quanti ce ne sono stati nella storia? La Marchesini, anni fa, seppe davvero darcene un bel florilegio. Invece Benigni ha infierito solo su una cantante in gara. Una specie di entrata scorretta, a gamba tesa, nel bel mezzo di una partita. Un attacco diretto, immorale, sproporzionato. Di cattivo gusto. Bonolis, ma che ci vedi di tanto grande in questo?

E poi la ciliegina sulla torta. L'altro attacco, meno diretto, ma non meno evidente. La famosa tirata sull'omosessualità, contro tutte le polemiche che infuriano sul tema. E qui è stato il trionfo del pensiero unico che ci stanno imponendo. Dopo Benigni, sarebbe salito sul palco Povia a cantare "Luca era gay". Lo sapete, è una canzone che parla della storia di un ragazzo che, da omosessuale che era, trova il suo vero sè nell'incontro con la donna della vita e diventa marito e padre. Vi cito l'ultima strofa:

"Luca dice per 4 anni sono stato con un uomo tra amore e inganni spesso ci tradivamo io cercavo ancora la mia verità quell’amore grande per l’eternità poi ad una festa fra tanta gente ho conosciuto lei che non c’entrava niente lei mi ascoltava, lei mi spogliava, lei mi capiva ricordo solo che il giorno dopo mi mancava, questa è la mia storia, solo la mia storia, nessuna malattia nessuna guatigione, caro papà ti ho perdonato anche se qua non sei più tornato- mamma ti penso spesso ti voglio bene e a volte ho ancora il tuo riflesso ma adesso sono padre e sono innamorato dell’unica donna che io abbia mai amato. Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano. Luca dice sono un altro uomo. Luca era gay e adesso sta con lei Luca, parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo".

Su questa storia è scattata la censura preventiva ed oscurantista delle organizzazioni gay. Una storia così in Italia non si può, non si deve raccontare. Va bene la Tatangelo che ci canta del suo amico gay e delle sue sofferenze. Non va bene un Povia che osa raccontare la storia del suo amico Luca che da gay diventa eterosessuale. La violenza non l'ha fatta Povia, ma l'hanno fatta a Povia.

E Benigni che ha fatto? Si è messo a parlare delle persecuzioni agli omosessuali, preparando un'accoglienza ostile al povero Povia, che a quel punto non so con quale coraggio sarà andato a cantare. Benigni si è schierato, pregiudizialmente, e poi ha fatto un casino madornale, mettendoci dentro il peccato e la fede. E perfino Oscar Wilde. Argomenti troppo importanti e profondi e seri per essere buttati lì in quel modo davanti a milioni di spettatori e senza contraddittorio.

Ora, si sa che Benigni è quello che è, e che del peccato originale capisce molto poco, perchè ha poco meditato il suo Dante. Tant'è vero che non è stata mai convincente la sua lettura del canto V dell'Inferno, quello di Paolo e Francesca. benigni non ci ha mai parlato della purificazione dell'amore umano, così come Dante l'ha vissuta e così come emerge dal poema.

In conclusione, non si vede proprio di cosa rimanere estasiati davanti alla gag di Benigni. Non si vede perchè sentirsi addirittura "orgogliosi di essere italiani". Per il predicozzo di Benigni la televisione pubblica ha sborsato milioni di euro. Bonolis ha voluto farci credere che quei soldi sono stati spesi bene. Spiacenti: noi non abbiamo l'anello al naso.

Gianluca Zappa

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venerdì, 30 gennaio 2009

GLI ARCIGAY CONTRO GLI OMOSESSUALI

Secondo l’Arcigay (organizzazione che, tanto per mettere subito in chiaro le cose, appare oggi vicina ai partiti della sinistra radicale e comunista) Roberto Bolle avrebbe fatto finalmente “outing”, così almeno ha enfaticamente annunciato il presidente dell’associazione Aurelio Mancuso, aggiungendo che il ballerino si sarebbe rivelato ad una rivista francese (Numerò Homme) e non ad una italiana “a causa del potere conservatore della Chiesa”. Un’affermazione, quest’ultima, francamente gratuita e ridicola, buona tutt’al più per chi abbia qualche difficoltà a far uso del dono dell’intelligenza. Ma, soprattutto, un’affermazione costruita sulla base di una grave forzatura delle parole del ballerino e quindi sulla falsificazione dei fatti accaduti. Bolle infatti ha smentito, con alcune significative dichiarazione che hanno fatto il giro di blog e giornali: “Sono molto dispiaciuto (…) in realtà la mia dichiarazione riguardo l’argomento della omosessualità è stata completamente travisata (…). Non ho mai parlato della mia sfera privata e non intendo iniziare ora, per cui la notizia del mio presunto outing non corrisponde a verità (…) non rilascio mai dichiarazioni sulla mia sessualità e su quella di terzi e non credo che questo faccia parte dei doveri sociali degli artisti e dei personaggi pubblici”.

Questa smentita è importante perché consente di capire a chiunque non sia uno sprovveduto quale sia stata la strategia seguita dall’organizzazione di Mancuso e Grillini: forzare le parole di Roberto Bolle per comprometterlo, sottoporlo a pressione mediatica per costringerlo a confessare una vera o presunta omosessualità, fargli sapere cosa ci si attende che lui dica...

Perché, con metodi degni dell’epoca del comunismo sovietico, accade oggi che gli attivisti dell’Arcigay tallonino gli omosessuali (veri o presunti) per far sentire loro il fiato sul collo, perché confessino e si dichiarino pubblicamente, compromettendo il proprio privato per il supremo bene della causa. Non c’è pudore o riservatezza che tengano (a Bolle hanno pure chiesto se come Nureyev nutrisse la passione per cose “particolari” in campo sessuale… ), non c’è più privacy o diritto alla tutela della propria sfera personale quando c’è di mezzo la causa…

Sembra pertanto di essere ritornati a Lenin, quando catechizzava i militanti bolscevichi ed insegnava loro che un vero rivoluzionario non ha diritto ad una vita privata, anzi, ogni suo pensiero, ogni sua azione, sono finalizzati al successo della rivoluzione. E’ la causa rivoluzionaria infatti il parametro morale unico di riferimento e per questo la vita intima di un rivoluzionario non appartiene più a lui stesso ma appartiene solo al partito. Paiono oggettivamente notevoli le concordanze con il mancusopensiero, in particolare laddove si vuol sostenere il presunto dovere sociale da parte degli artisti a fare outing, ed il tutto condito con parole d’ordine ed entusiasmi degni della burocrazia bolscevica degli anni ’20 (è “un'occasione d'oro per fare del ballerino, che mai aveva confermato la sua omosessualità, un portavoce della causa omosessuale”).

Deve essere terribile vivere in un contesto simile, dove devi confessare pubblicamente quello che ti viene suggerito da un’organizzazione che, seppure privata, pretende di rappresentare te ed il tuo mondo interiore, e senza sapere neppure esattamente chi sei e cosa pensi davvero. E devi conformarti all’agire ortodosso che ti viene indicato a mezzo stampa da un qualche “Lenin de noantri”, che altrimenti incorri nella gogna pubblica già auspicata dall’attivista Peter Tatchell: “Le donne lesbiche e gli uomini gay hanno un diritto ed un dovere, smascherare gli ipocriti…”. Perché proteggere la propria interiorità per loro è sempre e solo ipocrisia ed il pudore è una malattia…

Ma, naturalmente, tutto questo è per il bene della causa, dove il bene della causa lo sanno e lo decidono loro, quelli dell’organizzazione…

 

Stefano

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categoria: attualitĂ , omosessualitĂ 
martedì, 30 dicembre 2008

L'ORTODOSSIA GAY

«Se Bonolis e il suo direttore musicale» attacca l’Arcigay «intendono mandare in scena uno spottone clerical-reazionario contro la dignità delle persone omosessuali, sappiano fin d’ora che la nostra reazione sarà durissima, rumorosa ed organizzata. Siamo i primi a combattere per il diritto alla libera espressione, ma altra cosa è avvallare posizioni omofobe, che tra l’altro alimentano odio e pregiudizio nei confronti delle persone gay e lesbiche».

Questo è quanto è apparso sui giornali la vigilia di Natale riguardo alla canzone che Povia presenterà a Sanremo. Effettivamente il titolo che ho pensato per questo post è illuminante. Quello che chiamo ortodossia gay è una sorta di clericalismo omosessuale. Mi sembra che l’Arcigay e il suo presidente Mancuso si battano alacremente per difendere una sorta di ortodossia, una specie di visione dell’omosessualità che è in quel modo e basta; non ci possono essere esperienze e situazioni differenti altrimenti la loro sarà una “reazione durissima, rumorosa ed organizzata”. Non male. Insomma o ci si adegua ai dogmi oppure l’inquisizione colpisce.  

Luca era gay è il titolo, il testo non si conosce eppure “anathema sit”. Quello che si suppone dica è che Luca era gay e ora non lo è più, quindi passato da una condizione ad un’altra, ma questo è inaccettabile, è omofobo.

Povia in un’intervista del 2005 ha affermato di avere avuto un periodo di omosessualità e di essere poi cambiato, perché non può dirlo? Perché non può essere accaduto? Perché non può essere una delle sfumature dell’omosessualità? Perché non rispetta l’ortodossia dominante? Se ci fate caso non ho parlato di guarigioni, malattie, genetica e quant’altro, solo di buon senso.

Anna Tatangelo nella passata edizione poteva fare uno spot al mondo gay cantando sullo stesso palco Il mio amico, ora di fronte ad un titolo, ancora neanche una canzone, si tirano fuori aggressività e minacce. “Bloccheremo Sanremo” gridano addirittura.

Mi sembra di notare che o ci si adegua a tale impostazione o ci si deve aspettare una reazione dura e organizzata. Qualcuno magari tirerà fuori del documento Ue sulla depenalizzazione, ma la bufera nel bicchier d’acqua è già stata affrontata e demitizzata.

In generale, quindi, attenzione. Se non vi uniformate alla vulgata rischiate una dura gogna mediatica.

taspaolo

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categoria: televisione, attualitĂ , societĂ , omosessualitĂ 
venerdì, 28 novembre 2008

DI SINISTRA COME ALBERTELLA

La notizia del giorno a quanto pare sarebbe la vittoria dell’ex deputato comunista Vladimir Luxuria nel programma-trash “L’Isola dei Famosi”.

Appena ieri i reality erano additati dalla severa stampa di sinistra a simbolo dell’imbarbarimento mediatico e culturale indotto dal berlusconismo ed ecco che oggi si scopre avervi partecipato e trionfato addirittura un esponente politico di Rifondazione Comunista…

 A questo trionfo un ineffabile Sansonetti dedica la prima pagina di Liberazione, giornale che arriva addirittura a paragonare la vittoria di Luxuria sull’isola a quella di Obama negli USA. Sembra addirittura che il noto show-man si sia guadagnato con la sua performance una candidatura sicura a Strasburgo...

Inevitabilmente il trionfalismo di Liberazione si è attirata addosso le ironie e le repliche dei giornali di diverso orientamento politico e non c’è che l’imbarazzo della scelta in proposito, ma la replica più appropriata e politicamente significativa è, a mio parere, quella che oggi (26/11/08) il Giornale affidava ad un operaio cassintegrato di 42 anni, delegato della FILTEA-CGIL: Nicola Albertella.

Albertella (elettore di Rifondazione Comunista) fin dalle prime righe non le manda a dire:

Se il giornale di Rifondazione dà tanto rilievo a Luxuria, si capisce uno dei motivi principali per cui il partito alle ultime elezioni è andato in barca ed è rimasto fuori dal Parlamento…”.

Nel corso dell’intervista l’operaio rincara la dose e propone una riflessione inedita, ma a mio parere assolutamente significativa, sulle cause del tracollo elettorale subito alle ultime elezioni non solo da Rifondazione Comunista, ma anche dalle altre sigle della “sinistra radicale”, nonché dal PSI di Boselli:

Ha perso i contatti con la realtà, con il suo elettorato e quello che dovrebbe essere il suo popolo. Nel Paese poi ci sono cose molto più gravi di cui dovrebbe occuparsi il giornale di un partito come Rifondazione. Da lavoratore, penso a chi perde il posto e non sa se riuscirà a trovarne un altro, c’è gente che non sa come mettere insieme il pranzo con la cena…”.

E’ quello che avevano già pensato molti di noi, nel corso dei due anni di governo Prodi, nel vedere come l’agenda gay monopolizzasse il dibattito politico dell’intero paese! Le emergenze sembravano esser diventate allora: il matrimonio omosessuale, l’adozione dei bambini da parte dei gay, l’accesso alla fecondazione in vitro da parte delle coppie omoparentali, il patrocinio del governo (negato al Family Day) ai vari Gay Pride…

 Ed ogni posizione che esprimesse un qualche distinguo rispetto alle richieste ritenute “più avanzate” sembrava impresentabile, retriva, unicamente rivelatrice di forme latenti di razzismo ed omofobia…

I circoli intellettual-giornalistici che da tempo si atteggiano a suggeritori dei partiti di centro-sinistra non si rendevano conto che così si sarebbe andati non contro la Chiesa cattolica, ma contro il senso comune, quel buon-senso della gente semplice cui poi si sarebbe dovuto chiedere il voto...

 Albertella lo dice con parole chiarissime: “il partito, anche prima del voto, ha puntato tutto sulle battaglie degli omosessuali, della fecondazione assistita, di quelli come Luxuria. Hanno messo in discussione l’eterosessualità come cosa naturale, hanno detto che è stata imposta dal sistema, dalle convenzioni sociali, dalla Chiesa o chissà che altro, tutti temi che non vedo cos’hanno a che fare con i lavoratori e la gente normale. Queer, l’inserto domenicale di Liberazione, a volte era una cosa vergognosa che non interessava a nessuno. Per tanti elettori di Rifondazione è difficile comprendere perché abbiano preso questa deriva, lo dico sinceramente”.

Chissà se a sinistra qualcuno prenderà in considerazione queste riflessioni...

Non pochi osservatori avevano lamentato una consistente fuga di voto operaio al nord verso i lidi della Lega. Se ne era attribuita la causa per lo più all’egemonia cultural-mediatica del berlusconismo, quasi che gli elettori di sinistra avessero subito, via etere, una manipolazione mentale relativa ai criteri di scelta.

Ora invece, alla luce del trionfo televisivo di Luxuria, parrebbe che sia accaduto piuttosto il contrario: i cervelli che sono stati catodicamente manipolati sarebbero quelli dei dirigenti, allontanatisi dai temi percepiti come prioritari dalla tradizionale base operaia dei partiti di sinistra. Evidentemente una cultura dell’effimero, con tratti marcatamente individualistici ed elitari, intrisa di contenuti decadenti e borghesi, pervade ormai la sinistra italiana…

 evidentemente, molte persone semplici (ma non stupide) correttamente identificano questa cultura come una forza disgregatrice dei legami sociali, un pericolo quindi per il paese, e ne prendono le distanze.

Nel giudizio di Albertella su Luxuria si coglie infatti una matura consapevolezza che il noto personaggio televisivo è in verità omologato al sistema e non certo un suo antagonista:

 “Uno come lui… non ha fatto altro che equipararsi al sistema. Avrà ritenuto di utilizzare quel mezzo per portare in primo piano la situazione di chi come lui appartiene a un altro genere. Ma non la trovo una cosa positiva dal mio punto di vista di militante comunista, anzi è un fatto politicamente tragico”.

Sarà magari per questo il centrosinistra ha regalato tanti voti popolari alla Lega? Sarà questa la spiegazione più plausibile di un certo scollamento di tipo pre-politico, riconosciuto dagli osservatori più attenti (ad esempio da Luigi Bobba) tra la leadership di centrosinistra negli anni del governo Prodi ed il paese reale?

 

Stefano

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lunedì, 25 agosto 2008

NEOCOLONIALISMO EUROPEO IN SALSA GAY ED ANTINATALISTA

Qualche tempo fa la rivista irlandese ALIVE! aveva pubblicato un breve articolo che denunciava l’intento da parte di alcuni governi europei di subordinare lo stanziamento di fondi a favore dei paesi poveri all’accettazione da parte di questi ultimi di una cosiddetta “homosexual agenda”, elaborata, come noto, ai piani alti dei paesi ricchi dell’Unione Europea.

 I diplomatici olandesi, in particolare, avevano ricevuto lo speciale incarico di indagare e relazionare riguardo al grado di avanzamento dei cosiddetti “diritti di gender” in 36 paesi poveri destinatari di aiuti economici da parte del governo olandese e della UE.

I medesimi diplomatici dovevano nel contempo adoperarsi per esercitare pressioni finalizzate a promuovere presso le popolazioni ed i governi locali un orientamento favorevole al riconoscimento pubblico dei suddetti diritti (http://www.alive.ie/archives/Alive!%20Sept%2007.pdf).

Ma come è noto, molti paesi dell’Asia, dell’America latina e dell’Africa sono fortemente avversi a tali intromissioni che reputano una nuova subdola forma di disumano colonialismo. Di tale contrasto, che viene emergendo tra paesi ricchi e paesi poveri, si è avuta eco anche in occasione del recente sinodo delle chiese appartenenti alla Comunione Anglicana dove si è assistito, su questi medesimi temi, ad una marcata contrapposizione tra la “chiesa madre” con le sue diramazioni nei paesi ricchi (Stati Uniti ed Australia) e le chiese dei paesi di lingua e civilizzazione anglosassone del terzo mondo.

Ulteriore riprova del fatto che il carattere radicalmente trasgressivo della nostra cultura appare come una violenta provocazione, oltre che una manifestazione evidente di decadenza morale, agli occhi di coloro che vivono nei paesi più svantaggiati.

Ma questo tentativo di affamare i paesi meno sviluppati e subordinare quindi gli aiuti all’accettazione di idee astruse, elaborate a tavolino dalle elite spiritualmente esangui dei paesi europei, è solo un tassello di un disegno ben più ampio.

Le associazioni pro-life, da anni, denunciano pressioni analoghe anche per ciò che concerne i temi della difesa della vita e della maternità. Come è noto potenti organizzazioni internazionali come l’UNPFA ricevono notevoli finanziamenti da parte della UE al fine di promuovere la diffusione dell’aborto e della sterilizzazione nei paesi del terzo mondo, e ciò accade nonostante che sia più che provato che l’UNPFA ha collaborato attivamente con il governo cinese alla cosiddetta “politica del figlio unico” che ha comportato, e comporta, l’aborto forzato e la sterilizzazione coatta di milioni di giovani donne di quel paese (vedi in A. Morresi, L. Scaraffia, E. Roccella, CONTRO IL CRISTIANESIMO: l’ONU e L’UNIONE EUROPEA COME NUOVA IDEOLOGIA; Ed. Piemme).

Anche in questo caso l’Olanda si segnala come il primo nella lista dei peggiori. Solo due mesi fa ha esercitato la medesima arma del ricatto economico nei confronti del Nicaragua il cui ordinamento giuridico non prevede un “diritto all’aborto” e solo per questo rischia di perdere i vitali aiuti economici allo sviluppo promessi dalla UE. Anche nei confronti del Nicaragua si sono messe in atto quelle discrete pressioni e campagne d’opinione atte ad influenzare in modo favorevole all’ideologia anti-natalista i governanti e l’opinione pubblica…

Ma a rispondere per le rime questa volta non è stato un qualche vescovo coraggioso o la solita associazione pro-life, bensì il presidente Daniel Ortega, in passato leader del movimento rivoluzionario sandinista.

Negli ultimi anni il vecchio leader ha guidato il movimento sandinista verso una politica di pacificazione nazionale e di riconoscimento degli errori commessi dalla sua parte politica. Sotto la guida di Ortega i sandinisti sono diventati infine un movimento politico di sinistra moderata, che ha ristabilito buoni rapporti con i paesi vicini e con gli Stati Uniti, si sono tenuti lontani dalla demagogia marxista di un Chavez o di un Castro e sono tornati, premiati dal voto popolare, alla guida del paese centro-americano.

Ebbene, a fronte delle pressioni neo-colonialiste olandesi ed europee Ortega è sbottato:

E’ una guerra di tipo mediatico (…) i cannoni e le bombe d’oggi sono rappresentati da alcuni personaggi dei media, specializzati nel fabbricare e ripetere bugie! (…) E’ del tutto falsa l’affermazione per la quale molte donne sarebbero sul punto di morire perché la legge del Nicaragua intende proteggere anche il bambino non nato”.

Ortega ha pure affermato: “se una donna arriva in un ospedale o in un ambulatorio per una gravidanza a rischio, il dovere del medico è cercare di salvare la vita di entrambi, madre e bambino”.

 

Stefano

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sabato, 05 aprile 2008

SOLIDARIETA' (ANCHE) ALLA BINETTI

"Tifo Obama perché è un negro coraggioso che dà speranza". Oddio! Quella vecchia teodem di Paola Binetti ha detto negro! Scandalo immane! Non importa che si sia pronunciata a favore di un uomo di colore, che anzi abbia esplicitamente detto di "tifare" per lui, no. "Negro" non si dice, non si può dire!

Solidarietà anche alla Binetti, contro lo schifoso fariseismo di chi si scandalizza per la parola "negro" e non si vergogna di definire un "grumo di cellule" l'essere umano che cresce nel ventre di una donna. O non si vergogna di ripetere che è bene sopprimere il "feto" malformato.

A me questa gente fa veramente, ma veramente schifo. Sono razzisti e vogliono fare la morale agli altri. Non gliel'hanno perdonata, alla Binetti. E sapete bene perché. Perché nel corso di un'intervista a Ecotv (che più che un'intervista era diventata una sorta di processo alle intenzioni e alle idee della senatrice del PD sulle coppie omosessuali), la Binetti ha preso le distanze da Paola Concia, portavoce per il PD del tavolo nazionale degli omosessuali. E' imperdonabile che qualcuno osi dire che l'unione omosessuale non può essere paragonata ad una famiglia.

Problemi del PD, non nostri. Se la vedano loro con i loro teodem, se ci riescono. Ma, intanto, e nonostante tutti gli sbagli gravissimi che sta compiendo, solidarietà anche a Paola Binetti.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, famiglia, dico, attualitĂ , omosessualitĂ