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sabato, 24 ottobre 2009

POVERO MARRAZZO!

Quel vecchio e saggio proverbio diceva che chi di spada ferisce di spada perisce. Se al posto della spada mettete la parola moralismo, avete quello che è sotto gli occhi di tutti con il caso Marrazzo.

Devo dire che fanno un po’ tenerezza questi poveracci del PD, che mentre celebravano in pompa magna le loro primarie, si sono ritrovati tra le mani la patata bollente. Marrazzo, suo malgrado, ha rotto a Bersani, Franceschini e Marino le uova nel paniere, li ha messi... a nudo, e mi si passi la battutaccia. Ma guarda un po’ se dopo un’intera estate passata a moralizzare su Berlusconi e le sue improbabili escort, ora dovevano proprio fare i conti con Marrazzo e il suo trans! Sesso e politica anche nel tempio della moralità italiana! Probabilmente della cosa gode solo Di Pietro.

Quello che è triste, veramente triste, è che Marrazzo abbia dovuto sospendersi per una cosa del genere. E’ la vendetta della storia, è il maledetto tunnel creato dal moralismo di sinistra e cattocomunista, che non ammette debolezze nell’uomo, che utopisticamente prevede l’esistenza di un essere incorruttibile e disumano. Uno sbaglio personale, una debolezza della carne, vissuta nel privato, diventa occasione per distruggere la carriera politica di un uomo. Lasciatemi dire chiaro e tondo che assurdo non è lo sbaglio di Marrazzo: assurdi sono i tre concorrenti per la poltrona di segretario del PD che ne hanno chiesto le dimissioni. E tra i tre il più assurdo è Franceschini.

Dal mondo politico sono arrivato commenti di grande saggezza ed equilibrio. Signorile, come sempre, il Ministro Gelmini. Concreto, come sempre, l’on. Lupi, che ha sottolineato come il politico va giudicato non per le sue “cadute” nel privato, ma per quello che fa, per quello che concretamente realizza.

Ma sono arrivati anche giudici trancianti, come quello di Pierferdi Casini, secondo il quale un politico che cede ad un ricatto non può più fare il politico. Il che, in linea di massima, non fa una piega. Ma il fatto è che non è questo il problema. Il problema vero è che si possa mettere sotto ricatto un uomo per una scappatella con un trans. Il problema è il giornalismo gogna, il giornalismo spettacolo, il dibattito politico ridotto a gossip. Il problema è tutto quello che abbiamo sentito e letto su Repubblica, contro Berlusconi. E’ quella campagna di stampa che ha fatto del moralismo il proprio cavallo di battaglia e che ha inaugurato un clima tale per cui un uomo politico diventa ricattabile anche, me lo si lasci dire, per una cretinata di questo genere.

Una cretinata, quella di Marrazzo, e forse neanche. Comunque una sua personale e privatissima questione, della quale a nessuno dovrebbe interessare alcunché. Invece quest’uomo ha capito che da questa scivolata poteva dipendere tutto il suo futuro, ed ha avuto paura, una paura tremenda. Non stiamo parlando di mazzette, di appalti truccati. Il trucco, in questo caso, è di un altro tipo.

Ecco quello che succede, quando si fa una crociata moralista, bieca e squallida. Poveraccio Marrazzo, perché la sua carriera è finita. La parola fine gliel’hanno appioppata i suoi compagni di partito. Vittime del loro stesso gioco, del loro preteso perfettismo, del loro essere dei sepolcri imbiancati. In fin dei conti, poveracci anche loro.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, attualitĂ , morale, pd , dario franceschini
giovedì, 15 ottobre 2009

CARO DARIO, L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’!

I Democratici hanno votato, compatti come soldatini, la legge cosiddetta “antiomofobia”. Solo una parlamentare, Paola Binetti, ha votato contro rivendicando la fedeltà ai propri principi e la libertà di coscienza. Questa rivendicazione della libertà di coscienza, questo richiamo alla libertà del parlamentare, ha destato il plauso di Massimo Boldrini, storico commentatore di Radio Radicale. 

 

 

Severa invece è stata la condanna pronunciata dal segretario del partito Dario Franceschini, per il quale “sull’omofobia c’è una sola linea nel partito e la libertà di coscienza non centra”. Non solo, Franceschini, preoccupato per la concorrenza “laicista” di Ignazio Marino nella competizione interna ha scaricato violentemente la sua parlamentare invitandola a lasciare il partito.

 

 

La domanda sorge allora spontanea: che ci era andato a fare Dario Franceschini (con Veltroni) a Barbiana nel Giugno del 2007? Una gita? Il nostro aveva addirittura affermato: “penso che don Milani non si aspetti da noi che veniamo qui solo a ricordarlo, ma ci chieda di rimboccarci le maniche…”, dando con ciò l’impressione di uno che certi insegnamenti intendeva prenderli davvero sul serio…

 

 

Ma ironia della sorte vuole che una delle opere fondamentali del parroco di Barbiana porti un titolo che francamente, in un momento come questo, suona proprio come una condanna per Franceschini e per i vertici del Pd: “L’obbedienza non è più una virtù”.

 

 

Povero Franceschini! Quanti anni trascorsi inutilmente nell’associazionismo cattolico a riflettere sul pensiero di don Milani, illudendosi forse che certi principi si  applicassero solo agli altri, che riguardassero casi lontani e non invece la responsabilità morale di ciascuno di noi…

 

 

Tanti anni a sottolineare il “primato della coscienza” ed ecco che alla prova dei fatti la coscienza viene trattata come un intralcio. Il problema non è nel fatto che la Binetti pretenda di obbedire alla coscienza, il problema è nel fatto che non si capisce più dove sia andata a finire la tanto vantata “coscienza cristianamente formata” degli altri esponenti cattolici del Pd.

 

 

Stefano

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categoria: politica, diritti umani, attualitĂ , omosessualitĂ , cattolicesimo, parlamento, morale, dario franceschini
mercoledì, 07 ottobre 2009

LODO ALFANO: UNA SENTENZA PREVEDIBILE (MA NON SCONTATA)

Lodo Alfano. Una bocciatura prevista e annunciata. Niente affatto scontata, però, perché la Corte Costituzionale poteva benissimo prendere un’altra decisione, seguendo un indirizzo già espresso nel 2004. Non ci fosse stato Berlusconi alla Presidenza del Consiglio (ci fosse stato, per esempio, Prodi) la decisione sarebbe stata probabilmente diversa. Questa è la sensazione generale, di popolo, direi. Che si creino distinzioni tra i cittadini (ma si parlava solo di quelli che ricoprono le alte cariche istituzionali) è inammissibile quando c’è di mezzo Berlusconi. Lo si sapeva, e le cose sono andate come era ovvio che andassero.

Fossi un portavoce della maggioranza, proverei a distinguermi per signorilità. Direi (e dico) che la sentenza della Corte Costituzionale va accettata e rispettata, anche perché questa sentenza dimostra in modo palese che l’Italia non è un Paese succube del “dittatore”, anzi. Casomai è un Paese succube degli avversari del premier. Questa sentenza, se accettata con dignità e serenità, senza isterismi, non può che far bene proprio al Governo.

Certo, ora si scatenerà la sarabanda infernale. Ora assisteremo di nuovo all’accanimento giudiziario contro il premier. Figurarsi! L’hanno fatto in questi ultimi mesi, in cui avevano tra le mani solo i pettegolezzi e la voglia di video di qualche prostituta, e lo faranno a maggior ragione ora che possono di nuovo utilizzare la magistratura come arma per distruggere l’avversario. Ma c’è un problema: l’Italia non sembra d’accordo. Gli italiani stanno per la maggior parte con Berlusconi e non ci staranno a farsi scippare un governo che hanno eletto e che sembrano gradire.

Il Governo (lo speriamo vivamente) andrà avanti e farà le riforme che servono al Paese. Tutta la gioiosa macchina da guerra della sinistra (forze politiche, sindacali, stampa e magistratura) andrà ugualmente avanti, e ci romperà le scatole con la storia del conflitto di interessi e della questione morale. Insomma, concentrando i riflettori su Berlusconi. Che è poi il modo migliore per nascondere le proprie gravi malefatte. Perché la questione morale coinvolge tutti, anzi, molto di più coloro che rubano il denaro pubblico; che utilizzano il denaro pubblico per i loro interessi politici; che sprecano il denaro pubblico, concedendo favori a destra e a manca, favori che poi tutti dobbiamo pagare.

Il Sindaco di un paese della mia provincia (da poco eletto) mi confessava che tutte le sue energie se ne vanno per ripianare i debiti del Comune, che ha a libro paga ben 108 dipendenti, quando ne basterebbero la metà. Lui stesso confessa di non riuscire a capire nemmeno cosa fa tutta questa gente, non di rado fannulloni senza alcuna capacità. E’ solo un piccolo esempio di quello che voglio dire, una piccola goccia nel mare magnum della mala gestione del denaro pubblico che ha ingigantito il nostro debito.

E come non inorridire di fronte alle gravissime responsabilità della amministrazioni siciliane nel recente disastro di Messina? Dove vanno a finire i soldi pubblici? Come sono utilizzati i soldi pubblici? Costa ci stanno a fare sulle poltrone quegli amministratori? Si badi bene: si tratta di responsabilità trasversali, che coinvolgono tutti gli schieramenti politici. Come si dice dalle nostre parti, il più pulito cià la rogna.

Scusate, ma questa non è questione morale? Questo diffuso malcostume, questa distruzione della vita pubblica e della finanza pubblica (per la quale nessuno paga mai) che sarebbe? Come chiamarla?

Io non credo che nei prossimi giorni si tratteranno questi argomenti. Terrà ancora banco Berlusconi, con le sue vicende personali e giudiziarie. In fondo fa comodo a moltissimi che i riflettori siano accesi solo su quel palcoscenico. La questione morale sarà solo un problema del premier.

Prepariamoci ad un autunno ancor più triste e squallido e velenoso di questa calda, caldissima estate.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, morale
giovedì, 24 settembre 2009

LEGGE SUL FINE VITA: LA RIVINCITA DELL'ETICA

Chi nel mondo cattolico pensa che Berlusconi si stia comprando l’appoggio della gerarchia ecclesiastica con una certa politica sulle questioni etiche, o meglio, di bioetica, dimentica una cosa semplicissima, ma fondamentale: nell’ultima campagna elettorale Berlusconi non ha mai parlato di questo tipo di problemi, li ha completamente evitati, cosciente che nella società italiana (e le polemiche suscitate dal governo Prodi ne erano state la palese dimostrazione) su questi temi c’è una profonda divisione. Quindi, nessuna promessa, niente sbilanciamenti. Il futuro premier era apparso quasi cinico nel suo affermare che Forza Italia era un partito moralmente neutro.

Ma l’etica, messa fuori dalla porta, è rientrata fragorosamente dalla finestra. E in fondo è normale. Non si può evitare di chiedersi cosa è bene e cosa è male, specie quando la realtà stessa ti provoca ad un giudizio e a delle risposte, nonché a degli interventi. La vicenda di Eluana si è abbattuta come un ciclone su chi voleva svisare il discorso morale e ha spazzato via tutto quel tranquillo cinismo che voleva occuparsi solo di economia, rilancio, risanamento del sistema Italia.

Sì, l’etica tiene banco: il malessere di Fini, a mio modesto parere, aumenta di giorno in giorno non tanto perché il premier decide tutto lui o perché non c’è democrazia all’interno del PDL. Fini sa chi è Berlusconi e sono anni ed anni che ci convive. No. Il Presidente della Camera sta andando in fibrillazione perché è un laico con una visione della vita che con un eufemismo si potrebbe definire molto problematica e che si può riassumere con uno slogan: “l’unica certezza è che non c’è certezza”. Davanti alle gravi sfide che ci vengono dalla realtà (stati vegetativi, aborto e mentalità eugenetica sempre più diffusi, manipolazione degli embrioni e fecondazione artificiale, sfaldamento di ogni vincolo tra le persone), Fini risponde, come molti altri, che l’unica bussola non sono dei principi saldi (che non ha e che non riesce ad agganciare a nulla), ma quello che la gente riesce a fare. Non una condivisione sui principi, ma sulla pratica. Comanda la piazza. In pratica comandano le debolezze umane. E’ il solito ragionamento che fa la gente comune: “personalmente sono contro l’aborto, ma se una donna non ce la fa a garantire un futuro decente a suo figlio? E se il figlio nasce handicappato?”... Comanda la debolezza, comanda la paura.

Di Fini colpisce la continuità quasi ossessiva con cui interviene su questi argomenti. La sua definizione del DDL Calabrò sul fine vita come un testo “più da stato etico che da stato laico” è una condanna senza mezzi termini. L’ultima iniziativa è quella di chiedere che sia rispettata la libertà di coscienza al momento della prossima votazione, libertà che nessuno, per la verità, sembra mai aver messo in dubbio. Per inciso, anche il PD è alle prese con gli stessi problemi, ora che l’on. Dorina Bianchi ha votato a favore di una commissione d’inchiesta sulla pillola Ru486. Etica e ancora etica. Per essa si può essere espulsi da un partito o si può anche mettere in crisi una coalizione di governo.

L’ideale sarebbe non parlare di queste cose, evitare che la politica si metta a decidere e che tutto venga lasciato alla sfera intima e personale della gente. Ma dopo il caso Eluana abbiamo potuto renderci conto di come se non decide la politica decide qualcun altro. Chi ha utilizzato la vicenda della povera ragazza come un grimaldello per i propri scopi ideologici, ha fatto un grave errore di valutazione. La morte procurata di Eluana (non chiamiamola omicidio sennò qualcuno si offende, ma non si può evitare di constatare come la ragazza è sopravvissuta per anni alla sua malattia ed è invece rapidamente crollata quando è stata trasferita in una ormai famosa clinica), quella sentenza di morte decisa dai giudici, ha palesato lo spaventoso vuoto normativo su questa materia. E finalmente la politica si è data una mossa. Il caso di Eluana ha creato un punto di non ritorno.

Strana Italia! Prima tutti a rimproverare i politici di non avere mai legiferato in materia. Ora che si sta legiferando, ecco chi fa marcia indietro. Come i venti deputati che hanno scritto a Berlusconi chiedendogli di “cambiare strada, non fare una legge che costringa i parlamentari e gli italiani a scontrarsi su ciò che più li divide”. Un modo per lavarsi le mani ancora una volta, fin quando un nuovo caso Eluana non dividerà ancora gli italiani e i parlamentari come è già capitato. Si chiede, nella stessa lettera, il “riconoscimento dei limiti del legislatore e della sua incapacità di ordinare la complessità delle relazioni terapeutiche e di stabilire una disciplina più giusta”. Benissimo, ma il problema è che sono stati i giudici a non riconoscere i propri limiti e le proprie incapacità, nel momento in cui emettevano la loro sentenza di morte. E allora come la mettiamo?

Lino Duilio del PD ha detto che “Il ricorso alla legge quale strumento per disciplinare un momento così importante e così peculiare della vita qual è quello della sua fine, costituisce la spia di una pretesa velleitaria, frutto di razionalismo e illuminismo”. D’accordo. Ma il problema è: come evitare che questo razionalismo illuminista s’impossessi di un giudice?

Vorrebbero quella che definiscono una soft-law. Anch’io pensavo, un tempo, che la cosa migliore era non legiferare in materia o dare solo delle vaghe indicazioni. Poi sono arrivate le sentenze dei giudici e quella specie di condanna a morte. Ora non è più possibile. L’etica si è presa la sua rivincita.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, laicismo, attualitĂ , berlusconi, eutanasia, eugenetica, morale, eluana
giovedì, 10 settembre 2009

ADOLESCENTI DI CLASSE C

Ti porti i bimbi sotto l’ombrellone. Tu ti riposi, loro, dopo un po’, s’annoiano. Allora che fai? Gli compri un giornaletto, qualcosa per occupare il tempo. Vai all’edicola e, ingenuo, ti attira un opuscoletto intitolato “Comet – Puzzle & test”. Sì, può andar bene per tua figlia, che, dodicenne, comincia a divertirsi con le sue prime parole crociate, gli indovinelli e giochi del genere (non il sudoku, la matematica la mette in crisi). Dunque lo acquisti, tanto più che Comet è una specie di reginetta manga dai capelli rossi. E a tua figlia piacciono i fumetti manga.

Detto fatto. Eccola sulla sdraio a giocare col suo giornaletto. Il giorno dopo tua moglie te lo passa e t’invita a leggere i due test che ci sono all’interno. Il primo propone la domanda: “Chi è il tuo tipo stellare?”. Leggo la presentazione: si tratta di “un supertest per rendere anche l’autunno un periodo meraviglioso alla ricerca del tuo principe”. Tre i profili dei principi: fascino e mistero; il timidone; zucchero e miele.

E’ una robetta fatta apposta per ragazzine come mia figlia, che si avvicinano a quel momento delicatissimo (alcune, per la verità, ci sono già arrivate) in cui tutto il corpo si mette in movimento e anche la psiche ne risente. E che rabbia vedere come questi signori speculano sui pensieri più intimi di una adolescente, come giocano, come banalizzano i sentimenti. Soprattutto, che rabbia dover constatare come certi argomenti s’infiltrano in modo surrettizio dentro un innocuo giornaletto di quiz.

E veniamo al secondo test. “Quanto sei brillante?”. Qui l’argomento è anche più delicato, perché qui si tratta di autostima, di come ti vedi, di come ti senti, di come desideri essere. Tre le possibilità: brillante in equilibrio; tranquilla... forse troppo; vado al massimo! Per mettere insieme punti che la porteranno al terzo ritratto (quello ovviamente che garantisce il successo, quello ideale), la ragazzina dovrà scegliere risposte da superwoman. Dovrà essere sempre su di giri, sempre creativa, sempre pronta a risolvere le situazioni, sempre disposta a stare in compagnia, sempre disponibile... questo è il modello ideale di perfezione che viene messo dentro le povere menti delle bambine.

Il test propone domande che t’immettono in un mondo fatto di cotte scolastiche, feste di compleanno, pomeriggi al cinema o a fare shopping con le amiche, rivalità amorose. Che ti viene da gridare “Per favore, aprite la finestra! Ho bisogno d’aria!”. Ma c’è una domanda, l’ultima, che vale proprio la pena di riportare integralmente, con tanto di opzioni colorate. Eccola.

Sono giorni che vi guardate, ma lui non accenna a decidersi. Tu: A- cerchi qualche amico in comune che possa presentarvi. B- aspetti, prima o poi si deciderà. C- trovi una scusa e vai a parlarci, non ce la fai più ad aspettare!

Quando ancora ero ragazzo io, non moltissimo tempo fa, la ragazza normale era quella del ritratto B. Quella del ritratto C rischiava di beccarsi l’epiteto di “puttana”. Cominciava a diffondersi la via di mezzo, quella del ritratto A. Oggi la tipologia B è quella delle sfigate, mentre la C è quella delle “brillanti”. Del resto non è questo il messaggio che passa attraverso tutti quegli idioti telefilm che quotidianamente imbrattano il cervello degli adolescenti? Ricordo ancora quelli che fecero il lavaggio del cervello a noi. Fu la serie di Happy Days e, al cinema, Grease. Ci volle un po’ per liberarsene, per capire che erano stronzate.

E chissà quanto dovranno soffrire le ragazzine, quante volte dovranno sbattere i musetti, quanta “disponibilità” dovranno garantire ai loro principetti prima di capire che il maschio non lo sconvolgi e non lo vinci adeguandoti alla tipologia C, ma, al contrario, utilizzando proprio la tipologia B, quella dell’attesa, quella della dignità e della riservatezza femminile, che costringe il maschio a mettersi in movimento, a migliorarsi, a crescere anche lui di fronte ad una creatura che gli si palesa in modo superiore.

Una donna incontra il suo principe facendosi desiderare, non buttandoglisi tra le braccia. Non è questione di morale, di cultura, di convenzioni. E’ proprio l’essere umano che funziona così.

Prendo il giornaletto e cerco di spiegare tutto questo a mia figlia. Con la speranza che tutto ciò che ho seminato in questi anni riesca a reggere l’urto di una devastante operazione di lavaggio dei cervelli e di violenza alle coscienze.

Gianluca Zappa

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categoria: media, giovani, educazione, attualitĂ , morale
lunedì, 31 agosto 2009

BASTA CON LA SPAZZATURA!

Non mi è mai piaciuto Feltri, né il suo modo di fare giornalismo. Tra l’altro le sue convinzioni in materia di etica e di bioetica sono diametralmente opposte alle mie. Feltri rappresenta un elettorato del centrodestra (fortunatamente minoritario) nel quale non mi riconosco affatto.

 La sua uscita nei confronti del Direttore dell’Avvenire Dino Boffo è una vera e propria porcata. Quelli che ne individuano il “mandante occulto” in Berlusconi non riflettono abbastanza sul male che questa uscita ha fatto proprio a Berlusconi. Il primo indiscutibile effetto è stato quello di far saltare l’incontro della Perdonanza e di creare difficoltà nei rapporti Roma-Vaticano. In fin dei conti Feltri ha fatto un piacere alla sinistra. E’ veramente stupido pensare che Berlusconi abbia acconsentito a tutto questo.

 Anche perché, come è stato giustamente rilevato, l’attacco di Feltri va a colpire un giornalista e un giornale che si sono distinti per correttezza, libertà di giudizio e toni pacati. Se vogliamo fare dei confronti, Ferrara, per esempio, è stato ben più caustico di Boffo. Allora il gesto di Feltri ha innanzitutto una motivazione molto terra terra: fare sentire il “peso” del suo ritorno al Giornale ai suoi ex lettori di Libero, che sono stati invitati a sintonizzarsi su un altro canale.

C’è poi un’altra motivazione, che è mia e forse è eccessivamente dietrologica: colpire Boffo è servito a  mandare a monte quello che per Feltri è forse un “pericoloso” e troppo stretto dialogo con la Santa Sede. Feltri è l’anima laica del centrodestra e su certi temi ha un approccio alla Fini. Così si spiega un altrimenti difficilmente spiegabile attacco al Direttore del quotidiano dei Vescovi.

Poi c’è la terza spiegazione, che io cito per terza, ma che generalmente è messa al primo posto. E cioè il tentativo di far passare il ragionamento “tutti hanno i loro scheletri nell’armadio, quindi nessuno può permettersi di giudicare e di fare prediche morali”. Ragionamento che in effetti non fa una piega e che ricorda tanto una frase famosa: “Chi è senza peccato…”.

Si dirà, e lo dice lo stesso Boffo, che la documentazione utilizzata da Feltri è solo spazzatura. Benissimo. Ma allora che dire delle tonnellate di spazzatura utilizzate a piene mani da Repubblica e della stampa di sinistra contro Berlusconi? Quella è spazzatura pulita? Feltri dice: se giocate sporco, attenti, che gioco sporco anch’io. Volete il giornalismo discarica? E allora facciamo come Sansone, e buttiamo tutti i Filistei nella stessa fossa settica. Avrebbe fatto meglio a dirlo a Ezio Mauro, piuttosto che a Boffo, ma insomma il senso dell’intervento è proprio quello.

Che dire? Innanzi tutto che non me ne frega assolutamente niente dei problemi personali di Boffo, come quelli di Berlusconi, come quelli di Sircana, come quelli di chiunque sia. Anche perché sono abbastanza occupato con i miei problemi personali e l’ultima cosa che credo giusto fare è andare a speculare sulle debolezze umane degli altri esseri umani, siano o non siano famosi. Ma questo è proprio ciò che è stato fatto finora: utilizzare il privato per distruggere politicamente e pubblicamente un individuo.

Le storie di letto, le personali pulsazioni erotiche, le tristi difficoltà di un rapporto matrimoniale sono state fatte passare per casi nazionali, scandali enormi, problemi dell’intero Paese. Ci hanno fatto titoli e titoli, ci hanno versato sopra chilometri d’inchiostro e, non contenti, hanno fatto in modo che le notizie e le foto rimbalzassero all’estero. Abbiamo tremato al G8 non tanto per l’assalto violento dei no-global, quanto per le tremende rivelazioni della signora Veronica Lario!  Il tutto per delegittimare chi guida il nostro Paese. Come oggi fa schifo l’insistenza di Feltri su Boffo, dobbiamo nutrire un sincero schifo per quel giornaletto cretino che è diventato Repubblica.

Forse altrove tutto ciò avrà un peso fondamentale. Da noi, almeno per ora (e fortunatamente), no. Perché noi siamo una Nazione che ha una tradizione religiosa che non è quella cristiano-protestante, il cui primato è posto sull’irreprensibilità etica e dove si adora un Dio che non sai mai se e quanto ti ha perdonato. Noi siamo stati abituati a riconoscere le nostre debolezze e non pretendiamo dagli altri la forza che non abbiamo, quindi non ci scandalizziamo quando gli altri, nel loro privato, sbagliano. Noi non crediamo nella morale per la morale, nell’uomo perfettamente integro ed irreprensibile, per due motivi precisi: primo, perché è un’astrazione; secondo, perché gli individui più pericolosi della storia umana si mostravano, si ritenevano e forse anche erano tali.

Se la morale diventa un assoluto, un nuovo dio cui sacrificare ogni altra cosa, allora aspettiamoci di veder scorrere il sangue dei cadaveri. O, che fa lo stesso, abituiamoci a questo killer aggio mediatico, a questa lotta di tutti contro tutti, senza esclusioni di colpi, senza pietà, senza ritegno.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, attualitĂ , giornali, morale
martedì, 11 agosto 2009

DEMENZA LAICISTA

Ci risiamo. E’ lecito, certo, che accada, ma non riusciamo ad abituarci al suo accadere. Il pronunciamento da parte di organi d’informazione cattolici e di esponenti della gerarchia ecclesiastica contro la pillola Ru486 è stato accolto con livore da parte dei laicisti, tanto a sinistra che a destra. E i pulpiti da cui sono stati lanciati i soliti anatemi non sono stati solo i giornali storicamente schierati, come Repubblica o Il manifesto, ma anche testate quali Libero o Il giornale, lette comunemente dall’elettore di centro destra. Quando si tratta di laicismo si verifica un’interessante trasversalità.

Sul Manifesto hanno fatto gli spiritosi, intitolando Impasticcati un fondo contro papa e vescovi, i quali avrebbero travisato completamente il messaggio del Fondatore. “Non fu l’etica – spiegano questi nuovi teologi – la priorità del fondatore” e aggiungono che questioni “morali” sono la fame nel mondo e l’immigrazione. C’è uno strano corto circuito, nel ragionamento. Prima si dice che non conta l’etica, poi si indicano questioni morali prioritarie. Ma insomma, che cosa voleva veramente il Fondatore? Glielo spieghiamo semplicemente noi: che l’uomo non pretenda di sostituirsi a Dio, perché quando lo fa si rende subito responsabile di orridi delitti, che siano l’aborto, lo sfruttamento della povera gente e, insomma, tutti i mali che combiniamo sulla terra.

La Chiesa ricorda alle donne e ai medici che fanno ricorso alla pillola abortiva che anche in quel modo ci si attira addosso la scomunica? Ebbene, il Manifesto risponde: “Viviamo in uno stato democratico e la scomunica può essere reciproca”. Passando così da un provvedimento essenzialmente spirituale e interno alla Chiesa ad un minacciato intervento nella sfera pubblica, politica. L’hanno fatto i loro progenitori lo scorso secolo, lo rifaranno loro.

Su Libero, adesso, dove tal Giancarlo Lehner (che non so se sia un semplice giornalista, un elettore di centrodestra o magari anche un deputato) inizia il suo pezzo così: “Il 20 settembre Roma fu strappata allo Stato pontificio. E la Città eterna potè diventare capitale d’Italia. La breccia di Porta Pia segnò anche la fine del potere temporale dei Papi, ma non è bastato per affrancare il Vaticano dalle risorgenti tentazioni talebane”. Ora, di fronte ad un incipit di tale grandezza epica, di tale sincero entusiasmo per la Roma umbertina, di tanta storica capacità di giudizio, cosa si deve dire? Davanti alla garibaldina invocazione di una “nuova breccia di Porta Pia” per “rischiarare le idee ai nostalgici del Papa Re”, cosa aggiungere? Lehner cita un pezzettino delle dichiarazioni rilasciate da Mons. Fisichella, una battuta: “Non possiamo restare passivi” e ci scherza su con un umorismo da grande giornalista: “A che tanta muscolarità? Ci scatenerà contro le guardie svizzere?”. Me lo vedo mentre ride tronfio e imbecille.

Questi due esempi tanto per dire il livello della controffensiva laicista. Ovviamente non pretendete che gente dal cervello tanto ristretto riesca a confrontarsi seriamente con certi passaggi molto più serie e impegnativi che c’erano nell’articolata posizione di mons. Fisichella (che non è proprio l’ultimo arrivato), tipo il seguente: “L'assunzione della Ru486 non rende meno traumatico l'aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo”; oppure: “L'aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l'embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è:  una persona”; o anche il passaggio in cui si richiama l’urgenza educativa “perché i giovani comprendano l'importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale”. Non sono proprio delle cretinate su cui sorvolare ridendo come un beota.

Infine, ieri leggo sul Giornale il pezzo di tal Filippo Facci che, riassumo, comincia così: la pillola Ru486 è stata inventata in Francia dove la usano da 22 anni; è in uso in quasi tutta l’Unione Europea; da dieci anni ce l’hanno anche gli USA; è stata oggetto di “infinite sperimentazioni”, ma l’Italia, per qualche ragione (poi si capirà che la ragione è la presenza del Vaticano) fa “storia a parte”. E’ un po’ come dire: c’è una nuova bomba che è stata inventata e che funziona benissimo, molti già ce l’hanno, perché non la adottiamo anche noi?

L’accusa del Facci è che certi politici nostrani, succubi del Vaticano vogliono in realtà che “l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica culturalmente e fisicamente”. Se ne deduce che lui vuole un aborto il più possibile privato (se la veda la donna col problema), casalingo e facile, culturalmente e fisicamente. Tanto l’aborto (chirurgico o chimico che sia) mica lo fa lui. Lui ci mette solo il pisellino. Il resto lo fa la donna.

Avrete notato che nessuno di costoro si pone il problema dell’aborto in sé e per sé. Tutti hanno rimosso la realtà dell’aborto, ciò che è, il male che è. Che lo si faccia bene, presto, da soli e senza troppi problemi morali. Così lo Stato sarà finalmente laico.

Se non è demenza questa...

Gianluca Zappa

 

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categoria: cultura, chiesa, aborto, attualitĂ , morale
giovedì, 09 luglio 2009

MA IL VERO PROBLEMA E' IL NICHILISMO

C’è stato l’altro giorno su Avvenire, nella pagina Forum, un bel botta e risposta tra una mamma cattolica e il Direttore del giornale. Vale la pena riportarne alcune parti per riprendere la riflessione su quegli “imbarazzi cattolici” di cui già abbiamo parlato.

La mamma cattolica si chiede, “seguendo la propria coscienza cristiana”: “Se Cristo tornasse sulla terra che farebbe? Che direbbe? Chi caccerebbe dal tempio? Gli zingari sporchi, puzzolenti, ladruncoli, gli immigrati disperati che arrivano con barconi, gli omosessuali, i conviventi more uxorio, o quei bei signori profumati, anche truccati, che stanno seduti in comode poltrone nei palazzi del potere, predicando belle, moralissime parole (subito smentite nelle loro privatissime, ormai non più troppo però, vite familiari)?”.

Ogni allusione è puramente casuale, verrebbe da dire. Ma questa lettera, con queste domande, tradisce ancora una volta l’immaturità di un certo mondo cattolico che non ha capito qual è oggi la vera posta in gioco.

 

Il Direttore, pur riconoscendo che i discutibili esempi di condotta forniti dai vari personaggi della politica e delle istituzioni non aiutano certo nell’educazione delle nuove generazioni, riporta però la questione ai suoi termini essenziali (i corsivi sono nostri): “Non dimentichiamo che l’indisciplina, la partigianeria, il sesso a go-go, la droga, la pornografia, l’edonismo innalzato a regola, l’individualismo prevaricante, la violenza verbale, lo scetticismo (ovvero molte delle note antropologiche caratteristiche del presente) sono le indubbie eredità di una lunga stagione culturale egemonizzata da fenomeni precisi come il ’68 e il femminismo, costellata da scelte “epocali” quali il divorzio e il diritto all’aborto, scambiate anche da non pochi cattolici per conquiste di civiltà”.

 

Cioè, la questione non è tanto morale, quanto filosofica e antropologica. Chesterton l’aveva già intuito un secolo fa, quando diceva che la società moderna era incamminata verso il manicomio. Ma Chesterton, notoriamente, non proveniva dalla sacrestia, non frequentava corsi di formazione parrocchiali, sinodi diocesani, scuole della Parola... E non faceva il catechista.

La mamma-cattolica si scandalizza per il “cattivo esempio” di chi ci governa, ma non per il fatto che, ad esempio, oggi si generino programmaticamente degli esseri umani senza più padre o madre, o con padri e madri plurimi. Non si scandalizza affatto per una coppia gay che mette al mondo un figlio. Né tanto meno se perfino gli spermatozoi maschili vengono creati in laboratorio.

La mamma-cattolica non ha capito che la nuova, fondamentale questione, è quella di un attentato alle radici stesse dell’essere umano, più che ai comportamenti perbene. Lo spiegano ottimamente i miei amici di stranocristiano.it nel post intitolato Libertas Ecclesiae, che invito tutti a leggere.

A cosa serve stare a discutere di comportamenti corretti, se si stanno scardinando “tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità”? La signora si preoccupa per l’educazione dei propri figli. Ma perché non si preoccupa di un figlio che non avrà tanto problemi di sana educazione, quanto proprio d’identità umana? Un figlio che non saprà più chi è il padre o la madre, o ne avrà tanti da perdere l’elementare esperienza che tutti gli esseri umani hanno fatto dagli albori dell’umanità? La brava-mamma-cattolica queste le cose le ritiene di secondaria importanza.

Mi hanno lasciato sinceramente sorpreso i rilievi polemici sulla morale, da parte di chi in effetti non ha più nemmeno una morale di riferimento. Come fa un nichilista a prendersela con i modelli proposti dalla televisione commerciale? Il nichilista dovrebbe benedire la televisione commerciale, che ha contribuito alla grande a diffondere il suo credo. Come fa un nichilista a prendersela col capitalismo? Dovrebbe piuttosto benedire il capitalismo, che ha stretto un’alleanza col nichilismo. Un sessantottino, un radicale, una femminista che oggi fanno la morale, sono credibili quanto una prostituta che parli di verginità.

Il vero problema è filosofico ed antropologico. Il nichilismo, da sempre associato ad età di crisi e di decadenza, in quanto incapace di costruire alcunché, oggi, come spiega Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, “ha la pretesa di porsi come sostrato spirituale di un’epoca che non si pensa in decadenza. Anzi, esso si presenta come una sorta di Weltanschauung in grado di sostenere una crescita indefinita”. Capitalismo e nichilismo si sono alleati per garantire un continuo “cambiamento della scena”, unico fattore in grado di “riprodurre – anche se provvisoriamente – la certezza di quella realtà nella quale conduciamo la nostra vita quotidiana, anche se ciò non cancella la consapevolezza che non c’è nulla di duraturo, nulla per cui valga davvero la pena di vivere”.

E’ il trionfo del nulla. Nulla ha veramente importanza, nulla è definitivo e immutabile, tutto si evolve e cambia continuamente. La battaglia non è contro chi cade o inciampa rispetto alla morale tradizionale, ma contro chi si fa profeta di questo nulla, lo presenta come un valore, ne fa il sostrato di stili di vita, modi di essere, leggi.

Gianluca Zappa

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lunedì, 06 luglio 2009

QUELLO CHE CI INSEGNA SANTA MARIA GORETTI

Il 6 luglio di centosette anni fa moriva Maria Goretti, uccisa a undici anni perché si era rifiutata di cedere alla violenza di un ragazzo suo amico. La Chiesa l’ha dichiarata santa nel 1950, considerandola una martire, testimone di Cristo.

L’aggressione era avvenuta il giorno prima. Maria era in casa, a sorvegliare la sorellina più piccola che stava dormendo, mentre la sua famiglia e quella dell’assassino stavano fuori a lavorare, in un pomeriggio di caldo torrido. Alessandro Serenelli, l’amico di famiglia, le stava appresso da almeno un anno. Era un adolescente che si attaccava in camera le immagini provocatorie (per quei tempi) delle chanteuses ritagliate dai giornali e dalle riviste e con quelle alimentava le sue fantasticherie un po’ morbose. Sua madre era morta da diversi anni e prima di trasferirsi nella Pianura Pontina, per la mezzadria, la famiglia aveva vissuto nei pressi di Ancona, in un ambiente poco adatto per l’educazione di un ragazzo.

Alle avance di Alessandro Maria si era sempre sottratta. La ragazza aveva una profonda fede, si comunicava spesso e tutte le volte che poteva, anche a costo di grandi sacrifici (d’estate la chiesa era a parecchi chilometri di distanza dalla sua casa). Ma quel pomeriggio del 5 luglio 1902 la furia entrata in corpo ad Alessandro fu più forte di lei, anche se in realtà non la vinse.

Il ragazzo, con una scusa, abbandonò le famiglie che stavano lavorando ed entrò in casa con un preciso obiettivo: avrebbe avuto Maria, oppure l’avrebbe ammazzata. Prese un punteruolo che serviva per cucire le scope e lo tenne a portata di mano. Poi pretese che Maria lo seguisse. Alle sue resistenze, la trascinò, fuori di sé, nella stanza da letto, che chiuse con un calcio. Tentò di scoprirle le gambe, ma lei si divincolava e gli gridava “Alessandro, che fai? Tu vai all’inferno!”.

Il giovane non ci vide più. Colpì ripetutamente Maria all’addome. Quella urlava “Muoio! Mamma, mamma!” ed invocava Dio.

Fu caricata in fin di vita su un carro e, dopo un viaggio disagiato come poteva esserlo a quel tempo e per gente in quelle condizioni, arrivò all’ospedale di Nettuno, dove morì il giorno dopo. Fece in tempo a dire al confessore che perdonava il suo assassino e che lo avrebbe voluto con sé in Paradiso. Le stesse parole di Cristo in croce. Alessandro, dopo aver scontato 27 anni di pena, concluse la sua vita nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno.

Al momento della santificazione di Maria Goretti qualcuno avanzò delle perplessità. Resistere allo stupro e perdonare il suo aguzzino sul letto di morte erano elementi sufficienti per dichiarare questa ragazzina una “martire di Cristo?”.

Oggi, a più di cento anni da quell’orrendo delitto, dobbiamo proprio dire che la Chiesa fu, come al solito, profetica. Una bimba di undici anni che muore mentre cerca di difendere la propria verginità è davvero una “martire”, cioè una “testimone” per un tempo che sta ribaltando dalle radici l’essere umano e in particolare proprio la donna. Oggi che la verginità viene derisa, disprezzata, ridicolizzata, oggi che la pressione della mentalità comune in qualche modo costringe le ragazzine a sperimentare il sesso il prima possibile, anzi, le vede protagoniste di una ricerca spasmodica della “prima volta”, l’esempio di Maria Goretti è davvero come quello di una barca fatata che, prodigiosamente, risale contro corrente la fiumana distruttiva.

Oggi che ci confrontiamo in modo drammatico con la cultura dei paesi islamici, dove spesso la donna è ancora una schiava nelle mani dell’uomo, dove le ragazzine di undici anni (e anche più piccole) vengono vendute come spose bambine, senza che l’occidente civilizzato, l’occidente delle libertà e dei diritti alzi la voce, senza che si facciano manifestazioni nelle strade, senza che le femministe si producano in qualche clamorosa protesta, Maria Goretti è l’icona di quella grande legge di libertà e di dignità umana che è una conseguenza della fede cristiana e della cultura cristiana.

Un’eroica martire di appena undici anni può diventare il modello femminile sul quale ricostruire la grandezza dell’essere umano, sia uomo che donna. Per questo l’abbiamo voluta ricordare.

Gianluca Zappa

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venerdì, 26 giugno 2009

QUESTIONE MORALE: ATTUALITA' O STRUMENTALIZZAZIONE?

In un precedente intervento, prendendo spunto da un fatto di cronaca -i cui echi ad onor del vero tardano a spegnersi- mi è occorso di sfiorare una tematica che per la sua attualità, per i risvolti socio-politici evidenziatisi, ad esempio, anche nell’ultima tornata elettorale, e per la sua rilevanza assoluta, merita qualche riflessione più approfondita.

 

La cosiddetta “questione morale” -sintagma di conio berlingueriano, ma in verità presente in varie sfumature in tutto l’arco della storia italiana…dalla polemica anti-giolittiana di Salvemini, alla desistenza elettorale antifascista- è da molti anni (almeno da quelli controversi e freschi nella memoria di tanti, di Tangentopoli) uno dei topoi ideologici più sbandierati da intellettuali e politici, soprattutto e forse per vocazione, ma non solo, da quelli di sinistra. Onestà intellettuale impone infatti di ricordare che alla succitata stagione giustizialista d’inizio anni Novanta, parteciparono attivamente anche le formazioni di destra. In questa convergenza si potrà certo vedere un connotato fisiologico di quegli schieramenti politici (nella recente storia italiana appunto la Destra missina e la Sinistra comunista) che, esclusi dal governo della cosa pubblica, hanno fatto leva su una presunta purezza, preservatasi dal contatto pregiudizievole con il potere, per muovere il consenso elettorale. Il giudizio su Tangentopoli invero è lontano dal venire, forse anche per la compromissione a vario titolo di molti attori che calcano ancora le scene della cultura e della politica, ma la versione ‘romantica’ dei fatti è ormai in ogni dove caduta in disgrazia, e almeno l’idea che Tangentopoli sia stata la ‘febbre di crescita’ di un sistema deviante di gestione del potere, che non ha escluso appunto la persistenza di taluni mali di quel sistema, è ormai sdoganata e -forse ipocritamente- anch’essa accolta in ogni dove. Le varie crociate contro le ‘caste’ (sulla cui fondatezza non è mia intenzione disquisire in questo luogo) ne sono una versione riveduta e corretta.

 

Tuttavia, se ci si dà la pena di recuperare l’intervista (facilmente rintracciabile in rete) che Berlinguer concesse nel lontano 1981 ad Eugenio Scalfari, non si faticherà a notare -a parte la piaggeria del buon Direttore- l’aspetto inattuale di quella impostazione, oltre che la sua vaga coloritura demagogica. Ciò che Berlinguer denunciava, la gestione clientelare dell’elettorato, la lottizzazione della cosa pubblica, la disarticolazione del sistema partitico dalla società civile… la storia recente del nostro Paese, ci ha abituato a considerarlo nota distintiva tanto dei partiti di Destra quanto di quelli di Sinistra (i media pubblici ne siano un esempio, uno dei tanti…). La nuova versione, attualizzata e rinvigorita, della questione morale, nasce paradossalmente proprio dalla sconfessione della impostazione antica della stessa. Nasce con la strumentalizzazione di uno dei poteri dello Stato (il giudiziario) da parte della politica, cui ha fatto seguito un’altrettanto evidente strumentalizzazione -il tanto discusso ad personam- del potere legislativo, difficilmente spiegabile al di fuori di questa funzione apologetica. L’aspetto probabilmente più preoccupante -in ordine al grado di civiltà della Nazione s’intende- è che l’eredità politica di quella stagione di esacerbato giustizialismo, è stata raccolta da personaggi la cui statura e la cui preparazione è incomparabilmente minore di quella della vecchia classe dirigenziale, mentre ne è del tutto simile l’azione e la pratica di gestione del potere. Antonio di Pietro è forse l’epitome di questa generazione. L’aspetto demagogico, risentito e confusionario della politica del fu Magistrato, ha il sapore della banalizzazione di un principio che pure, come s’è visto, vanta un lignaggio assai nobile. Solo che si guardi alla storia, l’atteggiamento apparrà non nuovo: è la stessa decadenza che colpì la Chiesa controriformista degli ‘intransigenti’ e l’anticomunismo maccarthista nell’America vittoriosa degli anni cinquanta.

 

Che la questione morale debba essere il metro, sul quale giudicare l’azione di un politico, è principio del resto nient’affatto scontato. Non lo era, ad esempio, agli albori della scienza politica, quando Platone rivendicava la ‘vocazione’ (e cioè una ‘virtù’, una qualità innata che rende leader, non semplicemente una condotta) come discrimine per il governo, non lo era per Aristotele, nella cui enciclopedia delle scienze, la morale occupava un gradino più basso rispetto alla politica. In genere, tale assunto non è condiviso neanche da quei sistemi (ad esempio gli anglosassoni) in cui il principio contrattualista, pone in primo piano la ‘funzione’ del governante, e dunque preserva il consenso a coloro che hanno tenuto fede ad un patto con l’elettore. Rileggere Locke è in fondo utile per capire gli scandali recenti nei quali è incappato il governo Brown. La nostra cultura è assai più figlia di Sallustio (che senza frutto si continua a far tradurre nei Licei) e di un’oratoria moralista e strumentale (il “pro domo sua”) della quale, almeno in apparenza, non sa fare a meno.

 

Ma quando la questione morale si trasforma, come ormai stabilmente avviene, in moralismo, essa è il sintomo di una decadenza più profonda. Quando all’esame dell’uso che un governante fa del potere affidatogli (esame da condursi comunque nei seggi elettorali e non sulle pagine dei giornali) si sostituisce quello dell’uso che fa della propria libertà, della persona e della proprietà sue, ergendosi a giudici di un ambito sul quale non si hanno diritti; allora si mostra di fraintendere la natura stessa della convivenza civile e di non aver appreso la lezione della pagliuzza e della trave. E che si tratti di Berlusconi poco importa, visto che quella lezione era stata appresa anche da un padre riconosciuto della Sinistra italiana, quel Pietro Nenni, che era solito dire: “a sinistra c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.

                                                          

Michel de Seingalt

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categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, morale