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martedì, 20 ottobre 2009

CROCIFISSI DUE VOLTE

Pubblico questo editoriale di Cultura Cattolica, ripreso anche dal sito di SOL, per dare visibilità ad una tragica notizia, resa ancor più tragica dall'uso che se ne è fatto. E questo in un momento in cui ferve un'assurda discussione sull'ora di religione islamica, mentre il Papa mette in evidenza ancora una volta che la carta europea misconosce le nostre origini religiose.
G.Z.


Ho appreso la terribile notizia della crocifissione di sette cristiani sudanesi e ho trovato sul sito degli Atei, Agnostici, ecc… questo commento: «korova scrive: 17 Ottobre 2009 alle 9:08 “crocifissi sette cristiani”??? ERA ANCHE ORA!!!! have a anice (sic!) day!!!», ancora non ripreso da alcuno, e mi sembra gravissimo: i visitatori commentano ogni cosa, attaccano con parole volgari chi crede, si dicono difensori del libero pensiero, ma mi pare che qui la libertà sia solo quella del disprezzo, rivestito da uno sciocco e presuntuoso senso di superiorità.

[Per la cronaca, questa notizia è stata postata il 16 Ottobre 2009 alle 16:29, e l’ultimo commento, ora che scrivo, è del 17 Ottobre 2009 alle 10:49].
Ho sempre pensato alla laicità come vera umiltà, senso del proprio limite e di rispetto per gli altri. E questo l’ho imparato da mio papà, presidente diocesano di Azione Cattolica, che mi ha dato da leggere, già da piccolo, il «Dialogo sopra i massimi sistemi» di Galileo, che lui possedeva da quando aveva 26 anni. Brutti tempi questi in cui, per odio e livore ideologico, non si riesce a solidarizzare, a indignarsi, per chi è ingiustamente offeso, maltrattato, ucciso! Credo che se vogliamo che l’uomo viva nella libertà e nel rispetto, dentro un mondo dove tutti possano vivere e cercare ciò che rende bella la vita, sarebbe anche ora di guardare avanti, e di smettere di recriminare sul passato degli altri (perché sempre di questo si tratta, mai del proprio – noi per definizione siamo innocenti). Solo la Chiesa ha saputo, con il grande Giovanni Paolo II, chiedere perdono, e questo gesto è stato forse uno dei più grandi del suo grandissimo pontificato. Che cosa aspettiamo per imparare? Sempre in quel sito si diceva di non dimenticarsi della sfida che l’Islam rappresenta. Ma è una sfida che non va superata ripetendo le solite frasi sulla religione e sulle religioni come fonte di discriminazione, violenza, ecc. Gli scheletri negli armadi li hanno in tanti, anche se non si vuole vedere, si fa finta di niente, si accusa l’altro per allontanare lo sguardo da sé.

Credo sia giunto il momento di raccogliere l’invito ad un cammino che sia, per tutti, carico di verità e di amore: non sottovalutiamo l’enciclica che già nel titolo apre la prospettiva di straordinaria bellezza: «Caritas in veritate». La verità che tutti aspettiamo è quella sull’uomo, sulla sua dignità e sul suo destino, sulla sua libertà, che non può essere quella di negare la vita, propria o altrui. Per questo siamo grati a chi, per difendere la libertà e la dignità – propria e altrui –, ha saputo dare la vita. Sono semi di speranza!

Navigando in Internet, per capire quello che viene detto su questo fatto, mi sono imbattuto in testi, commenti, riflessioni che mi fanno pensare che siamo ben lontani da quella «civiltà della verità e dell’amore» tanto auspicata dalla Chiesa. Forse è giunto il momento di riprendere l’insegnamento della lettera a Diogneto: «A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l’anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L’anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l’anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare».

Cultura Cattolica  socio di  SamizdatOnLine

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categoria: chiesa, storia, mondo, attualitĂ , cattolicesimo
martedì, 22 settembre 2009

CANTARE DIMENTICANDO LA LIBERTA’

Torniamo a parlare di Cuba. Si è finalmente tenuto il tanto atteso concerto “Paz sin fronteras” concesso dalle autorità dell’isola ad un gruppo di artisti internazionali di cui evidentemente, da quelle parti, ci si fida abbastanza. Tra questi anche il nostro Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti (unico italiano). Naturalmente non si pretende più che si canti “per la vittoria del socialismo”… In un paese in cui da decenni le autorità non consentono la minima apertura, il minimo cambiamento, è già qualcosa potersi sentire almeno per un giorno “non del tutto isolati dal resto del mondo” (come leggo sul sito di Jovanotti). “Paz sin fronteras” poi suona più moderno, è più spendibile, e non è di certo sgradito alla nomenklatura isolana di scuola sovietica che ha sempre fatto della pace un forte tema propagandistico. Insomma, anche se non è proprio come ai vecchi tempi, l’importanza per il regime di una manifestazione simile, trasmessa in mondovisione, appare chiaro a chiunque voglia vederla. Non a caso Gramma, organo del comitato centrale del partito comunista cubano, pubblica un articolo (lo trovate su Granma International per i lettori italiani) che fa da megafono interessato all’entusiasmo senza-se-e-senza-ma di Lorenzo Cherubini: “Cuba è una nazione che rispetto e ammiro moltissimo per tutte le cose che ha rappresentato per la mia generazione in Italia”. Altrove, Lazaro Barredo, esponente di spicco della nomenklatura e direttore di Granma, afferma beatamente: “La mia Cuba, un’isola perfetta! Cosa cambiare?”.

Tuttavia, nonostante la verniciatura pacifista ed il carattere “apolitico”, sul quale hanno molto insistito gli organizzatori, il concerto ha deluso le attese di coloro che del regime hanno conosciuto la durezza della repressione e del carcere. I dissidenti cubani infatti non hanno tardato a denunciare il rischio di “appoggio implicito” che offriva al regime dei fratelli Castro. Sono questi ultimi, infatti, ad aver incassato i reali dividendi politici della partecipazione di tanti artisti, divenuti tutt’ad un tratto “apolitici”, ovvero muti nei confronti degli aspetti più oscuri di quel sistema. Perché, invece, le star internazionali non hanno colto l’occasione per chiedere la liberazione dei prigionieri politici ed il rispetto dei diritti umani? Oswaldo Payá, leader del Movimento Cristiano di Liberazione (MCL), uno degli estensori del “Proyecto Varela” (progetto sostenuto anche dalla Chiesa cattolica cubana e che mira allo sviluppo graduale in senso democratico e liberale delle istituzioni dell’isola), ha affermato: “E’ uno scandalo che tante persone cantino per la pace nel mio paese se si dimenticano e tacciono dei cubani incarcerati per aver lottato con amore per la verità, i diritti, la libertà, la riconciliazione e la pace”. E Payá, insignito nel 2002 dal Parlamento Europeo del Premio Sacharov a causa della sua lunga battaglia per i diritti umani e la democrazia a Cuba, di prigioni cubane se ne intende…

Il concerto ha avuto luogo in una piazza che è un simbolo del paese: Plaza de la Revolución,  il luogo dove si celebrano le più importanti liturgie del regime. Questa piazza è tuttavia intitolata anche a José Martí, il grande eroe della libertà e dell’indipendenza cubana, l’autore dei versi della celebre canzone “Guantanamera”, figura straordinaria di combattente per la libertà, da sempre impunemente strumentalizzata dal regime castrista. Di José Martí si ricorda magari l’avversione alla schiavitù e al colonialismo, forse anche un certo spirito libertario, si tace invece di quell’humus culturale e religioso cristiano in cui trovò alimento la sua fede nella libertà. Andò a ricordarlo ai dirigenti cubani Giovanni Paolo II (un altro che di sistemi totalitari se ne intendeva…) quando presentò, in un memorabile discorso nell’Aula Magna dell’Università de La Habana, la straordinaria figura di sacerdote e patriota, di Felix Varela. Maestro di libertà ed ispiratore per tanti, non ultimo il poeta-patriota José Martí, il quale volle farsi pellegrino e recarsi, nel luglio del 1892, a San Agostino della Florida (dove Felix Varela era morto esule) a rendere omaggio al “grande patriota e santo cubano”.

E di José Martí, Giovanni Paolo II (sapientemente spiazzante…) volle ricordare il pensiero autentico a chi ne aveva fatto un’icona vuota della rivoluzione comunista. Lo fece proprio in Plaza de la Revolución, chiedendo con ciò al regime “un cammino di pace, giustizia e libertà autentiche” ed un’apertura sul fondamentale tema del ruolo pubblico della religione cattolica, una delle radici identitarie del popolo cubano. Ascoltare le parole di José Martí sulla bocca del grande papa polacco credo sia stata per moltissima gente dell’isola un’indimenticabile emozione. Voglio pertanto ricordarle quelle parole e riproporle al circo degli artisti e dei cantanti “apolitici” che sono andati ad esibirsi ricevendo il plauso di un regime che è il contrario esatto degli ideali di libertà e giustizia per i quali è vissuto e morto il grande eroe del quale porta il nome la maggiore piazza di Cuba: “Pura, disinteressata, perseguitata, martirizzata, poetica e semplice, la religione di Gesù ha affascinato tutti gli uomini onesti (...). Ogni popolo ha bisogno di essere religioso. Lo deve essere non solo nella sua essenza, ma anche per sua utilità (...). Un popolo non religioso è destinato a morire, poiché in esso nulla più alimenta la virtù. Se le ingiustizie umane disprezzano la virtù, è necessario che la Giustizia Celeste la garantisca”. Mi sembrano parole importanti per Cuba ed in verità importanti ed attuali anche per noi.

Stefano

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categoria: musica, comunismo, mondo, attualitĂ 
mercoledì, 08 luglio 2009

IL G8 E QUELLI CHE MASTICANO AMARO

Spiace dirlo, ma è così: qualcuno sta veramente masticando amaro. Che il G8 de L’Aquila si stia rivelando quel grande evento che si prevedeva, proprio non va giù a quelli che ci tengono a dipingere un’Italia in perenne emergenza democratica, governata da gente incapace ed inaffidabile.

Le panzane raccontate da The Guardian assomigliano tanto a quelle raccontate da Repubblica nell’ultimo mese e mezzo. Sembra che ci sia una regia unica, un’unica strategia. E un’unica volontà: far fare una pessima figura al nostro Paese.

Purtroppo per costoro, le istantanee che ci giungono da L’Aquila, e che faranno il giro del mondo, ci dicono ben altro. Vedere il premier italiano con Obama nel centro storico danneggiato del capoluogo abruzzese, o con la Merkel tra le rovine di Onna, vederli congratularsi con i nostri tecnici, i nostri vigili del fuoco, i nostri uomini della protezione civile e complimentarsi per l’ottimo lavoro eseguito, ci dovrebbe rendere orgogliosi e perfino grati a chi ci ha dato la possibilità, inventandosi questo G8 qui, di dare dell’Italia l’immagine di un Paese sì ferito da una calamità, ma coraggioso, forte e capace di risollevarsi.

Sentire il presidente degli Stati Uniti che definisce l’Italia come una Nazione fondamentale all’interno del G8, che ha portato avanti con una forte leadership i temi fondamentali in agenda; ricevere il plauso generale per la perfetta organizzazione dell’evento; vedere riconosciuta, in tema d’economia, l’impostazione data dal Ministro Tremonti, dovrebbe farci concludere che chi ci governa sta facendo due cose: lavora per il Paese e lavora bene.

In ogni caso le istantanee e le dichiarazioni di oggi spazzano via tutta la spazzatura riversata da certi giornali inglesi. E’ rimasto solo Di Pietro a garantire solidarietà a questi giornalisti da strapazzo, ma lo si può capire. A Di Pietro interessa soprattutto distruggere Berlusconi. Dell’Italia e di quello che questo grande evento può rappresentare per la nostra nazione, non gliene frega proprio niente. Di Pietro mastica amaro più di tutti. Avrà un’ulcera grossa così.

Gli altri leader dell’opposizione anche. Franceschini fa il signore: non commenta, tiene i bassi i toni, dice lui, seguendo l’indicazione del Presidente della Repubblica. E in questo modo se la cava benissimo, non fa dichiarazioni, anche perché non saprebbe sinceramente cosa dichiarare. Casini rosica. Fa il panegirico dell’Italia, e non del suo governo attuale, perché "i governi passano, l’Italia resta". Un bravo sincero a Berlusconi non glielo strappi nemmeno se l’ammazzi.

Insomma, questi signori fanno tutti, chi più chi meno, una magra figura. Farebbero bene ad inchinarsi davanti a chi dimostra non solo di avere delle idee geniali, ma anche l’entusiasmo, la determinazione, la voglia di realizzarle. Berlusconi lancia l’idea di un nuovo G8, stavolta più tecnico, sulle emergenze dei disastri naturali. Magari sempre lì, a L’Aquila, la città del dolore. E subito può annunciare che è stato trovato un accordo per ridurre l’inquinamento ambientale.

E mentre i no-global fanno casino per le strade e terrorizzano la gente (compresi gli aquilani, che prudentemente hanno in massa chiuso le attività e se la sono svignata, per non subire una seconda devastazione), Berlusconi lancia l’idea di una de-tax per l’Africa, in modo da favorire progetti di cooperazione internazionale a favore di quel continente.

Gli aquilani sono contenti di questi riflettori accesi sulla loro tragedia. Nuova solidarietà, nuovi fondi arriveranno per le loro città. Il patrimonio artistico italiano, così duramente segnato dal terremoto, ma allo stesso tempo reso ancor più importante nella sua unicità, sarà presto restaurato. Alcune strutture strategiche sono state già ricostruite, mentre proseguono, febbrili e concreti, i lavori per rimettere in piedi le abitazioni sulla base di criteri costruttivi antisismici.

Di Pietro mastica amaro. La lobby dei repubblichini pure. Qui c’è il rischio che invece di gossip si parli di cose concrete e che l’immagine dell’Italia esca più forte, più efficiente, perfino più autorevole. C'è il rischio che la domanda "Ma questo governo che cosa ha fatto di buono?" divenga improponibile. C’è il rischio serio che la stampa estera cominci a capire perché il premier ha il consenso che ha.

Chissà cosa s’inventeranno adesso per farci apparire di nuovo come la repubblica delle banane?

Gianluca Zappa

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categoria: politica, mondo, attualitĂ , berlusconi, solidarietĂ , obama
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
martedì, 30 giugno 2009

IRAN: ATTENTI AI LUOGHI COMUNI

Il desolante spettacolo che ci viene propinato ormai regolarmente -e non senza il solito, granguignolesco, voyerismo travestito da diritto di cronaca- dai telegiornali nazionali, a proposito della dolorosa questione iraniana, esorta ad alcune riflessioni, alle quali l’aggettivo inattuale si attaglia a perfezione.

 

Nell’immaginario occidentale, allevato alla greppia del diritto positivo, infarcito delle disquisizioni sulle libertà individuali, smarrito nella dialettica tra buoni e cattivi, lo scontro in atto in Iran parrà la semplice lotta tra una maggioranza buona e democratica, che si batte per il progresso sociale e culturale, ed una cattiva e dittatoriale. La questione è, ovviamente, assai più complicata.

L’attuale situazione iraniana è già il frutto di una di quelle ‘svolte’ pseudo-democratiche, di quelle rivolte di popolo alle quali il nostro senso storico occidentale ascrive le affermazioni più profonde della democrazia. Se il pasdaran Ahmadinejad è salito al potere (e, nel 2005, nessuno contestava che l’avesse fatto contando su numeri reali) lo si deve proprio a quella svolta che spazzò via il vecchio regime monarchico, instaurando una strana versione di integralismo islamico-sanculotto che -è bene ricordarlo anche a chi, come Mousavi, si fa soltanto oggi paladino delle libertà personali- non disdegnò per tutti gli anni ottanta di lordarsi le mani del sangue delle opposizioni, purgando intellettuali e studenti universitari. La guerra con l’Iraq e l’obiettiva debolezza economica di un Paese che non è tra i primi esportatori di petrolio -ma casomai di raffinatissimi tappeti- nel Mondo, hanno certo ritardato la crescita di un sistema civile, che tuttavia è stato contrassegnato al fondo da quella macchia d’origine. Quel sistema, figlio della rivoluzione, integralista e anti-occidentale, difficilmente avrebbe -Ahmadinejad o no- maturato una compiuta democrazia di stampo occidentale. Come del resto raramente l’hanno maturata le numerose rivoluzioni della storia, che molto più di frequente hanno dato piuttosto origine a sistemi politici autoritari e violenti. Idealizzare un passato democratico bruscamente interrotto dal pasdaran Ahmadinejad è mistificare la realtà, perche quel passato era il passato dei pasdaran, delle violazioni delle libertà, dell’estremismo culturale e religioso.

 

Ed ecco dunque, tra gli oppositori che oggi scendono in piazza -e si fanno massacrare- mescolarsi sunniti opposti alla casta dirigente sciita, mujaheddin populisti e terroristi, nazionalisti curdi, giovani no-global romanticamente occidentalisti e chi più ne ha più ne metta. Una congerie di stimoli e visioni del mondo (e del potere) che, c’è da giurarlo, una volta raggiunto il governo non esiterebbe, come già fatto in passato, a dare la propria versione arabizzata della democrazia.

 

L’equivoco di fondo sta, a mio avviso, proprio nella democrazia. La quale, approdo di un millenario processo di riflessione ed evoluzione in occidente, non è affatto un valore assoluto ma strumentale, tale cioè da comportare cautele, cure e condizioni di fattibilità più complesse di quanto appaia allo spirito critico occidentale. Le democrazie incompiute -tra le quali annovero anche la nostra- stanno li a dimostrare che una forma di governo non è la panacea di tutti i mali dell’umana convivenza, e che in essa ripullulano quelle storture e quelle ipocrisie già vive ed attive in monarchia o in dittatura. Perché la democrazia è prima nei doveri degli elettori che nelle azioni dei governanti. Fintantochè l’elettorato non avrà maturato una sana coscienza civica, la classe che esprimerà sarà, nel bene o nel male, quella più adatta a governarlo. La democrazia non è merce d’esportazione, e non basta un telefonino, l’iscrizione a Facebook -con a corredo un congruo numero di ‘amici’ in occidente- e una vaga idea di libertà, per fare dell’Iran ‘che protesta’ il vento foriero del nuovo che avanza.

 

La dialettica -o, meglio, la lotta- in atto in Iran va analizzata in modo realistico, senza pietismi, ricerche di facili analogie o strumentalizzazioni di sorta. Il ruolo dell’occidente democratico? Difficile a dirsi: promuovere, laddove possibile, la crescita del sistema; protestare nelle sedi opportune, per le violazioni appurate compiute dal regime e, last but not least, difendere i propri cittadini.

 

Michel de Seingalt

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categoria: politica, mondo, islam, attualitĂ