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giovedì, 22 ottobre 2009

UN'ORA D'ISLAM

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, con la crisi economica in atto, avrebbe cose molto importanti e serie cui dedicarsi. E invece cosa ti fa? Ti tira fuori una proposta che ci azzecca come i cavoli a merenda, quella dell’ora di Islam nelle scuole pubbliche. Urso non è un isolato pensatore: il suo gruppo di riferimento è quello della Fondazione culturale che fa capo a Gianfranco Fini. E questo già dice molte cose.

Io ho una mia personalissima tesi, che non riesco a togliermi dalla testa. Molte iniziative e pronunciamenti dell’on. Fini, l’uomo di destra più amato dalle sinistre italiane, hanno uno scopo ben preciso: colpire la Chiesa cattolica, indebolirla e modificare in senso laicista la cultura e le leggi di questo Paese. Cercherò di spiegare come la proposta dell’ora di Islam risponde a questa strategia.

Innanzi tutto va detto che di questa proposta i primi a non sentirne il bisogno sono proprio gli islamici. Lo spiegava bene l’altro giorno sul Corriere Paolo Branca, islamista e docente di arabo alla Cattolica di Milano: le comunità islamiche sono alla ricerca di luoghi di preghiera e di incontro, quello è il loro bisogno concreto, e tra l’altro preferiscono insegnare la religione ai loro giovani dentro le moschee.

Sergio Romano (che sempre sul Corriere si è occupato del problema concludendo lapidariamente “o si cancella l’ora di religione o la si permette anche ai musulmani”) ha riportato a sostegno della propria tesi un esempio che però la contraddice. Il caso di un sedicenne musulmano che in Germania si è rivolto al tribunale amministrativo per essere autorizzato a pregare a scuola, per osservare il precetto coranico delle cinque preghiere musulmane. Ecco, un islamico chiede non tanto di essere “istruito” a scuola sull’Islam, quanto piuttosto di poter “pregare” anche a scuola. C’è una sostanziale, abissale differenza.

Colpisce nella proposta Urso-Fini questa incapacità di cogliere e capire l’esigenza reale dell’uomo religioso islamico (ma anche cattolico) e questo muoversi in un astratto concetto della fede. Ho sentito Fini dire che “certo, non dovrà trattarsi di un’ora di catechismo”. Ma quale islamico sarebbe interessato ad un’ora generica di istruzione religiosa (non catechistica) che lui ha in mente? E’ sinceramente inquietante questo ragionare in base ai propri schemi mentali e ideologici, credendo di poterli applicare, imporre ad una realtà che non si comprende appieno.

La proposta di Urso appare astratta e insensata anche perché non sembra tener conto di problemi reali che esistono, come la mancanza di una’autorità centrale islamica con cui concordare la materia, l’impreparazione stessa degli islamici e degli imam, la mancanza di professori islamici e così via... Di nuovo i sintomi di un’ideologica astrattezza.

Infine, l’argomento più gettonato, più evidente, che sintetizzo con le parole di Alberto Melloni: “semmai sarebbe utile fare proprio il contrario. Nessuno come i ragazzini islamici avrebbe bisogno di imparare cos’è il cristianesimo”; o con quelle dell’on. Casini: “questa non è la terra di nessuno. E’ un Paese che ha una sua identità cristiana che va studiata e rispettata”. E si potrebbero aggiungere gli argomenti a favore di un’ora di buddismo o di ebraismo. Insomma, grande confusione e grandi problemi.

A questo punto sorge un dubbio: possibile che Urso e Fini non si rendano conto di tutto ciò? E sorge una risposta: se ne rendono conto, ma è proprio il loro scopo quello di far sorgere questo tipo di problemi. Perchè, alla fin fine, la loro proposta (astratta, cioè campata in aria, ideologica, lontana dalla realtà e dalle esigenze reali dei credenti) ha sortito l’effetto di ridare vita al partito di coloro che sostengono di abolire l’ora facoltativa di religione cattolica (in base al principio o tutti o nessuno), sostituendola con un’ora, obbligatoria, di “storia delle religioni”. Cioè un’altra, aggiuntiva pallosissima ora di inculturazione, magari gestita da docenti “laici”, messa sullo stesso piano di un’ora di educazione civica.

Alla fin fine, Urso e Fini, con la loro strampalata iniziativa, tendono a mettere in discussione proprio l’esistenza, nella scuola, di uno spazio “confessionale”, nel momento stesso in cui sembrano passare per dei nobili paladini di una minoranza religiosa. L’obiettivo è sempre quello: minare l’esistenza dell’ora di religione cattolica (liberamente scelta e gradita alla maggioranza degli studenti italiani) all’interno della scuola. In favore di un approccio laico, astratto, disincarnato, generico, gelidamente “scientifico” alla “storia delle religioni”. Di cui un cattolico, e soprattutto un islamico, non sentono proprio il bisogno.

Gianluca Zappa

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martedì, 30 giugno 2009

IRAN: ATTENTI AI LUOGHI COMUNI

Il desolante spettacolo che ci viene propinato ormai regolarmente -e non senza il solito, granguignolesco, voyerismo travestito da diritto di cronaca- dai telegiornali nazionali, a proposito della dolorosa questione iraniana, esorta ad alcune riflessioni, alle quali l’aggettivo inattuale si attaglia a perfezione.

 

Nell’immaginario occidentale, allevato alla greppia del diritto positivo, infarcito delle disquisizioni sulle libertà individuali, smarrito nella dialettica tra buoni e cattivi, lo scontro in atto in Iran parrà la semplice lotta tra una maggioranza buona e democratica, che si batte per il progresso sociale e culturale, ed una cattiva e dittatoriale. La questione è, ovviamente, assai più complicata.

L’attuale situazione iraniana è già il frutto di una di quelle ‘svolte’ pseudo-democratiche, di quelle rivolte di popolo alle quali il nostro senso storico occidentale ascrive le affermazioni più profonde della democrazia. Se il pasdaran Ahmadinejad è salito al potere (e, nel 2005, nessuno contestava che l’avesse fatto contando su numeri reali) lo si deve proprio a quella svolta che spazzò via il vecchio regime monarchico, instaurando una strana versione di integralismo islamico-sanculotto che -è bene ricordarlo anche a chi, come Mousavi, si fa soltanto oggi paladino delle libertà personali- non disdegnò per tutti gli anni ottanta di lordarsi le mani del sangue delle opposizioni, purgando intellettuali e studenti universitari. La guerra con l’Iraq e l’obiettiva debolezza economica di un Paese che non è tra i primi esportatori di petrolio -ma casomai di raffinatissimi tappeti- nel Mondo, hanno certo ritardato la crescita di un sistema civile, che tuttavia è stato contrassegnato al fondo da quella macchia d’origine. Quel sistema, figlio della rivoluzione, integralista e anti-occidentale, difficilmente avrebbe -Ahmadinejad o no- maturato una compiuta democrazia di stampo occidentale. Come del resto raramente l’hanno maturata le numerose rivoluzioni della storia, che molto più di frequente hanno dato piuttosto origine a sistemi politici autoritari e violenti. Idealizzare un passato democratico bruscamente interrotto dal pasdaran Ahmadinejad è mistificare la realtà, perche quel passato era il passato dei pasdaran, delle violazioni delle libertà, dell’estremismo culturale e religioso.

 

Ed ecco dunque, tra gli oppositori che oggi scendono in piazza -e si fanno massacrare- mescolarsi sunniti opposti alla casta dirigente sciita, mujaheddin populisti e terroristi, nazionalisti curdi, giovani no-global romanticamente occidentalisti e chi più ne ha più ne metta. Una congerie di stimoli e visioni del mondo (e del potere) che, c’è da giurarlo, una volta raggiunto il governo non esiterebbe, come già fatto in passato, a dare la propria versione arabizzata della democrazia.

 

L’equivoco di fondo sta, a mio avviso, proprio nella democrazia. La quale, approdo di un millenario processo di riflessione ed evoluzione in occidente, non è affatto un valore assoluto ma strumentale, tale cioè da comportare cautele, cure e condizioni di fattibilità più complesse di quanto appaia allo spirito critico occidentale. Le democrazie incompiute -tra le quali annovero anche la nostra- stanno li a dimostrare che una forma di governo non è la panacea di tutti i mali dell’umana convivenza, e che in essa ripullulano quelle storture e quelle ipocrisie già vive ed attive in monarchia o in dittatura. Perché la democrazia è prima nei doveri degli elettori che nelle azioni dei governanti. Fintantochè l’elettorato non avrà maturato una sana coscienza civica, la classe che esprimerà sarà, nel bene o nel male, quella più adatta a governarlo. La democrazia non è merce d’esportazione, e non basta un telefonino, l’iscrizione a Facebook -con a corredo un congruo numero di ‘amici’ in occidente- e una vaga idea di libertà, per fare dell’Iran ‘che protesta’ il vento foriero del nuovo che avanza.

 

La dialettica -o, meglio, la lotta- in atto in Iran va analizzata in modo realistico, senza pietismi, ricerche di facili analogie o strumentalizzazioni di sorta. Il ruolo dell’occidente democratico? Difficile a dirsi: promuovere, laddove possibile, la crescita del sistema; protestare nelle sedi opportune, per le violazioni appurate compiute dal regime e, last but not least, difendere i propri cittadini.

 

Michel de Seingalt

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categoria: politica, mondo, islam, attualitĂ 
giovedì, 11 giugno 2009

GHEDDAFI ALL'UNIVERSITA' LA SAPIENZA E IL PAPA NO

Al Magnifico Rettore Prof. Luigi Frati
Al Senato accademico
Ai colleghi dell'Università di Roma “La Sapienza”

Magnifico Rettore, cari colleghi,

    apprendo con costernazione che l'Università di Roma "La Sapienza", che non ha saputo accogliere con rispetto e civiltà il papa Benedetto XVI, accoglierà il giorno 11 giugno il leader libico Moammar Gheddafi, che incontrerà la comunità accademica tutta in aula magna. Il comunicato reso pubblico recita che il sig. Gheddafi si rivolgerà in particolar modo ai nostri studenti. 
        Non so in quale sede accademica sia stata deliberata questa visita né per quali ragioni sia stata decisa.
       Esprimo la mia ferma protesta circa l'opportunità di invitare solennemente il sig. Gheddafi, leader di un regime dittatoriale, a parlare nella nostra Università, che mi auguro dedita con sforzo congiunto di tutta la comunità accademica -al di là di ogni differenza politica- alla tutela dei principi di democrazia e libertà, che sono a fondamento della Costituzione repubblicana, e a tenere vivi tra i nostri giovani studenti sentimenti  di profondo attaccamento alla libertà e alla pace.
        Ricordo che pochi giorni fa è morto, dopo sette anni di patimenti nelle prigioni libiche, Fathi Eljahmi, dissidente libico che ha patito nelle carceri l'oppressione del regime di Gheddafi insieme alla moglie a al figlio maggiore  solo per aver combattuto per il diritto di parola e per riforme democratiche. Mi chiedo se qualcuno nella comunità accademica della Sapienza potrà chiedere conto all'ospite del destino tragico di questo spirito libero e di tutti i suoi concittadini, meno noti, che per persecuzione politica sono stati costretti a tacere, sono stati imprigionati o sono stati espulsi dal paese.
Ricordo che i partiti politici sono vietati, che è vietato il diritto di sciopero, che la stampa è soggetta a censura, che la magistratura è controllata dal governo, che vi sono severe restrizioni al diritto di parola, di associazione, di manifestazione e alla libertà di religione. Ricordo che l'attuale regime libico ha espropriato ed espulso senza diritto di difesa le residue comunità ebraiche presenti in Libia e la Libia, storicamente centro di una fiorente comunità ebraica, è oggi uno Stato privo della presenza di qualunque cittadino di religione ebraica. Ricordo che nell'ambito delle Nazioni Unite il regime libico ha promosso ripetutamente campagne di attacco fazioso e violento contro lo Stato d'Israele ed è stato tra i promotori della conferenza Durban II, dalla quale l'Italia si è ufficialmente dissociata e alla quale si è rifiutata di partecipare.
      Mi chiedo quali insegnamenti il sig. Moammar Gheddafi potrà impartire ai nostri studenti e  perchè la nostra comunità accademica debba ascoltarlo senza una voce critica chiara e ferma. Se la diplomazia internazionale segue la propria strada, la comunità accademica dovrebbe sempre e comunque, con coraggio, parlare a tutela della libertà.
        Prof. Bruna Ingrao

 

Ringrazio l’amico Frapiumino per la segnalazione e per il materiale fornitomi su questo particolare evento che per vari motivi non è stato molto rimarcato.

Mentre Benedetto XVI si trovò costretto a non entrare all’Università di Roma La Sapienza, Gheddafi viene chiamato dalla comunità accademica ad impartire lezioni.

Questa lettera incarna le proteste ed intelligentemente evidenzia le differenze tra la comunità accademica e la diplomazia internazionale e la politica, differenziandone ed evidenziandone i compiti.

Per questo, se per motivi politici i governi europei “accolgono” Gheddafi, la comunità accademica e  soprattutto quella studentesca potrebbero marcare il loro dissenso.

La domanda è: perché col Papa si e con Gheddafi no?

Ecco parte dell’invito  rivolto a “docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati”.

 

giovedì 11 giugno – ore 12.30
aula magna
piazzale Aldo Moro 5, Roma

Moammar Gheddafi, leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, incontrerà la comunità accademica giovedì 11 giugno in aula magna. L’incontro alla Sapienza, dedicato in particolare agli studenti, sarà l'unica occasione di dialogo con gli universitari italiani nell’ambito della visita del leader libico a Roma. Sono invitati a partecipare i docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati.

 

 

taspaolo User: taspaolo

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categoria: cultura, politica, scuola, europa, papa, diritti umani, laicismo, islam, attualitĂ , parlamento, ideologia, povera patria
martedì, 16 settembre 2008

SHARIA IN INGHILTERRA

Leggo dal Corsera e non posso non commentare. In Inghilterra le sentenze delle corti coraniche avranno piena validità giuridica. Insomma la "sharia" entra e si fa spazio. Tra i casi dibattuti c' è stata una disputa ereditaria che divideva cinque figli, tre femmine e due maschi. I giudici coranici hanno assegnato ai maschi il doppio della cifra attribuita alle donne, perché così stabilirebbe la «sharia». Ma le femministe dove sono? I cavalieri dei diritti tacciono? Insomma, il pensiero multiculturale relativista si mostra in tutta la sua debolezza, incapace di affrontare problemi di questo tipo semplicemente perché non vede il problema o, cosa ancora più grave, non lo considera tale. Se ora giudica su matrimoni ed eredità, in seguito potrebbe decidere su argomenti ben più gravi. Tuttavia è sconcertante l'aria di normalità che si respira e anche di una disarmante inevitabilità.

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categoria: politica, diritti umani, islam, immigrazione, attualitĂ 
mercoledì, 03 settembre 2008

PREGHIERA PER I CRISTIANI DI ORISSA

«Sanguis martyrum semen christianorum»: tante volte l’abbiamo detto, e la storia ne è, come sempre, la conferma. E certamente, di fronte a tanto odio, a tanta crudeltà, a tanta bestialità (e per di più ottusa), il nostro cuore trema, trepida, soffre. E si domanda il perché, sia dell’odio sia dell’indifferenza del mondo di fronte a tanto dolore.

Così leggiamo su Asianews e sui vari media che hanno raccontato cosa succede ad Orissa, in India: «Bhubaneswar (AsiaNews) – A una settimana dall’inizio delle violenze in Orissa migliaia di persone, la maggior parte delle quali cristiane, sono ancora nascoste nella foresta o hanno trovato rifugio nei campi di accoglienza predisposti dal governo. Secondo le ultime cifre vi sarebbero almeno 6mila sfollati nei campi profughi e 5mila persone nascoste nelle foreste attorno a Kandhamal, ma la cifra dei rifugiati potrebbe presto toccar quota 10mila. […] Intanto continua ad aumentare il numero delle vittime delle violenze: “Abbiamo ricevuto informazioni attendibili – denuncia Sajan George, presidente del GCIC – in base alle quali le vittime sarebbero almeno 100, nelle zone segnate dalla violenza continuano a spuntare cadaveri mutilati o corpi bruciati”. L’attivista cristiano chiede, al contempo, le “dimissioni in blocco” di tutto il governo dell’Orissa incapace di fermare i massacri contro la comunità cristiana e ne riporta un esempio: “A Bakingia – denuncia Sajan – le famiglie di Daniel e Michael Naik, di fede cristiana e composte da sette individui, sono state torturate e uccise dai fondamentalisti; i cadaveri sono stati identificati grazie ai vestiti indossati, e il luogo dove sono stati uccisi dista solo 80 km dalla stazione di polizia”. […] Intanto continuano i raid anche fuori dell'Orissa. Ieri nel Madhya Pradesh i fanatici hanno assaltato cinque scuole e una chiesa per rappresaglia contro la chiusura degli edifici. Gli assalti hanno avuto luogo nel distretto di Gwaliar (tre scuole e una chiesa) e Barwani (due scuole), e solo per il tempestivo intervento della polizia non si sono registrati gravi danni agli edifici o nuove vittime. Le forze dell’ordine hanno invece bloccato una pacifica dimostrazione degli studenti della scuola di San Francesco, sebbene avvisati per tempo dai vertici dell’istituto, per non meglio precisate questioni di “pubblica sicurezza”

Una mia amica, a proposito del caso di Eluana Englaro, riflettendo sul fatto che le suore che la accudiscono sono state accusate di crudeltà, mi comunicava la sua sorpresa nel vedere che non sempre l’amore genera amore, ma spesso odio (e ci pareva questa la sintesi della vicenda terrena di Gesù).
Un amore incompreso, crocifisso, e comunque sempre indomito: questo è lo scenario, il compito che si aapre per noi cristiani oggi.
Noi di
CulturaCattolica.it abbiamo spesso documentato le sofferenze gloriose dei cristiani (sia nella Russia sovietica, in Romania, in Spagna, nei paesi islamici…). E continueremo a farlo. Come continueremo a chiedere ai nostri amici, e a tutti gli uomini di buona volontà, di non lasciare soli i tanti nostri fratelli che soffrono persecuzione.
Certi che, pur se Gesù asciugherà ogni lacrima dai nostri e loro occhi, un sussulto di umanità ci farà chiedere pietà per gli uomini, e così ci sarà più libertà per tutti.

Intanto facciamo nostro e aderiamo alla Giornata di preghiera e di digiuno indetta dalla Presidenza della CEI per venerdì 5 settembre 2008:
«La Presidenza della CEI, facendosi interprete del turbamento dell’intera comunità cattolica italiana di fronte all’ondata di violenza scatenatasi contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell’Orissa, culminata nella morte di sacerdoti, consacrati e fedeli laici e nella distruzione di chiese, ospedali, case e villaggi, si associa all’accorato appello formulato dal Santo Padre Benedetto XVI, condannando con fermezza ogni attacco alla vita umana ed esortando alla ricerca della concordia e della pace. A questo scopo, invita le diocesi italiane a indire per venerdì 5 settembre, memoria liturgica della Beata Madre Teresa di Calcutta, o in altro giorno stabilito dal Vescovo diocesano, una giornata di preghiera e digiuno, come segno di vicinanza spirituale e solidarietà ai fratelli e alle sorelle tanto duramente provati nella fede»

Ho letto recentemente questa definizione della preghiera data da San Tommaso d’Aquino: «Petitio interpretativa spei». Che ciascuno di noi sia interprete di questa speranza

CulturaCattolica socio di SamizdatOnline

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categoria: chiesa, islam, attualitĂ , cattolicesimo
venerdì, 29 agosto 2008

I CROCIFISSI E LA RANA

In India i cristiani vengono ammazzati. In Italia ci si fa beffe di Cristo in modo sacrilego. Ognuno usa le armi che ha a disposizione, ma il succo è quello.

Il sangue cristiano versato in India si va aggiungere al sangue versato dai milioni di martiri cristiani nella storia dell'umanità e a quello che ancora oggi si versa in diverse parti del mondo. Dal 23 agosto ad oggi nella regione dell'Orissa è successo di tutto: case, chiese, centri culturali distrutti e messi a fuoco. Presi di mira perfino i negozi. La povera gente è morta asfissiata o bruciata all'interno della propria abitazione. Una suora è stata violentata. Una missionaria laica arsa viva. Un cattolico fatto a pezzi. Non si risparmia nessuno: preti, missionari, suore, laici.

In giro per il mondo oggi c'è poca libertà religiosa. E a farne le spese sono soprattutto i cristiani. Del resto Gesù l'aveva previsto. Lo dice chiaramente nel Vangelo di Matteo (uno dei più antichi): sarete insultati e perseguitati per causa mia. Li si accusa di proselitismo, ma è ovvio che un cristianesimo vissuto autenticamente risulti molto affascinante in un mondo ancora suddiviso in caste. L'amore cristiano per il prossimo è una realtà troppo sorprendente, l'annuncio del Vangelo un vero e proprio cataclisma.

Bene, mentre i cristiani muoiono in India, in Italia, nella ridente località di Bolzano, la rana crocefissa, opera del tedesco Martin Kippenberg, resterà al suo posto, nel Museion della città, sostenuto a spese dei contribuenti. I quali, in gran numero, hanno chiesto che quella cosa lì venga rimossa, perchè suona blasfema, offende la sensibilità delle coscienze. Sono intervenuti anche il vescovo e perfino il Papa, chiedendo gentilmente il rispetto delle coscienze.

Niente da fare: la risposta della direttrice del museo e del suo CDA è stata un coraggioso NO, in nome della libertà d'espressione. E' gente tosta, quella del museo, che non arretra davanti a niente. Ma c'è chi fa notare che in giro per i musei non si vedono opere che offendono, che so, il sentimento religioso islamico, anzi, ci sono stati parecchi casi in cui si è verificata una vera e propria censura.

E allora la morale è sempre quella: lo sport del tiro al cristiano è praticabile ovunque e secondo varie modalità. E' uno sport facile e piuttosto diffuso. Altri sport consimili, invece, non sono ammessi in queste particolari olimpiadi dell'aggressione.

Io, però, vorrei terminare con una riflessione. La rana crocifissa resterà nel museo di Bolzano, che ha tutto l'interesse anche economico e strategico ad esporla, se non altro per farsi pubblicità. Ma quella rana (esposta per fini sicuramente poco nobili) è comunque ancora una volta il trionfo di Cristo, dell'Uomo Dio che s'immola sulla croce per ognuno di noi.

Pare che l'autore (questa è la giustificazione ufficiale dell'opera) abbia in realtà voluto rappresentare se stesso, la propria angoscia, la propria sofferenza e depressione. E a chi si può assimilare un disperato così se non a Cristo in croce? Chi può veramente guardare e invocare? In chi può sperare?

Quella rana crocifissa è l'immagine di tutti i crocifissi della storia, di quelli che oggi sono crocifissi. E' la riproduzione perfetta di quei poveri corpi martoriati in India.

Insomma, anche quando l'intento è blasfemo, anche nella bestemmia, Cristo è il centro del cosmo e della storia. E con Lui l'uomo deve fare sempre i conti.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, chiesa, religione, islam, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo
lunedì, 18 agosto 2008

QUEGLI 800 MARTIRI DI OTRANTO

Otranto è la città più a est d'Italia. Pare che venga presa d'assalto ogni primo dell'anno da coloro che vogliono cogliere la prima alba. Un rito neo pagano, da nuovi adoratori del sole. Va bene per i nostri tempi.

Durante il "buio" Medioevo, la città, punto di congiunzione tra Oriente ed Occidente e porto commerciale di notevole importanza strategica, fu un centro di intensa cultura, un punto d'incontro di varie civiltà, lingue, filosofie, culti ed arti. Qui sorgeva il monastero italo-greco di San Nicola di Casole (famoso per il suo scriptorium, l'Università con vasta biblioteca ed addirittura la prima casa dello studente del mondo occidentale); qui esisteva un'Accademia Talmudica e una Scuola pittorica.

Fantastica testimonianza di questo laboratorio di fede, idee, cultura ed arte è il grande mosaico della cattedrale, concepito dal sacerdote Pantaleone (1163-1165): un'immensa opera musiva in tessere policrome di calcare locale durissimo, che potrebbe presto essere classificato come patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Lì un oscuro sacerdote del buio Medioevo è riuscito a mettere insieme tutte le culture allora conosciute, intorno all'albero sacro della vita, della Creazione: ci sono Adamo ed Eva, Caino ed Abele, Giona, il re Salomone, la torre di Babele, l'inferno e il paradiso; ma ci trovi anche Re Artù e Alessandro Magno, le sirene e i minotauri, la Chanson de Roland, i giganti Efialte, Atlante e Nembrot, gli animali favolosi dei bestiari, i simboli delle stagioni e il lavoro dell'uomo. E' una glorificazione dell'uomo e della sua cultura, una di quelle poderose sintesi medievali degna di stare al fianco della Commedia di Dante.

Ma non c'è solo il grande mosaico, nella cattedrale di Otranto. C'è anche la cappella degli ottocento martiri, con quei sette armadi in noce che custodiscono le loro reliquie: teschi, ossa, carne e sangue, perfino spighe di grano e lingue di ottocento otrantini che furono trucidati dai Turchi di Maometto II, guidati da Agomat Pascià. Era il 14 agosto del 1480. La storia merita di essere raccontata.

Maometto II (complice Venezia, che non voleva problemi coi turchi), aveva progettato l'invasione della Puglia, dopo aver ridotto in suo possesso la Grecia e l'Albania. Gli appelli del Papa Sisto IV ("Italiani, se volete dirvi ancora cristiani, difendetevi") erano caduti nel vuoto. Il Re di Napoli, Ferdinando I d'Aragona, era troppo impegnato a far la guerra con Firenze e a tentare di espandersi, tanto da restare sordo anche alle profezie di San Francesco di Paola ("I Turchi non sono stati mai vicini a noi cristiani come ora"). Intanto Maometto manda a dire al Papa che avrebbe fatto mangiare dal suo cavallo l'erba sulla tomba di San Pietro.

L'attacco comincia il 28 luglio del 1480. Un'armata di 150 imbarcazioni, con 18.000 soldati a bordo, compare nel mare di Otranto. Il consiglio della città è di fronte alla tremenda alternativa: arrendersi (e così spalancare le porte della Puglia al dominio musulmano), o resistere ad oltranza, per consentire al Re di organizzare la controffensiva. Si sceglie la seconda opzione, eroicamente decisi a morire per Cristo e il Re. Come alle Termopili, come a Roncisvalle.

Comincia un assedio che durerà tredici giorni. Nonostante l'eroica resistenza degli abitanti, i Turchi riescono a penetrare nella città. Massacrano, sventrano, distruggono, razziano. I superstiti si rifugiano nella cattedrale, insieme all'Arcivescovo, il quale distribuisce ai presenti l'Eucaristia. I Turchi sfondano la porta e uccidono barbaramente il presule e tutti gli altri sacerdoti presenti. Poi se la prendono con la gente. E' una carneficina, il sangue scorre a fiotti sulle pietre del grande mosaico. Le donne e i bambini vengono deportati come schiavi. Ad ottocento otrantini, da 15 anni in su, il Pascià offre, magnanimo, l'alternativa: la salvezza, se riconoscono il loro "errore" e si fanno devoti di Maometto.

Prende la parola, a nome di tutti, un vecchio cimatore di panni, Primaldo Pezzulla, che respinge l'offerta e invita tutti ad abbracciare la Santa Croce e il martirio. Ottocento voci rispondono in coro: "Sì, vogliamo morire per amore di Cristo!". Ma il Pascià non demorde. Vuole che gli otrantini si esprimano ad uno ad uno. Li porta sulla collina di Minerva (legati a due o a tre) e lì comincia un macabro gioco. A ognuno degli 800 viene riproposto il quesito. E ognuno degli 800 risponde il suo no a Maometto e afferma il suo sì a Cristo. Il carnefice Barlabei lavora di scimitarra e stacca le teste ai martiri. Il primo è proprio Primaldo; ma il suo tronco, rimasto privo di testa, resta dritto in piedi, nonostante il tentativo dei Turchi di sbatterlo a terra. Cadrà solo quando sarà caduto l'ultimo dei martiri. Davanti a una tale testimonianza di fede, il carnefice Barlabei si converte al cristianesimo. Finirà impalato.

La cattedrale diventa una moschea. Il monastero di San Nicola un magazzino. Ma poco più di un anno dopo Re Ferdinando potrà dare la notizia a Sisto IV che Otranto è di nuovo libera.

Il sacrificio di un'intera città ha impedito ai Turchi di invadere la Puglia e l'Italia. Otranto difese il cristianesimo e tutta la civiltà occidentale.

Sarebbe da farci un grande film, se non fosse così politicamente scorretto.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, storia, islam, santi, cattolicesimo, radici cristiane
sabato, 19 aprile 2008

DIRITTI UMANI E TRASCENDENZA DELLA PERSONA

 Era l'Anno Domini 1665. Uno scrittore turco, Evliya Çelibe, era in visita a Vienna e vide una scena che per lui, islamico, aveva dello "spettacolo straordinario". Ecco la sua testimonianza:

"Ogni volta che l’imperatore incontra una donna per strada, se è a cavallo fa fermare il cavallo e la lascia passare. Se l’imperatore è a piedi e incontra una donna, assume una posa di riguardo. La donna saluta l’imperatore, il quale allora si toglie il cappello in segno di rispetto per la donna. Dopo che la donna è passata l’imperatore continua per la sua strada. È veramente uno spettacolo straordinario. In questo paese e in generale nelle terre dei miscredenti le donne hanno l’ultima parola. Sono onorate e rispettate per amore della Madre Maria" (cit. in Bernard Lewis, Il suicidio dell’Islam, Saggi Mondadori).

Uno spettacolo davvero straordinario, inconcepibile, per un islamico, questo rispetto portato ad una donna. Sono passati più di quattrocento anni. Nell'Occidente sono accadute molte cose. In diverse parti del mondo islamico la condizione della donna è sempre la stessa.

L'ultima notizia è di questi giorni: una ragazzina islamica di otto anni ha chiesto il divorzio dal marito trentenne alla quale è stata venduta. Sì, proprio venduta: è costume di quella gente vendere le figlie ad un uomo molto più anziano. Da quel momento le ragazzine diventano proprietà dell'uomo, che può fare con loro e di loro quello che vuole. In realtà la legge vorrebbe che l'unione sessuale avvenisse solo quando la ragazza ha raggiunto la maggiore età. Ma nessuno controlla e le famiglie delle ragazzine si limitano ad invitarle a "sopportare" gli abusi del marito.

In pratica siamo di fronte ad una pedofilia legalizzata. Una barbarie, un'evidente violazione della libertà di un individuo. Conviviamo con la schiavitù, che consideravamo abolita dalla faccia della terra. Barbarie, certo… ma siamo autorizzati ad usare questo termine?

No, secondo l'umanista e filosofo francese Michel de Montaigne, che nel 1580, intervenendo nel dibattito sulla questione degli indios americani, scriveva: "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa". Un bell'esempio di relativismo culturale, oggi molto diffuso.

Montaigne impartiva queste lezioni di tolleranza dal suo studio di umanista. Degli indios americani, delle loro abitudini, sapeva solo quello che gli era stato riferito da altri. Non aveva visto coi suoi occhi i terribili sacrifici umani degli aztechi; non aveva visto scene orribili di antropofagia. Non c'era la televisione a quel tempo, non c'era internet.

Noi oggi vediamo, conosciamo, sappiamo. In tempo reale. Davanti al caso della ragazzina islamica, seguendo la ricetta di Montaigne, dovremmo solo sospendere il giudizio, non permetterci di dire alcunchè, al limite (trovandoci nella situazione di poter fare qualcosa) voltarci dall'altra parte, non prendere posizione, rispettare la cultura degli altri. Perché permettersi, infatti, di intervenire, se nel momento in cui lo facciamo stiamo solo agendo secondo la "nostra" verità, la "nostra" cultura?

Il relativismo culturale ci vuole imporre di rinunciare alla nostra ragione, nel momento in cui ci dice che noi non possiamo conoscere, nemmeno per approssimazione, la verità sull'uomo. Non esiste una verità, ma solo delle opinioni, delle diverse interpretazioni, tutte sullo stesso piano, tutte con lo stesso valore. E' in fondo il convincimento di Nietzsche, che scriveva: "E' un'ipotesi completamente oziosa quella che le cose abbiano una consistenza in sé, del tutto astratta dalla interpretazione e dalla soggettività".

In realtà il relativismo culturale funziona finchè si ragiona in astratto sui libri. Di fronte alla realtà, di fronte a un caso concreto, il relativismo culturale cade con tutto il suo castello di carte. Chi accuserà Madre Teresa di Calcutta di non essersi rassegnata al sistema della caste indù, di essersi opposta a quella cultura per portare un nuove germe, più umano, più adeguato alla dignità dell'uomo? E perché aiutava quella gente? A partire da quale cultura? Da quali convincimenti? Ed era più umano il suo atteggiamento o quello di chi abbandonava e abbandona i paria al loro destino?

Non possiamo trincerarci dietro una comoda sospensione del giudizio. Né vergognarci di quello che la nostra cultura occidentale ha faticosamente elaborato, grazie soprattutto al cristianesimo che l'ha innervata e plasmata e che ci ha ripetuto un annuncio liberante: l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio e tutti gli esseri umani hanno uguale valore e dignità. E' questo il valore trascendente della persona umana.

E' precisamente quello che ha sottolineato Benedetto XVI nel suo discorso di ieri alle Nazioni Unite:

“I diritti umani sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l'interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

Gianluca Zappa







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categoria: cultura, chiesa, religione, storia, papa, diritti umani, islam, attualitĂ , cattolicesimo, radici cristiane
domenica, 23 marzo 2008

BUONA PASQUA CRISTIANO

Buona Pasqua a tutti: ricevere il Battesimo dal Papa nel Giorno della Risurrezione è il dono più grande della vita!

Il racconto del percorso interiore che mi ha portato a scegliere la religione cattolica dopo una approfondita riflessione sull'islam
autore: 
Magdi Cristiano Allam

Cari Amici,
Sono particolarmente lieto di condividere con voi la mia immensa gioia per questa Pasqua di Resurrezione che mi ha portato il dono della fede cristiana. Vi propongo volentieri la lettera da me inviata al Direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, in cui racconto il percorso interiore che mi ha portato alla scelta della conversione al cattolicesimo. Questa è la versione integrale della lettera che è stata pubblicata, solo parzialmente, oggi dal Corriere della Sera.

Caro Direttore,
Ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino.
Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”. Da ieri sera dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.

Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale “nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come “nemico dell’islam”, “ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare all’islam”, “bugiardo e diffamatore dell’islam”, legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.
Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.
Il mio è un percorso che inizia da quando all’età di quattro anni, mia madre Safeya – musulmana credente e praticante – per il primo della serie di “casi” che si riveleranno essere tutt’altro che fortuiti bensì parte integrante di un destino divino a cui tutti noi siamo assegnati –mi affidò alle cure amorevoli di suor Lavinia dell’Ordine dei Comboniani, convinta della bontà dell’educazione che mi avrebbero impartito delle religiose italiane e cattoliche trapiantate al Cairo, la mia città natale, per testimoniare la loro fede cristiana tramite un’opera volta a realizzare il bene comune. Ho così iniziato un’esperienza di vita in collegio, proseguita dai salesiani dell’Istituto Don Bosco alle medie e al liceo, che mi ha complessivamente trasmesso non solo la scienza del sapere ma soprattutto la coscienza dei valori. E’ grazie ai religiosi cattolici che io ho acquisito una concezione profondamente e essenzialmente etica della vita, dove la persona creata a immagine e somiglianza di Dio è chiamata a svolgere una missione che s’inserisce nel quadro di un disegno universale ed eterno volto alla risurrezione interiore dei singoli su questa terra e dell’insieme dell’umanità nel Giorno del Giudizio, che si fonda nella fede in Dio e nel primato dei valori, che si basa sul senso della responsabilità individuale e sul senso del dovere nei confronti della collettività. E’ in virtù dell’educazione cristiana e della condivisione dell’esperienza della vita con dei religiosi cattolici che io ho sempre coltivato una profonda fede nella dimensione trascendentale, così come ho sempre ricercato la certezza della verità nei valori assoluti e universali.
Ho avuto una stagione in cui la presenza amorevole e lo zelo religioso di mia madre mi hanno avvicinato all’islam, che ho periodicamente praticato sul piano cultuale e a cui ho creduto sul piano spirituale secondo un’interpretazione che all’epoca, erano gli anni Sessanta, corrispondeva sommariamente a una fede rispettosa della persona e tollerante nei confronti del prossimo, in un contesto – quello del regime nasseriano – dove prevaleva il principio laico della separazione della sfera religiosa da quella secolare. Del tutto laico era mio padre Mahmoud al pari di una maggioranza di egiziani che avevano l’Occidente come modello sul piano della libertà individuale, del costume sociale e delle mode culturali ed artistiche, anche se purtroppo il totalitarismo politico di Nasser e l’ideologia bellicosa del panarabismo che mirò all’eliminazione fisica di Israele portarono alla catastrofe l’Egitto e spianarono la strada alla riesumazione del panislamismo, all’ascesa al potere degli estremisti islamici e all’esplosione del terrorismo islamico globalizzato.
I lunghi anni in collegio mi hanno anche consentito di conoscere bene e da vicino la realtà del cattolicesimo e delle donne e degli uomini che hanno dedicato la loro vita per servire Dio in seno alla Chiesa. Già da allora leggevo la Bibbia e i Vangeli ed ero particolarmente affascinato dalla figura umana e divina di Gesù. Ho avuto modo di assistere alla santa messa ed è anche capitato che, una sola volta, mi avvicinai all’altare e ricevetti la comunione. Fu un gesto che evidentemente segnalava la mia attrazione per il cristianesimo e la mia voglia di sentirmi parte della comunità religiosa cattolica.
Successivamente, al mio arrivo in Italia all’inizio degli anni Settanta tra i fumi delle rivolte studentesche e le difficoltà all’integrazione, ho vissuto la stagione dell’ateismo sventolato come fede, che tuttavia si fondava anch’esso sul primato dei valori assoluti e universali. Non sono mai stato indifferente alla presenza di Dio anche se solo ora sento che il Dio dell’Amore, della Fede e della Ragione si concilia pienamente con il patrimonio di valori che si radicano in me.
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.
Cari amici, andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.
Magdi Allam

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categoria: cultura, chiesa, religione, islam, attualitĂ , cattolicesimo, santo padre
sabato, 17 novembre 2007

LA STORIA DI HINA

Vi propongo questa riflessione della mia amica Nerella Buggio, che si può ascoltare al seguente indirizzo:
 
 
Trent'anni di reclusione per il padre di Hina Saleem e per i due cognati della ragazza pakistana. Due anni e 8 mesi allo zio. Questa la sentenza pronunciata per l'uccisione della giovane sgozzata in famiglia lo scorso anno. Alla lettura della sentenza la madre di Hina ha dato in escandescenze in aula, gridando 'me lo ammazzano' 

Hina Saleem  uccisa l’11 agosto 2006, aveva 21 anni, era pakistana e viveva da tempo In Italia a Sarezzo in provincia di Brescia.  Il suo corpo, segnato da diverse coltellate e avvolto in sacchetti di plastica, era stato trovato sepolto nel giardino della casa dei suoi genitori. Il padre e lo zio l’avevano fatta a pezzi, perché le ragazza si ribellava ai costumi della sharia e voleva vivere come una qualunque ragazza italiana, con il un ragazzo italiano che la amava, voleva lavorare e non sottostare all’autorità dei maschi della sua famiglia, “né musulmana, né cristiana, solo italiana” diceva Hina.

La coraggiosa Hina, ancora minorenne, aveva denunciato il padre per violenza, ma poi aveva ritirato la denuncia, subendo così, lei stessa, l’accusa per calunnia. Alla sua morte  il procedimento era ancora aperto e su richiesta della difesa, si è proceduto sino alla assoluzione  dall’accusa di calunnia (avvenuta il 25 ottobre 2006), per difendere la sua onorabilità.  

Il padre non ha mai dimostrato pentimento, appena arrestato ha detto parole terribile nei confronti della figlia rea di fumare, lavorare, non rispettare le regole della comunità pakistana.

Ma ancora di più mi ha colpito il comportamento della madre. 

La  mamma di Hina, perché ha scelto di essere prima moglie che madre.

Probabilmente sapeva cosa si stava tramando ai danni di sua figlia, ma non l’ha allontanata, non l’ha messa in guardia, e ora che hanno condannato il marito, si dispera, come un cane  che seppure bastonato,  non conosce altro padrone a cui riservare  la sua dedizione.

Qualche commentatore diceva:  “la cultura è stata più forte della voce del sangue”, vero,  questa madre ha seguito la tradizione ripudiando la figlia, privandola prima di tutto del suo amore e del suo sostegno, non ha solidarizzato con le donne musulmane che si sono costituite parte civile, non ha avuto cedimenti, chi sbaglia paga e anche per lei a sbagliare è stata HINA. 

Si fa una gran parlare di MULTICULTURALISMO, di integrazione, di diritti delle donne, eppure basterebbe condividere due punti fondamentali.

Il rispetto per la vita umana, di tutti gli esseri umani.

Il rispetto dei diritti civili.

La condivisione di questi due punti è la vera arma contro l’integralismo, con queste due premesse fondamentali, condivise da tutti, si potrebbe parlare non soltanto di rispetto per la donna ma di reale convivenza delle civiltà.

 “ quello stesso fondamentalismo che uccide e perseguita i cristiani nelle terre arabe e, una volta importato in occidente, si rivolta contro i suoi figli”.

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categoria: famiglia, giovani, islam, attualitĂ