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venerdì, 26 gennaio 2007

SHOAH: MA A CHE SERVE RICORDARE?

E così onoreremo questa ennesima "Giornata della Memoria". Faremo i bravi bambini e inorridiremo e ci commuoveremo di nuovo di fronte a quell'immane carneficina scientificamente organizzata che fu l'Olocausto. E diremo che "noi no, noi mai", che "non si può essere così disumani e così folli". Prenderemo le distanze da quel mostro che fu Hitler e tutta la sua congrega di assatanati assassini.

Va bene. Va tutto molto bene. E' giusto e bene che la memoria di quegli eventi orribili resti viva e sanguinante nei cuori degli uomini. E' giusto che "le nuove generazioni sappiano e ricordino", così che in futuro fatti del genere non si abbiano a ripetere...

Tutto molto giusto, molto corretto. Ma non riesco a togliermi di dosso un senso di grave disagio. Non riesco ad impedirmi di guardare con una strana vertigine quest'uomo contemporaneo che molto ipocritamente (che lo sappia o no, che se ne renda conto o meno) giudica con il giusto sdegno quello che è stato compiuto in passato, e intanto condivide con quel passato la stessa ideologia.

Stamani in classe Laura (si parlava ovviamente di questo rito che si ripete ogni anno e che forse sta diventando una routine) ricordava a tutti i suoi compagni che l'olocausto degli ebrei fu causato da quell'Hitler che voleva che tutti gli uomini fossero alti, biondi, belli, occhi azzurri, ariani. L'ascoltavo parlare e pensavo, con una certa tristezza, che non si rendeva conto di quanto la sua descrizione ricalcasse a pennello le idee della gente che oggi incontriamo per strada, al lavoro, nella cerchia dei nostri parenti.

Noi siamo quelli che pensiamo che l'handicappato sia un mezzo uomo, un infelice per definizione. Noi siamo quelli che, di conseguenza, eliminano gli handicappati. Noi siamo quelli che ricorriamo all'amniocentesi per evitare "brutte sorprese" e non ci pensiamo due volte ad abortire se scopriamo che la brutta sorpresa c'è o ci potrebbe essere. E lo diciamo con tranquillità  olimpica, come se fosse una cosa ovvia, banale. Noi siamo quelli che stiamo lentamente accettando l'idea che anche il vecchio, l'individuo debole che non produce più, che non è utile a nessuno, possa e debba essere tolto di mezzo. E lo diciamo giustificando le nostre asserzioni con una patina di umanità.

Noi ci stiamo avvicinando pericolosamente, sempre di più, all'ideologia dell'eugenetica nazista. Ma, da bravi bambini, celebriamo con contrizione la Giornata della Memoria.

Non è possibile essere come loro, ci ripetiamo sdegnati. "Non è difficile esser come loro", canta un caro amico, Claudio Chieffo. Se questa giornata ci servisse ad aprire gli occhi e a vergognarci di quello che stiamo facendo, sarebbe utile. Ma credo che sarà solo l'ennesimo rito che tiene in vita il ricordo e le immagini (ormai imbalsamate) di una realtà che sentiamo distante. Quando invece Hitler e il suo programma sono più vivi che mai.

Gianluca Zappa

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categoria: storia, giornata della memoria, attualitĂ , ideologia
sabato, 02 dicembre 2006

L’EUROPA DI HANS E SOPHIE SCHOLL

Avevamo già parlato della Rosa Bianca, ma mi è capitato qualche giorno addietro di vedere il film “Sophie Scholl-La Rosa Bianca”, del regista tedesco Marc Rothemund, che narra appunto la vicenda dei giovani universitari di Monaco che si opposero al nazionalsocialismo. Un film bello, intenso ed essenziale, senza fronzoli ed espedienti per far leva sul sentimentalismo dello spettatore, eppure commovente. Accade poi che proprio in questi giorni siano pubblicati gli scritti privati di Hans e Sophie Scholl (“Lettere e diari”, ed. Itaca) i fondatori del movimento. L’intento è quello di aiutare il lettore a capire come la vicenda della Rosa Bianca, lungi dall’essere il gesto eroico di un momento, sia stata il coerente approdo di un preciso percorso di maturazione umana e culturale. Questi scritti (come già la traduzione dei testi dei volantini distribuiti a Monaco tra il 1942 ed il 1943) consentono di cogliere appieno la forza del loro amore per la vita: il senso della famiglia, l’amore per la musica, per la natura, per la letteratura... Colpisce l’amore per la patria, tanto più se si pensa alla strumentalizzazione operata dal nazismo di questo ideale così vivo nella cultura romantica tedesca. Tra gli autori preferiti ricorrono: Thomas Mann, George Bernanos, Dostoevskij e Romano Guardini. Mi chiedo se sia un caso che proprio ora questa vicenda poco nota torni alla ribalta con film e pubblicazioni... Semplice ed intenso il sentimento religioso manifestato dai ragazzi: “Mia cara mamma, mi è arrivato tutto e in buono stato (…). Grazie per la lettera. Le parole della Bibbia sono splendide. Mi hanno restituito la mia antica calma. Mi auguro solo che torneremo ad essere persone felici. Non vogliamo vivere come i martiri, nonostante che a volte ce ne sia l’occasione”, così in una delle prime lettere di Hans (1937) del periodo successivo alla sua chiamata alle armi. In una pagina di diario invece, al 12 dicembre 1941, si legge: “ho capito che quando amo qualcuno non posso far niente di più bello che includerlo nella mia preghiera. Se amo una persona con tutta la mia buona volontà, l'amo secondo la volontà di Dio”. La fede cristiana appare intrisa di idealismo romantico ed i volantini diffusi tra gli studenti dell’Università di Monaco sono pieni di citazioni da Schiller, Goethe, Novalis, Aristotele… I ragazzi affermano di voler “liberare la scienza tedesca (…) dallo spirito del male” e favorire la “rinascita della vita studentesca, affinchè l'università possa tornare ad essere una comunità viva, dedita alla verità”. Una grande provocazione anche per noi, a fronte di un sistema educativo spesso asfissiato da regolette e moralismi, incapace di trasmettere ai ragazzi l’amore per la cultura e per la vita. Spicca, infine, il desiderio di vivere intensamente, per qualcosa per cui valga la pena di vivere, un sentimento che affiora un po’ dovunque, anche nel periodo in cui Hans, ritenuto sospetto dalle autorità, era stato sottoposto a misure di custodia preventiva: “Io sono ancora giovane, e non voglio fare il saggio né l'uomo vissuto, ma sulle fiamme tremanti di un animo giovane a volte mi capita di percepire il soffio perpetuo di un qualcosa di infinitamente grande e di silenzioso. Dio. Il destino”.  Anche se profondamente tedeschi, i ragazzi della Rosa Bianca non coltivano un’idea angusta della loro cultura e della loro nazione, ed un’elementare coerenza con gli insegnamenti ricevuti li spinge a smascherare l’orrore di cui la loro patria si è resa responsabile. Nel quarto volantino distribuito a Monaco si denunciano le sofferenze inflitte ad ebrei e polacchi: “Dalla occupazione della Polonia, trecentomila ebrei sono stati assassinati in quel Paese nel più bestiale dei modi. Qui noi vediamo il più orrendo delitto contro la dignità umana, un delitto che non ha confronti in tutta la storia dell'uomo. Anche gli ebrei sono uomini, qualunque sia la posizione che si vuole assumere sulla questione ebraica; tutto questo è stato perpetrato contro degli uomini. Forse qualcuno dice che gli ebrei hanno meritato questo destino? Questa affermazione sarebbe una mostruosa presunzione. Ma, ammesso che qualcuno lo affermi, quale posizione assumerebbe in relazione al fatto che l'intera gioventù aristocratica polacca è stata sterminata? In che modo, si chiederà, questo è avvenuto? Sono stati deportati in Germania, nei campi di concentramento per i lavori forzati, tutti i giovani, tra i 15 e i 20 anni, discendenti maschi di nobili casate, e in Norvegia, nei bordelli delle SS, tutte le ragazze della stessa età! (...) Perché il popolo tedesco è così inerte dinanzi a questi crimini, tanto orrendi e disumani?”. Oggi abbiamo una risposta. Il nazismo, ma anche altre correnti politico-culturali che avevano dominato la vita pubblica negli anni ’20 e ’30, aveva addormentato la coscienza del popolo tedesco. Ma anche oggi, in un Europa così vacua nelle sue espressioni pubbliche, spesso ridotte a vuota retorica, i ragazzi della Rosa Bianca brillano di luce intensa e la loro lezione è ancora attuale. Nel quinto volantino leggiamo: “Tutte le forme ideali di Stato sono utopie. Uno Stato non può essere costruito in modo puramente teorico, ma deve crescere e maturare come fa un singolo uomo. Ma non bisogna dimenticare che lo Stato è stato presente pur in forma embrionale all'inizio di ogni civiltà. La famiglia è antica quanto l'uomo stesso e, da questa iniziale aggregazione, l'uomo capace di raziocinio si è creato uno Stato il cui fondamento deve essere la giustizia e il cui scopo supremo deve essere il bene comune. Lo Stato deve rappresentare per analogia l'ordine divino e la più sublime di tutte le utopie, la Civitas Dei, è il modello al quale esso deve, in definitiva, orientarsi. Non vogliamo qui formulare giudizi sulle possibili, diverse forme di Stato (…), solo una cosa vuole essere rilevata in modo chiaro ed univoco: ogni singolo uomo ha diritto ad uno Stato che garantisca la libertà del singolo così come il bene della comunità. Infatti, in conformità alla volontà di Dio, l'uomo deve cercare di raggiungere il suo fine naturale e la sua felicità terrena, libero e indipendente nella comunità, di vita e di lavoro, dello Stato”. Ma come era stato possibile per il popolo tedesco, uno dei più colti e socialmente avanzati d’Europa, cadere in un simile abisso? Ecco una risposta che fa ancora pensare: “Ovunque e in ogni tempo, i demoni hanno atteso in agguato nelle tenebre l'ora in cui l'uomo diventa debole, l'ora in cui egli volontariamente abbandona la sua posizione fondata sulla libertà e assegnatagli da Dio, l'ora in cui egli cede alla pressione del maligno e si libera dai vincoli dell'ordine supremo e così, dopo che egli ha volontariamente fatto il primo passo, viene spinto al secondo e poi al terzo e sempre più avanti con folle accelerazione (…). Certo, l'uomo è libero, ma, senza il vero Dio, è indifeso contro il male, è come una nave senza timone in balìa della tempesta, come un neonato senza madre, come una nube che si dissolve”. Hans e Sophie Scholl, insieme all'amico Christoph Probst, furono decapitati il 22 febbraio 1943 nel carcere di Monaco-Stadelheim. Erano stati arrestati dalla Gestapo all’interno dell'Università di Monaco dopo aver distribuito centinaia di volantini che incitavano il popolo tedesco alla resistenza contro Hitler. Non permettiamo che sia relegata ancora nell’oblio una simile appassionata testimonianza.

Stefano

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categoria: cultura, religione, storia, giornata della memoria, radici cristiane, ideologia
sabato, 28 gennaio 2006

LA GIORNATA DELLA MEMORIA

QUELL'OLOCAUSTO

SEMPRE POSSIBILE

E' uno di quei buffi tempismi che si fanno notare, che non possono passare inosservati.

Proprio alla vigilia della Giornata della memoria, mentre si preparavano in tutto il mondo manifestazioni e celebrazioni per tenere desta il ricordo della tragedia vissuta dal popolo ebraico; mentre nelle redazioni di giornali, radio e televisioni, uno stuolo di giornalisti era alle prese con articoli, reportage, rivisitazioni, interviste ai sopravvissuti; mentre storici e professori raccoglievano le idee per lezioni o prolusioni, il popolo palestinese votava in massa per un movimento islamico il cui nome è già tristemente noto: Hamas.

Non si tratta di un movimento irredentista, ma fondamentalista e teocratico, il cui statuto, all'art. 11, contiene frasi che lasciano davvero poco spazio alla speranza:

“Hamas crede che la terra di Palestina sia un deposito legale (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della resurrezione. 

Non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa.

Nessuno stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e i presidenti messi assieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite, hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam sino al giorno del Giudizio.

Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’Islam fino al giorno del Giudizio?”.

Chi giustifica l'odio dei palestinesi nei confronti di Israele con il "quanto hanno sofferto", ha solo in parte ragione, in quanto sottovaluta, o cerca di nascondere, la carica fanatica di questo movimento.

Hamas, nel suo statuto, ricorda che il cammino dell’uomo sulla terra, la salvezza dell’umanità, lo stesso Giudizio Universale sono legati, intersecati, con la lotta all’ultimo sangue dei musulmani contro gli ebrei (gli ebrei, non gli israeliani):

“L’ultimo giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me vieni e uccidilo’; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei”.

Questa orrida concezione del Giudizio Universale - commentava Carlo Panella ieri sul Foglio -  è un “Hadith”, una frase pronunciata da Maometto e riferita al Bukhari; è un “editto” che lega la più intima fede, l’essenza salvifica dell’islam, alla negazione, alla distruzione dello stato di Israele e addirittura degli ebrei non convertiti all’islam, che dovranno tutti essere uccisi perché l’umanità si salvi.

Niente di nuovo sotto il sole, viene da dire. Mentre ci perdiamo in celebrazioni, continua, misterioso e indecifrabile, il cammino doloroso attraverso la storia di un popolo che sembra continuamente esposto alle persecuzioni.

Per gli ebrei l'olocausto è qualcosa che non si riesce a relegare nella memoria.

Gianluca Zappa

 

 

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