" width="922" height="230" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" scale="exactfit">
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
mercoledì, 24 giugno 2009

DALLE STALLE ALLE STELLE

Ascoltavo ieri in TV i commenti di alcuni esponenti del centrodestra a conclusione dei ballottaggi delle amministrative e non vorrei che questo esito, favorevole per la coalizione guidata da Berlusconi, favorisse una lettura un poco “drogata dal successo” dello stato d’animo degli italiani e delle condizioni reali del paese. Il fatto che il governo di centrodestra benefici ancora di una sostanziale luna di miele con gli elettori, si presta a mio parere a valutazioni non univoche e non significa necessariamente che gli Italiani siano disponibili a mantenere questo loro prevalente consenso nei confronti del premier indefinitivamente e, per così dire, “a prescindere”.

E’ vero che la campagna connessa agli ancora presunti (al momento che scrivo) scandali sessuali non abbia sortito gli effetti decisivi che qualcuno sperava, e la ragione mi pare ben evidente: la gente non si aspetta dal premier un comportamento privato al di sopra di ogni sospetto, ma semplicemente spera in una politica concreta, efficace per il paese. Non c’è da noi quella richiesta di una “famiglia presidenziale” esemplare come invece esiste tra gli Americani. Mi sembra poi che un certo tipo di critica al premier sia tanto meno efficace quanto più venga agitata da quel medesimo mondo cultural-giornalistico che, per dirla col titolo di un noto libro di Eugenio Scalfari, la sera se ne andava a via Veneto (la strada-simbolo della dolce vita romana…). Si tratta infatti del medesimo gruppo d’opinione che più d’ogni altro ha cavalcato in Italia, nei passati decenni, la rivoluzione sessuale e dei costumi, celebrando la precarietà sentimentale, il nomadismo ed il libertinaggio sessuale (quante inchieste dell’Espresso tese a suggerire che la trasgressione o il tradimento avrebbero fatto bene alla coppia…).

Ma, detto questo, resta la questione politica. Secondo me il centrodestra beneficia più che della popolarità di Berlusconi, dell’onda lunga dell’impopolarità di Prodi. Personalmente condivido al 100% il giudizio espresso da Pierferdinando Casini (a Ballarò) per il quale “se Berlusconi è tornato oggi in sella il merito è di Romano Prodi”. Perlomeno Berlusconi è un tipo alla mano, uno che si mescola (talvolta male, a quel che sembra…) con il popolino e non ha quella spocchia della superiorità intellettuale e morale che rende così spesso i politici di sinistra antipatici alla gente comune. Guarda caso, appena qualche anno fa, Luca Ricolfi pubblicava un fortunato libro dal contenuto ancora attuale e dal titolo assai significativo: “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”. La gente vota Berlusconi perché non ha ancora dimenticato la fiera infinita degli utopismi e delle velleità dell’ultimo governo di Romano e perché si rende conto che, malgrado la crisi, Silvio “perlomeno non ci ha rimesso le mani dentro al portafoglio”. E’ questo infatti che si sente dire al bar la mattina, tra quelli che si avviano al lavoro prima dell’alba. Alla gente comune già solo questo appare tanto! Ma è chiaro che ciò non può essere sufficiente...

Il centrodestra non può campare indefinitivamente sugli allori per aver saputo interpretare meglio i sentimenti che albergano nel cuore degli italiani. Come già spiegava Emma Marcegaglia, deve dimostrarsi capace di fare scelte innovative e coraggiose che, a mio parere, tardano ancora a venire. Ne cito una per tutti: nonostante le promesse, non si vede ancora all’orizzonte alcuna legge sul “quoziente familiare”, mentre invece (e proprio perché la crisi colpisce in modo particolare le famiglie) sarebbe necessario ed urgente introdurre un modello di tassazione, proporzionale, che ripartisca le risorse “secondo i bisogni”, mettendo davvero nel conto il numero dei bambini. Solo una legge del genere potrebbe restituire alla famiglia quella centralità che anche la Costituzione, del tutto inapplicata, le riconosce! Oggi sposarsi e fare figli è economicamente e socialmente svantaggioso (di qui tanta povertà e tanta denatalità…) ed il presente governo non ha ancora iniziato nulla di sostanziale per aggredire alla radice una tale ingiustizia. Aggiungo poi che da un governo che celebra “le libertà” mi attenderei una sostanziale svolta in tema di libertà educativa e scolastica (e fossi io il premier privatizzerei il 30% della scuola pubblica…), invece gli istituti non statali continuano a chiudere per un’insostenibile situazione economica! Non si tratterebbe di dar soldi alla scuola privata (questo lo faceva meglio il centrosinistra ed è una formula a mio parere poco liberale), ma di detassare la spesa scolastica perché le famiglie siano messe nelle migliori condizioni per poter scegliere (e finanziare…) liberamente la scuola in cui credono! Allora sì che si colpirebbe la scuola dei burocrati, allora sì che si avrebbe una speranza di rinascita di una autentica passione educativa, allora sì che si farebbe anche della buona economia! Già Luigi Sturzo, 60 anni fa, spiegava perché le burocrazie sono brave a sperperare e non ad educare… ebbene siamo fermi ancora lì.

Al di là delle polemiche di questi giorni (stiamo anche noi a vedere cosa accadrà…) saranno questi aspetti, al momento sottaciuti, a diventare preminenti nel più lungo periodo, e ciò nel giudizio di molti cittadini che rappresentano ormai la parte centrale e maggiormente mobile del corpo elettorale.

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, elezioni, attualitĂ 
domenica, 21 giugno 2009

REFERENDUM: FALLIMENTO ANNUNCIATO

L’on. Segni e i sostenitori dei suoi referendum sono degli sfortunati. Arrivano fuori tempo massimo, o meglio, nel momento sbagliato. Il loro referendum fallirà, perché gli italiani hanno perso la percezione che è necessario.

Se la proposta referendaria fosse caduta nel bel mezzo del tragico biennio del governo Prodi, le cose sarebbero andate molto diversamente. Allora, se ricordate, c’era una maggioranza squassata, frantumata da continue liti. Allora sì che si poteva toccare con mano cosa volesse dire il ricatto di un partitello. Oggi si accusa la Lega di controllare la vita del governo, ma la Lega è una forza da 10%, non un partitello. Al tempo di Prodi i ricatti venivano da formazioni che avevano il due o il tre per cento del gradimento nazionale. Partitelli, appunto. Veri e propri. I quali non a caso sono stati spazzati via alle ultime elezioni: l’opinione pubblica li aveva, giustamente, giudicati come i responsabili principali di un clamoroso fallimento.

Erano i tempi in cui per decidere una legge finanziaria ci volevano mesi e mesi. Tempi in cui per prendere una decisione qualsiasi bisognava andare da Caifa a Pilato tutti i santi giorni, e sentire Caifa che, tutti i santi giorni, diceva cose diverse da Pilato. E la decisione, sempre impastrocchiata, sempre molto diversa e molto lontana da quelle che erano le intenzioni iniziali, veniva presa, ma a prezzo di un continuo ricorso al voto di fiducia. In compenso ci si metteva contro mezza Italia sulle questioni preferite dagli ideologi al governo, le questioni etiche. La maggioranza (?) era piuttosto compatta solo sui matrimoni gay, la liceità del consumo di cannabis, più aborti per tutti.

E fortuna che in quel biennio non ci furono crisi mondiali epocali come l’ultima che abbiamo conosciuto!

Segni è sfortunato perché gli italiani hanno già dimenticato quell’inferno, scaturito dalla stessa legge elettorale che abbiamo oggi. Il Paese era stato consegnato, per una manciata di voti, ad una maggioranza con non era una maggioranza e che al Senato sopravviveva grazie al voto dei senatori a vita.

Oggi, ripeto, abbiamo già dimenticato. Perché? Non perché la legge sia cambiata, ma perché un certo signor Veltroni ha contribuito a darci un’Italia governabile. Facendo la coraggiosa scelta del partito a vocazione maggioritaria, è andato più o meno da solo alle elezioni, subendo quella sconfitta che ha consegnato il Paese al centrodestra. Non ci fosse stato Veltroni, si fosse riproposta la solita armata brancaleone antiberlusconiana, le cose sarebbero andate diversamente: il centrosinistra avrebbe perso ugualmente, ma l’Italia sarebbe stata meno governabile e quindi più paralizzata.

Così il referendum cade nell’indifferenza generale, sostenuta da quei partiti che non hanno alcun interesse a cambiare la legge in senso ancor più maggioritario, che poi è l’obiettivo principale dei promotori. Per inciso noto che, quando a lorsignori piace, anche l’astensione diventa un mezzo lecito e moralmente giustificato di battaglia. Non così al tempo del referendum sulla legge 40, quando i cattolici invitarono all’astensione: allora si parlava di un gioco sporco, di un boicottaggio, di un rifuggire dalla lotta. Oggi no, oggi l’astensione (perché fa comodo all’estrema sinistra) è qualcosa di legittimo. Ce ne ricorderemo per il futuro, quando se ne tornerà a parlare a proposito di altre questioni.

Comunque, a poca distanza dalle ultime politiche, gli italiani hanno la sensazione di essere governati da un governo che governa. Che ha i numeri per farlo. Hanno la sensazione (per qualcuno l’illusione) che le cose sono stabili e questo è l’importante.

Penso si spieghi anche così il fatto che le accuse rivolte al Premier sulla sua vita privata non abbiano quell’effetto devastante che molti sperano. Certo, a patto che Berlusconi si dia da fare, che mostri di prendere a cuore i problemi del Paese, che, insomma, lavori. Una sua visita in Abruzzo è più importante dell’inchiesta di un magistrato barese. Ma nel momento in cui la maggioranza si spaccasse, litigasse, si dimostrasse inefficace, allora anche le storie di lenzuola, festini, modelle e veline diverrebbero estremamente importanti (per la disgrazia non solo di Berlusconi, ma dell’Italia intera). La sinistra (deputati, magistrati, giornalisti) l’ha capito e punta sul gossip, perché non può puntare sull’arma politica. Ma un governo forte non teme il gossip.

Resta il dato principale: l’attuale legge elettorale è una mina vagante posta alle fondamenta dello Stato. Il referendum fallirà, ma non c’è da rallegrarsene, né da stare tranquilli.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (5)(popup) | commenti (5)
categoria: politica, elezioni, referendum, attualitĂ 
mercoledì, 10 giugno 2009

L'ODIO DEGLI ANTIBERLUSCONES

Torno sulle elezioni perchè è l'argomento del giorno. Ed estendo il discorso al referendum.

Ora che abbiamo i dati anche delle amministrative, e che si parla onestamente e senza mezzi termini della vittoria del PDL e che anche Franceschini riesce ad ammettere la sconfitta, concentriamoci un attimo su un fatto inquietante, cioè la brillante affermazione di Di Pietro.

L'IDV è un partito berlusconidipendente. E' un partito fondato sull'odio, sull'eliminazione totale dell'avversario. Non ci fosse Berlusconi, Di Pietro non avrebbe ragione nè forza per esistere. Prendiamo proprio il referendum: prima l'ha sostenuto, poi, quando si è reso conto che anche il Cavaliere faceva lo stesso, si è tirato indietro e si è messo a remare contro. La domanda che si faceva ieri l'on. Segni, e che ci facciamo un po' tutti, è: ora che Berlusconi abbandona il referendum, Di Pietro come si comporterà? La logica, la sua strana logica, vorrebbe che passasse di nuovo a sostenere i referendari.

L'IDV ha uno slogan, o meglio, una propria linea: fare il contrario di quello che fa Berlusconi. Perchè se Berlusconi vuole qualcosa, sotto sotto c'è la fregatura. Evidentemente non può bastare questo per essere una forza d'opposizione, come faceva notare  la senatrice Finocchiaro, che, anche lei, vorrebbe finalmente conoscere quali sono le linee programmatiche di questo nuovo astro della politica italiana.

La vittoria di Di Pietro è la vittoria del risentimento e dell'odio. E questa è la vera e propria anomalia della vita politica italiana. C'è un presidente del consiglio eletto regolarmente, democraticamente, che gode della fiducia degli italiani. C'è una coalizione di governo che regge (unica mi sembra in Europa) di fronte al proprio elettorato. Ma questo non basta, anzi, questo è come se non fosse.

Siamo in presenza di una continua, pressante, sistematica campagna di delegittimazione. Di fronte al Paese e, quel che è più grave, di fronte al mondo intero. Si ripete il solito refrain: non siamo in un Paese "normale". Già, ma normale secondo chi? E qual è un Paese "Normale"? Gli USA?! Con tutto quel casino che hanno combinato, trascinandosi apresso il mondo?

L'Italia non è "Normale" perchè il Presidente possiede le televisioni. A me sembra che non è normale perchè la maggior parte delle trasmissioni televisive di approfondimento politico sono evidentemente di sinistra e gestite da ex politici di sinistra. A me sembra anormale perchè i giornalisti passano dalla TV al Parlamento Europeo, e questi giornalisti sono targati PD.

L'Italia non è "normale" perchè il Presidente del consiglio è sempre sotto inchiesta. Ma è normale un Paese in cui certi magistrati dichiarano pubblicamente, in modo evidentemente sbilanciato, e senza pudore, il loro odio verso l'imputato e la loro strategia politica? Sono normali le inchieste che cadono puntualmente sotto le elezioni? E' normale lo scherzetto fatto a Berlusconi alla vigilia del G8 di qualche annetto fa?

Parlavo con Marcus, la settimana scorsa, un turista tedesco in visita all'Italia, e mi rendevo conto di quale visione distorta alimenti la stampa estera. Marcus non sapeva niente di tutto ciò che di buono ed efficace (poco o tanto che sia) ha fatto il governo Berlusconi dal suo insediamento. Non sapeva nemmeno che a sostenere Berlusconi c'è una coalizione piuttosto coesa. Aveva forse l'impressione di una specie di dittatore solitario. Marcus sapeva solo delle inchieste su Berlusconi. Marcus aveva in testa lo schemino seguente: Berlusconi è un bastardo, Prodi un brav'uomo. Marcus non sa, gliel'ho dovuto spiegare, che i due anni di governo del "brav'uomo" sono stati funesti per l'Italia.

Vige ovunque la vulgata degli antiberluscones, i quali fanno un'opposizione preconcetta, delegittimante. Lo stesso Casini, un altro "buono", non parla con il Capo del governo, non dialoga, non riesce a confrontarsi. Peccato, perchè ha anche delle idee buone e delle proposte interessanti e un sistema per farle passare sarebbe proprio quello di avere un dialogo franco, aperto, collaborativo con Berlusconi.

Ma è proprio questo che manca, mentre è proprio di questo che il Paese avrebbe bisogno.

Ecco perchè non fa bene a nessuno che si prosegua sulla strada dell'odio, della delegittimazione, della chiusura preconcetta. Eppure è questa la strada che tutti battono. Hanno bisogno di Berlusconi, per esistere. Stanno lì tutti i giorni a studiare le mosse di Berlusconi per decidere quello che devono fare.

La vicenda del referendum è significativa: non si entra più di tanto nel merito, ma si valuta solo se un'eventuale nuova legge elettorale darà o meno più forza a Berlusconi. Il quale se si dichiara a favore del referendum sbaglia (perchè vuole il potere); se si dichiara contro sbaglia lo stesso (perchè è ostaggio della Lega).

L'Italia degli antiberluscones è disgustosa e ridicola. E' un Paese anormale in nome della "normalità", fondato sull'odio. Ed è inquietante che chi di quest'odio fa la propria bandiera e la propria ragion d'essere ottenga tanti consensi.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (9)(popup) | commenti (9)
categoria: politica, elezioni, attualitĂ 
lunedì, 08 giugno 2009

EUROPEE, PER NOI UN TRIONFO

Europee. Provo un commento a caldo sulla base dei risultati che conosco. Flessione di PDL e PD (molto più consistente quella del PD), crescita di Lega e Italia dei Valori, buona affermazione dell'UDC.

Cominciamo dalla PDL. Non c'è stato il balzo in avanti di cui parlava Berlusconi. Ma penso sinceramente che i suoi proclami fossero solo un modo per motivare il proprio elettorato. Le elezioni europee non sono paragonabili a quelle politiche e l'alta astensione lo ha confermato. Se l'Italia si è astenuta di meno rispetto al resto dell'Europa è perchè c'erano anche le amministrative. L'astensionismo ha penalizzato sicuramente la PDL, ma non si può parlare di sconfitta, anzi, a me pare che l'affermazione sia comunque forte, per una serie di considerazioni, oltre a quella dell'astensionismo: il partito di governo ha retto bene all'urto della crisi economica sulla quale l'opposizione ha calcato la mano per tutta la campagna elettorale; ha retto alla campagna diffamatoria impalcata in tutti i modi (leciti e meno leciti) contro Berlusconi; ha retto in questa prima uscita ufficiale come nuovo partito, dando prova di coesione e di tenuta.

Molto più forte e più grave la caduta del PD: il partito non ha più un'anima, non ha neanche una leadership condivisa e, in più, viene risucchiato nella crisi generale del socialismo europeo. Direi che basta questo. Non vale la pena spenderci altre parole.

L'IDV ha il vento in poppa, ma rosicchia voti al PD. E' un partito sanguisuga, un parassita, che gioca fino in fondo la carta dell'antiberlusconismo. Il grande inquisitore demagogo Di Pietro si è ritagliato il ruolo di cavaliere senza macchia e senza paura. Non ha bisogno di dire come governerebbe l'Italia, perchè non è per il proprio programma che prende voti (a proposito, ce l'ha un programma?!). A partire da questi presupposti, non si capisce quale possa essere il suo ruolo in Europa.

L'UDC mantiene il proprio elettorato. E' un partito che si richiama alla tradizione della DC e agli ideali cristiani. Il fatto che ci sia, che abbia una propria identità e che mandi al Parlamento europeo gente che difende la nostra stessa posizione culturale, non può che farci piacere.

A me sembra che il dato più interessante sia quello della Lega. Il suo successo non è più solo dovuto alla connotazione nordista. La Lega prende voti ovunque, in tutta Italia. E' un partito di governo che viene premiato per la politica che porta avanti, per la serietà e la preparazione della sua classe politica. A me è sembrato che solo i leghisti, durante l'ultima campagna elettorale, avessero una strategia e un vero interesse specifico. Mentre gli altri si laceravano in una sorta di referendum pro o contro Berlusconi (fino alla parossistica e stupida uscita di Fraceschini su Berlusconi e l'educazione dei figli), i leghisti parlavano di Europa, di valori da difendere, di interessi da difendere.

Registriamo con piacere l'ennesima debacle di quello che resta dei comunisti (parola che andrebbe cancellata dal vocabolario del politically correct, come è già stato fatto con la parola nazisti) e dei radicali. Annotiamo con una certa gioia la sconfitta del socialismo europeo e della sua ideologia (speriamo sia finita la triste era Zapatero). Notiamo che l'effetto Obama non è stato un effetto Obama. Siamo felici dell'affermazione del PPE.

Al di là dei risultati delle singole formazioni politiche, direi che per noi queste elezioni europee sono andate molto, molto bene. La ciliegina sulla torta sarebbe la nomina dell'on. Mauro a presidente del Parlamento europeo. Forse si apre una stagione in cui l'Europa potrà riavvicinarsi alle proprie radici cristiane e  ritrovare la propria identità.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (11)(popup) | commenti (11)
categoria: politica, europa, elezioni, attualitĂ 
giovedì, 04 giugno 2009

PATRIE (suggestioni controcorrente sul tema)

Le elezione europee si avvicinano e credo proprio che, malgrado l’acceso dibattito sulle veline, al momento del voto prevarrà l’indifferenza. Ma stavolta non è colpa di Franceschini o di Berlusconi, si tratta della medesima indifferenza che anche in circostanze precedenti ha caratterizzato queste elezioni nella gran parte dei paesi d’Europa.

 Il fatto è che l’Europa, questa Europa, non scalda il cuore di nessuno. Anni fa un collega argentino mi avvertiva: “L’Unione Europea non è una prospettiva che vi apre, ma una prospettiva che vi chiude… l’Europa ha avuto nel passato una proiezione straordinaria su tutti gli altri continenti… non è un caso se l’inglese o lo spagnolo sono le lingue più parlate nel mondo… nel passato anche un paese piccolo come il Portogallo aveva una ruolo internazionale che ora sarebbe inimmaginabile ed è italiana la metà della popolazione dell’Argentina e voi ve lo siete sempre dimenticati… quando l’Europa parlerà la stessa lingua (l’inglese ndr) ed avrà frontiere continentali questa proiezione internazionale di ciascuno non sarà finita per sempre?”. Ripenso anche oggi a queste parole (che ho riportato in sintesi) e con il passare degli anni mi sembrano sempre più vere.

 Cos’è infatti l’Europa oggi? E’ un contratto tra alcune nazioni? Un superstato? La nuova superpotenza economica? Una nave in grado di proseguire comunque la navigazione anche se ai banchi di voga non vi fossero più gli Europei? O è una famiglia di popoli identificata da un peculiare retaggio, da radici comuni?

Peculiarità? Radici comuni? Qualcuno si scandalizzerà! Si è già detto infatti che è roba del passato, che sono parole che contraddicono il sacro “principio di laicità”, e che tutt’al più potrebbe ancora esistere un “patriottismo della costituzione”… così, se si firmano certe carte e magari si accetta pure la moneta chiunque può far parte dell’Europa. Anche la Turchia, anche Israele, anche la Tunisia. Ma se è così, perché questa prospettiva non convince nessuno? E perché questo nuovo tipo di “patriottismo” non commuove e non smuove?

In questi giorni fervono i preparativi per un evento internazionale sconosciuto ai più, ma assolutamente importante per le popolazioni che vi saranno coinvolte: il Congrès Mondial Acadien 2009. Da molti e disparati paesi ritorneranno in Canada (nella Péninsule Acadienne, oggi Nuovo Brunswick) i discendenti dei coloni francesi del nord-america dispersisi per il mondo a seguito della conquista inglese del XVIII secolo. Una comunità che, malgrado le distanze percorse e le sofferenze patite, mai ha smarrito il sentimento di appartenenza ad un popolo speciale, ad un popolo reale.

Le iniziative previste spaziano dai campi della cultura, della lingua e della religione, a quelli della musica, del folklore o della gastronomia. Spicca tuttavia nel fitto programma lo spazio rilevante dedicato alla famiglia. Le réunions de familles sembrano essere infatti il cuore stesso della manifestazione: famiglie che si ritrovano, famiglie che si raccordano per incontrarne altre, famiglie franco-canadesi che ospitano famiglie che verranno da chissà dove (anche dall’Asia o dall’Africa francofona…) per celebrare la propria identità, la propria storia. Per ringraziare di esserci ancora malgrado le drammatiche vicende del passato e malgrado i cambiamenti del mondo contemporaneo. Gente che non si conosce, ma che si riconosce come popolo e che si ritroverà insieme per celebrare un legame che va al di là di quelli sanciti dal diritto o dalla politica, un legame evidentemente percepito come più forte, più sostanziale, di tanti altri scritti nelle carte o nei trattati. A distanza di oltre 200 anni dalla fine dell’Acadia storica, il tempo non ha cancellato gli ultimi scampoli di una comune unità culturale e, in un mondo sempre più anonimo e livellato, questa unità culturale torna ad essere significativa ed importante per i contemporanei.

 Il Congresso ha già la sua canzone ufficiale, il titolo è Enfin retrouvés, scritta dai due giovani musicisti Daniel Legér e Mario Robichaud (un po’ di Italia nelle radici non guasta…). Il video ufficiale, diffuso lo scorso Aprile, ha tutto il sapore di una bella riunione di famiglia. Attorno a Daniel Legér, si raccolgono, uno dopo l’altro, diversi giovani, di diversa provenienza etnica o geografica, che arricchiscono, via via, il tema con l’apporto di differenti strumenti. Tra questi: Anna Laura Edmiston (cantante Cajun della Louisiana), Oumou Soumaré (un’Acadien-adottiva dal Mali), Wilfred Le Bouthillier (un Acadien del Canada). Cambiano i visi ed il colore della pelle, identica resta la lingua in cui tutti si esprimono: il français acadien.Un po’ hymn ed un po’ country ballad, in un’atmosfera intensa e familiare, si canta evidentemente per condividere una felicità profonda: la felicità di essersi ritrovati al termine di un lungo viaggio, un tipo di felicità che non è più di casa nelle canzoni che si ascoltano di solito da noi…

Non è un caso che questo brano ha entusiasmato e commosso moltissime persone ed è stato proposto come inno ufficiale del Congres. L’atmosfera solare e familiare, la speranza e l’amore esplicitamente celebrati nel refrain, l’afflato religioso, non sono sfuggiti all’attenzione di Serge Comeau che su L’Acadie Nouvelle, popolare giornale del New Brunswick, ha parlato di “tesoro di simboli della cultura cristiana” e di “atmosfera pasquale”:

Enfin rassemblés

Par la force de l’amour

Encore debout sur un quai ensoleillé

Depuis la grande marée

Nous attendions ce jour

Que sonnent plus fort les carillons de Grand-Pré 

Le patrie, a mio parere, non si inventano, si riconoscono. Concepire l’Europa come un accordo tra nazioni che prescinde da quel che l’Europa è stata nei secoli, legiferare in modo da renderla omogenea ad un progetto astratto, elaborato da un gruppetto di illuminati attorno ad un tavolino, è un grave errore. La Patria infatti non è, innanzitutto, un istituzione, ma un desiderio di riconoscersi, un bisogno del cuore! Ed il rischio è che quando gli Europei esprimeranno con forza questo desiderio non guarderanno più (e già non guardano più) a Strasburgo.

Stefano

 Chi volesse ascoltare Enfin retrouvés utilizzi il seguente link:

http://www.youtube.com/watch?v=oZ677b4SSLY&hl=it

Postato da ferrloren | commenti (10)(popup) | commenti (10)
categoria: cultura, elezioni, attualitĂ , cattolicesimo
mercoledì, 18 giugno 2008

DOPO LISBONA

L’Irlanda ha votato “no” al trattato contro tutte le aspettative. Onestamente anch’io credevo che la posizione favorevole a Lisbona avrebbe infine prevalso, poiché l’indicazione di voto delle maggiori forze politiche di destra e di sinistra era per il “si” e questo riduceva lo spazio per un dibattito reale.

Tra i miei amici di laggiù non mancava chi, seguendo la logica del “non possiamo dire ‘no’ tutte le volte”, aveva deciso di aderire alle ragioni del “si”. Ed invece è andata come andata, e per via di un movimento di opposizione nato dal basso che nessuno aveva previsto.

Quella che da noi si chiamerebbe la “società civile” si è espressa in clamoroso dissenso con le indicazioni ufficiali. Perché? Sarebbe il primo dovere di una leadership europea degna di questo nome interrogarsi a fondo su questo fatto imprevisto, prenderlo sul serio, non etichettarlo con definizioni sbrigative e di comodo…

Ed invece si assiste ad una rincorsa alla delegittimazione di quello che comunque resta l’unico passaggio certamente democratico sul percorso del trattato. Feriscono certe parole che trasudano vendetta, comprese quelle del nostro presidente Napolitano (“fuori chi è contrario!”). La reazione scomposta suggerisce semmai il fatto che ciò cui davvero si mira è la creazione del superstato europeo, e questo indipendentemente da quali siano i sentimenti e le convinzioni dei cittadini chiamati a farne parte.

Per Barroso non si può bloccare tutto se un piccolo paese si oppone alla decisione degli altri (“si va avanti anche con il ‘no’ Irlandese!”). Barroso dimentica innanzitutto di dire che altrove il trattato non è stato sottoposto a voto confermativo da parte dei cittadini, inoltre non si comprende per quale motivo il presidente della Commissione Europea non aveva chiarito fin da subito, se questo è davvero il suo pensiero, che il “no” dei piccoli paesi sarebbe stato ininfluente…

 La verità, infatti, è che il trattato riesce ad essere approvato solo laddove è sottratto alla verifica del voto popolare. Perché altrimenti questo grande silenzio? Perché anche da noi nessuno sa nulla di ciò che andremo ad approvare entro luglio? Forse perché il trattato, nelle sue diverse edizioni, non ha mai avuto il consenso dei cittadini europei. Lo dimostra il fatto che ogni volta che si è votato (o su Nizza o su Lisbona) il trattato ha perso. Ha perso non solo nella piccola Irlanda, ma anche in Francia, anche in Olanda. Ha perso nonostante che le autorità ed i media fossero in larghissima misura favorevoli.

Quale legittimità democratica sostanziale si può allora riconoscere ad un simile percorso? E perché, quando gliene viene concessa la possibilità, i cittadini europei non lo votano? Insomma, certe reazioni stizzose non fanno che rafforzare l’impressione che davvero vi sia qualcuno che, volenti o nolenti tutti noi, si sente impegnato a far passare questo modello, già deciso a tavolino da un ristretto circolo di “illuminati”.

Colpisce poi l’elevato numero di messaggi che sono arrivati da tutta Europa (dalla Francia, dalla Germania, dall’Olanda…) sui siti della Repubblica d’Irlanda con frasi del tipo: “Ireland save Europe!” oppure “Thank you Ireland!”…

Evidentemente, la cessione di sovranità da parte degli stati desta allarme e preoccupazione in molti ben al di là dei confini della Repubblica Irlandese. Per il semplice cittadino infatti il trasferimento di importanti responsabilità fuori dei confini nazionali si traduce inevitabilmente in una perdita secca del proprio potere di controllo, attraverso il voto, di chi davvero decide della sua vita concreta. Per i politici invece è l’esatto contrario: sono innanzitutto in una posizione privilegiata per cogliere le nuove opportunità che si aprono e non contraddice gli interessi di casta il fatto che importanti decisioni siano assunte in un ambito di sostanziale irresponsabilità politica, ovvero lontano dagli occhi del cittadino.

Pertanto, il rifiuto del trattato che si è reso evidente in questi giorni ha ben poco a che vedere con l’antipolitica o con l’anarchismo, esprime invece una preoccupazione diffusa per un’obiettiva perdita di sovranità popolare, e questa preoccupazione corrisponde ad una domanda vera di politica.

Se quella che guida l’UE fosse davvero una leadership democratica e non piuttosto una casta sovranazionale, senza radici e senza identità, non reagirebbe a questo modo, piuttosto qualcuno darebbe le dimissioni dal proprio incarico e si comincerebbe a lavorare ad un’ipotesi diversa. Questo però non accadrà. Giscard D’Estaing aveva già detto che il trattato di Lisbona differiva dal precedente di Nizza per meno del 5% del suo contenuto…

Vedrete che tra un anno o due, le solite personalità non elette da alcuno, riproporranno l’ennesima versione del medesimo trattato con un ulteriore 5% di cambiamenti… Alla fine ci prenderanno per sfinimento. Ed invece sarebbe importante che chi non condivide questo modello di superstato, guidato da un organocrazia dirigista e tecnocratica, ed aspira invece ad un’Europa come alleanza di nazioni che condividono valori e radici comuni, si facesse avanti trasformando lo scontento di oggi nella proposta innovativa di domani. Ma ce li abbiamo uomini politici all’altezza di questo compito?

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: cultura, politica, elezioni, referendum, attualitĂ , cattolicesimo, ideologia
martedì, 10 giugno 2008

L’IRLANDA ED IL TRATTATO DI LISBONA

Tra alcuni giorni il popolo irlandese (l’unico in Europa) sarà chiamato ad esprimersi pro o contro il Trattato di Lisbona. Sembrava un pronunciamento scontato ed invece in questi giorni crescono le preoccupazioni degli euro-burocrati per il possibile esito negativo del voto. E’ forte, ovvero, il timore che nonostante tutto gli Irlandesi possano votare “No”. I sondaggi danno al “Sì” ancora un certo margine di vantaggio, ma i “No” sono in costante crescita e gli indecisi sono ancora molti.

In particolare, in questi giorni, l’organizzazione irlandese dei coltivatori diretti ha preso ufficialmente posizione, con un comunicato che presenta le “10 ragioni per cui gli agricoltori voteranno No”. In questo documento viene particolarmente criticata la politica della Commissione Europea, che “conduce alla distruzione del modello dell'agricoltura europea che si fonda sulla azienda a conduzione familiare”.

 Si è schierato per il “No” anche il più grande sindacato dell’isola, il SIFTU. Il trattato desta infatti allarme anche tra i lavoratori dell’industria perché abilita gli euro-burocrati a scavalcare i parlamenti degli stati su numerose ed importanti questioni di grande rilevanza sociale. Diverrebbe, ad esempio, possibile bocciare qualunque misura decisa da un governo nazionale in difesa della propria economia, dell'occupazione, dei redditi...

Chissà perché la sinistra nostrana ed il sindacato non se ne curano… Cosa ne pensano dei rischi per i ceti meno abbienti? Evidentemente nulla. Sembrano interessati ormai solo agli spinelli e alle  “frocessioni”.

Ma al di là delle questioni economiche, la vicenda del Trattato di Lisbona è seguita con notevole apprensione anche in ambienti cattolici della verde isola, perché si ritiene che la perdita di sovranità nazionale spianerebbe inevitabilmente la strada all’imposizione nel paese di una legislazione contro la famiglia naturale, contro il diritto alla vita e contro la libertà religiosa (vedi: http://catholic-perspective.blogspot.com/).

Potrebbe sembrare eccessivo questo riferimento ai rischi per la libertà religiosa eppure siamo ormai giunti a questo punto. Di recente la Corte Europea ha avuto addirittura da ridire riguardo alla tradizionale benedizione pasquale delle case (vedi: http://www.zenit.org/article-14397?l=italian) una pratica delittuosa che violerebbe i diritti di libertà religiosa e che pertanto sarebbe suscettibile di azioni legali per il ristoro del danno...

Non si preoccupano dei diritti umani violati in Cina o delle persecuzioni religiose nei paesi arabi, non si preoccupano per il Darfur, la Birmania o la Palestina, si preoccupano delle benedizioni pasquali…

Deboli con i forti e forti con i deboli. L’Europa è ormai senza spina dorsale.

I paesi che aderiscono al trattato dovrebbero naturalmente riferirsi alla nuova Carta dei Diritti Fondamentaliun documento sotto molti aspetti persino banale per la sua genericità, ma che rappresenta comunque un pericoloso arretramento rispetto alla Convenzione Europea dei Diritti Umani del 1950 o alla Convenzione Europea di Biomedicina del 1997. Con la Carta dei Diritti Fondamentali cadono infatti importanti capisaldi a salvaguardia dei diritti del nascituro e della famiglia, e ciò, dato il carattere maggiormente vincolante delle decisioni che saranno assunte in sede europea, apre allo stravolgimento delle legislazioni nazionali in merito.

Si vorrebbe che il trattato fosse approvato da tutti gli stati nel corso del 2008, così da farlo entrare in vigore nel gennaio 2009, prima delle elezioni europee del giugno successivo. Si punta sul mancato coinvolgimento dei cittadini, attraverso il meccanismo della semplice ratifica parlamentare, per evitare il rischio di un risultato a sorpresa come quello che si ebbe con i referendum francese ed olandese del 2005.

 La sola Irlanda, rispettosa della propria Costituzione, effettuerà un referendum confermativo del trattato, un referendum che è stato fissato per il 12 giugno e che a questo punto diventa estremamente importante perché deciderà, in un modo o nell’altro, anche del nostro futuro.

In Italia c’è un grande silenzio su tutta la faccenda ed un prevalente orientamento delle forze politiche a favore del trattato.

Tuttavia di recente si è levata qualche voce critica come nel caso del giurista Giuseppe Guarino, ordinario di diritto amministrativo all'Università di Roma, che nel corso di una in una conferenza pubblica a Firenze, il 19 maggio, ha praticamente diffidato i nostri parlamentari dal ratificare il trattato così com'è, perché esso codificherebbe un sistema oligarchico e di cosiddetta “organocrazia” (governo di alcuni organi) e perché violerebbe alcuni articoli della Costituzione italiana. Violerebbe in particolare gli Art. 1 (“La sovranità appartiene al popolo”) e l'Art. 11 (L'Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie”).

Riguardo a quest'ultimo, le condizioni di parità sono violate anche per il fatto che paesi come la Gran Bretagna e la Danimarca, pur aderendo al trattato non aderiscono alla moneta unica (eurozona) e si trovano pertanto nella condizione privilegiata di poter determinare un tasso d'interesse vantaggioso per loro e svantaggioso per gli altri.

Non sono un esperto di questioni europee, ma la faccenda mi inquieta moltissimo. Sono anni che dall’Europa arrivano delusioni su delusioni e sulla strada dell’approvazione di un trattato assai discutibile, ma che non abbiamo il diritto di discutere, si interpone, ora il solo popolo irlandese. Se gli Irlandesi voteranno “No”, affosseranno il progetto di imporre un governo europeo sovranazionale e con poteri semidittatoriali, il cui Presidente non è tuttavia scelto democraticamente da tutti noi.

Questo progetto, mi pare, ha ben poco a che vedere con il sogno coltivato da De Gasperi, Schumann ed Adenauer ed appare ben più in sintonia con la battaglia di Giscard d’Estaing (prima) e Giuliano Amato (poi) finalizzata a disconoscere le radici cristiane del nostro continente ed assicurare all’Europa quella guida “illuminata”, dirigista e tecnocratica, tanto gradita alle lobbies laiciste. Questo sembra essere il “loro” progetto…

Speriamo allora che il 12 giugno l’Irlanda dia una bella sveglia a lorsignori ed un segnale di speranza a tutta l’Europa.

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (25)(popup) | commenti (25)
categoria: cultura, elezioni, attualitĂ , cattolicesimo, ideologia
martedì, 06 maggio 2008

UNA QUESTIONE DI STILE

Sull’Avvenire di domenica 3 Maggio ci si interrogava, in un breve articolo non firmato, sulla strana solitudine di Vincenzo Visco: i redditi degli italiani sono infatti finiti su internet e nessuno si è assunto la responsabilità politica dell’iniziativa, quasi che il vice-ministro fosse un uomo senza governo e senza partito. Non è tuttavia la prima volta che qualcosa di simile accade. Anzi…

Si ricorderà il colpo di testa di Fabio Mussi sulla questione del consenso italiano alle ricerche distruttive degli embrioni in Europa, si parlò allora di un’iniziativa unilaterale del ministro, però nessuno si assunse la responsabilità di contraddire tale decisione nei fatti. Chi aveva sentito puzza di imbroglio ebbe conferma dei propri peggiori sospetti quando lesse il secco commento del ministro Bindi: “non ho motivo di dubitare che si tratti di una decisione collegiale”.

Recentissimo è invece il colpo di coda di Livia Turco, che ha atteso proprio le ultime ore del suo mandato per varare le tanto contestate “linee guida applicative della L. 40” che spianano la strada alla soppressione degli embrioni malati o presunti tali. Un provvedimento che contraddice clamorosamente le finalità della legge. Anche in questo caso l’iniziativa è stata assunta dalla titolare di un dicastero senza che si sia sentita una sola parola da parte di altre autorevoli figure del suo governo.

Pesa invero in tali circostanze il silenzio, anzi la completa scomparsa, del presidente del Consiglio uscente. In questi giorni Prodi è però intervenuto all’assemblea radicale di Chianciano dove ha preso la parola per rivendicare i meriti del suo esecutivo, ha parlato tuttavia delle sole questioni economiche quasi che si trattasse di un ministro dell’Economia e non del presidente del Consiglio, responsabile dell’azione di governo in tutti i suoi diversi e molteplici aspetti.

Non ho condiviso (e si sarà capito) del governo Prodi i tentativi di far passare leggi come quelle sui DiCo e sul testamento biologico, il tentativo di assimilare il concetto ambiguo di “discriminazione di genere” alle violenze contro le donne e i minori, per non parlare delle linee guida che stravolgono la L. 40 o delle campagne a favore dei vari tipi di pillola abortiva, ma ancor meno ho condiviso questo “stile”, questo procedere, su temi importanti per il nostro futuro di civiltà, secondo percorsi ben poco limpidi che rispondono probabilmente ai classici canoni di un ipocrita “gioco delle parti”.

Una seria riflessione sulle cause della sconfitta all’interno del centrosinistra non dovrebbe trascurare questi aspetti.

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (1)(popup) | commenti (1)
categoria: politica, comunismo, dico, elezioni, attualitĂ , ideologia
martedì, 22 aprile 2008

1948: LA RIVOLUZIONE MANCATA (parte prima)

Quali erano le preoccupazioni di Alcide De Gasperi all’indomani della fine della guerra? Lo sappiamo: lo sviluppo delle istituzioni democratiche, la ripresa economica di un paese prostrato, il pane e la casa per le popolazioni ridotte alla miseria dal conflitto. Ma non c’era solo questo. De Gasperi aveva informazioni riguardo alla concreta possibilità di un’insurrezione comunista finalizzata alla presa del potere tra l’autunno del ’47 e la primavera del ’48. Un retroscena che solo ora viene alla luce grazie alle ricerche di Salvatore Sechi pubblicate sulla rivista "Critica Sociale". Lo storico si è servito di documenti inediti provenienti dal Dipartimento di Stato e dagli archivi del Ministero della Difesa degli USA.

Per capire le ragioni di questa preoccupazione per il futuro del paese si deve far riferimento al preciso contesto storico dell’immediato dopoguerra. Nei Paesi dell'Est, si erano già tenute delle consultazioni elettorali, ma in un modo o nell’altro le formazioni comuniste (sostenute dall’Unione Sovietica) avevano liquidato tutti i partiti avversari. Queste vicende non erano un mistero per nessuno. De Gasperi sapeva inoltre che i comunisti italiani avevano a disposizione un apparato clandestino più forte di quello dell'esercito italiano, ridotto ai minimi termini non solo a causa della guerra, ma anche a causa delle severe clausole del trattato di pace. L’Italia era infatti un paese sconfitto e costretto ad accettare un’umiliante “resa incondizionata”. I vertici militari riferivano al capo dello Stato che l’esercito italiano poteva contare su una forza di soli 50.000 uomini armati, non in grado pertanto di far fronte al duplice compito di mantenere l’ordine pubblico e trattenere sulla “soglia di Gorizia” una possibile forza di invasione dall’est. Dall’altra parte, la forza militare comunista (oggi lo sappiamo) contava più di 75.000 uomini armati. Queste circostanze spinsero De Gasperi, nell'autunno del 1947, a rinviare le elezioni fino all’aprile del 1948 e a far pressioni presso l'Allied Control Commission per ottenere un rinvio del previsto rimpatrio delle truppe anglo-americane già destinate a lasciare il territorio italiano novanta giorni dopo la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. De Gasperi si mostrò in questo più avvertito degli stessi vertici diplomatici e militari alleati.

Ma era davvero attendibile lo scenario di un’insurrezione armata? Nel periodo recente sono state riconsiderate anche numerose circostanze che sembrano indicare come possibile questa eventualità. Una nuova organizzazione, il Cominform, collegava adesso, per la prima volta, in un unico organismo di controllo, i partiti comunisti già al potere e quelli ancora all'opposizione in Europa. Inoltre, nel corso della conferenza costitutiva di questa organizzazione, tenutasi in Polonia a Szklarska Poreba, il 22 settembre 1947, i comunisti italiani e quelli francesi erano stati messi sotto accusa a causa di una linea politica giudicata troppo attendista e legalitaria con l'ordine di spingere verso una radicalizzazione del conflitto politico nei rispettivi paesi. Le critiche più dure erano state formulate dalla delegazione jugoslava, ma è noto che dietro questo attacco c’era l’incoraggiamento del rappresentante sovietico Zdanov. Del fatto che tali orientamenti fossero effettivamente recepiti troviamo prove significative negli avvenimenti di poco successivi del nostro paese. In una nuova serie di articoli, su Rinascita e sull’Unità, alcuni esponenti della Direzione nazionale del PCI (come Emilio Sereni) scendevano in campo contro le cosiddette “illusioni parlamentari”; si trattava di segnali, solo appena velati, rivolti al popolo comunista e all’apparato clandestino del partito… Al tempo stesso si assisteva al rilancio di una forte iniziativa di piazza con la moltiplicazione esponenziale delle cosiddette “lotte di massa”. Si veniva a determinare così uno scenario di tipo “pre-insurrezionale” in vista di un possibile scontro alla data del voto. Come aveva affermato Luigi Longo, delegato del PCI alla conferenza di Szklarska Poreba, i comunisti italiani si erano comunque adoperati per non consegnare le armi alle autorità alleate, ma le avevano messe da parte in vista del “possibile momento opportuno”.

Si è già detto dell’elevato numero di combattenti che il partito comunista sarebbe stato in grado di mobilitare. Non tutti gli uomini erano tuttavia allo stesso modo preparati e fidati. In caso di insurrezione un ruolo decisivo sarebbe stato svolto dai reparti d’elite dei GAP (Gruppi Armati Proletari) concentrati nei grandi centri urbani, con elevata presenza di personale esperto in tecniche di sabotaggio e guerriglia. Una delle missioni dei GAP sarebbe stata l’eliminazione, nelle realtà locali di competenza, di tutte le personalità riconducibili a forze sociali e partiti politici non comunisti, la medesima sorte sarebbe toccata ai responsabili locali del governo, ai religiosi e ai responsabili delle forze dell’ordine. All’azione dei GAP avrebbe fatto seguito la mobilitazione delle formazioni militari comuniste (Brigate d’Assalto Garibaldi), una miriade mal definita di “Divisioni”, “Brigate” e “Battaglioni”, comprensive di un personale più numeroso e giovane, ma anche meno sperimentato e sommariamente equipaggiato. Riguardo all’equipaggiamento della forza clandestina del PCI, emerge un quadro allarmante: numerose armi individuali nascoste presso le abitazioni private ed armi pesanti smontate ed occultate in genere presso i nodi stradali e le stazioni ferroviarie. Non mancano equipaggiamenti sofisticati come gli anticarro, gli esplosivi, i mortai e persino alcuni carri armati. Quel che scarseggia sono le munizioni e per tale ragione si sarebbe ricorsi ad integrazioni di materiale fornito dalla Jugoslavia e trasportato clandestinamente in Italia attraverso l’Adriatico, una frontiera poco o nulla presidiata. A Spalato in particolare, secondo le informazioni di rifugiati che avevano attraversato la frontiera con l’Italia, sarebbe stato ubicato il centro delle armi e del materiale propagandistico destinato al PCI. La logistica di questo esercito sarebbe stata infine assicurata dalle cooperative e dai sindacati dell’Emilia in grado di provvedere per molti mesi a forniture di prodotti alimentari, veicoli, benzina, lubrificanti, raccolti in grandi quantità presso i magazzini delle cooperative e negli stabilimenti di trasporti.

(fine della prima parte)

Stefano

 

Postato da ferrloren | commenti (1)(popup) | commenti (1)
categoria: cultura, comunismo, chiesa, religione, storia, elezioni, cattolicesimo, ideologia