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venerdì, 15 agosto 2008

PETER SINGER ED IL VECCHIO CHE RITORNA

Peter Singer è considerato dai suoi estimatori uno dei più significativi e innovatori pensatori contemporanei e seppure pochi sarebbero disposti ad ammettere una totale consonanza con le sue idee, è tuttavia innegabile la notevole corrispondenza tra le medesime e gli orientamenti etici e giuridici che si vanno affermando in gran parte d’Europa.

Appena una manciata di anni fa Singer sarebbe apparso come un eccentrico isolato per via delle sue posizioni di animalista radicale:

salutato quale “profeta della liberazione animale” dopo libri come DIRITTI ANIMALI E OBBLIGHI UMANI (1986) e LIBERAZIONE ANIMALE (1991), le sue intuizioni sembravano comunque destinate a restare confinate nel rassicurante recinto di uno scarso rilievo pubblico.

Non è più così. In Spagna la proposta della sinistra di riconoscere i “diritti umani” alle grandi scimmie (il “Projeto Gran Simios”) è stata votata dalla maggioranza dei parlamentari e ciò significa che persino quelle affermazioni che solo pochi anni fa sarebbero apparse francamente bizzarre hanno ora acquisito una piena legittimazione politica.

Ma la fortuna di Singer va ben oltre la questione dei diritti degli animali e si spiega piuttosto con le importanti ricadute del suo pensiero in ben altri e più decisivi campi dell’etica, come il rapporto tra l’uomo e l’ambiente o le questioni attualissime dell’eutanasia o dell’aborto. Qui Singer offre un contributo decisivo ad incrinare i fondamenti etici della civilizzazione occidentale così come l’abbiamo finora conosciuta, spodestando l’uomo da quel piedistallo sul quale tutta una tradizione culturale precedente, classica e cristiana e pure illuministica (se pensiamo a Kant…) l’aveva posto o perlomeno lasciato. Nel momento in cui non è più dato di riconoscere un confine definito tra l’essere umano e le altre specie viventi cadono fatalmente i riferimenti certi di tutte le nostre scelte. Non a caso Singer chiosa con un suo titolo: RIPENSARE LA VITA, LA VECCHIA MORALE NON CI SERVE PIU’ (1996).

Singer basa molte sue conclusioni sulle ambigue categorie concettuali di “qualità della vita” e di “sofferenza” che nel suo discorso vengono a prendere il posto dei tradizionali concetti di “bene” e di “male”.

Inoltre le suddette categorie si applicano indifferentemente a tutte le specie viventi, in quanto per lui “l’esclusione degli animali dalla sfera morale non è giustificabile razionalmente ed è frutto di un puro e semplice pregiudizio specista”.

Pertanto sarà un “male” trattenere un animale selvatico nella gabbia dello zoo perché questa limitazione del suo spazio vitale induce in lui una condizione di sofferenza, mentre sarà un “bene” uccidere il neonato disabile perché la sua condizione di malattia contraddice un concetto adeguato di qualità della vita. Singer pertanto non solo è favorevole all’aborto e all’eutanasia, ma è anche disponibile nei confronti dell’infanticidio...

Afferma infatti che il “provocare la morte di un bambino disabile non equivale moralmente a provocare la morte di una persona”, laddove egli circoscrive il concetto di persona unicamente ad  un essere capace di pensare il futuro, di avere bisogni e desideri”.

I bambini non manifesterebbero tali attitudini, soprattutto quelli appena nati, di conseguenza il valore della loro esistenza risulterebbe inferiore. Sarebbe poi frutto di una malfondata abitudine il credere che uccidere un uomo sia più grave che uccidere un essere appartenente ad una specie differente, la semplice differenza delle specie non legittima quelle che egli denuncia come forme di discriminazione operate dall’uomo nei confronti degli altri esseri viventi.

Le idee di Singer non sono rimaste confinate nel solo ambito delle speculazioni accademiche, ma sono entrate con forza dirompente nel dibattito politico dei nostri giorni e sono diventate, soprattutto in Europa, parte non irrilevante del bagaglio culturale di riferimento di movimenti politici di sinistra ambientalista, socialista o radicale.

Con il saggio: UNA SINISTRA DARWINIANA: POLITICA, EVOLUZIONE, COOPERAZIONE (2000), Singer ha voluto offrire il proprio contributo alla definizione di una nuova identità dei movimenti progressisti post-marxisti. La proposta di Singer per rifondare la sinistra consiste infatti nella completa adesione al cosiddetto “paradigma darwiniano”. Singer attribuisce a Marx il merito di aver riconosciuto il valore scientifico dell’opera di Darwin e di aver fatto propria la teoria dell’evoluzionismo, ma denuncia il carattere limitato ed in qualche modo strumentale di una tale opzione.

Marx, ovvero, avrebbe usato Darwin più che altro per dare spessore scientifico alla polemica contro la religione ed in seguito la sinistra avrebbe mantenuto questo medesimo limite, accogliendo in modo reticente una lezione della quale non sarebbero state riconosciute appieno tutte le implicazioni e le potenzialità.

Detto in altre parole: la sinistra non avrebbe avuto il coraggio di essere rivoluzionaria fino in fondo ed avrebbe rinunciato a rovesciare quelle categorie antropocentriche poste a salvaguardia di un mondo che aveva dichiarato di voler abbattere. La sinistra, chiarisce ancora Singer, si sarebbe lasciata frenare dal timore che il darwinismo avrebbe finito per offrire una legittimazione irresistibile all’idea della eliminazione dei più deboli…

Ma le cose evidentemente sono col tempo cambiate, le battaglie politiche sui cosiddetti “temi antropologici e bioetici”, che nel tempo presente vanno riscrivendo l’identità della sinistra in tutta Europa, sembrano indicare che oggi questo limite può dirsi definitivamente infranto. Espressioni come “promuovere la qualità della vita” o “porre termine alla sofferenza” sono ormai le parole d’ordine che accomunano le altrimenti sparpagliate forze della sinistra europea.

C’è tuttavia qualcosa di vecchio in questo nuovo che avanza e sarà il caso di denunciarlo a chiare parole: ritornano le solite accuse al Dio cristiano e non ci vuole molto per capire che, in Singer, Dio cristiano ed antropocentrismo fanno un tutt’uno e rappresentano, più o meno, la radice di tutti i mali che affliggono l’umanità: dal dissesto idro-geologico all’infelicità dell’uomo contemporaneo.

 Non a caso Singer sembra esprimere una qualche preferenza per il Buddismo…

 Colpisce soprattutto la radicale incapacità, da parte del direttore del Centre of Human Bioethics dell’Università di Melbourne, a cogliere il significato profondo della sofferenza umana, una difficoltà che lo costringe nel vicolo cieco di una disperata ossessione eutanasica. Eppure non manca un barlume di consapevolezza riguardo al tragico esito che tentativi, addirittura grandiosi, di rifondare l’Occidente affrancando l’umanità dal retaggio giudaico-cristiano, avevano sortito in un oscuro passato…

Siamo al déja vù ed immagino le repliche stizzite.  Hitler (o Stalin) avrebbe dato forma concreta ad un delirio irrazionale ed egocentrico, Singer invece guarderebbe alla realtà senza infingimenti nell’intento di liberare l’umanità da sofferenze e brutture e salvare il pianeta dalla distruzione…

 Si legga allora LA MIA BATTAGLIA di Adolf Hitler, laddove il giovane leader dei nazional-socialisti tedeschi confessa di essersi sentito interiormente “costretto” ad abbracciare una lotta, che sarebbe stata innanzitutto biologica e solo in seguito di tipo militare, per la salvezza del popolo tedesco...

Anche Hitler rigetta i tradizionali riferimenti morali (che reputa privi di solido fondamento scientifico) spinto dalla consapevolezza che le leggi darwiniane della lotta per la sopravvivenza non lascerebbero scampo a chi si mostrasse debole o compassionevole. Guarda caso, il suo programma “scientifico” fu sostenuto, oltre che da grandi scienziati della Germania di allora, anche da quei circoli esoterici che già da tempo vagheggiavano il superamento della religiosità giudaico-cristiana ed il rispetto per tutte le specie viventi…

Non mancava il sogno di un’umanità rigenerata, del ritorno ad un utopico stato di natura con la cancellazione del dolore e la rimozione del senso del peccato…

Sarebbero stati, di li a poco, proprio quelli che avevano espresso repulsione per la sofferenza e ed ammirazione per il rispetto coltivato in talune tradizioni orientali per tutte le forme di vita, a disporre i piani per lo sterminio dei disabili, dei malati inguaribili e dei malati mentali e poi anche di intere popolazioni ritenute biologicamente inferiori. Un paradosso che sarebbe bene non dimenticare…

 

Stefano

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categoria: cultura, comunismo, diritti umani, attualitĂ , cattolicesimo, eugenetica, ideologia
martedì, 05 agosto 2008

Solzenicyn

Un saluto ed un ricordo per un uomo grande e coraggioso

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categoria: cultura, comunismo, diritti umani, attualitĂ , ideologia
lunedì, 12 maggio 2008

Papa: "Aborto svilisce valore vita"

"Occorre aiutare con le leggi la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa". Lo ha chiesto il Papa, nell'udienza ai rappresentanti del Movimento per la vita, ricevuti a 30 anni dalla approvazione della legge 194 sull'aborto. "L'aver permesso di ricorrere all'interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e famiglie, ma ha aperto una ulteriore ferita nella società".

"Guardando ai passati tre decenni e considerando l'attuale situazione - ha osservato Benedetto XVI - non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa".

"Certamente - ha ricordato il Papa - molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l'aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell'esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall'altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all'accoglienza della vita, e alla tutela dell'istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna".

Ma, ha osservato ancora Benedetto XVI, "diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l'impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l'esigenza dell'amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro".

E qui ha inserito l'appello alle Istituzioni a porre "di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l'attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa". "Occorre - ha sottolineato - aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno".

da TgCom

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categoria: cultura, chiesa, famiglia, religione, papa, diritti umani, aborto, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo, eugenetica, embrione, ideologia
domenica, 27 aprile 2008

1948: LA RIVOLUZIONE MANCATA (parte seconda)

Dai rapporti top-secret del Dipartimento di Stato e del Ministero della Difesa degli Stati Uniti d’America emergono tre possibili scenari: tutti e tre danno per scontato il prevalere del Fronte Popolare (l’alleanza incoraggiata da Stalin tra i Comunisti ed i Socialisti italiani) ed il possibile conseguente passaggio del paese al blocco sovietico! La conquista di una netta maggioranza attraverso il voto è un'ipotesi che lo Stato Maggiore italiano (come riferisce il rapporto americano) considera addirittura “molto probabile”, così come è giudicato probabile che i socialcomunisti ottengano almeno una maggioranza relativa. In quest’ultimo caso si reputa probabile un aiuto al Fronte Popolare “dall’esterno” e l’attuazione di un vasto piano di “scioperi ed agitazioni politiche” con episodi di “ribellione armata” al fine di premere sul capo dello stato Enrico De Nicola per la nomina di un governo favorevole ai comunisti. La terza ipotesi è quella di una vasta insurrezione armata (sempre sostenuta dall’esterno) seguita dalla proclamazione di un cosiddetto “governo legittimo” da insediarsi nel nord della penisola e destinato ad essere riconosciuto dall’URSS e dagli altri paesi comunisti (come nel caso dell’esperienza greca). Nella prospettiva geopolitica dell’URSS controllare l’Italia significava non solo stabilire un saldo controllo sul Mediterraneo, ma anche isolare dall’Occidente paesi a rischio come la Turchia e la Grecia (dove imperversa una feroce guerra civile).

Colpisce in questi rapporti la disposizione da parte degli Stati Uniti ad accettare il responso delle urne, infatti ogni ipotesi di reazione riguarda unicamente il caso in cui i comunisti avessero colpito in forme violente i partiti avversari al fine di imporre una vera e propria dittatura. A fronte di ciò De Gasperi, anch’egli disponibile ad accettare il responso delle urne se non determinato da atti di forza, si adoperava invece per ottenere da Washington e da Londra una deroga alle severe condizioni del trattato di pace ed il riarmo dell’esercito italiano. Le richieste di De Gasperi si scontravano con un  muro d’ostilità presso le autorità militari americane, e solo tardivamente il presidente Truman avrebbe acconsentito ad un limitato invio di armamenti, tale da non soddisfare appieno le richieste italiane.

Queste vicende chiariscono probabilmente il reale significato di altre più o meno note. All’indomani della Liberazione e, in alcuni casi, anche prima, numerose figure eminenti della resistenza non  comunista (per lo più esponenti cattolici) sono eliminati in circostanze talora rimaste oscure per molti anni. Mario Simonazzi, comandante partigiano della 76ma Brigata SAP, una delle figure più carismatiche della Resistenza nel Reggiano, viene assassinato a pochi giorni dalla conclusione delle ostilità. Gli assassini sono alcuni partigiani comunisti (esponenti dei GAP?) che saranno fatti espatriare alla volta della Cecoslovacchia con la copertura del PCI. Giorgio Morelli, iniziatore dei famosi “Fogli Tricolore” (i primi volantini di propaganda antifascista diffusi dalla Resistenza) e giornalista de “La Penna” (il foglio clandestino delle Fiamme Verdi) è ucciso fuori dell’uscio di casa da partigiani comunisti, il 27 gennaio del 1946. Notevole è anche il caso della liquidazione della Divisione partigiana “Osoppo”, da parte dei comunisti delle locali Brigate Garibaldi a Porzûs. In questa circostanza sono assassinati Francesco De Gregori, zio del noto cantautore e comandante della formazione, Gastone Valente, esponente repubblicano e commissario politico, Guido Pasolini, fratello del poeta Pier Paolo. Sappiamo che la “Osoppo” presidiava proprio la “soglia di Gorizia” e che non aveva accolto la proposta di assecondare i piani finalizzati ad una penetrazione di formazioni iugoslave nel Friuli.

Quest’ultima vicenda ci riconduce a quell’ “aiuto esterno” tanto atteso dai comunisti italiani, cui si riferiscono anche molti rapporti esaminati da Sechi. E’ questo lo scenario di gran lunga più temuto: un possibile intervento militare dalla vicina Jugoslavia, governata con pugno di ferro dal maresciallo Josip Broz, detto Tito. A differenza dell’Italia, la Jugoslavia era una delle potenze vincitrici del conflitto, favorita pertanto nel rifornimento di equipaggiamenti militari sia da parte dei Sovietici che da parte degli Alleati, inoltre le sue forze combattenti erano state superbamente organizzate da un capo militare indubbiamente d’eccezione quale era Tito. Le forze jugoslave pertanto non avrebbero avuto alcun problema, in quella fase storica, a travolgere l'esercito italiano e ad impadronirsi di importanti località strategiche, così da tagliare in due l'Italia. Rimini, Ancona, la base aerea di Foggia e la città di Trieste erano gli obiettivi principali. Il PCI, nel frattempo, sarebbe insorto laddove la presenza della propria organizzazione clandestina risultava più forte ed opportuna: in Emilia (oltre 21.000 uomini armati), in Lombardia (13.000), in Veneto (7.000); ma anche in Campania (6.500), in Piemonte (5.500), nelle Marche (5.000), in Umbria (5.000).

(fine della seconda parte)

Stefano

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categoria: cultura, politica, comunismo, storia, diritti umani, ideologia
sabato, 19 aprile 2008

DIRITTI UMANI E TRASCENDENZA DELLA PERSONA

 Era l'Anno Domini 1665. Uno scrittore turco, Evliya Çelibe, era in visita a Vienna e vide una scena che per lui, islamico, aveva dello "spettacolo straordinario". Ecco la sua testimonianza:

"Ogni volta che l’imperatore incontra una donna per strada, se è a cavallo fa fermare il cavallo e la lascia passare. Se l’imperatore è a piedi e incontra una donna, assume una posa di riguardo. La donna saluta l’imperatore, il quale allora si toglie il cappello in segno di rispetto per la donna. Dopo che la donna è passata l’imperatore continua per la sua strada. È veramente uno spettacolo straordinario. In questo paese e in generale nelle terre dei miscredenti le donne hanno l’ultima parola. Sono onorate e rispettate per amore della Madre Maria" (cit. in Bernard Lewis, Il suicidio dell’Islam, Saggi Mondadori).

Uno spettacolo davvero straordinario, inconcepibile, per un islamico, questo rispetto portato ad una donna. Sono passati più di quattrocento anni. Nell'Occidente sono accadute molte cose. In diverse parti del mondo islamico la condizione della donna è sempre la stessa.

L'ultima notizia è di questi giorni: una ragazzina islamica di otto anni ha chiesto il divorzio dal marito trentenne alla quale è stata venduta. Sì, proprio venduta: è costume di quella gente vendere le figlie ad un uomo molto più anziano. Da quel momento le ragazzine diventano proprietà dell'uomo, che può fare con loro e di loro quello che vuole. In realtà la legge vorrebbe che l'unione sessuale avvenisse solo quando la ragazza ha raggiunto la maggiore età. Ma nessuno controlla e le famiglie delle ragazzine si limitano ad invitarle a "sopportare" gli abusi del marito.

In pratica siamo di fronte ad una pedofilia legalizzata. Una barbarie, un'evidente violazione della libertà di un individuo. Conviviamo con la schiavitù, che consideravamo abolita dalla faccia della terra. Barbarie, certo… ma siamo autorizzati ad usare questo termine?

No, secondo l'umanista e filosofo francese Michel de Montaigne, che nel 1580, intervenendo nel dibattito sulla questione degli indios americani, scriveva: "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa". Un bell'esempio di relativismo culturale, oggi molto diffuso.

Montaigne impartiva queste lezioni di tolleranza dal suo studio di umanista. Degli indios americani, delle loro abitudini, sapeva solo quello che gli era stato riferito da altri. Non aveva visto coi suoi occhi i terribili sacrifici umani degli aztechi; non aveva visto scene orribili di antropofagia. Non c'era la televisione a quel tempo, non c'era internet.

Noi oggi vediamo, conosciamo, sappiamo. In tempo reale. Davanti al caso della ragazzina islamica, seguendo la ricetta di Montaigne, dovremmo solo sospendere il giudizio, non permetterci di dire alcunchè, al limite (trovandoci nella situazione di poter fare qualcosa) voltarci dall'altra parte, non prendere posizione, rispettare la cultura degli altri. Perché permettersi, infatti, di intervenire, se nel momento in cui lo facciamo stiamo solo agendo secondo la "nostra" verità, la "nostra" cultura?

Il relativismo culturale ci vuole imporre di rinunciare alla nostra ragione, nel momento in cui ci dice che noi non possiamo conoscere, nemmeno per approssimazione, la verità sull'uomo. Non esiste una verità, ma solo delle opinioni, delle diverse interpretazioni, tutte sullo stesso piano, tutte con lo stesso valore. E' in fondo il convincimento di Nietzsche, che scriveva: "E' un'ipotesi completamente oziosa quella che le cose abbiano una consistenza in sé, del tutto astratta dalla interpretazione e dalla soggettività".

In realtà il relativismo culturale funziona finchè si ragiona in astratto sui libri. Di fronte alla realtà, di fronte a un caso concreto, il relativismo culturale cade con tutto il suo castello di carte. Chi accuserà Madre Teresa di Calcutta di non essersi rassegnata al sistema della caste indù, di essersi opposta a quella cultura per portare un nuove germe, più umano, più adeguato alla dignità dell'uomo? E perché aiutava quella gente? A partire da quale cultura? Da quali convincimenti? Ed era più umano il suo atteggiamento o quello di chi abbandonava e abbandona i paria al loro destino?

Non possiamo trincerarci dietro una comoda sospensione del giudizio. Né vergognarci di quello che la nostra cultura occidentale ha faticosamente elaborato, grazie soprattutto al cristianesimo che l'ha innervata e plasmata e che ci ha ripetuto un annuncio liberante: l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio e tutti gli esseri umani hanno uguale valore e dignità. E' questo il valore trascendente della persona umana.

E' precisamente quello che ha sottolineato Benedetto XVI nel suo discorso di ieri alle Nazioni Unite:

“I diritti umani sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l'interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

Gianluca Zappa







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