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giovedì, 15 ottobre 2009

CARO DARIO, L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’!

I Democratici hanno votato, compatti come soldatini, la legge cosiddetta “antiomofobia”. Solo una parlamentare, Paola Binetti, ha votato contro rivendicando la fedeltà ai propri principi e la libertà di coscienza. Questa rivendicazione della libertà di coscienza, questo richiamo alla libertà del parlamentare, ha destato il plauso di Massimo Boldrini, storico commentatore di Radio Radicale. 

 

 

Severa invece è stata la condanna pronunciata dal segretario del partito Dario Franceschini, per il quale “sull’omofobia c’è una sola linea nel partito e la libertà di coscienza non centra”. Non solo, Franceschini, preoccupato per la concorrenza “laicista” di Ignazio Marino nella competizione interna ha scaricato violentemente la sua parlamentare invitandola a lasciare il partito.

 

 

La domanda sorge allora spontanea: che ci era andato a fare Dario Franceschini (con Veltroni) a Barbiana nel Giugno del 2007? Una gita? Il nostro aveva addirittura affermato: “penso che don Milani non si aspetti da noi che veniamo qui solo a ricordarlo, ma ci chieda di rimboccarci le maniche…”, dando con ciò l’impressione di uno che certi insegnamenti intendeva prenderli davvero sul serio…

 

 

Ma ironia della sorte vuole che una delle opere fondamentali del parroco di Barbiana porti un titolo che francamente, in un momento come questo, suona proprio come una condanna per Franceschini e per i vertici del Pd: “L’obbedienza non è più una virtù”.

 

 

Povero Franceschini! Quanti anni trascorsi inutilmente nell’associazionismo cattolico a riflettere sul pensiero di don Milani, illudendosi forse che certi principi si  applicassero solo agli altri, che riguardassero casi lontani e non invece la responsabilità morale di ciascuno di noi…

 

 

Tanti anni a sottolineare il “primato della coscienza” ed ecco che alla prova dei fatti la coscienza viene trattata come un intralcio. Il problema non è nel fatto che la Binetti pretenda di obbedire alla coscienza, il problema è nel fatto che non si capisce più dove sia andata a finire la tanto vantata “coscienza cristianamente formata” degli altri esponenti cattolici del Pd.

 

 

Stefano

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categoria: politica, diritti umani, attualitĂ , omosessualitĂ , cattolicesimo, parlamento, morale, dario franceschini
martedì, 15 settembre 2009

INTIMID-AZIONE

Pubblichiamo questo pezzo del nostro amico Berlicche, che denuncia il gravissimo attacco alla libertà di opinione che si sta mettendo in atto in questi giorni.

Era stato annunciato sui giornali, ora sono arrivate. Sto parlando delle denunce promesse dal padre di Eluana Englaro, qualche mese fa, nei confronti degli audaci che avevano osato parlare della morte della ragazza come di un omicidio legalizzato. In effetti un uso assolutamente sbagliato e strumentale dei termini: non si può chiamare "legalizzato" ciò che legale non è stato mai, ma voluto pervicacemente come un unicum inteso a fare male, a dividere, a colpire, a spezzare.

Il mio primo impeto alla notizia è stato di perplessità e rabbia. Come mai loro sì e io no? Ma ormai me ne sono fatta una ragione. Da qualche parte dovevano pur cominciare. Se la causa fosse vinta potrebbe diventare una specie di tassa sull'essere cristiano, sull'esempio della jizya, l'imposta pagata dai cristiani ai musulmani laddove vige la sharia. Oppure un po' come sacrificare all'Imperatore ai tempi dell'Impero Romano. Potevi astenerti dal farlo, ma sapevi come sarebbe andata a finire.

Un dubbio però mi sorge: come faranno i tanti sostenitori di papà Beppe a conciliare il sostegno datogli a suo tempo con quello elargito alla prossima manifestazione sulla libertà di stampa? A chi si rivolgeranno parlando di "regìa di intimidazione"? Mi aspetto doppi salti mortali verbali, se pure qualcuno oserà dir qualcosa. Magari del tipo che la vera stampa libera è solo quella con il bollino.

Staremo a vedere. I cattolici hanno una lunga esperienza sia ad essere perseguitati che ad abbracciare i loro persecutori. Perché ci è chiaro chi siamo: diffamatori, ed anche ladri, falsi, violenti, perversi ed assassini a nostra volta. Ma desiderosi di cambiare, perdonàti, e pure noi abbracciati, se solo lo vogliamo. Se solo lo vogliamo.

Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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categoria: diritti umani, attualitĂ , eutanasia, eluana, englaro
lunedì, 06 luglio 2009

QUELLO CHE CI INSEGNA SANTA MARIA GORETTI

Il 6 luglio di centosette anni fa moriva Maria Goretti, uccisa a undici anni perché si era rifiutata di cedere alla violenza di un ragazzo suo amico. La Chiesa l’ha dichiarata santa nel 1950, considerandola una martire, testimone di Cristo.

L’aggressione era avvenuta il giorno prima. Maria era in casa, a sorvegliare la sorellina più piccola che stava dormendo, mentre la sua famiglia e quella dell’assassino stavano fuori a lavorare, in un pomeriggio di caldo torrido. Alessandro Serenelli, l’amico di famiglia, le stava appresso da almeno un anno. Era un adolescente che si attaccava in camera le immagini provocatorie (per quei tempi) delle chanteuses ritagliate dai giornali e dalle riviste e con quelle alimentava le sue fantasticherie un po’ morbose. Sua madre era morta da diversi anni e prima di trasferirsi nella Pianura Pontina, per la mezzadria, la famiglia aveva vissuto nei pressi di Ancona, in un ambiente poco adatto per l’educazione di un ragazzo.

Alle avance di Alessandro Maria si era sempre sottratta. La ragazza aveva una profonda fede, si comunicava spesso e tutte le volte che poteva, anche a costo di grandi sacrifici (d’estate la chiesa era a parecchi chilometri di distanza dalla sua casa). Ma quel pomeriggio del 5 luglio 1902 la furia entrata in corpo ad Alessandro fu più forte di lei, anche se in realtà non la vinse.

Il ragazzo, con una scusa, abbandonò le famiglie che stavano lavorando ed entrò in casa con un preciso obiettivo: avrebbe avuto Maria, oppure l’avrebbe ammazzata. Prese un punteruolo che serviva per cucire le scope e lo tenne a portata di mano. Poi pretese che Maria lo seguisse. Alle sue resistenze, la trascinò, fuori di sé, nella stanza da letto, che chiuse con un calcio. Tentò di scoprirle le gambe, ma lei si divincolava e gli gridava “Alessandro, che fai? Tu vai all’inferno!”.

Il giovane non ci vide più. Colpì ripetutamente Maria all’addome. Quella urlava “Muoio! Mamma, mamma!” ed invocava Dio.

Fu caricata in fin di vita su un carro e, dopo un viaggio disagiato come poteva esserlo a quel tempo e per gente in quelle condizioni, arrivò all’ospedale di Nettuno, dove morì il giorno dopo. Fece in tempo a dire al confessore che perdonava il suo assassino e che lo avrebbe voluto con sé in Paradiso. Le stesse parole di Cristo in croce. Alessandro, dopo aver scontato 27 anni di pena, concluse la sua vita nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno.

Al momento della santificazione di Maria Goretti qualcuno avanzò delle perplessità. Resistere allo stupro e perdonare il suo aguzzino sul letto di morte erano elementi sufficienti per dichiarare questa ragazzina una “martire di Cristo?”.

Oggi, a più di cento anni da quell’orrendo delitto, dobbiamo proprio dire che la Chiesa fu, come al solito, profetica. Una bimba di undici anni che muore mentre cerca di difendere la propria verginità è davvero una “martire”, cioè una “testimone” per un tempo che sta ribaltando dalle radici l’essere umano e in particolare proprio la donna. Oggi che la verginità viene derisa, disprezzata, ridicolizzata, oggi che la pressione della mentalità comune in qualche modo costringe le ragazzine a sperimentare il sesso il prima possibile, anzi, le vede protagoniste di una ricerca spasmodica della “prima volta”, l’esempio di Maria Goretti è davvero come quello di una barca fatata che, prodigiosamente, risale contro corrente la fiumana distruttiva.

Oggi che ci confrontiamo in modo drammatico con la cultura dei paesi islamici, dove spesso la donna è ancora una schiava nelle mani dell’uomo, dove le ragazzine di undici anni (e anche più piccole) vengono vendute come spose bambine, senza che l’occidente civilizzato, l’occidente delle libertà e dei diritti alzi la voce, senza che si facciano manifestazioni nelle strade, senza che le femministe si producano in qualche clamorosa protesta, Maria Goretti è l’icona di quella grande legge di libertà e di dignità umana che è una conseguenza della fede cristiana e della cultura cristiana.

Un’eroica martire di appena undici anni può diventare il modello femminile sul quale ricostruire la grandezza dell’essere umano, sia uomo che donna. Per questo l’abbiamo voluta ricordare.

Gianluca Zappa

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categoria: religione, storia, antropologia, diritti umani, santi, cattolicesimo, morale
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

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categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
mercoledì, 24 giugno 2009

IMBARAZZI CATTOLICI

Lui si chiama Maria Josè Rico Llorca e vive ad Alicante, ridente località di villeggiatura sul Mediterraneo valenciano. E’ azionista di controllo della Rainbow Tourism (TurismoArcobaleno), un’agenzia “gay-friendly” che, grazie ad una joint-venture con l’Istituto Bernabeu, nota clinica di inseminazione, promette “sole, mare e fecondazione artificiale per coppie di lesbiche”. Insomma, la lesbica va, si gode la vacanza, e torna col pancione. Un business che guarda soprattutto al mercato italiano, dove le norme in materia sono molto più restrittive che in Spagna.

Lui, Maria Josè Rico Llorca, non è uno qualsiasi. E’ stato assessore al Turismo nelle file dei Popolari, il partito “cattolico” spagnolo. Oggi mercanteggia vendendo figli a coppie omosessuali.

In Italia abbiamo il caso di Silvio Berlusconi: corruttore e corrotto, pedopornografo, pidduista, mafioso, favoreggiatore della prostituzione, in perenne conflitto d’interessi e chi più ne ha più ne metta. Sempre al centro di inchieste più o meno cialtrone. Personaggio da gossip. Non proviene dalla sagrestia, né dalle fila del cattolicesimo politico italiano. Non è nemmeno completamente in regola con le leggi di Santa Romana Chiesa. Ma c’è una differenza: se in Italia c’è una Legge 40 che limita il far west della fecondazione assistita e riconosce i diritti dell’embrione, è grazie a lui; se in Italia si sta facendo una legge che eviterà il ripetersi di uccisioni barbare come quella di Eluana Englaro, lo si deve a lui; se in Italia da qualche anno c’è una legge che consente di destinare il 5 per mille a chi s’impegna nel sociale è perché lui se l’è inventata; se oggi non è a tema una legge sul matrimonio gay (sulla quale la cattolicissima Bindi aveva annunciato significative aperture) è perché quest’uomo riesce a tenere duro.

Questo personaggio così scomodo, ingombrante, secondo alcuni impresentabile, è l’unico capo di Stato ad aver difeso Papa Benedetto XVI dall’immonda campagna di stampa montata estrapolando una frase a proposito di Aids e preservativi. Laddove cattolici rinomati italiani, tedeschi, inglesi e spagnoli, prendevano prudentemente le distanze.

Domanda: meglio il popolare Llosa o Silvio Berlusconi? Meglio la cattolica Bindi o Berlusconi? Meglio il cattolico adulto Prodi (che fu capace di ironizzare perfino sulle guardie svizzere) o il figliodiputtana Berlusconi?

La domanda andrebbe girata a don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, e a tutti quei cattolici (ce ne sono molti) che continuano a votare a sinistra senza tanti problemi di coscienza. Ma loro la risposta ce l’hanno: quel che conta supremamente in un uomo politico è la sua “credibilità”. Se un uomo politico è “pulito”, è “moralmente ineccepibile”, è “virtuoso”, insomma, ha le “mani pulite”, può pure firmare o proporre o sostenere una legge anticristiana, cioè antiumana (perché è lo stesso). Nessuno gli chiederà conto della sua attività politica e della cultura che attraverso quell’attività contribuisce a diffondere. E’ la tragica eredità che ci ha lasciato l’intellighenzia cattolica (soprattutto di Azione Cattolica e Fuci) degli anni Settanta.

Il caso di Llosa mi pare emblematico. Fatico sinceramente a capire come quest’uomo abbia potuto fare l’assessore per conto del Partito Popolare spagnolo. Spero che ne sia stato radiato, ma non ne sono certo. Come non sono certo che certi cattolici italiani arrivino a percepire la contraddizione e l’orrore di un politico cattolico che diventa manager di un’impresa di turismo procreativo per coppie lesbiche.

E’ divertente, in questi giorni, leggere alcune lettere al quotidiano Avvenire. Vi si trova il parere di cattolici evidentemente imbarazzati, spiazzati da questo premier che oggettivamente appare molto amico della Chiesa. E non sono contenti, perché odiano Berlusconi, non ne possono nemmeno sentire il nome e non riescono ad ammettere che in pochi anni i governi presieduti da quest’uomo hanno fatto molto di più che quarant’anni di Democrazia Cristiana. Sminuiscono questo contributo, dicono, per esempio, che la Chiesa non è un’agenzia di bioetica. Hanno ragione, ma il problema è che loro vorrebbero che fosse un’agenzia etica. Il cane si morde la coda.

La storia è piena di uomini moralmente a posto, che hanno sterminato l’umanità. Berlusconi non sarà moralmente a posto, ha molti difetti e dovrebbe sicuramente migliorare certi aspetti della sua immagine e del suo comportamento pubblico, ma non condivide l'ideologia di uno Llosa. E non è poco.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, chiesa, papa, diritti umani, attualitĂ , berlusconi, omosessualitĂ , embrione, morale, eluana
giovedì, 11 giugno 2009

GHEDDAFI ALL'UNIVERSITA' LA SAPIENZA E IL PAPA NO

Al Magnifico Rettore Prof. Luigi Frati
Al Senato accademico
Ai colleghi dell'Università di Roma “La Sapienza”

Magnifico Rettore, cari colleghi,

    apprendo con costernazione che l'Università di Roma "La Sapienza", che non ha saputo accogliere con rispetto e civiltà il papa Benedetto XVI, accoglierà il giorno 11 giugno il leader libico Moammar Gheddafi, che incontrerà la comunità accademica tutta in aula magna. Il comunicato reso pubblico recita che il sig. Gheddafi si rivolgerà in particolar modo ai nostri studenti. 
        Non so in quale sede accademica sia stata deliberata questa visita né per quali ragioni sia stata decisa.
       Esprimo la mia ferma protesta circa l'opportunità di invitare solennemente il sig. Gheddafi, leader di un regime dittatoriale, a parlare nella nostra Università, che mi auguro dedita con sforzo congiunto di tutta la comunità accademica -al di là di ogni differenza politica- alla tutela dei principi di democrazia e libertà, che sono a fondamento della Costituzione repubblicana, e a tenere vivi tra i nostri giovani studenti sentimenti  di profondo attaccamento alla libertà e alla pace.
        Ricordo che pochi giorni fa è morto, dopo sette anni di patimenti nelle prigioni libiche, Fathi Eljahmi, dissidente libico che ha patito nelle carceri l'oppressione del regime di Gheddafi insieme alla moglie a al figlio maggiore  solo per aver combattuto per il diritto di parola e per riforme democratiche. Mi chiedo se qualcuno nella comunità accademica della Sapienza potrà chiedere conto all'ospite del destino tragico di questo spirito libero e di tutti i suoi concittadini, meno noti, che per persecuzione politica sono stati costretti a tacere, sono stati imprigionati o sono stati espulsi dal paese.
Ricordo che i partiti politici sono vietati, che è vietato il diritto di sciopero, che la stampa è soggetta a censura, che la magistratura è controllata dal governo, che vi sono severe restrizioni al diritto di parola, di associazione, di manifestazione e alla libertà di religione. Ricordo che l'attuale regime libico ha espropriato ed espulso senza diritto di difesa le residue comunità ebraiche presenti in Libia e la Libia, storicamente centro di una fiorente comunità ebraica, è oggi uno Stato privo della presenza di qualunque cittadino di religione ebraica. Ricordo che nell'ambito delle Nazioni Unite il regime libico ha promosso ripetutamente campagne di attacco fazioso e violento contro lo Stato d'Israele ed è stato tra i promotori della conferenza Durban II, dalla quale l'Italia si è ufficialmente dissociata e alla quale si è rifiutata di partecipare.
      Mi chiedo quali insegnamenti il sig. Moammar Gheddafi potrà impartire ai nostri studenti e  perchè la nostra comunità accademica debba ascoltarlo senza una voce critica chiara e ferma. Se la diplomazia internazionale segue la propria strada, la comunità accademica dovrebbe sempre e comunque, con coraggio, parlare a tutela della libertà.
        Prof. Bruna Ingrao

 

Ringrazio l’amico Frapiumino per la segnalazione e per il materiale fornitomi su questo particolare evento che per vari motivi non è stato molto rimarcato.

Mentre Benedetto XVI si trovò costretto a non entrare all’Università di Roma La Sapienza, Gheddafi viene chiamato dalla comunità accademica ad impartire lezioni.

Questa lettera incarna le proteste ed intelligentemente evidenzia le differenze tra la comunità accademica e la diplomazia internazionale e la politica, differenziandone ed evidenziandone i compiti.

Per questo, se per motivi politici i governi europei “accolgono” Gheddafi, la comunità accademica e  soprattutto quella studentesca potrebbero marcare il loro dissenso.

La domanda è: perché col Papa si e con Gheddafi no?

Ecco parte dell’invito  rivolto a “docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati”.

 

giovedì 11 giugno – ore 12.30
aula magna
piazzale Aldo Moro 5, Roma

Moammar Gheddafi, leader della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, incontrerà la comunità accademica giovedì 11 giugno in aula magna. L’incontro alla Sapienza, dedicato in particolare agli studenti, sarà l'unica occasione di dialogo con gli universitari italiani nell’ambito della visita del leader libico a Roma. Sono invitati a partecipare i docenti, il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, le rappresentanze studentesche delle singole facoltà e gli studenti interessati.

 

 

taspaolo User: taspaolo

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categoria: cultura, politica, scuola, europa, papa, diritti umani, laicismo, islam, attualitĂ , parlamento, ideologia, povera patria
venerdì, 22 maggio 2009

IL PIANO INCLINATO

Ogni volta che si discute di temi di particolare rilevanza etica, chi come noi si batte in difesa della vita non manca di segnalare alla parte avversa il pericolo del cosiddetto “piano inclinato”: il rischio ovvero che, ammesse alcune deroghe a grandi principi etici, la falla si allarghi al punto che quanto era stato inizialmente consentito solo a motivo di circostanze eccezionali, si trasformi infine in un’espressione di libertà che non ammette bilanciamenti di sorta. 

Ora, è un fatto che in alcuni paesi d’Europa si stiano facendo i passi appropriati (senza che l’opinione pubblica ne abbia una reale percezione) per inquadrare la procedura abortiva in un contesto culturale e giuridico che appare ben differente da quello del passato: non più l’aborto come “male minore”, giustificato ovvero nel contesto di un sia pur presunto conflitto di interesse, e dove l’interesse dell’adulto, a certe condizioni, finisce per prevalere su quello del bambino… ma l’aborto come “diritto soggettivo” fondato unicamente sul principio di autodeterminazione dell’adulto e non sottoposto a condizioni o limiti di sorta.

La tendenza a forzare il quadro culturale e normativo tradizionale offre alla nostra attenzione vicende una volta neppure lontanamente pensabili: è di questi giorni la notizia che in Svezia le autorità hanno stabilito la piena legalità dell’aborto selettivo basato sul mero criterio del genere. Una donna, già madre di due figlie, si era infatti sottoposta ad amniocentesi al fine di verificare il sesso del nascituro. Appreso che si trattava di una bambina e non di un maschietto, chiedeva ai sanitari dell’Ospedale Mälaren di interrompere la gravidanza.

I sanitari si sono allora rivolti per un parere in merito alla Commissione nazionale per la salute ed il welfare che, pochi giorni fa, ha risposto in senso favorevole alla richiesta della donna. In breve, la Commissione nazionale ha affermato che la richiesta formulata dalla donna debba essere accolta dato che l’aborto (consentito in Svezia fino alla diciottesima settimana) è da reputarsi “un diritto inalienabile” anche quando fosse motivato solo sulla base di “una preferenza di genere” espresso dalla richiedente.

Varrà la pena ricordare che in Svezia l’aborto è una “conquista sociale” fin dal lontano 1938, quando il paese intratteneva ottimi rapporti con la Germania nazista e varava una legislazione di tipo eugenetico affine a quella tedesca. In questo paese gli abitanti godono oggi di un elevato tenore di vita, e tuttavia, oltre il 25% delle gravidanze si conclude con un aborto procurato (dati dello Johnston’s Archivi), percentuale che cresce di anno in anno e che ha registrato un impressionante balzo in avanti del 17% a seguito dell’introduzione della cosiddetta “pillola del giorno dopo”, il farmaco che a detta degli esperti avrebbe dovuto abbattere il numero dei costosi aborti chirurgici. Colpisce anche il fatto che in Svezia l'educazione sessuale faccia parte integrante dei programmi scolastici fin dal lontano 1956. Dal 1992, infine, l’Organizzazione svedese per l’educazione sessuale (RFSU) dava inizio ad un’attività che prevedeva addirittura la “consegna rapida”, su semplice richiesta telefonica, dei preservativi al domicilio degli interessati!

Si conferma pertanto il dato della sostanziale inefficacia delle strategie di prevenzione basate unicamente sulla massiccia diffusione di contraccettivi e sul facile accesso all’interruzione della gravidanza. E’ quanto si evidenzia, del resto, anche nella ben più popolosa Gran Bretagna dove, negli ultimi anni, sono state varate drastiche misure di segno analogo cui ha fatto seguito la moltiplicazione degli aborti chirurgici, particolarmente tra le giovanissime.

Tutto questo aiuta a capire che nessuna prevenzione dell’aborto è in realtà possibile se non si ha il coraggio di definire l’aborto per quello che è: non un inesistente diritto (potere?) di vita o di morte sul concepito, ma un dramma da evitare perché ferisce la donna che lo pratica ed uccide un essere umano indifeso ed innocente. Questa sconcertante sentenza avvicina purtroppo la Svezia alla Cina comunista dove, come è noto, l’aborto falcia legalmente o illegalmente la vita di molte bambine solo perché bambine! Ed in questo strano paradosso trova ulteriore conferma il monito di Giovanni Paolo II per il quale “una democrazia senza valori scivola ben presto, subdolamente o meno, verso forme esplicite o implicite di totalitarismo”.

Il piano inclinato esiste, non è evidentemente una nostra invenzione.

Stefano

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categoria: diritti umani, aborto, embrione, ideologia
martedì, 19 maggio 2009

THE DARK SIDE OF OBAMA

L’ultima che ho visto è una T-shirt colorata con la foto di Obama e la scritta “Hope”. Obama come icona della speranza mondiale? Difficile sostenerlo, quando la sua amministrazione finanzia con 50 milioni di dollari il controllo delle nascite ovunque nei Paesi sottosviluppati. Controllo delle nascite che spesso è solo un eufemismo per non dire aborto.

Niente di strano che il neo presidente sia stato fischiato dagli antiabortisti nel corso della cerimonia alla Notre Dame University. E bene hanno fatto coloro che hanno fischiato, che hanno dimostrato tutta la loro disapprovazione: è bene che si sappia che un numero molto sostanzioso di contribuenti americani non è affatto contento di finanziare, specie poi coi tempi che corrono,  una campagna per l’aborto su scala  mondiale.

E’ bene che su questo argomento ci sia chi continua a tenere desta l’attenzione di tutti, perché è proprio questo uno dei punti più sconcertanti e più deboli dell’amministrazione Obama. I fischi e gli insulti potranno sembrare poco educati. Ma come definire, allora, chi impegna il denaro di tutti per la diffusione del diritto all’aborto nel Terzo Mondo?

Non si può smantellare Guantanamo, in nome dei diritti umani, e poi considerare un “diritto umano” la soppressione di un innocente attraverso l’aborto. E’ una contraddizione troppo grossa, ed Obama, nella sua lodevole volontà di dialogo, dovrebbe sforzarsi di scioglierla. Invece, mi pare, proprio questo è mancato nel suo discorso alla Notre Dame University.

Obama ha chiesto “cuori aperti, menti aperte, parole intellettualmente oneste”. Va bene. Ma la prima onestà intellettuale è quella che chiama le cose col loro nome e che esplicitamente dichiara che l’aborto è la soppressione di un essere umano. E che, successivamente, si chiede onestamente se il diritto della donna venga prima del diritto all’esistenza di un figlio.

Comunque, delle aperture significative sono state fatte. Obama non ha cambiato opinione, quindi considera l’aborto lecito e sacrosanto, ma ha fatto un’importante concessione alla platea: “possiamo concordare che sia una decisione lacerante per qualsiasi donna, con dimensioni morali e spirituali. Quindi lavoriamo insieme per ridurre il numero delle donne che vogliono abortire, diminuendo le gravidanze non volute, facilitando le adozioni, assicurando assistenza e sostegno a chi decida di tenersi il bambino”.

Ma resta un inquietante interrogativo: perché finanziare con la cifra di 50 milioni di dollari qualcosa che è lacerante per ogni donna e che comporta gravi conseguenze morali e spirituali? Viene da chiedersi: che senso ha tutto questo? Se la strada da percorrere è un’altra (ed è proprio quella che Obama ha delineato) perché non imboccarla con decisione, senza compromessi, senza ambiguità? Dov’è la coerenza? Dov’è l’onestà intellettuale?

Hillary Clinton ha difeso  un mese fa davanti alla Commissione Esteri della Camera il diritto all’aborto, ritenendolo parte della salute riproduttiva. “In alcuni Paesi africani ho visto bambine di 12-13 anni che restano incinte”, ha aggiunto, giustificando così il pesante impegno economico assunto dall’amministrazione Obama. Non ci siamo. E’ proprio tutto un altro modo di guardare lo stesso problema. Nessuno si augura che una bambina africana resti incinta a 12 anni. Ma nessuno si augura che la soluzione per quella bambina sia l’aborto. Usare le minorenni africane come carne da macello, che passano col pancione sotto i ferri legali, sicuri e sterilizzati del chirurgo, è una barbarie molto, ma molto maggiore rispetto al lasciare che la natura faccia il proprio corso.

Insomma, mettetela come vi pare, ma questo è il volto oscuro dell’amministrazione Obama, la macchia nera su un vestito che si vorrebbe immacolato, la politica della disperazione che ammazza ogni speranza. Non si può invocare il dialogo se prima non ci si mette d’accordo sui fondamenti della questione.

Ha ragione Obama, ci vogliono cuori aperti, menti aperte, parole oneste. Peccato che lui per primo non dia il buon esempio.

Gianluca Zappa

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categoria: diritti umani, aborto, attualitĂ , ideologia, obama
sabato, 04 aprile 2009

UNA SENTENZA DESTABILIZZANTE

La sentenza della Corte Costituzionale, relativa alla Legge 40, a mio parere è molto grave. Per un semplicissimo motivo: perché è destabilizzante. Ancora una volta assistiamo ad un’invasione di campo che scippa non solo al Parlamento (il quale la legge l’ha fatta), ma anche all’intera Nazione (che ha boicottato il Referendum che intendeva abrogare quella legge) il proprio potere.

E’ una sentenza che fa il paio con quella dei giudici del caso Englaro. Solo che stavolta la legge c’è. Allora che si fa? La si mutila di alcuni punti qualificanti. E’ vero che i pilastri della legge non sono stati intaccati, ma è altrettanto vero che l’intervento della Consulta ha avuto la conseguenza di creare un impianto legislativo che ora è diventato contraddittorio. E che quindi presterà il fianco a conflitti d’ogni genere, ad abusi, ad interpretazioni “creative”.

Spieghiamoci meglio. Dopo l’intervento della Corte la legge 40 è cambiata pochissimo. Restano in piedi, come spiegava ieri Avvenire, i suoi principi fondamentali:

-         la tutela degli interessi del concepito in posizione non subordinata rispetto a tutti gli altri soggetti coinvolti;

-         il divieto di procreazione assistita a carico di donne sole o dopo la morte del partner;

-         la proibizione di pratiche eterologhe;

-         il divieto di qualsiasi sperimentazione sugli embrioni;

-         il divieto di distruggere, clonare, selezionare a fini eugenetici, congelare e selezionare quanto al loro sesso gli embrioni;

-         la proibizione di riduzione embronaria di gravidanze plurime:

Tutto ciò resta in vigore e vuol dire che: il concepito è un soggetto di diritti fin da quando è allo stadio embrionale; non esistono solo i diritti della coppia che lo vuole, né vengono prima di ogni altra cosa; con l’embrione la tecnoscienza non può permettersi abusi e sperimentazioni selvagge, ma deve agire nel pieno rispetto e con tutta l’accortezza possibile.

Non è una legge confessionale e religiosa. I cattolici non la considerano un bene, quanto piuttosto un male minore. Quindi ogni accusa di dogmatismo religioso appare infondata. E’ piuttosto una legge fatta e approvata da rappresentanti del popolo che hanno agito secondo la propria coscienza e con un senso sacro, laicamente sacro, della vita umana. E’ ovvio che molti di quei parlamentari si siano ispirati, e lo facciano tutt’oggi, ai principi della morale cristiana. Ma è lecito avere delle proprie convinzioni morali o bisogna essere tutti appiattiti sul pensiero unico radical-laicista?

Detto questo, capiamo cosa ha combinato la sentenza della Consulta. Ha giudicato incostituzionale il comma 3 dell’art. 14, accusandolo di non prevedere la subordinazione del trasferimento degli embrioni in utero a una rigorosa tutela della salute della donna; inoltre ha rimosso la conclusione del comma 2 del medesimo articolo, che impediva la formazione in vitro di più di tre embrioni e prevedeva il dovere del medico di procedere “ad un unico contemporaneo impianto”.

E qui scattano tutte le contraddizioni di questa strampalata e grave sentenza. Perché se, in teoria, un medico potrebbe avvalersi della nuova possibilità di creare degli embrioni soprannumerari (più dei tre originariamente previsti), resta però il divieto di crioconservarli o sopprimerli o procedere alla selezione eugenetica.

Ma allora cosa cambia? “Un medico che domani crea tre embrioni – si chiede Assuntina Morresi (consulente del Ministero al Welfare) - che farà, visto che non può sopprimere o congelare nessuno? Li dovrà trasferire tutti e tre, esattamente come prima”.

Già, ma intanto la legge è stata stravolta, e mi sento di condividere il disorientamento  della ginecologa Eleonora Porcu, responsabile del Centro sterilità dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna: “Se si produce un numero di embrioni superiori al necessario, si avranno di nuovo embrioni soprannumerari. Che destino avranno? E noi operatori come dobbiamo comportarci tra due ingiunzioni contraddittorie?”.

Ecco perché questa sentenza è una vera e propria porcata. Non si demolisce la legge (apparentemente), ma la si erode dall’interno. Si apre un varco, rimuovendo quei mattoni che si potevano rimuovere. Aspettiamoci ora una stagione di conflitti, con medici che producono più embrioni e tornano a sopprimere i soprannumerari, senza che lo Stato (lento, impacciato, povero di risorse) riesca a fare i dovuti controlli. Aspettiamoci nuove pratiche invasive sulle donne e un nuovo commercio di ovociti, “donati” da delle povere disgraziate (soprattutto dell’Est europeo), che per una manciata di euro si fanno riempire di ormoni.

E questa sarebbe, secondo Fini, una sentenza che “rende giustizia alle donne”!

C’è da augurarsi che la politica faccia presto la sua parte per eliminare ogni possibile ambiguità e operare una radicale limitazione dei danni causati da questa sentenza.

Gianluca Zappa

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categoria: scienza, diritti umani, attualitĂ , embrione, legge 40
lunedì, 30 marzo 2009

MA CHE C'ENTRA LO STATO ETICO?

Quello che sinceramente mi dà fastidio, molto, molto fastidio in tutta la vicenda del cosiddetto testamento biologico e della nuova legge approvata dal Senato, è questo ossessivo richiamo alla laicità dello Stato contro lo Stato etico. Gianfranco Fini, davanti alla platea del PDL, ha detto che “quando si impone per legge un precetto, si è più vicini a una posizione da Stato etico che da Stato laico”. Quel riferimento ad un precetto puzza tanto di sacrestia. E infatti da altre parti, dove si usano termini ben più espliciti di quelli di Fini, si parla addirittura di “legge confessionale” e perfino di “ritorno all’oscurantismo”. Insomma, sembra che qui si sia fatta una legge che piace alla Chiesa e questo non va proprio bene in uno Stato laico.

Quando sento ragionare in questo modo mi si accappona letteralmente la pelle. Si tratta di slogan ad effetto, che colpiscono la gente e che trovano la cassa di risonanza della maggior parte dei giornali italiani (compreso, questa volta, lo stesso Libero, il cui direttore è notoriamente schierato). Siamo notoriamente in un regime. Sono slogan, e nulla più, perché se vai a fare un ragionamento possibilmente sensato, scopri che dietro le frasi ad effetto di ragioni ve ne sono davvero poche.

A Fini hanno risposto bene sia l’on. Schifani (“La laicità non è omissione di responsabilità”) che l’on. Quagliarello (“Il vero Stato etico è quello in cui, con la scusa dell’assenza di una legge specifica, un tribunale si arroga il diritto di determinare la morte”). Mi trovo d’accordo con loro.

Il Parlamento è stato letteralmente trascinato a formulare un testo di legge dall’ennesima vicenda gestita ed orchestrata dai radicali, il caso Eluana. Un caso che riguarda una minima percentuale di italiani (nelle condizioni di quella donna ci saranno sì e no duemila persone in tutta Italia). Un caso limite, sul quale si è voluta costruire una campagna culturale a favore dell’eutanasia.

Perché è lì che tutto tende.

Vecchia tattica quella dei radicali: sbattere il caso pietoso in prima pagina per colpire al cuore gli italiani, per dare un bel cazzottone nello stomaco. Accadde con l’aborto. C’era la ragazza stuprata; la ragazza-madre abbandonata da tutti e impossibilitata a dare un avvenire al proprio figlio; la coppia povera… La legge si è fatta e l’aborto è dilagato, diventando una vera e propria pratica contraccettiva. Altro che casi pietosi e ragazzine! A parte le extracomunitarie, sono le donne italiane tra i 20 e i 30 anni, spesso benestanti e istruite, a ricorrere all’aborto. Lo dicono le statistiche.

Allora, qual è la tattica? Costruire una legge sul caso limite per poi applicarla in modo largo.

Ma torniamo alla legge sul fine vita. Perché sarebbe “confessionale”? Quale “precetto” divino starebbe difendendo? Fino ad oggi abbiamo salvato il tentato suicida; i medici si sono prodigati per riportare in vita gente caduta in uno stato di coma (e ci riescono, nella stragrande maggioranza dei casi); l’eutanasia è stata vietata, ai sensi degli art. 575, 579 e 580 del codice penale; si è evitato di ricorrere all’accanimento terapeutico, cioè ad interventi straordinari non proporzionati, se quegli interventi non mutavano sostanzialmente il quadro clinico del paziente.

Tutto questo si è fatto fino ad oggi.

Domando: vivevamo già in uno Stato “etico” e non ce ne siamo accorti?

In realtà l’accusa di creare uno Stato “etico” va rispedita al mittente, come ha fatto l’on. Quagliarello. E’ infatti Fini, sono i radicali, è il senatore Marino, è tutta questa gente che vuole una cosa molto semplice: sostituire una nuova etica a quella che fino ad oggi ha innervato le nostre leggi e le nostre consuetudini. Questi signori vogliono che passi un concetto del tutto nuovo, figlio di una visione laicista, relativistica e nichilistica: l’autodeterminazione del soggetto fino all’estrema volontà di essere lasciati liberi di morire. E’ una rivoluzione culturale ed etica, che lo Stato, secondo costoro, dovrebbe recepire, per essere veramente “laico”. La conclusione è loro, ma è un falso sillogismo. Lo Stato diventerebbe ostaggio di una nuova etica.

Faccio degli esempi: se uno, volendo suicidarsi, si butta da una finestra e sta per strada a dibattersi tra la vita e la morte, sulla base del criterio dell’autodeterminazione dovremmo lasciarlo lì a morire senza muovere un dito. E se uno volesse morire e si rivolgesse per questo ad una struttura ospedaliera, sulla base del principio di autodeterminazione la struttura dovrebbe accompagnarlo alla morte. E se una persona (che ha scritto una dichiarazione con la quale rifiuta ogni forma di alimentazione artificiale), in seguito ad un incidente stradale entra in coma reversibile, il medico dovrebbe incrociare le braccia, senza somministrare quelle cure che salverebbero il paziente. E chi incontrasse per strada un drogato agonizzante per overdose, dovrebbe lasciarlo morire, senza fare alcunché per lui.

In tutti questi casi sarebbe salvo il principio di autodeterminazione, ma intuiamo benissimo che qui si sta ribaltando ogni principio solidaristico che finora ha regolato la nostra società. Fino ad oggi abbiamo ragionato così: io non sono un’isola, faccio parte della società e quindi non posso pretendere che la mia libertà sia un assoluto. Perché mai dovremmo cambiare?

La nuova legge, per quello che ho capito, riconosce al singolo la libertà di esprimere chiaramente un parere sul proprio fine vita (e questo mette al sicuro il medico che in certi casi valuti anche la concreta possibilità di “staccare la spina”), ma dentro una ragionevolezza, in un confronto con il medico, al quale, in scienza e coscienza, e secondo il codice deontologico, spetta di valutare la situazione.

Certo, è una legge molto attenta e rigorosa, ma questo è necessario, perché frasi ambigue e sfumate sarebbero utilizzate dal magistrato “creativo” di turno per stravolgerne il contenuto.

Io la chiamerei, più che legge confessionale, legge Eluana, perché nasce con il preciso desiderio che la barbara eliminazione di quella povera donna e quella situazione assurda e paradossale, che ha visto la Magistratura sostituirsi al Parlamento, non si debbano più ripetere.

E qualcuno, a questo punto, mi spieghi cosa c’entrano le disquisizioni sullo Stato “etico”.

Gianluca Zappa

 

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categoria: antropologia, diritti umani, attualitĂ , eutanasia, testamento biologico, englaro, legge fine vita