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martedì, 06 maggio 2008

UNA QUESTIONE DI STILE

Sull’Avvenire di domenica 3 Maggio ci si interrogava, in un breve articolo non firmato, sulla strana solitudine di Vincenzo Visco: i redditi degli italiani sono infatti finiti su internet e nessuno si è assunto la responsabilità politica dell’iniziativa, quasi che il vice-ministro fosse un uomo senza governo e senza partito. Non è tuttavia la prima volta che qualcosa di simile accade. Anzi…

Si ricorderà il colpo di testa di Fabio Mussi sulla questione del consenso italiano alle ricerche distruttive degli embrioni in Europa, si parlò allora di un’iniziativa unilaterale del ministro, però nessuno si assunse la responsabilità di contraddire tale decisione nei fatti. Chi aveva sentito puzza di imbroglio ebbe conferma dei propri peggiori sospetti quando lesse il secco commento del ministro Bindi: “non ho motivo di dubitare che si tratti di una decisione collegiale”.

Recentissimo è invece il colpo di coda di Livia Turco, che ha atteso proprio le ultime ore del suo mandato per varare le tanto contestate “linee guida applicative della L. 40” che spianano la strada alla soppressione degli embrioni malati o presunti tali. Un provvedimento che contraddice clamorosamente le finalità della legge. Anche in questo caso l’iniziativa è stata assunta dalla titolare di un dicastero senza che si sia sentita una sola parola da parte di altre autorevoli figure del suo governo.

Pesa invero in tali circostanze il silenzio, anzi la completa scomparsa, del presidente del Consiglio uscente. In questi giorni Prodi è però intervenuto all’assemblea radicale di Chianciano dove ha preso la parola per rivendicare i meriti del suo esecutivo, ha parlato tuttavia delle sole questioni economiche quasi che si trattasse di un ministro dell’Economia e non del presidente del Consiglio, responsabile dell’azione di governo in tutti i suoi diversi e molteplici aspetti.

Non ho condiviso (e si sarà capito) del governo Prodi i tentativi di far passare leggi come quelle sui DiCo e sul testamento biologico, il tentativo di assimilare il concetto ambiguo di “discriminazione di genere” alle violenze contro le donne e i minori, per non parlare delle linee guida che stravolgono la L. 40 o delle campagne a favore dei vari tipi di pillola abortiva, ma ancor meno ho condiviso questo “stile”, questo procedere, su temi importanti per il nostro futuro di civiltà, secondo percorsi ben poco limpidi che rispondono probabilmente ai classici canoni di un ipocrita “gioco delle parti”.

Una seria riflessione sulle cause della sconfitta all’interno del centrosinistra non dovrebbe trascurare questi aspetti.

 

Stefano

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categoria: politica, comunismo, dico, elezioni, attualitĂ , ideologia
sabato, 05 aprile 2008

SOLIDARIETA' (ANCHE) ALLA BINETTI

"Tifo Obama perché è un negro coraggioso che dà speranza". Oddio! Quella vecchia teodem di Paola Binetti ha detto negro! Scandalo immane! Non importa che si sia pronunciata a favore di un uomo di colore, che anzi abbia esplicitamente detto di "tifare" per lui, no. "Negro" non si dice, non si può dire!

Solidarietà anche alla Binetti, contro lo schifoso fariseismo di chi si scandalizza per la parola "negro" e non si vergogna di definire un "grumo di cellule" l'essere umano che cresce nel ventre di una donna. O non si vergogna di ripetere che è bene sopprimere il "feto" malformato.

A me questa gente fa veramente, ma veramente schifo. Sono razzisti e vogliono fare la morale agli altri. Non gliel'hanno perdonata, alla Binetti. E sapete bene perché. Perché nel corso di un'intervista a Ecotv (che più che un'intervista era diventata una sorta di processo alle intenzioni e alle idee della senatrice del PD sulle coppie omosessuali), la Binetti ha preso le distanze da Paola Concia, portavoce per il PD del tavolo nazionale degli omosessuali. E' imperdonabile che qualcuno osi dire che l'unione omosessuale non può essere paragonata ad una famiglia.

Problemi del PD, non nostri. Se la vedano loro con i loro teodem, se ci riescono. Ma, intanto, e nonostante tutti gli sbagli gravissimi che sta compiendo, solidarietà anche a Paola Binetti.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, famiglia, dico, attualitĂ , omosessualitĂ 
mercoledì, 30 maggio 2007

LA CONFERENZA DI FIRENZE DELLA FAMIGLIA

Si è conclusa a Firenze la “Conferenza Nazionale della Famiglia”, un’iniziativa annunciata dal ministro Bindi già a Marzo, dopo che l’approdo in Senato del d.d.l. sui DICO aveva spinto il Forum delle associazioni familiari a farsi promotore di una grande manifestazione in difesa della famiglia: il Family Day, celebrato a Roma lo scorso 12 Maggio.

 Il convegno di Firenze pertanto è venuto a rappresentare non solo un momento di confronto tra disparate realtà associative ed istituzionali, ma anche la risposta del governo nei confronti delle istanze sollevate dal Family Day. Il fatto positivo è, a mio parere, il tentativo di ricucire con il paese reale, un paese che (nonostante il relativismo ed il secolarismo dominanti tra le elite e sui media) guarda ancora con rispetto e simpatia all’istituto familiare.

Il dato negativo è invece rappresentato dalla conferma, tra le forze politiche del centrosinistra, di una visione non sufficientemente chiara e condivisa di cosa sia davvero quella “famiglia, società naturale fondata sul matrimonio” cui si riferisce l’art. 29 della costituzione, un aspetto reso ancor più evidente dal boicottaggio da parte di alcuni ministri e sottosegretari di una iniziativa che pure è stata indetta dal governo di cui sono parte. Palese è il rischio che, senza un chiaro indirizzo unitario, la famiglia possa esser fatta oggetto, negli anni a venire, di interventi inefficaci e contraddittori. 

Persiste soprattutto, nella maggioranza come pure in settori di rilievo dell’estabilishment del paese, una certa confusione tra le politiche sociali e quelle familiari, laddove il fatto nuovo, nel cammino di presa di coscienza delle famiglie italiane, è stato proprio la richiesta di specifiche politiche familiari come capitolo distinto dalle pur doverose politiche sociali.

E’ da questo tipo di consapevolezza che sono discese proposte innovative e qualificanti come quella del “quoziente familiare”, mai decollato nel corso della precedente legislatura e sprezzantemente affossato dalla presente.

 La conferenza si è molto profusa nel dibattere di asili nido e servizi, di agevolazioni per i mutui e flessibilità del lavoro, di invecchiamento della popolazione e crisi del sistema pensionistico, aspetti di grande rilievo, e tuttavia si è avuta l’impressione che il gran discutere (con sindaci, assessori, presidenti di provincia e di regione…) sui più disparati aspetti contestuali venisse a mascherare una debolezza nel cogliere il centro del problema.

Su questi aspetti, credo, la divaricazione tra ciò che il Family Day ha voluto esprimere e la risposta data dalle istituzioni resta ancora ampia. E’ presto per parlare di risposte concrete, per le quali si dovrà attendere la legge finanziaria del 2008, ma è forte l’impressione che si guardi ancora alla famiglia come ad uno dei tanti soggetti da aiutare con paternalistiche elargizioni di servizi e sussidi. La famiglia, insomma, come “problema” e non come “risorsa”, in un’ottica ancora sostanzialmente assistenzialista.

Restano poi piuttosto ai margini le grandi ragioni per le quali la famiglia esiste ed ha rilevanza pubblica: la funzione generativa e quella educativo-culturale. La funzione culturale appare oggi, in una società moderna, sempre più strettamente connessa con il problema della libertà nelle scelte educative e scolastiche, ma su questo tema la voce del Forum é rimasta del tutto inascoltata. Mentre per quel che concerne il tema della generazione, il mancato coinvolgimento di un’associazione fortemente  impegnata proprio su questo fronte, come il Movimento per la Vita, è sembrato ad alcuni emblematico di una certa trascuratezza verso il tema centrale della trasmissione della vita e delle problematiche e difficoltà che si accompagnano alla maternità.

Il concetto di famiglia come risorsa e come fatto culturale, importante per la società nel suo insieme, ci riporta infine a quelle che sono le responsabilità di altre istituzioni dello stato nei confronti della medesima.

La famiglia è talora attaccata, svilita, ignorata, proprio nel percorso educativo dei giovani, dentro la scuola pubblica e dalla televisione di stato... E’ questa una contraddizione inaccettabile su cui ha appuntato la propria attenzione il prof. Francesco Paolo Casavola, ma le osservazioni del costituzionalista non sembra abbiano trovato adeguata eco in altri interventi o nel dibattito successivo. Esiste ovvero un problema culturale attorno alla famiglia, ed è un problema di fondamentale importanza se si vuol dare efficacia e sostanza alle stesse politiche familiari e sociali.

La famiglia non sì rilancia solo moltiplicando il numero degli asili, o aprendo la scuola all’ideologia del “gender”, ma educando le nuove generazioni a quella coraggiosa assunzione di responsabilità che l’essere famiglia comporta. A Firenze è emerso il dato paradossale che l’indice di natalità (ed il numero di matrimoni) persiste più alto proprio in quelle aree del paese dove i sussidi ed i servizi sociali risultano inferiori o meno efficienti. 

Vale a dire che se in Italia ci si sposa ancora e si fanno figli non è prevalentemente per le tutele di tipo socio-economico che lo stato riesce a garantire, ma per le ragioni ideali e culturali che i coniugi riescono a trovare dentro di se o a trarre dalla comunità di persone che li circonda.

 Stefano

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categoria: famiglia, dico, attualitĂ , ideologia
giovedì, 17 maggio 2007

FALSITA' E STRUMENTALIZZAZIONI

Ieri sera vedevo scorrere i titoletti del TG2 e vengo colpito da uno in particolare, quello sulle dichiarazioni di mons. Betori. C'era scritto che "aborto, eutanasia e coppie gay sono i nemici del cristianesimo". Incuriosito vado a leggermi stamani quello che Betori ha detto e leggo che la sua affermazione dice in realtà che i "nuovi nemici" sono "relativismo e nichilismo", di cui aborto, eutanasia e coppie gay sono semmai i "frutti".

Questo ha un senso. Il titolo del TG no. Ma il titolo del TG è molto grave, perchè alimenta quel preconcetto che evidentemente si vuol far passare: il cristiano è uno che criminalizza gli altri uomini, quelli che non la pensano come lui, quelli che sono "diversi". Il cristiano è uno che "divide" (l'accusa fatta al Family Day), il cristiano è uno che crea steccati, che mette gli uni contro gli altri. E' un soggetto pericoloso che si aggira a piede libero.

L'altro giorno, a scuola, una collega, venendo a sapere che ero stato a San Giovanni, mi ha guardato in un modo tra il sorpreso, l'impaurito e il disgustato. Sembrava che avesse davanti un marziano, o meglio, un pericoloso criminale. Mi ha chiesto se davvero c'ero stato. Ho risposto di sì e, per sdrammatizzare, ho anche detto che ora mi metterò una stella gialla di segnalazione.

A San Giovanni un mio amico è stato intervistato da un giornalista de La7. Non era un'intervista, ma un atto d'accusa: perchè ce l'avete coi gay? Perchè siete contro delle persone che si vogliono bene? Il mio amico ripeteva che non ce l'aveva con nessuno, ripeteva che quello che importava era l'emergenza in cui si trova la famiglia. Ma niente da fare: il giornalista ribatteva sempre sulle stesse cose. Così è pienamente comprensibile che chi non era in piazza si sia fatta un'idea distorta dei sentimenti, delle richieste, dei temi che stavano a cuore a quel milione di persone. Esattamente come chi ha letto solo i titoletti del TG2 si è fatto un'idea distorta, non rispondente al vero, di quello che mons. Betori ha detto.

E' in atto una vera e propria strategia mediatica, che presenta il cristiano, il cattolico, come un nemico dell'umanità, come una persona senza sentimenti. E' tutta una grossolana menzogna, è fango buttato addosso, perchè fa comodo così, perchè così si lavora a colpire l'emotività della gente. L'opinione pubblica si deve fermare al livello emotivo, non deve riflettere. Perchè non appena si mette a riflettere, tutto il castello costruito ad arte sul niente crolla in un attimo.

La collega mi accusava infatti di voler negare i diritti della gente. E rimaneva interdetta quando io invece le rispondevo che non volevo negare i diritti di nessuno e che ero d'accordo con lei anche nel tutelare e rispettare le scelte sentimentali degli omosessuali. Del resto non mi pare che ci sia qualcuno in giro che teorizza la persecuzione, o addirittura un reato penale nel caso, appunto, dell'omosessualità. C'è anzi la maggiore apertura possibile. E più volte si è ripetuto  che vanno tutelati i diritti delle persone e che se vi sono degli ostacoli per l'esercizio di questi diritti vanno rimossi. Il che, se mi consentite, per uno che considera l'omosessualità come un "disordine", è un notevole atto di apertura, una notevole dimostrazione di disponibilità.

  E allora? Dov'è il problema? Il problema è nella strada da percorrere, non nei diritti in sè. Noi sosteniamo che la vera violenza è imporre l'equiparazione alla famiglia di qualcosa che non è equiparabile. La violenza, la vera violenza, è (come ha fatto il signor Zapatero) imporre la cancellazione dei termini "padre" e "madre" e la loro sostituzione con "genitore A" e "genitore B". La vera, gravissima violenza, è imporre ad un figlio un modello di "famiglia" che gli nega il diritto di avere come punti di riferimento una figura maschile e una figura femminile.

Allora, chi è il vero violento? Chi è che vuol dividere l'umanità? Chi è che vuole imporre? A questa violenza io mi ribello e con me tutti quelli che erano in piazza e milioni di altri ancora. E non ci sto, di fronte ad un'oppressione tanto evidente, a passare per un oppressore.

Tuteliamo i diritti delle persone. Ci sono proposte di legge che non "creano" fac simili di famiglie, ma si basano sulla certificazione dei diritti indiiduali. Ben vengano! Ogni forma di discriminazione deve essere evitata.

Questo, penso, è il ragionamento comune a tutta quella gente che era in piazza l'altro giorno. E' una strumentalizzazione e una falsità farle dire qualcosa che non ha mai detto. Una strumentalizzazione dei fatti che è martellante, grazie ai mezzi d'informazione. E con la quale il "martellamento" (peraltro inesistente) delle parrocchie ha ben poco da competere.

Gianluca Zappa

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martedì, 15 maggio 2007

IL FAMILY DAY SECONDO ME

1) Il Family Day non è stata la paventata manifestazione dei cattolici contro i laici (o, come pretendeva Prodi da Stoccarda, dei guelfi contro i ghibellini) perché la parte migliore del mondo laico era, o col cuore o con i piedi, proprio lì a Piazza S. Giovanni (e spero di ritornare su questo aspetto in un prossimo post).

La manifestazione cosiddetta “cattolica” ha infatti ricevuto adesioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state assolutamente impensabili. Inoltre il contraltare di Piazza Navona è stato, a rigor di termini, un contraltare non laico e liberale, ma comunista e radicale. Militanti di partito che applaudivano attempati dirigenti politici.

Attorno a Pannella e Bonino erano i più numerosi quelli della falce e del martello, gli stessi che amano Cuba e apprezzano la Cina (paesi in cui ancor oggi gli omosessuali finiscono al muro o in prigioni speciali con la complicità del loro silenzio, ma non del nostro), gli stessi che hanno messo a rischio la sopravvivenza del governo di centrosinistra sulla politica estera. E’ strano (oppure è normale) che il vecchio Scalfari abbia deciso di trovar qui i suoi referenti. Ma non può pretendere che noi si creda davvero che i laici ed i liberali siano lorsignori. Liberale non è sinonimo di comunista, liberale non è la stessa cosa che radicale.

 Non a caso i mussulmani liberali erano, con Souad Sbai, a Piazza S. Giovanni. E ciò in aperta rottura con i fondamentalisti di Hamza Piccardo e dell’UCOI, che applaudono ai DICO perchè utili al futuro riconoscimento della poligamia! Ma a Piazza S. Giovanni si è anche ricompattata la comunità ebraica.

Giorgio Israel ed il Rabbino di Roma Di Segni hanno espresso le medesime valutazioni e le medesime preoccupazioni per il futuro della famiglia. Quale piazza è stata mai tanto rappresentativa del pluralismo religioso e culturale presente nel paese?

2) Roccella e Pezzotta si ritrovano ora portavoce (loro malgrado) non solo di una manifestazione conclusa, ma di un popolo che si è messo in movimento. Qualcuno farebbe bene, anziché ad inveire, a chiedersi dove ha sbagliato...

Il PD, ad esempio, sta cercando i suoi nuovi leader in una logica da partitocrazia della vecchia repubblica. Non avessero perso questo treno (e lo hanno perso), Savino Pezzotta (che aveva riavvicinato la CISL al centrosinistra) avrebbe forse potuto essere, per il nuovo soggetto politico, un grande leader, popolare e con una storia rispettata alle spalle. Ed il suo, a Piazza S. Giovanni, è stato un grande discorso, concreto ed appassionato. Ebbene, lo hanno definito “clericale”, gli hanno preferito Grillini…

 Eugenia Roccella invece segna il trapasso di un epoca. Il padre Franco era stato co-fondatore del Partito Radicale, ma ne era stato allontanato da Pannella, quando, eletto in Parlamento, aveva rifiutato di dimettersi e seguire il “guru” di sempre nella svolta antiparlamentare di allora.

Ora la figlia, esponente neo-femminista, lascia una lunga militanza in quel partito per guidare un popolo che non ha ancora trovato dei chiari referenti politici, ma che inizia a prendere coscienza di essere quotidianamente irriso dagli opinionisti e dagli show-men della sinistra per ciò che ha di più caro.

3) Quanti erano in piazza? I numeri sono sempre parte della battaglia politica. Ma i principali quotidiani (Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero…) hanno contato un milione di persone. Così, se non vogliono credere a Pezzotta (il quale comunicava, alle 17.30, la cifra di un milione e mezzo di presenze) che almeno credano ai grandi giornali laici di questo paese. Questo equivoco sui numeri non si capisce se non si era in piazza.

Non era il solito raduno di militanti politici o sindacalisti, fermi ad ascoltare il discorso del leader, ma era un via-vai continuo di uomini, donne, ragazzi e bambini che arrivavano e partivano, dalle 9.00 del mattino alle 19,00 della sera. Pochi sono rimasti fermi per tutta la giornata. Quando sono arrivato a Re di Roma (alle 15,45) c’era una fila ininterrotta di gente che ancora si avviava verso Piazza S. Giovanni, ma c’era anche la fila di quelli che già se ne andavano… Una cosa sono le persone ferme in un certo punto, alla stessa ora, altra cosa le persone convenute a Roma per il Family Day lungo tutto l’arco della giornata.

Il sottoscritto, varcate con fatica le Mura Aureliane, è rimasto confinato per ore presso piazza Santa Croce, potendo avvicinarsi a S. Giovanni solo verso la conclusione della manifestazione. In quel viale, ed in tutte le strade laterali, c’erano tantissime famiglie “accampate” sotto gli alberi, anche per poter tenere lontani i piccoli dallo scoppio del sole.

Famiglie giunte da ogni parte d’Italia, molte  dalla Sicilia, in viaggio fin dalla notte precedente per essere al mattino a Roma. Chissà perché al TG di Riotta o al Manifesto queste cose sono sfuggite… Chissà perché tanti non li hanno voluti vedere… Ma alla fine, il problema è politico. Dire che erano solo 73.000 o 230.000 equivale a non volersi fare carico delle attese, degli ideali, delle speranze di tutti quelli che si è deciso, per partito preso, di non voler vedere. Non credo esista comportamento più miope ed auto-lesionista di questo.

 Una volta la sinistra avrebbe avuto ben altra attenzione per le grandi mobilitazioni popolari. Riflettano su quel 23% di consenso scarso accreditato dai sondaggi al PD e decidano di quale popolo italiano vogliono essere rappresentativi.

4) Un ultima nota. La manifestazione ha ricompattato il mondo cattolico, vincendo di slancio anche le prudenze di parte della gerarchia ed il disincanto di non pochi preti. A me è dispiaciuto, ma quasi non c’erano preti a Piazza S. Giovanni. Nella mia città ci siamo organizzati da soli su tutto e ci siamo pagati da noi quel che c’era da pagare (altro che 8 per mille!), solo due parroci hanno organizzato per propria iniziativa un pulman nelle loro parrocchie.

 Viene da pensare ad un esercito con pochi comandanti o meglio senza i quadri intermedi, e questo, credo, è il grande problema del cattolicesimo italiano di questi anni. Anni che tuttavia ci stiamo lasciando finalmente alle spalle.

 Eccezionalmente elevata era infatti la proporzione di giovani e, rispetto a ciò, quella di Piazza Navona mi ha fatto pensare ad una piazza di vecchioni, con il patetico “storico” abbraccio tra Pannella e Bonino.

Ha scritto in proposito Massimo Franco, sul Corriere della Sera: “Lo schema delle ‘due piazze’ si è rivelato forzato, inadeguato. Sarà brutale dirlo così, ma ieri se n’è vista soltanto una reale: quella di san Giovanni, gremita di circa un milione di persone per il ‘Family Day’. L’altra, intestata maldestramente al ‘Coraggio laico’ di piazza Navona, è risultata troppo piccola e prigioniera degli amarcord per rappresentare il mondo che pretendeva di incarnare”.  

Abbiamo dato un bel segnale e si sono prodotte crepe persino sul fronte degli elitari esponenti della Lega dei Cattolici Democratici. Pochi lo sanno, ma era presente in piazza anche l’autorevole Prof. Giorgio Campanili, in piena sintonia con gli obiettivi della manifestazione ed in cortese dissenso con qualche suo collega. Forse persino gli intellettuali alla fine si sveglieranno.

 

Stefano

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venerdì, 11 maggio 2007

FAMILY DAY: UN PO’ DIFFICILE DIRE CLERICALE

Sono stato colpito in questi giorni da una notizia che proprio non mi aspettavo. Il rabbino Riccardo di Segni, principale rappresentante dell’ebraismo italiano, un personaggio per nulla tenero con la Chiesa Cattolica (a differenza del predecessore Elio Toaff) e politicamente etichettabile su posizioni laiche e di sinistra, si accinge a scendere in campo contro i DICO, con un ponderato intervento sulla rivista ebraica Shalom.

 La notizia è stata diffusa a pochi giorni dalla manifestazione Family Day ed ha pertanto destato un certo scalpore tra coloro che si preparavano alla contro-manifestazione dell’orgoglio laico. In precedenza le posizioni di Di Segni avevano offerto non poche sponde all’anticlericalismo laicista della Rosa nel Pugno.

Le posizioni assunte, in particolare, dalla comunità ebraica romana avevano fatto comodo per attaccare la Chiesa anche nelle recenti circostanze del caso Welby e dei referendum sulla Legge 40… Ora invece l’idillio sembra svanito.

Di Segni sembra anche più duro dei portavoce del Family Day (Roccella e Pezzotta) quando sottolinea specificatamente la problematicità della relazione omosessuale come tale (un aspetto nel quale il Family Day non entra). Per l’Ebraismo, dice Di Segni, il divieto dei rapporti omosessuali rappresenta un comando insuperabile, paragonabile al divieto di furto, di omicidio, di incesto.

 Di Segni esprime anche una preoccupazione per il futuro della stessa comunità ebraica, poiché, a suo dire, l’assunzione da parte di modelli di vita che indeboliscono e dissolvono la famiglia potrebbe avere effetti “devastanti” sulla sua stessa sopravvivenza.

Chissà se Gad Lerner avrà ora voglia di fare ironia sulle preoccupazioni cattoliche per il futuro della famiglia, adesso che il leader della comunità religiosa per il quale ha fatto da testimonial ha assunto una posizione tanto netta e del  tutto convergente… Quanto a Di Segni, lui ha scritto di essere pienamente consapevole che il suo pronunciamento sarebbe risultato, in certi ambienti, politicamente scorretto.

Ma le sorprese non finiscono qui. Souad Sbai, sul periodico Al Maghrebiya (mensile in lingua araba dedicato ai maghrebini che vivono nel nostro Paese) ci informa del fatto che anche “la Comunità delle Donne Marocchine in Italia ha deciso di prender parte alla manifestazione di sabato 12 maggio”. Qual è la ragione? Un rigurgito di fondamentalismo islamico? Tutt’altro, una preoccupazione “liberale” e nel segno della difesa dei diritti della donna.

Grazie ai DICO “potrebbero legalizzare la poligamia” asserisce determinata e convinta la coraggiosa esponente maghrebina, “se si riconoscono davanti alla legge, famiglie differenti da quella tradizionale costituita da un uomo, una donna e dai loro figli, come si potrà dire no a convivenze 'alternative' che vanno anche al di là della coppia? ”. Souad dice inoltre che “l’istituto familiare, fondamento di ogni società, va non solo difeso ma rafforzato”, obbedisce forse anche lei ai dettami delle gerarchie ecclesiastiche? Non credo proprio. A chi obbedisce piuttosto Boselli?

Del “Manifesto del Laici in difesa dell’Istituto Familiare”, infine, abbiamo già parlato e su questo punto non farò altri commenti, ricordo solo che figure di spicco del mondo laico italiano saranno presenti in Piazza S. Giovanni.

Così, ci ritroveremo presto a Roma, fianco a fianco, Cattolici e non cattolici, Cristiani, Ebrei e Mussulmani moderati, laici e credenti insieme. Alcuni di centrodestra altri di centrosinistra. E ci saranno anche gli omosessuali non-gay di Don Oreste Benzi.

I nostri portavoce saranno una leader femminista ed ex radicale come Eugenia Roccella ed un sindacalista cattolico e di sinistra (sempre che nella sinistra ci sia ancora posto per un uomo come lui) come Savino Pezzotta. Difficile, davvero difficile, etichettarla come manifestazione “clericale”.

Io temo piuttosto che la manifestazione “clericale” sia un’altra, quella che si terrà, per stupida ripicca, lo stesso giorno, in Piazza Navona, con Pannella e Boselli e la loro ottocentesca e socialmente masochista “fede” massonica ed antireligiosa.

 Stefano

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mercoledì, 09 maggio 2007

SE ANCHE L'INCESTO VIENE CONSIDERATO FAMIGLIA

Se tutto è relativo allora non si può dire no a nessuno. Non ci sono più appigli morali, etici, politici, religiosi, e in generale, umani, per affermare che qualcuno sta sbagliando, sta compiendo una cosa errata, o un'azione sconsiderata. Potrei ancora una volta alzarmi e gridare, come predisse Chesterton, che l'erba del mio giardino è verde, ma vedrei un gruppetto di daltonici sollevarsi agguerriti ed impugnando la loro spada gridare a loro volta che l'erba è marrone. A quel punto io prenderei la parola per dire che molto semplicemente l'erba è verde, ma in realtà loro la vedono marrone per una chiara problematica di riconoscimento dei colori. Probabilmente mi sentirei gridare addosso, tra insulti e bestemmie che sono un razzista schifoso. Ma subito arriverebbe un vero relativista a dire che sbagliamo e contemporaneamente abbiamo ragione entrambi. Arriverebbe a dire che il colore dell'erba non esiste in sé. Eppure il colore dell'erba continuerebbe ad essere verde. Il discorso sulla famiglia non è differente da questo paradossale racconto, così come in generale su tutti i criteri che vengono pian piano smantellati in nome di un parziale punto di vista sulla realtà.

Si dice, tra cui alcuni commentatori di questo blog lo dicono, che per quanto riguarda la famiglia è necessario prima capire a cosa ci stiamo riferendo, a quale tipo, a quale immagine si ha di essa, come se fosse un modello intercambiabile, mutevole nella forma e nel contenuto. Proprio monsignor Bagnasco aveva messo in guardia gli uomini rispetto al non avere punti di riferimento chiari. Se non ci sono dei criteri forti, tutto è permesso, nessuno può dire di no a qualcosa, nessuno può giudicare errato qualcosa, nessuno può vietare qualcosa. Nemmeno lo Stato. In nome dei diritti individuali, tutti hanno il diritto di fare quello che vogliono, chiedendo anche di essere riconosciuti dalla Nazione e godere dei diritti connessi. Un esempio sconvolgente e puntuale ormai di qualche mese fa, che mons. Bagnasco aveva citato ma venne subito condannato, era quello sul caso di incesto che divide la Germania. In sintesi Patrick e Susan Stübing chiedono l'abolizione della legge che definisce criminale il matrimonio fra fratello e sorella. Chi può impedirlo loro? Sono fratello e sorella, si amano e hanno già quattro figli, di cui due disabili. Ma poi perché ci si scandalizza? In Belgio, Olanda e Francia l'incesto non è proibito per legge, perché dovrebbe essere proibito in generale? Perché dovrebbe essere proibita l'unione, con il riconoscimento di diritti, di un essere umano con un gorilla o con un koala? Il legale della “coppia fratello-sorella”, Endrik Wilhelm, che porterà il loro caso davanti alla Corte Costituzionale, dice che i due hanno buone possibilità di vincere la loro battaglia. Egli imposterà la sua linea di difesa specificando che nessuna legge tedesca proibisce a persone anziane o disabili di avere bambini, anche se queste corrono seri rischi di generare figli con malformazioni fisiche e mentali. Anche i fratelli e le sorelle, a questo punto, dovrebbero avere gli stessi diritti e non essere discriminati. Afferma l'avvocato Wilhelm che «Susan e Patrick non hanno fatto del male a nessuno». Ecco il colpo decisivo, quello che annichilisce e atrofizza il giudizio! Una semplice frase:” non hanno fatto del male a nessuno”. Mi rivolgo a chi non crede, anche per curiosità personale, perché vorrei capire come possono dire di no a queste due persone. Perché dovrebbero dire di no a queste due persone, se il criterio è il “diritto” e nemmeno più la legge naturale. Ha ragione Bagnasco, una volta rotto l'argine è impossibile dire di no, perché non si hanno più gli strumenti per farlo. Se il rapporto incestuoso può essere annoverato tra i modelli di famiglia, perché non ci può essere un modello di famiglia uomo-animale, o qualsivoglia accoppiamento vi viene in mente. Difendere la famiglia formata da un uomo e da una donna, non è difendere il cattolicesimo, è difendere la civiltà.

taspaolo

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mercoledì, 02 maggio 2007

CONTRO LA NUOVA INQUISIZIONE

Mi ero sinceramente ripromesso di non toccare più l'argomento omosessualità. Ma ti ci tirano per i capelli. L'ultima è la risoluzione UE sull'omofobia, con il conseguente caso Bagnasco e lo squallido rigurgito di violento anticlericalismo che si sta verificando a Genova ad opera dell'estrema sinistra.

Spero comunque che sia colto il senso di quanto scrivo. E il senso è appunto questo: siamo in presenza di un totalitarismo culturale, di una nuova Inquisizione, di una pericolosa deriva autoritaria, tanto più subdola, quanto più il suo aspetto è "umano".

Galileo non poteva sostenere ai suoi tempi la teoria dell'eliocentrismo. Oggi stiamo creando un clima culturale a causa del quale uno psicologo non può sostenere la teoria che l'omosessualità è una patologia. A quei tempi la ricerca scientifica doveva fermarsi davanti alla Sacra Scrittura. Oggi si deve fermare davanti ai proclami della UE. A quei tempi lo scienziato rischiava l'accusa  di "eretico" e veniva messo al bando dalla società civile. Oggi rischia l'accusa di "omofobo" e la conseguenza è la stessa.

E' davvero molto strano quello che sta accadendo. La scienza non deve avere paletti di sorta, non si deve fermare davanti a niente (come pontifica la Rita Levi Montalcini). E infatti non ha rispetto nemmeno della vita umana nel suo stadio embrionale. Ma c'è un fenomeno davanti al quale si deve necessariamente fermare: l'omosessualità. Lo scienziato è sottoposto ad un odioso ricatto morale che comporta una forte limitazione. Se sostieni che l'omosessualità è una patologia, allora sei automaticamente un omofobo. In questo caso i paletti ci sono, eccome.

Questo, laicamente parlando, è un grave errore, perchè impedisce la libertà del ricercatore con argomenti forti: a differenza, infatti, della questione dell'eliocentrismo (che in fondo andava a colpire in qualche modo un Dio che non vedi); a differenza della ricerca sull'embrione (che va a colpire un soggetto che non vedi e che puoi anche definire non ancora uomo), qui ci sono di mezzo uomini e donne con la loro sofferenza. Qui si scade facilmente nell'accusa di razzismo e di discriminazione, le uniche accuse che ancora sono in grado di scandalizzare l'uomo contemporaneo.

E tuttavia voglio essere libero di ribadire (con un certo coraggio) quello che penso: omosessuali, nella stragrande maggioranza dei casi, non si nasce, si diventa. A causa di un vissuto particolare e anche a causa dell'influsso della mentalità dominante (del resto, come acutamente osservava il filosofo Augusto Del Noce, anche l'amore tra uomo e donna è oggi vissuto in modo omosessuale); a causa insomma di una crisi culturale e antropologica. E questa condizione non è "indifferente", ma crea dei problemi al soggetto che la vive, in quanto non realizza appieno la sua identità. E sarebbe molto grave, sulla base di una pretesa "indifferenza" della questione, arrivare alla famiglia omoparentale con possibilità di adozione o di "creazione" di propri figli, perchè significherebbe moltiplicare la patologia.

Sì, l'omosessualità come patologia. So che oggi dire questo è molto scorretto e odioso e, fra poco, sarà addirittura perseguibile. Ma non voglio sottomettermi all'Inquisizione dei nostri giorni, al totalitarismo culturale imperante, ai proclami della UE. Non rinuncio ad oppormi a quell'indegna equazione che fa di me un omofobo. Non condivido questa autocastrazione, questi nuovi dogmi che paralizzano ogni possibilità di discussione ed addirittura la libera ricerca scientifica.

E penso che tutti coloro che si proclamano per la libertà di pensiero dovrebbero essere con me.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, dico, attualitĂ , ideologia
giovedì, 05 aprile 2007

Nasce il Comitato laico in difesa della famiglia

Il testo dell'appello

Che paese sarà l’Italia fra trent’anni? Troppi ritengono che questa domanda riguardi soltanto i cattolici. Ma non è così. Essa riguarda tutti. Riguarda tutti il deteriorarsi evidente della società italiana, così come gli esempi sempre più frequenti della nostra clamorosa debolezza nel formare le nuove generazioni. E proprio a nessuno è dato ignorare i drammatici segni di collasso sociale provenienti dai paesi più “civili” del nostro, che in tanti casi ci vengono additati ad esempio di progresso e libertà. A rigore, queste situazioni riguardano proprio coloro che si dichiarano  laici e liberali. Poiché se una società libera non riesce a formare nuovi individui in grado di gestire responsabilmente la libertà, il suo livello di autoritarismo sarà fatalmente destinato a crescere.

 L’Italia di oggi è figlia dell’Italia degli ultimi quarant’anni: l’Italia del miracolo economico e della modernizzazione tumultuosa; del benessere e del consumismo; della secolarizzazione che, tra l'altro, ha portato con sé il divorzio e l’aborto. Non intendiamo oggi rinnegare quella trasformazione, che ha fatto crescere la libertà personale più di quanto non sia – forse – mai accaduto nella storia del nostro Paese. Dobbiamo però smettere di far finta di non aver pagato nessun prezzo, e, laicamente, aggiornare le nostre convinzioni alle esigenze della nostra epoca. Dobbiamo chiederci se la società italiana non sia già oggi diventata del tutto incapace di educare alla libertà i suoi nuovi cittadini. E, per questo, se un colpo ulteriore a quel poco di struttura sociale che ci è rimasto non significhi mettere in pericolo proprio quella libertà individuale che, nelle intenzioni, si vorrebbe ancor più accrescere.

La famiglia della tradizione occidentale ha rappresentato una prima cellula di organizzazione sociale la cui nascita ha preceduto, e di gran lunga, l’affermazione dello Stato moderno. La sua disciplina e la sua tutela si sono storicamente evolute. Ma sempre essa ha mirato a soddisfare due esigenze imprescindibili: assicurare una procreazione socialmente ordinata, indispensabile per la formazione delle nuove generazioni e per la stessa sopravvivenza dell’umanità; tutelare i soggetti meno protetti, come i figli e il coniuge più debole.

Oggi questa storia e quest’evoluzione sono messe in forse da due fenomeni diversi, ma convergenti nei loro effetti. Da un lato il diffondersi di modelli  familiari provenienti da altre culture, nelle quali la dignità della persona non è altrettanto tutelata (l’esempio della condizione della donna nei rapporti poligamici risulta, in tal senso, emblematica); dall’altro la tendenza ideologica, sempre più diffusa, a relativizzare il senso delle conquiste di libertà e civiltà fin qui conseguite, e a completare l’opera di destrutturazione del quadro sociale che le ha rese possibili. Tendenza che proviene dal seno stesso della nostra cultura.

La dignità della persona è così messa in pericolo da nuovi e incalzanti fattori di crisi che hanno per teatro l’intero Occidente: la pressione problematica dei processi d’integrazione; il calo demografico e il conseguente invecchiamento delle nostre società; la preoccupante emersione di fenomeni di contro-modernizzazione.   Per contrastare questi fenomeni occorrono la mobilitazione e il risveglio di tutto il nostro patrimonio culturale e del meglio della nostra tradizione. Di quel patrimonio e di quella tradizione, invece, indebolendo la famiglia e i suoi istituti scegliamo di oscurare le fondamenta. Tutto ciò ancor più che sbagliato ci appare delittuoso.

In questo contesto, la legittima ricerca di nuove e più ampie libertà personali, anche nel campo della sessualità, può e deve avvenire allargando la sfera dei diritti individuali.  Non è stata però questa la via prescelta dal progetto di legge fin qui denominato “Dico”, concepito in larga misura all’interno di una logica statalistica: una soluzione pasticciata e ibrida, tale da generare un surrogato di famiglia che sul versante delle coppie omosessuali non trova giustificazione, e che su quello delle coppie eterosessuali fa concorrenza alla famiglia fondata sul matrimonio anche soltanto civile, indebolendo piuttosto che rafforzando il contesto sociale nel quale si formano i nuovi individui.

La sopravvivenza della famiglia, dunque, non può riguardare solo i cattolici. Essa spetta a tutti quanti siano consapevoli del contributo che essa ha dato all’allargamento della libertà individuale e alla dignità della persona umana, e di quanto queste conquiste, nel nuovo secolo, appaiano precarie e in pericolo. Noi, credenti e non credenti, riteniamo perciò necessario mobilitarci insieme a difesa della famiglia, di ciò che essa ha rappresentato e continua a rappresentare nonostante le crescenti difficoltà e le inevitabili contraddizioni. Siamo certi che vi siano strade attraverso le quali la libertà della persona possa affermarsi senza negare o contraddire quanto edificato dalle generazioni passate. Siamo altrettanto certi, però, che quelle strade non passino per i “Dico”.

Per queste ragioni ci costituiamo in “comitato per la difesa laica della famiglia” e, per questo, contro i Dico; impegnandoci ad assumere tutte le iniziative utili a evitare che una controversia civile si risolva in un insensato conflitto tra laici e cattolici.

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categoria: politica, famiglia, dico, attualitĂ , radici cristiane, ideologia
sabato, 31 marzo 2007

CON UN GRAZIE AI NOSTRI VESCOVI

"Come vescovi su questi temi abbiamo il dovere di parlare, altrimenti ci troveremmo di fronte a un silenzio inspiegabile". Così mons. Luciano Monari, vice presidente della CEI, all'indomani del documento emesso dall'assemblea dei vescovi, in un'intervista ad Avvenire. Alcuni passi dell'intervista, come quello citato, meritano di essere riportati, perchè dicono con chiarezza quello che è stato l'intento dei vescovi.

Chi parla di "ingerenza" negli affari dello Stato italiano, lo fa evidentemente in mala fede. Quando sono in gioco valori importanti e decisivi, come quello della famiglia fondata sul matrimonio, i pastori non possono non parlare. Il silenzio sarebbe davvero "inspiegabile". Può dispiacere a qualcuno o a molti, ma questo fatto non può impedire che si parli. Almeno fin tanto che lo si può fare.

"Non c'è alcun condizionamento negativo, nè alcuna costrizione o previsione di sanzioni. Semplicemente noi ricordiamo ciò che dal punto di vista cristiano ci sembra corretto o scorretto". Del resto un cristiano è sempre condizionato da quello che il Vangelo chiede. E le richieste del Vangelo sono di solito molto impegnative, perchè vanno oltre la piccola misura dell'uomo.

Ma allora, chiedono a mons. Monari, non esiste la libertà di coscienza? "Se uno pensa che la coscienza sia quello che istintivamente mi viene facile fare o quello che corrisponde ai miei gusti e alle mie preferenze, siamo sulla strada sbagliata". Saggia osservazione. Le parole non sono utilizzate in modo univoco. Come la parola "coscienza". Ne conosciamo almeno tre tipi, e la coscienza di un cristiano non è certo la stessa di quella frantumata dell' uomo contemporaneo. La coscienza di un cristiano è quella dove risuonano degli imperativi che arrivano da Dio.

Appare piuttosto chiaro, da tutto ciò, che la bellissima nota dei vescovi (dovrebbero leggerla tutti integralmente e con attenzione, invece di limitarsi a ciò che apprendono dai giornali o dalla televisione) è un affare eminentemente di famiglia, della famiglia della Chiesa, intendo, e che non c'entra assolutamente nulla con questo o quello Stato, con questo o quel Governo. 

E' un  documento che richiama anche all'attenzione, che mette anche in guardia i cristiani (ed ovviamente soprattutto quelli che esercitano un ruolo politico) dai pericoli di una nuovissima ideologia che sta girando in Europa e nel mondo, l'ideologia del gender, secondo la quale la dimensione della sessualità diventa irrilevante dal punto di vista giuridico. "Noi invece riaffermiamo - dice ancora mons. Monari - che la realizzazione autentica della persona non può esistere se non nella polarità sessuale e che l'assunzione di questa polarità è una ricchezza infinita per la società dal punto di vista affettivo".

Nella nota dei vescovi c'è, tra gli altri, questo passo significativo: "Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica".

A ognuno il compito di interpretare bene la propria missione, dunque. Quella dei vescovi è di richiamare il popolo di Dio alla verità. E noi ci sentiamo di ringraziarli proprio per questo, e per il coraggio con cui si espongono, ben sapendo che la loro è una parola assolutamente "scorretta" nel conformismo imperante della nostra società.

Gianluca Zappa

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categoria: famiglia, religione, dico, attualitĂ