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mercoledì, 28 ottobre 2009

HALLOWEEN E L'IRRAZIONALITA' DEL NUOVO PAGANESIMO

Un nostro lettore, commentando il post sull’ora di Islam, che fatalmente ha portato con sé commenti sull’ora di religione cattolica, si chiedeva in sostanza quale beneficio abbia portato agli studenti l’insegnamento della religione a scuola, se poi tutti si bevono le cretinate di Dan Brown. Secondo il lettore, questo fatto, e cioè la supina accettazione delle fantasmagoriche tesi del Codice da Vinci, sarebbe la dimostrazione che non è stata fatta un’adeguata formazione religiosa. Un’ora scolastica di Storia delle religioni risolverebbe ogni problema.

Magari fosse così semplice, diciamo noi! Magari bastasse una solida preparazione culturale per non cadere nelle trappole dei nuovi mistificatori! In realtà siamo di fronte ad un problema molto più complesso e di difficile soluzione.

Quello che sta succedendo è stato già previsto: mentre si crede sempre meno in Dio, si è sempre più disposti a “credere a tutto”. Una società di credenti viene rimpiazzata da una società di creduloni. L’irrazionale ha fatto pesante irruzione nella coscienza collettiva, propagato e veicolato dalla stampa, dal mondo dei media, dal cinema. L’umanità è in preda a prurigini da mistero, ma un mistero tornato inquietante, oscuro, impenetrabile. Una mentalità neo pagana ha preso il posto della salda coscienza cristiana e perfino certi grandi santi della fede cattolica (si prenda, per esempio, Padre Pio) vengono strumentalizzati e inseriti in un contesto che predilige il miracolistico, il portentoso, il superstizioso.

Niente di più facile, allora, che un Dan Brown riesca meglio del Catechismo della Chiesa cattolica  ad intercettare, affascinare e, quindi, plasmare le coscienze delle persone. Per un pubblico che ha perso ogni capacità di giudizio, che inghiotte tutto senza farsi domande, che vive solo di stimoli e sensazioni forti, ambigue, erotiche, la vicenda del Codice da Vinci è molto più stimolante dalla parabola del figliol prodigo.

L’aggressione dell’irrazionale alla filosofia cristiana (che invece sempre ha fatto di tutto per valorizzare la ragione) è evidente e continua. Ci prepariamo alla nuova carnevalata di Halloween, questa festa pagana che mette in scena morti viventi, streghe e fattucchiere, amuleti, magia, superstizioni pagane, simboli satanici. La morte (quella morte che San Francesco chiamava “sorella”, in quanto passaggio ad una nuova vita, anzi, alla vera vita della comunione con Dio) torna ad essere un che di inquietante ed indefinibile, una sorta di divinità. Le tenebre tornano sulla terra a contrapporsi minacciose al tempo degli uomini. Nulla di più anticristiano della festa di Halloween, ma nelle parrocchie si affittano tranquillamente gli spazi perché i ragazzini festeggino la macabra carnevalata.

E dopo Halloween, ci prepariamo al tradimento di un Natale sfigurato, svuotato di ogni significato. I nostri bambini vengono educati dai cartoni animati di Walt Disney alla venerazione di un fantasmagorico “spirito natalizio”, fatto di amore e di bontà, ma del tutto slegato dalla sua vera origine. Il Natale diventa una festa di stagione, fatta di simboli solo lontanamente cristiani (come il commercialissimo Santa Claus), che non dicono più con chiarezza che alla base di tutto c’è la nascita del Figlio di Dio. Questa elementare verità non è più comunicabile, non è sentita come corretta. Non sta bene presentare un Natale cristiano, come se il Natale potesse essere qualcosa d’altro.

Il sonno della ragione genera mostri, e questa nostra è l’epoca della ragione addormentata. Il Cristianesimo esalta e valorizza la ragione, senza negare il Mistero, ma è evidentemente troppo razionale per un’umanità che ormai vive solo di sentimenti incontrollati, lasciati correre a briglia sciolta.

E per risollevare l’umanità basterebbe una striminzita ora scolastica di storia delle religioni? Chi lo crede e lo afferma è davvero ingenuo, o forse non ha valutato bene la gravità della situazione.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, scuola, antropologia, televisione, attualitĂ , tradizione, cattolicesimo
giovedì, 22 ottobre 2009

UN'ORA D'ISLAM

Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, con la crisi economica in atto, avrebbe cose molto importanti e serie cui dedicarsi. E invece cosa ti fa? Ti tira fuori una proposta che ci azzecca come i cavoli a merenda, quella dell’ora di Islam nelle scuole pubbliche. Urso non è un isolato pensatore: il suo gruppo di riferimento è quello della Fondazione culturale che fa capo a Gianfranco Fini. E questo già dice molte cose.

Io ho una mia personalissima tesi, che non riesco a togliermi dalla testa. Molte iniziative e pronunciamenti dell’on. Fini, l’uomo di destra più amato dalle sinistre italiane, hanno uno scopo ben preciso: colpire la Chiesa cattolica, indebolirla e modificare in senso laicista la cultura e le leggi di questo Paese. Cercherò di spiegare come la proposta dell’ora di Islam risponde a questa strategia.

Innanzi tutto va detto che di questa proposta i primi a non sentirne il bisogno sono proprio gli islamici. Lo spiegava bene l’altro giorno sul Corriere Paolo Branca, islamista e docente di arabo alla Cattolica di Milano: le comunità islamiche sono alla ricerca di luoghi di preghiera e di incontro, quello è il loro bisogno concreto, e tra l’altro preferiscono insegnare la religione ai loro giovani dentro le moschee.

Sergio Romano (che sempre sul Corriere si è occupato del problema concludendo lapidariamente “o si cancella l’ora di religione o la si permette anche ai musulmani”) ha riportato a sostegno della propria tesi un esempio che però la contraddice. Il caso di un sedicenne musulmano che in Germania si è rivolto al tribunale amministrativo per essere autorizzato a pregare a scuola, per osservare il precetto coranico delle cinque preghiere musulmane. Ecco, un islamico chiede non tanto di essere “istruito” a scuola sull’Islam, quanto piuttosto di poter “pregare” anche a scuola. C’è una sostanziale, abissale differenza.

Colpisce nella proposta Urso-Fini questa incapacità di cogliere e capire l’esigenza reale dell’uomo religioso islamico (ma anche cattolico) e questo muoversi in un astratto concetto della fede. Ho sentito Fini dire che “certo, non dovrà trattarsi di un’ora di catechismo”. Ma quale islamico sarebbe interessato ad un’ora generica di istruzione religiosa (non catechistica) che lui ha in mente? E’ sinceramente inquietante questo ragionare in base ai propri schemi mentali e ideologici, credendo di poterli applicare, imporre ad una realtà che non si comprende appieno.

La proposta di Urso appare astratta e insensata anche perché non sembra tener conto di problemi reali che esistono, come la mancanza di una’autorità centrale islamica con cui concordare la materia, l’impreparazione stessa degli islamici e degli imam, la mancanza di professori islamici e così via... Di nuovo i sintomi di un’ideologica astrattezza.

Infine, l’argomento più gettonato, più evidente, che sintetizzo con le parole di Alberto Melloni: “semmai sarebbe utile fare proprio il contrario. Nessuno come i ragazzini islamici avrebbe bisogno di imparare cos’è il cristianesimo”; o con quelle dell’on. Casini: “questa non è la terra di nessuno. E’ un Paese che ha una sua identità cristiana che va studiata e rispettata”. E si potrebbero aggiungere gli argomenti a favore di un’ora di buddismo o di ebraismo. Insomma, grande confusione e grandi problemi.

A questo punto sorge un dubbio: possibile che Urso e Fini non si rendano conto di tutto ciò? E sorge una risposta: se ne rendono conto, ma è proprio il loro scopo quello di far sorgere questo tipo di problemi. Perchè, alla fin fine, la loro proposta (astratta, cioè campata in aria, ideologica, lontana dalla realtà e dalle esigenze reali dei credenti) ha sortito l’effetto di ridare vita al partito di coloro che sostengono di abolire l’ora facoltativa di religione cattolica (in base al principio o tutti o nessuno), sostituendola con un’ora, obbligatoria, di “storia delle religioni”. Cioè un’altra, aggiuntiva pallosissima ora di inculturazione, magari gestita da docenti “laici”, messa sullo stesso piano di un’ora di educazione civica.

Alla fin fine, Urso e Fini, con la loro strampalata iniziativa, tendono a mettere in discussione proprio l’esistenza, nella scuola, di uno spazio “confessionale”, nel momento stesso in cui sembrano passare per dei nobili paladini di una minoranza religiosa. L’obiettivo è sempre quello: minare l’esistenza dell’ora di religione cattolica (liberamente scelta e gradita alla maggioranza degli studenti italiani) all’interno della scuola. In favore di un approccio laico, astratto, disincarnato, generico, gelidamente “scientifico” alla “storia delle religioni”. Di cui un cattolico, e soprattutto un islamico, non sentono proprio il bisogno.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, scuola, religione, educazione, laicismo, islam, attualitĂ 
martedì, 13 ottobre 2009

OBAMA, MURDOCH E IL NOBEL

Barack Obama, neo nobel per la pace, sembra avere qualche problemino con la televisione. E ci è andato giù pesante col gruppo Murdoch, accusato di essere un vero e proprio partito d’opposizione. L’entourage di Obama sostiene che quella gente non fa informazione, ma politica. Praticamente è la stessa, identica accusa che in Italia tutta la gente che vota Berlusconi fa al gruppo Repubblica e alle trasmissioni di Santoro e compagnia bella. Con una differenza piuttosto sostanziale: quello di Murdoch è un gruppo privato, mentre Santoro e gli altri imperversano sulla TV di Stato pagata da tutti.

Comunque, la sostanza non cambia: l’accusa è di fare politica, non informazione. Adesso bisognerà vedere se, trattandosi di Obama, qualcuno finalmente capirà che un conto è fare informazione, un conto è utilizzare il potere mediatico per agire politicamente. Se lo dice Obama, il mitico Presidente degli Stati Uniti, icona vivente del politically correct, allora ci si può credere. Ma se si crede ad Obama, bisogna poi ammettere anche che il buon vecchio Berlusca tutti i torti non li ha. Ma c’è da scommettere che anche in questo caso gli intellettuali di sinistra sapranno trovare i giusti cavilli e i giusti distinguo. Obama ha sempre ragione, Berlusconi sempre torto. Ormai lo sanno pure i sassi.

E visto che ci siamo, parliamo di questo stratosferico premio Nobel ad Obama. Vedete, gli avessero dato il Nobel alla simpatia, niente da eccepire. Il problema è che glielo hanno dato per la pace. Molti si sono chiesti: ma che cavolo ha fatto Obama per meritarsi il Nobel? Ha aperto dei tavoli di discussione, ha generato delle “speranze”. Ma è tutto da verificare se questi tavoli porteranno a qualcosa. E, in ogni caso, non si capisce cosa significa un premio per la pace dato sulla base di “speranze”. Noi sapevamo che il Nobel veniva assegnato per qualcosa di concretamente realizzato.

Stridente questo Nobel ad Obama (lui stesso ha candidamente confessato “non so se me lo merito”), soprattutto se si pensa che il riconoscimento è stato negato per ben due volte a Giovanni Paolo II, che, se permettete, qualcosa per la pace nel mondo l’ha fatta davvero. Due furono le nomination, una nel 1999, superata poi dall'assegnazione a Medici senza frontiere, e un'altra nel 2003, dopo la sua condanna della guerra in Irak. Perché gli fu negato il Nobel? Perché il papa fu ritenuto “troppo conservatore” in altri ambiti. E quali erano gli altri ambiti? La difesa dell’essere umano fin dal suo concepimento, la ferma condanna dell’aborto e della manipolazione dell’embrione umano.

Evidentemente gli svedesi ebbero paura di ripetere la gaffe compiuta col Nobel assegnato nel 1979 a Madre Teresa di Calcutta, che quando andò a ritirarlo ebbe il coraggio di dire, davanti alle televisioni di tutto il mondo, che l’aborto è “la guerra più dura e con maggior numero di caduti” e non ebbe paura di aggiungere (in modo molto “scorretto”) che questa guerra si faceva in modo legalizzato e facilitato dalle strutture internazionali. Non si poteva rischiare di dare anche a Giovanni Paolo II una vetrina così importante per sentirgli tirare una delle sue bordate (di cui era capacissimo, come ogni grande santo) contro il più grande sterminio dell’umanità contemporanea.

Stridente questo Nobel ad Obama perché, oltre ad essere il Presidente di una Nazione che ha i suoi bei soldati e carri armati in giro per il mondo (a meno che non si voglia sostenere che le armi di Obama sono buone), è un personaggio dalla politica molto ambigua proprio sui temi della bioetica. Al contrario di Madre Teresa, Obama crede che sull’aborto ognuno possa regolarsi come vuole, mentre un membro autorevole della sua amministrazione, l’inossidabile Hilary Clinton, va in giro a sostenere che l’aborto è un “diritto” di cui dovrebbero godere soprattutto le donne africane. Inoltre Obama è colui che ha tolto i veti posti da Bush agli istituti di ricerca americani sulla sperimentazione con gli embrioni congelati.

Ma allora, se due più due fa quattro, non c’è proprio da stupirsi se il Nobel è arrivato ad Obama. La pace c’entra molto poco. C’entrano invece le lobby dell’aborto e della manipolazione genetica, le stesse che bloccarono il Nobel a Giovanni Paolo II.

L’impressione è che il premio Nobel si sia “sanremizzato”. Come succede a Sanremo, di solito chi vince non è il vero vincitore, e tutto è già programmato, secondo logiche che non hanno niente a che vedere con il regolamento del concorso.

Gianluca Zappa

 

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categoria: cultura, papa, festival di sanremo, attualitĂ , cattolicesimo, obama
sabato, 03 ottobre 2009

SOCIAL NETWORK

Dopo aver accettato (con gratitudine) qualche tempo addietro l’invito a partecipare alla vita di un blog, ho di recente ceduto - per motivi umani e contingenti sui quali soprassiedo - anche alla tentazione di entrare a far parte di un noto social network. Caratterialmente e istintivamente, come tutti gli intellettuali per i quali la dimensione della solitudine è connaturata e funzionale all’espressione di sé, rimango estraneo a queste forme di comunicazione e socializzazione. Ma non posso negare di dover ascrivere a queste esperienze, uno stimolo intellettuale e fattivo che mi ha titillato in questi ultimi giorni, e che raramente ho avvertito in passato. Purtroppo stamani, sfogliando un magazine del Corriere, mi sono imbattuto in un editoriale del sociologo Domenico De Masi e come spesso mi accade quando leggo le analisi ultrarealistiche di sociologi e psicologi, il mio evanescente spirito filosofico si è messo in moto corrodendo l’idillio della mia neonata vita di socializzatore telematico.

 

La tesi di fondo di De Masi - ma penso sia anche quella di molti altri - è che il fenomeno del social network sia la versione moderna e rinascente (dopo l’isolazionismo sentimentale e l’anomia figli della rivoluzione industriale) del bisogno istintivo di socializzare presente in tutti gli esseri umani. Facebook come l’ agorà o il foro romano o i salotti della Parigi illuminista. Diffido molto di questi paralleli vertiginosi, ai quali si oppone la considerazione storica - che certo è meno fascinosa e implica una ricerca paziente ed oscura e lontana dalle luci della ribalta - della inconciliabilità di queste manifestazioni sociali. Ma concediamo pure lo statuto di liceità a questa immagine. Secondo De Masi ci sarebbe dunque una macchina responsabile dell’ isolamento: quella di Henry Ford e dell’industrializzazione moderna, che ha trasformato tutti gli esseri umani in alienati colletti bianchi e spregiudicati affaristi, isolati all’interno del marasma umano delle moderne città. E sia: concedo che la spersonalizzazione prodottasi all’interno della civiltà moderna sia particolarmente evidente nelle città sorte sulla scia della rivoluzione industriale otto-novecentesca. La mia obiezione riguarda piuttosto la via d’uscita individuata da De Masi.

 

Per poter accedere ad un blog o ad un social network infatti, non è auspicabile (come affermava Ford a proposito dei ragazzotti brufolosi della provincia americana) ma è addirittura necessaria una macchina. Un pc, magari abbellito da sfondi accattivanti o sentimentalmente confortanti (tipo le orride foto delle vacanze a Rimini con bimbi-nonna-cagnolino che dilagano sugli schermi degli impiegati pubblici) rimane pur sempre una macchina. Come tale ha innanzitutto un limite oggettivo: il possesso di essa non è affatto universale. Un secondo limite, lo definirei generazionale-pedagogico: l’accesso alle sue funzionalità è precluso a moltissimi esseri umani. Ma l’aspetto più contraddittorio della tesi di De Masi, è il non tener conto che la comunicazione e la socializzazione sono in funzione dell’ ‘umanità’ e non viceversa. Un blogger o smanettone internettiano che partecipi a cento discussioni al giorno e abbia milleottocentonovantuno amici su Facebook con i quali scambiarsi messaggini e icone animate ogni giorno, rimane sempre un essere umano che è rimasto solo con sé stesso per un giorno intero. Mi si rimprovererà di invocare una tipologia comunicativa ed una forma di socializzazione retrograda. Eppure sono proprio la psicologia e la sociologia che ci hanno assicurato che una parte fondamentale della comunicazione tra uomini avviene in forma non verbale. L’esperienza ci conferma che la vicinanza di un altro essere umano, basta a scambiare qualcosa di ineffabile, che è appunto l’assenza-presenza di un social network non può dare. Che poi non si sia in grado di interagire, o esprimere la propria individualità in presenza di altri, non comporta che si debba correre a spalmarsi su di uno schermo, inventando una capacità relazionale che nella vita quotidiana non si possiede.

 

Che cos’è dunque un blog o un social network? È la forma evoluta, commisurata allo zeitgeist (allo spirito dei tempi) ed alle richieste della società attuale. Esattamente come lo erano le quattroruote dell’esecrabile Ford. E, come tutto ciò che è umano, solo apparentemente può rivendicare potenzialità prima sconosciute, senza comportare al contempo anche delle perdite. Perché se è vero che lo scambio telematico è più rapido e più sfaccettato di quello cartaceo, lo è altrettanto che una lettera dona un piacere -persino tattile e uditivo: paragonate se ci riuscite il ticchettio delle dita sulla tastiera e lo scorrere di un pennino d’oro su una carta filigranata - e assicura un coinvolgimento impensabile in rete. E comporta qualche rischio in più: vedere per credere il sottotitolo dell’articolo di De Masi: “Il computer è una chiesa”…

 

Michel de Seingalt                                             

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categoria: cultura, antropologia, attualitĂ 
domenica, 13 settembre 2009

UNA POLITICA PER LE MADRI

Parto stavolta da un fatto positivo, un particolare che mi trovo a notare ora che mia moglie è in gravidanza e, col suo pancione, fatica non poco a fare quello che una donna in condizioni normali fa senza problemi.

Ho notato che in alcuni supermercati comincia ad esserci la corsia preferenziale che non è più solo riservata alle persone con handicap, ma anche alle donne incinte. E in certi parcheggi, accanto alle note strisce gialle, cominciano a fare la loro comparsa anche le strisce rosa, che segnalano i posti auto (vicini all’ingresso del supermercato o del centro commerciale) riservate alle mamme in attesa.

Questo, se permettete, è un gran bel segnale, che evidenzia una certa sana attenzione per la maternità, una valorizzazione della maternità. Grazie alla quale anche il nostro Paese si avvia a diventare civile. Certo, c’è ancora molto da fare affinché questa particolare attenzione si diffonda sempre di più, come è avvenuto a proposito dei portatori di handicap, per i quali ci sono molte più facilitazioni.

Recentemente nella mia città ci sono stati due eventi che hanno richiamato grande folla: la festa patronale e la visita di Benedetto XVI. In entrambi i casi si sono mobilitate decine di migliaia di persone. In entrambi i casi notavo che sono state predisposte apposite pedane o riservati posti speciali per i portatori di handicap, mentre nulla è stato fatto per le donne in avanzato stato di gravidanza, che hanno oggettivi problemi a muoversi e a sostenere la fatica di lunghe attese.

Dei posti riservati alle donne in attesa di un bimbo oltre ad avere un effettivo valore pratico, ne avrebbero anche un altro strettamente simbolico: significherebbero che il nostro popolo rispetta, onora, valorizza la maternità. Il fatto che invece ci sia da stupirsi quando questo avviene, dice molto di un Paese dove le politiche in favore della maternità e della famiglia in generale sono tragicamente inesistenti.

In Italia si spendono fondi pubblici nelle strutture sanitarie per le interruzioni di gravidanza, quindi per una pratica che è il rifiuto della maternità, mentre non ci sono soldi a disposizione per chi la vita la protegge e la genera. Veramente si spendono anche molti fondi pubblici per la tutela della vita animale, mentre chi tutela la vita umana è lasciato completamente solo.

Mi colpiva una notizia di cronaca dello scorso giugno, trattata con una certa ampiezza solo dal quotidiano Avvenire, relativa al CAV (Centro di aiuto alla vita) della città di Albenga. Questo Centro, animato da volontari, è stato fatto oggetto di un’aggressione di ignoti vandali, che hanno distrutto la “culla per la vita”, una delle ventiquattro attualmente presenti in Italia. Si tratta di strutture in cui le madri possono lasciare il figlio nel completo anonimato e in assoluta sicurezza per il piccolo. Una specie di riedizione moderna della ruota degli esposti. I vandali hanno completamente distrutto la struttura (costata 7.000 euro) e hanno imbrattato la sede del CAV.

Sembra che la motivazione dell’atto vandalico sia nel fatto che gli esponenti locali del Movimento della Vita abbiano criticato l’amministrazione comunale di Albenga, capace di riservare ai cani trenta metri di spiaggia e di stanziare oltre 55mila euro per il monitoraggio dei piccioni e per il canile municipale (!). Niente, neppure un euro, ovviamente, è stato mai dato al Centro di Aiuto alla Vita. Ecco un caso in cui le donne incinte sono considerate meno di cani e piccioni.

Inutile dire che ci attendiamo molto da questo Governo. Berlusconi in campagna elettorale ha fatto delle promesse precise in termini di aiuto alle famiglie, a cominciare dal quoziente familiare, che introdurrebbe un fisco più equo eliminando così un’altra grave ingiustizia (oggi non c’è un criterio diverso di tassazione tra un single e una famiglia con figli). L’attuale Governo avrebbe tutto da guadagnare nell’imboccare con decisione la strada di aiuto alle famiglie e di incentivazione della maternità e, tra l’altro, avrebbe il sicuro appoggio trasversale anche di molti parlamentari che attualmente si trovano all’opposizione.

Ecco un altro c concreto intervento grazie al quale Berlusconi potrebbe passare alla storia del nostro Paese. Perché qualcuno che frequenta i piani alti non gli ha ancora suggerito di darsi una mossa?

Gianluca Zappa

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martedì, 08 settembre 2009

ELOGIO DELLA NORMA

Sull’ultimo numero di Style, il magazine mensile del Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà punta il dito, con il sarcasmo e la verve compositiva che indubbiamente le appartengono, contro un prototipo nazionale: l’ “ex-civile” (ossia il borghese, protagonista del miracolo italiano del secondo dopoguerra, e progressivamente imbarbaritosi fino a livelli d’inciviltà diffusa). L’articolo mette alla berlina un male archetipico della società italiana - la mancanza di educazione, di compostezza, di rispetto… dai costumi ai rapporti sociali e lavorativi - che ha fornito ampio materiale alla commedia, alla satira ed alla critica sociale. Ma oltre la denuncia (e il solito scherno delle classi impreditorial-dirigenti) la Rodotà non si spinge, e non indaga quindi le possibili cause di questo fenomeno.

 

Si può muovere da un assunto, almeno in parte giustamente richiamato dalla giornalista del Corriere: l’inciviltà è ormai diffusa sia orizzontalmente (ad ogni latitudine sociale cioè) che verticalmente (in ogni età della vita). Valga la spiegazione più immediata per i giovani, i quali sono specchio della società in cui vivono (ebbene sì, anche quando occupano e spaccano i beni pubblici o giocano a fare la rivoluzione… per poi finire digeriti e metabolizzati negli ingranaggi della società che aborrono) e che difficilmente potranno assumere i comportamenti traditi dai loro modelli di riferimento. Questo Paese pullula di Docenti che non parlano l’italiano, di Dirigenti che non si sono mai annodati una cravatta intorno al collo, di politici dediti all’usurpazione del bene pubblico… e chi più ne ha più ne metta. Formarsi una coscienza ed un profilo umano e civico che preludano ad una condotta consona al vivere civile, diviene un’impresa dall’esito per nulla scontato. Una spiegazione questa, situazionale e non del tutto soddisfacente, ma comunque ampiamente invocata. Ma come spiegare la degenerazione di quei modelli referenziali che i “borghesi” adulti - e soprattutto quelli investiti di responsabilità in ordine alla maturazione delle nuove generazioni - debbono essere?

 

C’è stato un tempo in cui la ‘norma’ aveva un senso. In cui l’educazione, il contegno, la forma addirittura venivano adottati per una sorta d’istinto sociale, quasi inconsapevolmente, e non sconfessati neanche quando se ne sospettava la natura arbitraria e convenzionale. E non si accampavano scuse, né s’invocavano esempi deteriori o situazioni giustificanti. Neanche quando ce ne sarebbe stata abbondanza.

 

Poi la norma è stata attaccata ed erosa. Attaccata da quanti ne denunciavano la relatività e la storicità, in omaggio ad un metodo ‘materialista’ d’indagine che dalla storia era passato alla società e poi alla mente addirittura degli uomini. E dal relativismo al nichilismo (come ho scritto tempo addietro) il passo è breve… specie per quei giovani che all’iconoclastia sono fisiologicamente portati. E la norma è stata erosa, anche, da quella parte della società che, drogata da un progressismo efficientista e modernizzatore, l’ha sentita come un peso ed un laccio inutile e gravoso, scontato e poco presentabile. E via dunque al ‘tu’ generalizzato, alla bella mostra di furberie e tradimenti vari, ad un estetismo sciocco e poco consapevole.

 

Beninteso, c’è qualcosa d’inevitabile in tutto ciò, che m’impedisce di divenire, da osservatore e indagatore del comportamento, sentenziatore e moralista. Sono seguace di Vico e non di Ezio Mauro. Non mi sognerei in alcun modo d’invocare un ritorno al passato, ben sapendo che i comportamenti tendono ad essere abbandonati quando non rispondono più alle esigenze universalmente avvertite, che ne hanno codificato i canoni. Né nego - o mi sottraggo - alla tentazione di derogare alla norma: per provocazione, ironia, egotismo. Ma la necessità di una ‘norma’ mi pare essenziale.

 

Riconoscere - e riconoscersi - in una norma significa aderire (esteriormente certo, ma è un bel prodromo) ad un sistema di relazioni, di valori, di obiettivi condivisi. Significa individuare nell’altro un portatore di istanze formalmente, non qualitativamente diverse - o inferiori - alle nostre. Significa abbandonare un individualismo sinonimo di egoismo, di protagonismo, di menefreghismo anche. Ed anche ammettere che l’uomo, che è solo con la propria coscienza nei momenti più alti della sua esistenza, realizza comunque se stesso più pienamente in comunità con i suoi simili.

 

Michel de Seingalt

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giovedì, 03 settembre 2009

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Questa sera, a partire dalle 20.45, diretta TV da Viterbo per il trasporto della Macchina di Santa Rosa.

La festa patronale viterbese ha la particolare caratteristica di essere una processione spettacolare: 100 uomini portano sulle spalle una struttura alta 30 metri, del peso di 5 tonnellate per un percorso cittadino di poco più di un chilometro.

Conduce la diretta Gianluca Zappa.

Per chi ha la piattaforma Sky i canali sono il 905 (Rete Oro) e l'888 (Italiani nel mondo). Nel centro Italia ci si potrà sintonizzare sulle emittenti Ies, Super3, Rete Oro.

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mercoledì, 26 agosto 2009

IL MUSEO DEI VAMPIRI E L'ALCHIMIA SESSUALE

Ma quali Pupi siciliani, caro Stefano! Ma beato te che ti sei potuto immergere nella nostra grande tradizione italica e cristiana! Certo, è triste che si sia rimasti in quattro gatti ad assaporare queste cose, ma ti assicuro che è più triste ed angoscioso quel che ho visto io. A San Marino.

In vacanza con la famigliola dalle parti di Rimini, mi spingo fino al Monte Titano e salgo su fino alla rocca, alla cattedrale, alle tre torri. E in cosa m’imbatto? In un museo (sì, un museo) dedicato a vampiri e licantropi. C’è una vetrina con un manichino che dovrebbe rappresentare un inquisitore, con tanto di croce infuocata o rovesciata, ed un inquietante corridoio d’ingresso, con una buona dozzina di manichini incappucciati, facce pallide e palandrane rigorosamente nere.

Trattengo a fatica mio figlio (il quale comunque non rinuncia alla foto comica con il grande licantropo che fa bella mostra di sé sulla piazzetta esterna) distraendolo col vicino negozio di armi, armature et cetera. Mentre lui guarda con vorace attenzione una scimitarra, un pugnale, un pistolone di quelli che portava l’Innominato nel cinturone, un’accetta (tutte cose che ovviamente non gli compro) io sono attratto da una vetrina dove spiccano simboli e segni esoterici e satanici, fino al modellino di una donna, in tuta attillata completamente rossa, legata a braccia in su ad un palo.

Ovviamente non distolgo mio figlio dalle sue scimitarre: preferisco che sogni di fare il cavaliere, piuttosto che gettarsi su precoci fantasie erotiche e depravazioni sessuali di quel genere. Ogni tanto si sente parlare dell’efferato fatto di cronaca, della ragazza stuprata e violentata, magari da dei pazzi scatenati che inscenavano un rito satanico. L’opinione pubblica si scandalizza. E poi si ritrova il pupazzetto della povera vittima in atto sacrificale proprio dentro il negozio di souvenir.

Ma, al di là di tutto, cosa diavolo (è proprio il caso di dirlo) c’entrano i licantropi e i vampiri con San Marino? Cosa diavolo ci fa un museo di quel genere sulla rocca? Caro Stefano, tu lamenti il fatto che i pupari siciliani vanno scomparendo e che nessuno li sostiene, li aiuta economicamente. Per forza! Magari le amministrazioni comunali sono impegnate a finanziare le notti delle streghe o i musei dei vampiri, cose orride e di uno spaventoso cattivo gusto, ma frequentatissime: per esse il pubblico sbava, paga e gode. Poi entra nel negozio di souvenir e si compra la statuina rossa.

Non è finita. Poco più in là, a San Leo, cominciava la cinque giorni di Alchimia, il festival esoterico in onore di Cagliostro. Spettacoli, conferenze e “il più grande mercatino magico-esoterico del centro Italia”. Confesso di non esserci andato. Mi sono perso la kermesse. Sarebbe stato interessante, che so, ascoltare la conferenza di Roberto Laurenzi, presidente dell’EFOA (European Federation of Oriental Arts), su “Alchimia sessuale”. O magari quella del massone Morris Ghezzi, Grande Oriente d’Italia, sul “relativismo come nuovo umanesimo”. C’era anche uno spettacolo di burattini dal titolo eloquente, “Pulcinella e il diavolo”. No, non si trattava dei tuoi simpatici pupi siciliani...

Insomma una full immersion tra licantropi, vampiri, violenze sessuali a vergini, simboli satanici e osceni, creature della notte, demoni e diavoli, amuleti, teschi, animali sacri e pietre filosofali, perché questa è gente che sente la “necessità di risacralizzare il cosmo”, come recitava il titolo della conferenza di un certo Ervin Laszlo del Club di Budapest.

C’era anche un’altra conferenza dal titolo interessante, quella di Michele Scapino e Orango Riso, di Damanhur (una eco società che professa la religione dell'umanità): “Spiritualità laica: quando si preferisce una filosofia ad una religione”. E’ un fatto significativo che si ammetta l’esistenza di una spiritualità laica e che questa spiritualità trovi ospitalità tra tanto pattume irrazionale ed osceno. E’ forse lì che vanno a finire i nostri filosofi laicisti, edonisti, nichilisti, relativisti del “fa quello che vuoi”? Sembrerebbe proprio di sì.

Tutto in fondo si riduce a momenti di scatenamento degli istinti e di erotismo esoterico. I vampiri riempiono i musei, s’impongono nei gloriosi centri storici delle nostre belle città d’arte e tornano ad affollare i libri e il grande schermo. Meglio se sono vampiri che preferiscono le orge, le donne legate ai pali, il sesso spinto, insomma, l'alchimia sessuale.

E tu, Stefano, ancora mi tiri fuori i Pupi siciliani!

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, filosofia, antropologia, esoterismo, laicismo, attualitĂ , societĂ 
domenica, 23 agosto 2009

MEGLIO DI DRAGONBALL…

In giro per la Sicilia, un caldo africano, arriviamo infine a Siracusa, la capitale dell’isola nell’antichità, la città che sconfisse in più occasioni i Cartaginesi e resistette a lungo all’assedio dei Romani, anche grazie alle geniali macchine belliche inventate da Archimede. Come a tutti è noto, di quest’epoca Siracusa conserva suggestive vestigia…

Ma per noi, lo scopo della visita è anche quello di assistere (finalmente!) a qualche spettacolo dei famosi Pupi siciliani. Il teatro della famiglia Vaccaro-Mauceri l’avevamo identificato sul web, il sito accattivante e curato ed un cartellone fitto di spettacoli da Marzo a Dicembre, ed accanto alle tradizionali storie dei Paladini di Francia, anche alcuni spettacoli tratti dalle tragedie greche e dalle vite dei santi. L’incontro si rivela ben presto significativo e pure ricco di sorprese.

La prima sorpresa è di venire a sapere che in tutta la Sicilia di compagnie “professionali” che mettono ancora in scena gli spettacoli dei Pupi ne sono rimaste solo quattro! Oltre a queste ce n’è anche qualcuna “amatoriale” e poi il nulla. Nel dopoguerra pare ve ne fossero ancora una cinquantina… A Siracusa in particolare la tradizione si interrompe alla fine degli anni ‘40, quando cessa la propria attività l’ultima famiglia di pupari della città, i Puzzo. E’ un loro lontano collaboratore, Ernesto “Saro” Vaccaro che, a dispetto di una grave disabilità, riprende e rinnova la tradizione, trent’anni dopo. Ed è proprio Ernesto “Saro” Vaccaro, uomo della traversata nel deserto, che lascerà il testimone nelle mani dei fratelli Mauceri. E non senza numerose difficoltà sia di tipo fisico che di tipo economico.

Perché, come apprendiamo dai Mauceri che oggi proseguono la tradizione, la professione dei pupari è una professione difficile (altra sorpresa…): se si procede, si procede unicamente perché motivati da un grande amore per quest’antica arte, lungo un percorso irto di incomprensioni, cavilli burocratici, indifferenza delle autorità. Così, anche l’ “Opra dei Pupi di Siracusa”, che ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali, combatte ancor oggi, giorno dopo giorno, con le ristrettezze degli spazi assegnati, con i rischi economici, con le promesse non mantenute e le ripicche politiche. Pensate che fuori stagione (e Siracusa resta un’importante meta turistica tutto l’anno!) ci si deve accontentare di mettere in scena gli spettacoli per ristretti drappelli di appassionati dato che vi sarebbero guide locali, a quel che abbiamo avuto modo di capire, che addirittura tengono lontani i grossi flussi turistici dal “Piccolo Teatro dei Pupi e delle Figure” di Via della Giudecca n. 17, dato che non si cede loro parte del magro ricavato. Ma in Sicilia molte cose sembra proprio che funzionino a questo modo…

I Pupi però sono parte dell’immagine pubblica dell’isola in tutto il mondo, Orlando, Astolfo, Rinaldo, Angelica, Carlo Magno, sono rappresentati sui depliant turistici delle agenzie e sui poster degli enti del turismo, eppure chi continua a far vivere questa antica tradizione è costretto a sopravvivere tra ristrettezze e difficoltà! La situazione è triste e scandalosa e non sono mancati, a questo riguardo, anche appelli alle più alte cariche dello stato, rimasti purtroppo al momento ancora inascoltati.

Ma ora veniamo alle cose belle. Innanzitutto il teatro: piccolo si, ma grazioso ed accogliente, con le tende rosse, i conci di pietra a vista e piccole panche, ed una struttura scenica proprio come vuole la tradizione! E poi un clima di famiglia dove ci si sente subito accolti e a proprio agio. Gli spettacoli infine conservano un indubbio fascino, anche per un’efficace combinazione di aspetti tradizionali (i Pupi, i fondali, le trame di sempre…) e di innovazione (gli effetti sonori, la musica, le luci…), e trasportano ben presto lo spettatore in un mondo incantato e senza tempo.

Al termine dell’episodio: “Agricane assedia la città di Angelica”, la città sembra bruciare per davvero nella notte, per 20 lunghi secondi… un effetto non indispensabile ai fini della conclusione della vicenda e tuttavia un’immagine che ha il sapore dell’archetipo e che lascia un segno nello spettatore (la città di Angelica brucia come la Troia omerica incendiata dagli Achei…). Il signor Umberto Mauceri (padre dei ragazzi che si danno da fare dietro la scena), visibilmente soddisfatto, si siede alle nostre spalle e ci svela che quei 20 secondi gli sono costati un mese intero di lavoro… Ecco, davvero senza un grande amore non si andrebbe avanti!

Vedere infine i ragazzi, nostri ed altrui, rapiti per quasi un’ora da quelle scene, catturati da quel linguaggio d’altri tempi, e sentirne addirittura uno affermare, alla conclusione, che era stato meglio che vedere Dragonball, è un’altra sorpresa nella sorpresa! Un’altra ragione di soddisfazione e di riconoscenza per chi, non cedendo alle mode, tenta di salvare dall’oblio un pezzetto dell’identità culturale siciliana ed italiana, un pezzetto della nostra anima.

(Un video suggestivo in tema: http://www.youtube.com/watch?v=IGiM25l0ZYg&NR=1)

Stefano

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categoria: cultura, storia, antropologia, tradizione
venerdì, 14 agosto 2009

A PROPOSITO DELLA SENTENZA SULL'ORA DI RELIGIONE

Il confine tra laico e laicista, in un Paese che si vorrebbe costituito nella sua coscienza politica e civile in contrapposizione al cattolicesimo romano - aspirazione che sotto vari aspetti ripullula soprattutto negli ultimi anni - rischia continuamente di essere violato, come accaduto nella sentenza del TAR del Lazio 20097076 del 17 Luglio scorso.

 

Occore innanzitutto notare che non sempre pare correttamente individuata la distinzione tra crediti ‘scolastici’ e ‘formativi’: molti dei commenti comparsi sui quotidiani di oggi (giovedì 13 Agosto) ripetono tale confusione, e la stessa sentenza del TAR ne esplicita la demarcazione soltanto nella parte caudale, dopo essere incorsa in più di un caso in aperta contraddizione.

 

Il credito ‘scolastico’ determina il profitto, laddove nell’attribuzione del credito ‘formativo’ -comunque individuato sulla base delle bande di oscillazione tra i voti espressi in decimi, secondo modalità individuate autonomamente dagli Istituti - concorrono anche attività esterne: volontariato, attività sportive etc… Detto in piena onestà intellettuale da chi di scrutinio ne ha affrontato più d’uno, anche in questo secondo caso raramente (e sottolineo l’avverbio) le certificazioni prodotte da Enti ecclesiastici, vengono ritenute valutabili… appunto per un eccesso di scrupolo laicista che nella Scuola Statale non stona…anzi… Le disposizioni contenute nell’ o.m. 26/07 non mutano poi la forma della valutazione dell’attività del corso di religione, che viene consegnata dal Docente ad una scheda fisicamente separata dalla Pagella, e non consta di un voto decimale, ma di un giudizio sintetico. Che ovviamente non concorre alla composizione della ‘media matematica’ la quale comunque - ed ancora per estrema onestà intellettuale - non è in via di diritto e tantomeno in via di fatto vincolante per il Consiglio, che può decidere di non attenersi strettamente a tale media, previa verbalizzazione delle motivazioni adottate.

 

A cosa si riduce dunque la disposizione di Fioroni? Alla possibilità, da parte di un Docente legalmente riconosciuto ed autorizzato all’espletamento di una funzione dallo Stato, di partecipare fattivamente in sede di Consiglio alla discussione che determina l’attribuzione del credito ‘scolastico’ (il voto di profitto insomma) riportando tra gli altri anche il giudizio relativo al comportamento ed al rendimento dello studente durante le proprie ore di lezione. Una questione della più alta gravità morale dunque…

 

In sede giuridica il Ministero dell’ Istruzione e la CEI, costituitosi ad opponendum al ricorso in via preliminare, avevano sollevato già in una nota precedente al TAR l’inammissibilità dello stesso, sostenendo che tale norma non comportasse un giudizio comparativo tra studenti (ogni studente viene logicamente valutato per le attività effettivamente svolte, non già per quelle non svolte rispetto ad altri candidati) e che la valutazione del credito ‘scolastico’ tendesse ad evidenziare la crescita globale di un individuo, e quindi a coinvolgere ogni aspetto del suo processo formativo. Obiezioni che già di per sé parrebbero assai motivate.

 

Chi sceglie di non frequentare un corso - ritenuto dallo Stato italiano formativo in ambito scolastico- si avvale certo di un suo diritto, ma se non svolge attività parallele, indubbiamente partecipa in modo minore al dialogo formativo. Le associazioni così solerti nel proporre tale ricorso, si sarebbero potute mobilitare onde proporre percorsi alternativi di crescita intellettuale e morale per quei ragazzi che avessero scelto di non partecipare all’ora di religione. La norma inoltre non pone la religione cattolica in posizione dominante rispetto alle altre, perché non esclude affatto la possibilità di attivazione o riconoscimento di corsi alternativi.

 

In via di fatto (ciò che la sentenza ricorda tra le motivazioni) si può rilevare che difficilmente la Scuola italiana potrebbe garantire una pluralità di corsi tali da tutelare ogni minoranza. Ma mi pare conseguente che in un Paese, in cui oltre il 90 per cento degli studenti partecipa all’ora di religione, sia scelta coerente dello Stato riconoscere una preminenza a tale insegnamento. Con buona pace degli amici Brunisti, sarebbe impensabile formare nuove graduatorie d’Istituto per classi di concorso ‘Bruno, Campanella e perseguiti dall’Inquisizione’…

 

Ma dove la sentenza del TAR mi pare apertamente in errore è nella differenziazione della ‘materia’ oggetto d’insegnamento nell’ora di religione, rispetto alle altre valutabili in termini di credito ‘scolastico’. Cito: “Sulla considerazione che la religione non è una ‘materia scolastica’ come le altre deve essere ancorato il convincimento circa l’illegittimità della sua riconduzione all’ambito delle attività rilevanti ai fini dei crediti formativi (con confusione tra ‘scolastico’ e ‘formativo’ n.d.r.)”.

 

 Ma il corso di religione non è una Catechesi per adolescenti, il cattolicesimo vi è discusso come parte di un universo storico e civile imprescindibile per comprendere e tutelare i valori dell’Occidente. Non si tratta della crescita di un singolo nella propria sfera intima, di un’esperienza di fede (quella si, personalissima), ma della discussione di un portato complesso di assunti teorici, morali, che costituiscono appunto l’ossatura della civiltà giudaico-cristiana, innestata su quella greco-romana (che sta ad altri Docenti presentare…). In tal senso essa sarebbe tanto più necessaria per quegli individui che, provenienti da culture differenti, percepiscono in maniera dimidiata l’eredità occidentale senza una presentazione -storica e teorica, non certo evangelizzante- dell’eredità cristiana.

 

Nella foga di tutelare in via di diritto e (nominalmente, ma non mi pare ne sussistano i termini) di fatto ‘minoranze’ presenti nel tessuto sociale italiano, il TAR finisce per discriminare la volontà, espressa dalla maggior parte delle famiglie e degli studenti italiani, di approfondire una propria identità culturale e religiosa, facendone evolvere i termini così da consegnarla in forma più alta e consapevole alle generazioni future. Non c’è che dire, una vera vittoria del diritto…

 

Michel de Seingalt

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categoria: cultura, scuola, attualitĂ , cattolicesimo