" width="922" height="230" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" scale="exactfit">
giovedì, 01 ottobre 2009

STAMPA LIBERA E MORALE

Rapporto sullo stato della libertà di stampa in Italia, relativo alla giornata odierna.

Viene nominata direttore del TG3 Bianca Berlinguer, già insignita del mitico Tapiro d’oro per un servizio del 2002 nel corso del quale si dava una ricostruzione parziale dell’intervento di piazza di Nanni Moretti, cassando totalmente le pesanti critiche a Rutelli e Fassino. Berlinguer: un cognome che è tutto un programma.

Questa sera ennesima puntata di Alzo Zero contro Berlusconi. Da Santoro ci sarà la D’Addario. Stavolta se la canteranno e se la suoneranno totalmente da soli, senza contraddittorio. Come, del resto, vorrebbero fare sempre. E’ la libertà di stampa.

Sono rimbalzate su tutti i tiggì le inquadrature di Di Pietro versione picciotto. Questo non lo cassa nessuno.

Si viene a sapere che Stefano Ziantoni, il conduttore di UnoMattina che ha recentemente salutato Berlusconi con un “presidente, lei qui è a casa”, aveva fatto tempo fa la stessa battuta a Pier Luigi Bersani. Solo che con Berlusconi è scoppiato il solito “caso”, mentre con Bersani tutti zitti.

Striscia smonta la bufala di Videocracy, che attribuiva ad una emittente televisiva di Berlusconi la prima trasmissione con spogliarello in diretta di una casalinga. Peccato che l’emittente in questione non fosse di Berlusconi. In più, sempre Striscia dimostra come programmi con donne oggetto (spesso a seni nudi) siano andati in onda proprio sulla RAI, prima o agli inizi dell’era berlusconiana.

Eh già, siamo davvero una nazione dove la libertà di stampa è a rischio!

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (25)(popup) | commenti (25)
categoria: politica, comunismo, media, televisione, attualitĂ , berlusconi
martedì, 22 settembre 2009

CANTARE DIMENTICANDO LA LIBERTA’

Torniamo a parlare di Cuba. Si è finalmente tenuto il tanto atteso concerto “Paz sin fronteras” concesso dalle autorità dell’isola ad un gruppo di artisti internazionali di cui evidentemente, da quelle parti, ci si fida abbastanza. Tra questi anche il nostro Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti (unico italiano). Naturalmente non si pretende più che si canti “per la vittoria del socialismo”… In un paese in cui da decenni le autorità non consentono la minima apertura, il minimo cambiamento, è già qualcosa potersi sentire almeno per un giorno “non del tutto isolati dal resto del mondo” (come leggo sul sito di Jovanotti). “Paz sin fronteras” poi suona più moderno, è più spendibile, e non è di certo sgradito alla nomenklatura isolana di scuola sovietica che ha sempre fatto della pace un forte tema propagandistico. Insomma, anche se non è proprio come ai vecchi tempi, l’importanza per il regime di una manifestazione simile, trasmessa in mondovisione, appare chiaro a chiunque voglia vederla. Non a caso Gramma, organo del comitato centrale del partito comunista cubano, pubblica un articolo (lo trovate su Granma International per i lettori italiani) che fa da megafono interessato all’entusiasmo senza-se-e-senza-ma di Lorenzo Cherubini: “Cuba è una nazione che rispetto e ammiro moltissimo per tutte le cose che ha rappresentato per la mia generazione in Italia”. Altrove, Lazaro Barredo, esponente di spicco della nomenklatura e direttore di Granma, afferma beatamente: “La mia Cuba, un’isola perfetta! Cosa cambiare?”.

Tuttavia, nonostante la verniciatura pacifista ed il carattere “apolitico”, sul quale hanno molto insistito gli organizzatori, il concerto ha deluso le attese di coloro che del regime hanno conosciuto la durezza della repressione e del carcere. I dissidenti cubani infatti non hanno tardato a denunciare il rischio di “appoggio implicito” che offriva al regime dei fratelli Castro. Sono questi ultimi, infatti, ad aver incassato i reali dividendi politici della partecipazione di tanti artisti, divenuti tutt’ad un tratto “apolitici”, ovvero muti nei confronti degli aspetti più oscuri di quel sistema. Perché, invece, le star internazionali non hanno colto l’occasione per chiedere la liberazione dei prigionieri politici ed il rispetto dei diritti umani? Oswaldo Payá, leader del Movimento Cristiano di Liberazione (MCL), uno degli estensori del “Proyecto Varela” (progetto sostenuto anche dalla Chiesa cattolica cubana e che mira allo sviluppo graduale in senso democratico e liberale delle istituzioni dell’isola), ha affermato: “E’ uno scandalo che tante persone cantino per la pace nel mio paese se si dimenticano e tacciono dei cubani incarcerati per aver lottato con amore per la verità, i diritti, la libertà, la riconciliazione e la pace”. E Payá, insignito nel 2002 dal Parlamento Europeo del Premio Sacharov a causa della sua lunga battaglia per i diritti umani e la democrazia a Cuba, di prigioni cubane se ne intende…

Il concerto ha avuto luogo in una piazza che è un simbolo del paese: Plaza de la Revolución,  il luogo dove si celebrano le più importanti liturgie del regime. Questa piazza è tuttavia intitolata anche a José Martí, il grande eroe della libertà e dell’indipendenza cubana, l’autore dei versi della celebre canzone “Guantanamera”, figura straordinaria di combattente per la libertà, da sempre impunemente strumentalizzata dal regime castrista. Di José Martí si ricorda magari l’avversione alla schiavitù e al colonialismo, forse anche un certo spirito libertario, si tace invece di quell’humus culturale e religioso cristiano in cui trovò alimento la sua fede nella libertà. Andò a ricordarlo ai dirigenti cubani Giovanni Paolo II (un altro che di sistemi totalitari se ne intendeva…) quando presentò, in un memorabile discorso nell’Aula Magna dell’Università de La Habana, la straordinaria figura di sacerdote e patriota, di Felix Varela. Maestro di libertà ed ispiratore per tanti, non ultimo il poeta-patriota José Martí, il quale volle farsi pellegrino e recarsi, nel luglio del 1892, a San Agostino della Florida (dove Felix Varela era morto esule) a rendere omaggio al “grande patriota e santo cubano”.

E di José Martí, Giovanni Paolo II (sapientemente spiazzante…) volle ricordare il pensiero autentico a chi ne aveva fatto un’icona vuota della rivoluzione comunista. Lo fece proprio in Plaza de la Revolución, chiedendo con ciò al regime “un cammino di pace, giustizia e libertà autentiche” ed un’apertura sul fondamentale tema del ruolo pubblico della religione cattolica, una delle radici identitarie del popolo cubano. Ascoltare le parole di José Martí sulla bocca del grande papa polacco credo sia stata per moltissima gente dell’isola un’indimenticabile emozione. Voglio pertanto ricordarle quelle parole e riproporle al circo degli artisti e dei cantanti “apolitici” che sono andati ad esibirsi ricevendo il plauso di un regime che è il contrario esatto degli ideali di libertà e giustizia per i quali è vissuto e morto il grande eroe del quale porta il nome la maggiore piazza di Cuba: “Pura, disinteressata, perseguitata, martirizzata, poetica e semplice, la religione di Gesù ha affascinato tutti gli uomini onesti (...). Ogni popolo ha bisogno di essere religioso. Lo deve essere non solo nella sua essenza, ma anche per sua utilità (...). Un popolo non religioso è destinato a morire, poiché in esso nulla più alimenta la virtù. Se le ingiustizie umane disprezzano la virtù, è necessario che la Giustizia Celeste la garantisca”. Mi sembrano parole importanti per Cuba ed in verità importanti ed attuali anche per noi.

Stefano

Postato da gianlucazappa | commenti (7)(popup) | commenti (7)
categoria: musica, comunismo, mondo, attualitĂ 
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
mercoledì, 24 giugno 2009

DALLE STALLE ALLE STELLE

Ascoltavo ieri in TV i commenti di alcuni esponenti del centrodestra a conclusione dei ballottaggi delle amministrative e non vorrei che questo esito, favorevole per la coalizione guidata da Berlusconi, favorisse una lettura un poco “drogata dal successo” dello stato d’animo degli italiani e delle condizioni reali del paese. Il fatto che il governo di centrodestra benefici ancora di una sostanziale luna di miele con gli elettori, si presta a mio parere a valutazioni non univoche e non significa necessariamente che gli Italiani siano disponibili a mantenere questo loro prevalente consenso nei confronti del premier indefinitivamente e, per così dire, “a prescindere”.

E’ vero che la campagna connessa agli ancora presunti (al momento che scrivo) scandali sessuali non abbia sortito gli effetti decisivi che qualcuno sperava, e la ragione mi pare ben evidente: la gente non si aspetta dal premier un comportamento privato al di sopra di ogni sospetto, ma semplicemente spera in una politica concreta, efficace per il paese. Non c’è da noi quella richiesta di una “famiglia presidenziale” esemplare come invece esiste tra gli Americani. Mi sembra poi che un certo tipo di critica al premier sia tanto meno efficace quanto più venga agitata da quel medesimo mondo cultural-giornalistico che, per dirla col titolo di un noto libro di Eugenio Scalfari, la sera se ne andava a via Veneto (la strada-simbolo della dolce vita romana…). Si tratta infatti del medesimo gruppo d’opinione che più d’ogni altro ha cavalcato in Italia, nei passati decenni, la rivoluzione sessuale e dei costumi, celebrando la precarietà sentimentale, il nomadismo ed il libertinaggio sessuale (quante inchieste dell’Espresso tese a suggerire che la trasgressione o il tradimento avrebbero fatto bene alla coppia…).

Ma, detto questo, resta la questione politica. Secondo me il centrodestra beneficia più che della popolarità di Berlusconi, dell’onda lunga dell’impopolarità di Prodi. Personalmente condivido al 100% il giudizio espresso da Pierferdinando Casini (a Ballarò) per il quale “se Berlusconi è tornato oggi in sella il merito è di Romano Prodi”. Perlomeno Berlusconi è un tipo alla mano, uno che si mescola (talvolta male, a quel che sembra…) con il popolino e non ha quella spocchia della superiorità intellettuale e morale che rende così spesso i politici di sinistra antipatici alla gente comune. Guarda caso, appena qualche anno fa, Luca Ricolfi pubblicava un fortunato libro dal contenuto ancora attuale e dal titolo assai significativo: “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”. La gente vota Berlusconi perché non ha ancora dimenticato la fiera infinita degli utopismi e delle velleità dell’ultimo governo di Romano e perché si rende conto che, malgrado la crisi, Silvio “perlomeno non ci ha rimesso le mani dentro al portafoglio”. E’ questo infatti che si sente dire al bar la mattina, tra quelli che si avviano al lavoro prima dell’alba. Alla gente comune già solo questo appare tanto! Ma è chiaro che ciò non può essere sufficiente...

Il centrodestra non può campare indefinitivamente sugli allori per aver saputo interpretare meglio i sentimenti che albergano nel cuore degli italiani. Come già spiegava Emma Marcegaglia, deve dimostrarsi capace di fare scelte innovative e coraggiose che, a mio parere, tardano ancora a venire. Ne cito una per tutti: nonostante le promesse, non si vede ancora all’orizzonte alcuna legge sul “quoziente familiare”, mentre invece (e proprio perché la crisi colpisce in modo particolare le famiglie) sarebbe necessario ed urgente introdurre un modello di tassazione, proporzionale, che ripartisca le risorse “secondo i bisogni”, mettendo davvero nel conto il numero dei bambini. Solo una legge del genere potrebbe restituire alla famiglia quella centralità che anche la Costituzione, del tutto inapplicata, le riconosce! Oggi sposarsi e fare figli è economicamente e socialmente svantaggioso (di qui tanta povertà e tanta denatalità…) ed il presente governo non ha ancora iniziato nulla di sostanziale per aggredire alla radice una tale ingiustizia. Aggiungo poi che da un governo che celebra “le libertà” mi attenderei una sostanziale svolta in tema di libertà educativa e scolastica (e fossi io il premier privatizzerei il 30% della scuola pubblica…), invece gli istituti non statali continuano a chiudere per un’insostenibile situazione economica! Non si tratterebbe di dar soldi alla scuola privata (questo lo faceva meglio il centrosinistra ed è una formula a mio parere poco liberale), ma di detassare la spesa scolastica perché le famiglie siano messe nelle migliori condizioni per poter scegliere (e finanziare…) liberamente la scuola in cui credono! Allora sì che si colpirebbe la scuola dei burocrati, allora sì che si avrebbe una speranza di rinascita di una autentica passione educativa, allora sì che si farebbe anche della buona economia! Già Luigi Sturzo, 60 anni fa, spiegava perché le burocrazie sono brave a sperperare e non ad educare… ebbene siamo fermi ancora lì.

Al di là delle polemiche di questi giorni (stiamo anche noi a vedere cosa accadrà…) saranno questi aspetti, al momento sottaciuti, a diventare preminenti nel più lungo periodo, e ciò nel giudizio di molti cittadini che rappresentano ormai la parte centrale e maggiormente mobile del corpo elettorale.

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (4)(popup) | commenti (4)
categoria: comunismo, elezioni, attualitĂ 
sabato, 09 maggio 2009

IL FAMILY DAY SIAMO NOI!

A Franceschini bisognerà proprio ricordare che il Family Day lo abbiamo organizzato noi e non Silvio Berlusconi.

Vabbè che a suo dire il premier possiede tutto, ma i pulman, dalle parti nostre, li abbiamo messi noi altri! E le persone che ci sono salite sopra le abbiamo contattate, una per una, noi e senza alcun appello televisivo!

Franceschini, evidentemente, l’altro giorno puliva la canna del fucile e gli è partito il classico colpo: il leader del PD, cedendo infine alla tentazione di colpire l’avversario nel punto debole delle sue difficoltà private, ha pronunciato, en passant su RAI-3, le seguenti allusive ed inaccettabili parole: “…e stendo un velo pietoso sul Family day”. Quasi che il Family Day fosse una delle ville di proprietà del Presidente del Consiglio, una questione di famiglia del Cavaliere.

Da rimanere stupefatti.

Quando si sentono certe allusioni gratuite e fuori luogo ci si spiega come mai la sinistra tende, almeno in questa fase storica, ad essere così minoritaria nel paese.

Franceschini dimostra di aver compreso assai poco, a suo tempo, il messaggio di quella piazza gremita di famiglie italiane, e dimostra di comprenderlo ancor meno adesso. Mi sembra un bel problema per il leader politico di un grande partito a vocazione maggioritaria i cui elettori sono per una non piccola parte dei cattolici. Eppure fa politica in un paese democratico… a chi chiederà i voti allora?

I vecchi dirigenti del PCI avrebbero avuto ben altro riguardo per una grande manifestazione di massa del popolo italiano. Dossetti, Mazzolari e Zaccagnini (invocati non poche volte come padri nobili e maestri) avrebbero avuto ben altro rispetto delle attese, delle preoccupazioni e delle richieste delle famiglie italiane e, soprattutto, non avrebbero mai avuto questa caduta di stile di usare un linguaggio allusivo tendente a gettare il discredito, più che sul Presidente del Consiglio, sui cattolici italiani e su tutti coloro che intervennero allora, a vario titolo, a quella grande manifestazione.

Franceschini dimentica infatti la presenza in piazza S. Giovanni dell’associazione delle donne mussulmane, dimentica la presenza di esponenti laici e non credenti, dimentica la partecipazione della comunità ebraica e dimentica persino la presenza di qualche esponente del suo stesso partito…

Altro che sul Family Day, altrove andrebbe steso il velo pietoso!

 

Stefano

 

Postato da ferrloren | commenti (33)(popup) | commenti (33)
categoria: comunismo, famiglia, attualitĂ , cattolicesimo, family day, dario franceschini
venerdì, 27 marzo 2009

KATYN: SILENZIO SULL'ORRORE

Lo scomodo film “Katyn” di Andrzej Wajda, che molti di noi non vedranno a causa delle interessate pressioni che ne hanno impedito un’ampia distribuzione in Italia ed in altri paesi europei, ha comunque ridestato un dibattito troppo frettolosamente archiviato sulle tragiche vicende dell’Europa dell’est caduta sotto il giogo della dominazione sovietica. Come è noto, Wajda ha voluto realizzare quest’opera cinematografica per molteplici ed importanti ragioni: è innanzitutto un tributo reso a suo padre Jakub, uno degli sfortunati ufficiali dell’Armata Polacca (Wojsko Polskie) trucidati dai reparti del NKDV nella foresta di Katyn; è un riconoscimento all’eroismo dell’unico paese che ebbe, nel corso della guerra, la sventura di battersi contemporaneamente contro entrambe le ideologie totalitarie del XX secolo; è infine un appello ad un’Europa troppo spesso distratta e qualche volta complice, perché non lasci cadere nell’oblio questa parte della memoria storica del continente. Anche se oggi l’elite politica ed intellettuale dell’UE si definisce in prevalenza “laica e liberale”, non sono un mistero per nessuno le infatuazioni comuniste, rivoluzionarie, talora guevariste o maoiste, di molti di coloro che oggi sono alla guida di istituzioni comunitarie, enti culturali e finanziari o dei maggiori giornali. Per molti di questi è sempre e solo il fascismo, in tutte le sue possibili manifestazioni e metamorfosi, il pericolo costante, mentre al comunismo si guarda spesso come ad una generosa utopia o tutt’al più come ad un peccato veniale di gioventù. Inaccettabile poi ogni discorso che evidenzi non solo i tratti comuni ai due sistemi ideologici, ma che addirittura ricordi l’alleanza militare stipulata tra i due totalitarismi che trascinò l’Europa nella tragedia della II Guerra Mondiale. Così, non sembra un caso che i  crimini del nazismo siano costantemente ricordati anche in numerose occasioni ufficiali, mentre quelli del comunismo sovietico sono scarsamente presentati e mal conosciuti da parte dell’opinione pubblica. Questo atteggiamento culturale delle nostre elite ha portato a ciò che Anna Foa, qualche tempo fa, aveva stigmatizzato come “la memoria divisa dell’Europa”.

Ma torniamo a Katyn, quel che è emerso nel corso degli anni sembra andare oltre ogni immaginazione. Una tragedia di proporzioni ben superiori a quel che si era creduto al momento della scoperta delle fosse: da meno di 5.000 vittime identificate a seguito delle prime ricerche, alle 15.000 di quando Wajda cominciava a lavorare al suo film, fino alle 21.000 che si calcolano oggi. Nel settembre del 1939, il 52% del territorio nazionale polacco era caduto sotto il controllo dei Sovietici. Le regioni orientali della Polonia contavano allora più di 5.000.000 abitanti e di questi oltre 2.000.000 sarebbero stati trasferiti in URSS, destinati in larga prevalenza ai lavori forzati nei complessi minerari di Kolyma e Chukota (nell’estremo nord dell’Unione Sovietica). Ben 380.000 deportati erano bambini! Le spaventose condizioni di lavoro segnarono il destino dei deportati al ritmo di un 30% di decessi per anno. Un’attenzione tutta particolare i Sovietici la dedicarono agli ufficiali dell’Armata Polacca. Ne catturarono 45.000 e si crede che circa 15.000 siano stati liquidati immediatamente, dato che sono letteralmente scomparsi nel nulla. Altri 21.000 furono invece trattenuti vicino al confine orientale polacco nei pressi di una vasta area che ospitava (fin dalla Guerra Civile) il complesso delle caserme e dei centri direzionali della ÄŚeka (poi GPU, poi NKDV), furono quindi tradotti nei boschi tra Katyn, Smolenk e Kharkov (in Ucraina), le mani legate con il fil di ferro, ed assassinati a colpi di pistola dopo essere stati classificati come “nemici di classe” del socialismo (tra di loro risultano numerosi gli intellettuali, gli insegnanti, i nobili, i sacerdoti, gli artisti…). Mancano tuttavia all’appello ancora 9.000 ufficiali del Wojsko Polskie, che fine avevano fatto questi ultimi? Dall’esame della corrispondenza scambiata, dopo la scoperta delle prime fosse, tra il colonnello inglese Walter Willy Hudson (ufficiale di collegamento con l’Armata Polacca) ed il suo superiore, il generale di Brigata Hugh James Wadsworth (in servizio a Londra presso lo Stato Maggiore Generale Imperiale) si ricava la terrificante verità riguardo l’allucinante destino toccato a questi ultimi. Caricati su vagoni bestiame agli inizi del terribile inverno russo, furono trasportati fino al porto artico di Murmansk. Quelli che erano sopravvissuti al viaggio furono ammassati su zattere scoperte, agganciate al piroscafo Klara Zetkin. Il convoglio puntò verso il mare aperto fino a che non fu avvicinato da un cacciatorpediniere sovietico che colò a picco le imbarcazioni a colpi di cannone. Molti tuttavia erano già morti, esposti agli spruzzi del mare agitato e alle micidiali raffiche del vento artico, trasformati in compatti blocchi di ghiaccio incollatisi l’uno all’altro o incollati al pianale di legno delle zattere. Un esempio di selvaggia barbarie poche volte eguagliato nel corso di un conflitto pur terribile come la II Guerra Mondiale!

Ma questo carteggio dimostra anche un’altra cosa: i Britannici, fin dall’inizio, sapevano e deliberatamente scelsero di tener nascosta la verità pur di non compromettere l’alleanza con Josep Stalin! La conferma la si ricava ancora una volta da una lettera del Colonnello Hudson il quale ebbe a scrivere, dopo che qualche notizia era filtrata: “temo che non riusciremo a metter la museruola agli scribacchini nostri e degli Americani, i Polacchi non sapranno tener segreta la notizia di questa nuova orribile faccenda che renderebbe moralmente impossibile per il nostro paese mantenere l’alleanza con l’Unione Sovietica”. Da queste parole i timori degli Alleati emergono chiarissimi: l’Inghilterra in particolare non poteva rinunciare all’amicizia con i Sovietici, ma per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica una simile alleanza, necessitava di presentare in una luce favorevole il sistema sovietico coprendo i crimini e le nefandezze dell’alleato e nascondendo la verità ai Polacchi, nonostante che questi ultimi fossero stati alleati di Francia ed Inghilterra fin dalla prima ora. Ma l’orrore non finisce qui. Pochi sanno che i primi ritrovamenti avvennero per opera dei coraggiosi combattenti clandestini dell’Armata Nazionale Polacca (Armia Krajowa) essendo ancora in corso la guerra e che già da quelle iniziali ricognizioni si era avuto modo di capire che i boschi celavano, in realtà, anche i corpi di altre più numerose e differenti vittime. In un rapporto segreto trasmesso dagli uomini dell’Armia Krajowa al generale WĹ‚adysĹ‚aw Anders (che avrebbe guidato il II Corpo d’Armata Polacco nella battaglia di Montecassino) si ricava che la maggior parte delle fosse “risale ai tempi degli stermini eseguiti dalla ÄŚeka e dalla GPU durante la guerra civile (la guerra tra i Bianchi ed i Rossi ndr) e nel corso degli anni ‘20 (quando l’Armata Rossa, guidata da Michajl TuchaÄŤevskij giunse fino alle porte di Varsavia ndr), altre ancora sembrano esser state riempite tra la metà e la fine degli anni ‘30, al tempo delle purghe di Yezhov (il periodo delle terribili purghe staliniane ndr)”. Pertanto, ben oltre il caso degli ufficiali polacchi, i boschi delle terre di confine tra la Polonia e l’ex Unione Sovietica furono utilizzati, quasi ininterrottamente e per oltre venti anni, come luogo destinato a far scomparire i cadaveri di un numero difficilmente quantificabile, ma comunque impressionante, di cosiddetti “nemici del socialismo”, verosimilmente non meno di altre 75.000 vittime, molte delle quali di nazionalità russa, bielorussa ed ucraina. Di queste ultime non si è mai parlato perché se era stato facile far ricadere sui Tedeschi la responsabilità della strage degli ufficiali polacchi, sarebbe stato ben più difficile attribuire ai medesimi anche la responsabilità della liquidazione di tutti quei civili (uomini, donne e bambini) i cui corpi erano stati occultati nei boschi già negli anni precedenti all’ascesa al potere di Adolf Hitler.

 

Stefano

Postato da gianlucazappa | commenti (9)(popup) | commenti (9)
categoria: comunismo, storia
mercoledì, 03 dicembre 2008

MA IN QUEL DOCUMENTO DI DEPENALIZZAZIONE SE NE PARLA SOLO EN PASSANT, E IL RESTO?

Ci risiamo. Visto che l'Isola dei Famosi è finita, che lo sciopero è previsto tra qualche giorno e che nel frattempo è un po' difficile difendere una multinazionale come Sky che sfrutta il proletariato e che arricchisce i borghesi, è necessario che i compagni trovino un obiettivo per sentirsi vivi. E allora quale migliore occasione per creare un polverone intorno al nemico di sempre, Santa Romana Chiesa?  E così eccoci di nuovo di fronte a strumentalizzazioni e a gente che pecoronescamente costruisce trincee, barricate, spara a destra e a manca e poi si chiede di cosa si sta parlando. Questo evidenzia che l’importante non è il pretesto ma l’obiettivo. Quelli di Liberazione, cioè quelli che hanno esaltato la vittoria di Luxuria all’Isola come la vittoria di Obama negli States, hanno indetto il boicottaggio al Vaticano, proteste e quant’altro. Riporto qui di seguito un pezzo dell’articolo di Tornielli su il Giornale con le parole di mons. Migliore, Osservatore permanente della Santa sede presso le Nazioni Unite:

 

«Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale», ha risposto monsignor Migliore, citando il Catechismo della Chiesa cattolica «che dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». «Ma qui - ha aggiunto - la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».

Queste parole sono state prese a pretesto per far credere che la Santa sede sia favorevole alla galera se non addirittura alla pena di morte per le persone omosessuali, come previsto in alcuni Paesi fondamentalisti. Le cose, ovviamente, non stanno affatto così. In Segreteria di Stato c’è preoccupazione per il progetto della Francia: la depenalizzazione, infatti, «non è l’oggetto del documento» spiegano Oltretevere. La dichiarazione «non cerca tanto di combattere la discriminazione dell’orientamento sessuale quanto di promuovere ogni orientamento sessuale e a questo fine di creare una nuova categoria di discriminazione, senza definirla, in modo da applicarla a tutti i diritti umani». Si vuole dunque, dicono Oltretevere «rileggere tutta le legislazione sui diritti umani alla luce dell’orientamento sessuale, introducendo nuove categorie protette e grazie a questa dichiarazione garantire a qualunque orientamento sessuale un trattamento identico a quello riservato alle persone eterosessuali, ad esempio in materia di matrimonio e di possibilità di adottare bambini». Insomma, un progetto che si propone ben altro rispetto alla depenalizzione e che cerca di far passare un principio al quale si possano poi riferire gli organismi di controllo delle Nazioni Unite, senza che questo sia in realtà mai stato discusso e approvato in aula. «Sulla base di quella nuova categoria di discriminazione - spiegano in Vaticano - si potrà cercare di restringere altri diritti e libertà, come quello alla libertà di espressione e di libertà religiosa».

 

Insomma, in quel documento c’è di tutto e di più e approvarlo in toto, anche se en passant c’è anche la depenalizzazione, significherebbe approvare e promuovere ciò che la Chiesa ha sempre considerato un grave errore. In pratica si chiede alla Chiesa di essere ciò che non è e la si accusa di dire ciò che non ha detto. Niente di nuovo.

 

taspaolo

Postato da taspaolo | commenti (2)(popup) | commenti (2)
categoria: cultura, politica, comunismo, chiesa, religione, diritti umani, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo
mercoledì, 26 novembre 2008

ONORI TRANSITORI

Ecco cosa scrive Boris Sollazzo su Liberazione: "Esagerando, ma fino a un certo punto, noi di Liberazione abbiamo comparato la sua vittoria di lunedì sera a quella di Obama alle presidenziali Usa". Sansonetti appare al TG5 e afferma che dopo tante sconfitte finalmente una vittoria. Naturalmente non sto parlando di politica ma di Vladimir Luxuria e dell'Isola dei famosi. Imbarazzante. Addirittura il partito di Rifondazione, o quel che ne rimane, ha proposto al vincitore dell'Isola la candidatura alle elezioni europee. Non sapendo più quali voti andare a cercare, si buttano sul televoto. Comunque da tutta questa storia si evidenzia una sinistra tristezza politica del non saper più quali pesci prendere. Tuttavia c'è da ammirare la visione del bicchiere mezzo pieno dei guareschiani trinariciuti. Non è da tutti esultare per tali motivi.

Aspettiamo il vincitore della Talpa...

taspaolo

Postato da taspaolo | commenti (8)(popup) | commenti (8)
categoria: comunismo, attualitĂ , societĂ 
martedì, 18 novembre 2008

DI SINISTRA COME ROSAS

Il presidente uruguayano Tabaré Ramón Vázquez Rosas ha posto ieri (13/11/12) il veto sulla legge che intendeva ampliare notevolmente in quel paese il ricorso alla pratica abortiva. Attualmente l’interruzione di gravidanza è consentita solo nei limitati casi di pericolo per la vita della madre o di stupro.

La nuova legge (“Ley de salud sexual y reproductiva”), fortemente sponsorizzata da importanti organismi internazionali ed approvata dalle due camere del parlamento per un solo voto, avrebbe invece liberalizzato l’aborto nelle prime dodici settimane di gravidanza.

Ma il presidente Vázquez Rosas, un medico specialista oncologo, leader della coalizione di sinistra “Encuentro Progresista-Fruente Amplio-Nueva Mayoria”, si è dichiarato contrario per profonde ragioni etiche e scientifiche (por “razones filosóficas, biológicas y humanas”) a questa iniziativa. Così, secondo quanto gli è consentito dal diritto costituzionale dell’Uruguay, ha posto il veto presidenziale alla ratifica. Ciò significa che ora le due camere del parlamento, per approvare la nuova legge, necessiterebbero di una maggioranza qualificata dei 3/5 dei voti di ciascuna di esse, il che è ben difficile che possa verificarsi in un paese dove un’ampia parte della popolazione si dice oltretutto contraria.

Ma chi è Vazques Rosas? Contrariamente a quel che si potrebbe credere, Rosas non è un cattolico, ma un laico ed un uomo politico di sinistra, proveniente dalle file del movimento socialista uruguayano (“Partido Socialista”). Rosas è stato uno dei protagonisti della rinascita democratica del paese nel 1985 e si è battuto contro i tentativi di cancellare, con una amnistia, le responsabilità dei militari, nelle violazioni dei diritti umani, durante il periodo della dittatura. Rosas è molto apprezzato per la sua sensibilità sociale ed il suo pragmatismo, ha dato al proprio programma politico il titolo significativo di “Utopia Realizable”.

Non si tratta infine di una mosca bianca, qualche tempo addietro si è parlato di analoghe convinzioni espresse dal presidente del Nicaragua e leader del Fruente Sandinista, Daniel Ortega che ha anche denunciato le pressioni di potenti organizzazioni internazionali per far approvare l’aborto in tutta l’America latina.

Come si vede pertanto, si può essere non-cattolici ed essere tuttavia contrari all’aborto per ragioni di carattere ideale e razionale. E si comprende bene che a queste condizioni non sarebbe così difficile per un credente riconoscersi e militare in un partito di sinistra.

Chissà allora perché da noi i leader del centrosinistra si fanno in quattro per regalare la maggior parte dei cattolici al centrodestra? Già, chissà…

 

Stefano

 

Postato da gianlucazappa | commenti (8)(popup) | commenti (8)
categoria: politica, comunismo, aborto, attualitĂ 
sabato, 30 agosto 2008

CINA: IL LATO OSCURO DELLA FORZA

Le Olimpiadi di Pechino si sono appena concluse.

Nello stadio il presidente del CIO, Jacques Rogge, ha presenziato alla grandiosa cerimonia di chiusura al fianco di Hu Jintao, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese e del Primo Ministro Wen Jabao.

Tutt’attorno schierata l’intera nomenclatura del partito che assaporava proprio in quell’istante la sua vittoria più grande. A Liu Qi, Presidente del Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici, il compito di spiegare di quale vittoria si trattasse:

 “L’Olimpiade di Pechino ha testimoniato che il mondo ha riposto fiducia nella Cina”. Ecco il grande obiettivo: vincere la sfiducia dell’Occidente; sdoganare la Cina così come è, disciplinata e potente al punto che è meglio farsela amica piuttosto che andare a sindacare su ciò che accade dietro le quinte del faraonico spettacolo offerto al mondo.

 Per i dirigenti di Pechino, la Cina merita fiducia e si appresta a prendere il proprio posto nel mondo. Il posto che le spetta. Ma la Cina la merita davvero questa fiducia? La Cina è davvero cambiata? Cos’è oggi la Cina?

Nei giorni scorsi, l’agenzia AsiaNews (organo del Pontificio Istituto per le Missioni Estere) e la Cardinal Kung Foundation hanno diffuso per prime la notizia che, nel giorno stesso della chiusura dei giochi, mons. Julius Jia Zhiguo, stimato Vescovo di Zhengding (Hebei), veniva tratto in arresto e tradotto in un luogo di prigionia sconosciuto. Il presule cattolico era già da tempo agli arresti domiciliari, controllato 24 ore su 24.

Evidentemente, ciò non sarà sembrato sufficiente alle autorità di Pechino se, alle 10.00 del mattino, mentre celebrava la messa domenicale di fronte ad alcuni fedeli, un gruppo di poliziotti armati è andato a trascinarlo giù dall’altare senza che fosse data ad alcuno spiegazione di sorta. Come nel caso di tanti altri, scomparsi prima di lui, è possibile che passino molti anni prima che si possano avere altre notizie certe. Come nel caso di tanti altri, è anche possibile che muoia in stato di segregazione e che non se ne venga a sapere più nulla... Che tipo di paese è allora la Cina? Siamo davvero certi che non si tratti più di un regime totalitario o di un paese comunista, come da più parti si insiste a dire?

Lascio la parola ad un personaggio meglio informato e ben più autorevole del sottoscritto, il grande regista Zhang Yimou (quello di film come Lanterne rosse”, “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”…), autore delle straordinarie coreografie che abbiamo ammirato nel corso delle cerimonie di apertura e di chiusura dei giochi. Ecco cosa ha dichiarato in una recente intervista:

I diritti umani? Rendono l’Occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere quegli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i Cinesi (…) gli interpreti occidentali lavorano solo quattro giorni e mezzo alla settimana, fanno due pause al giorno per il caffé, poi non sono nemmeno in grado di stare bene allineati (…), i Cinesi riescono a realizzare in una settimana quello che gli Europei fanno in un mese.

Zhang Yimou ha pure confessato di non esser mai riuscito a realizzare grandi regie operistiche in Occidente a causa “delle rigide norme sul lavoro e di tutela sindacale”.

Come se non bastasse ha poi espresso la sua incondizionata ammirazione per le liturgie politico-culturali di massa organizzate dal regime nord-coreano (uno dei più abietti della storia) spiegando che: questo tipo di uniformità produce una grande bellezza”, di cui siamo capaci anche noi Cinesi”. Il regista ha infine commentato la scena, tanto ammirata della cerimonia di apertura, in cui tessere d’argento con i caratteri della scrittura cinese si sollevano e si abbassano ritmicamente, quale esempio di un livello di perfezione conseguibile solo se “gli esecutori obbediscono agli ordini come un computer ed ha quindi concluso che è “questo lo spirito cinese”...

 Ma Yimou pensa davvero queste cose o gliele hanno fatte dire i capi del partito? La domanda forse è oziosa, probabilmente le due possibilità sono la stessa cosa. Apriamo gli occhi!

Alle tradizionali misure repressive, proprio a causa dei giochi si sono aggiunte nuove leggi speciali che hanno imposto misure di “rieducazione attraverso il lavoro” per chiunque parlasse con gli stranieri, si sono poi moltiplicati gli arresti e le misure detentive senza giudizio e senza processo… E noi come reagiamo? Ricordo che quando furono assegnati i giochi a Pechino (nel 2001) i dirigenti del CIO garantivano tronfi la massima vigilanza ed assicuravano il mondo intero che, con le Olimpiadi a Pechino, la Cina avrebbe fatto grandi passi avanti sul tema dei diritti umani…

In caso contrario sarebbero stati assunti dal CIO severi provvedimenti...

Le cerimonie di certo sono state magnifiche, ma sotto la bella maschera (di tecnologia e seta) la Cina è rimasta quella di sempre e gli apprendisti stregoni che credevano di poter dominare il drago rosso hanno fatto la figura degli utili idioti. O dei complici prezzolati…

Avete sentito le più recenti amenità dei massimi dirigenti sportivi?  Ha detto un ineffabile Jaques Rogge: “Sono stati giorni meravigliosi. Attraverso questi Giochi il mondo ha imparato qualcosa sulla Cina e la Cina ha imparato qualcosa sul mondo”. Sarà…

 Un tempo, ricordo, si insegnava a scuola che il grado di civiltà di un paese (ed i suoi eventuali progressi) lo si apprende semmai dallo stato del suo sistema giudiziario, da una visita alle sue prigioni…

 

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (3)(popup) | commenti (3)
categoria: comunismo, diritti umani, attualitĂ , ideologia