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mercoledì, 28 ottobre 2009

HALLOWEEN E L'IRRAZIONALITA' DEL NUOVO PAGANESIMO

Un nostro lettore, commentando il post sull’ora di Islam, che fatalmente ha portato con sé commenti sull’ora di religione cattolica, si chiedeva in sostanza quale beneficio abbia portato agli studenti l’insegnamento della religione a scuola, se poi tutti si bevono le cretinate di Dan Brown. Secondo il lettore, questo fatto, e cioè la supina accettazione delle fantasmagoriche tesi del Codice da Vinci, sarebbe la dimostrazione che non è stata fatta un’adeguata formazione religiosa. Un’ora scolastica di Storia delle religioni risolverebbe ogni problema.

Magari fosse così semplice, diciamo noi! Magari bastasse una solida preparazione culturale per non cadere nelle trappole dei nuovi mistificatori! In realtà siamo di fronte ad un problema molto più complesso e di difficile soluzione.

Quello che sta succedendo è stato già previsto: mentre si crede sempre meno in Dio, si è sempre più disposti a “credere a tutto”. Una società di credenti viene rimpiazzata da una società di creduloni. L’irrazionale ha fatto pesante irruzione nella coscienza collettiva, propagato e veicolato dalla stampa, dal mondo dei media, dal cinema. L’umanità è in preda a prurigini da mistero, ma un mistero tornato inquietante, oscuro, impenetrabile. Una mentalità neo pagana ha preso il posto della salda coscienza cristiana e perfino certi grandi santi della fede cattolica (si prenda, per esempio, Padre Pio) vengono strumentalizzati e inseriti in un contesto che predilige il miracolistico, il portentoso, il superstizioso.

Niente di più facile, allora, che un Dan Brown riesca meglio del Catechismo della Chiesa cattolica  ad intercettare, affascinare e, quindi, plasmare le coscienze delle persone. Per un pubblico che ha perso ogni capacità di giudizio, che inghiotte tutto senza farsi domande, che vive solo di stimoli e sensazioni forti, ambigue, erotiche, la vicenda del Codice da Vinci è molto più stimolante dalla parabola del figliol prodigo.

L’aggressione dell’irrazionale alla filosofia cristiana (che invece sempre ha fatto di tutto per valorizzare la ragione) è evidente e continua. Ci prepariamo alla nuova carnevalata di Halloween, questa festa pagana che mette in scena morti viventi, streghe e fattucchiere, amuleti, magia, superstizioni pagane, simboli satanici. La morte (quella morte che San Francesco chiamava “sorella”, in quanto passaggio ad una nuova vita, anzi, alla vera vita della comunione con Dio) torna ad essere un che di inquietante ed indefinibile, una sorta di divinità. Le tenebre tornano sulla terra a contrapporsi minacciose al tempo degli uomini. Nulla di più anticristiano della festa di Halloween, ma nelle parrocchie si affittano tranquillamente gli spazi perché i ragazzini festeggino la macabra carnevalata.

E dopo Halloween, ci prepariamo al tradimento di un Natale sfigurato, svuotato di ogni significato. I nostri bambini vengono educati dai cartoni animati di Walt Disney alla venerazione di un fantasmagorico “spirito natalizio”, fatto di amore e di bontà, ma del tutto slegato dalla sua vera origine. Il Natale diventa una festa di stagione, fatta di simboli solo lontanamente cristiani (come il commercialissimo Santa Claus), che non dicono più con chiarezza che alla base di tutto c’è la nascita del Figlio di Dio. Questa elementare verità non è più comunicabile, non è sentita come corretta. Non sta bene presentare un Natale cristiano, come se il Natale potesse essere qualcosa d’altro.

Il sonno della ragione genera mostri, e questa nostra è l’epoca della ragione addormentata. Il Cristianesimo esalta e valorizza la ragione, senza negare il Mistero, ma è evidentemente troppo razionale per un’umanità che ormai vive solo di sentimenti incontrollati, lasciati correre a briglia sciolta.

E per risollevare l’umanità basterebbe una striminzita ora scolastica di storia delle religioni? Chi lo crede e lo afferma è davvero ingenuo, o forse non ha valutato bene la gravità della situazione.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, scuola, antropologia, televisione, attualitĂ , tradizione, cattolicesimo
sabato, 03 ottobre 2009

SOCIAL NETWORK

Dopo aver accettato (con gratitudine) qualche tempo addietro l’invito a partecipare alla vita di un blog, ho di recente ceduto - per motivi umani e contingenti sui quali soprassiedo - anche alla tentazione di entrare a far parte di un noto social network. Caratterialmente e istintivamente, come tutti gli intellettuali per i quali la dimensione della solitudine è connaturata e funzionale all’espressione di sé, rimango estraneo a queste forme di comunicazione e socializzazione. Ma non posso negare di dover ascrivere a queste esperienze, uno stimolo intellettuale e fattivo che mi ha titillato in questi ultimi giorni, e che raramente ho avvertito in passato. Purtroppo stamani, sfogliando un magazine del Corriere, mi sono imbattuto in un editoriale del sociologo Domenico De Masi e come spesso mi accade quando leggo le analisi ultrarealistiche di sociologi e psicologi, il mio evanescente spirito filosofico si è messo in moto corrodendo l’idillio della mia neonata vita di socializzatore telematico.

 

La tesi di fondo di De Masi - ma penso sia anche quella di molti altri - è che il fenomeno del social network sia la versione moderna e rinascente (dopo l’isolazionismo sentimentale e l’anomia figli della rivoluzione industriale) del bisogno istintivo di socializzare presente in tutti gli esseri umani. Facebook come l’ agorà o il foro romano o i salotti della Parigi illuminista. Diffido molto di questi paralleli vertiginosi, ai quali si oppone la considerazione storica - che certo è meno fascinosa e implica una ricerca paziente ed oscura e lontana dalle luci della ribalta - della inconciliabilità di queste manifestazioni sociali. Ma concediamo pure lo statuto di liceità a questa immagine. Secondo De Masi ci sarebbe dunque una macchina responsabile dell’ isolamento: quella di Henry Ford e dell’industrializzazione moderna, che ha trasformato tutti gli esseri umani in alienati colletti bianchi e spregiudicati affaristi, isolati all’interno del marasma umano delle moderne città. E sia: concedo che la spersonalizzazione prodottasi all’interno della civiltà moderna sia particolarmente evidente nelle città sorte sulla scia della rivoluzione industriale otto-novecentesca. La mia obiezione riguarda piuttosto la via d’uscita individuata da De Masi.

 

Per poter accedere ad un blog o ad un social network infatti, non è auspicabile (come affermava Ford a proposito dei ragazzotti brufolosi della provincia americana) ma è addirittura necessaria una macchina. Un pc, magari abbellito da sfondi accattivanti o sentimentalmente confortanti (tipo le orride foto delle vacanze a Rimini con bimbi-nonna-cagnolino che dilagano sugli schermi degli impiegati pubblici) rimane pur sempre una macchina. Come tale ha innanzitutto un limite oggettivo: il possesso di essa non è affatto universale. Un secondo limite, lo definirei generazionale-pedagogico: l’accesso alle sue funzionalità è precluso a moltissimi esseri umani. Ma l’aspetto più contraddittorio della tesi di De Masi, è il non tener conto che la comunicazione e la socializzazione sono in funzione dell’ ‘umanità’ e non viceversa. Un blogger o smanettone internettiano che partecipi a cento discussioni al giorno e abbia milleottocentonovantuno amici su Facebook con i quali scambiarsi messaggini e icone animate ogni giorno, rimane sempre un essere umano che è rimasto solo con sé stesso per un giorno intero. Mi si rimprovererà di invocare una tipologia comunicativa ed una forma di socializzazione retrograda. Eppure sono proprio la psicologia e la sociologia che ci hanno assicurato che una parte fondamentale della comunicazione tra uomini avviene in forma non verbale. L’esperienza ci conferma che la vicinanza di un altro essere umano, basta a scambiare qualcosa di ineffabile, che è appunto l’assenza-presenza di un social network non può dare. Che poi non si sia in grado di interagire, o esprimere la propria individualità in presenza di altri, non comporta che si debba correre a spalmarsi su di uno schermo, inventando una capacità relazionale che nella vita quotidiana non si possiede.

 

Che cos’è dunque un blog o un social network? È la forma evoluta, commisurata allo zeitgeist (allo spirito dei tempi) ed alle richieste della società attuale. Esattamente come lo erano le quattroruote dell’esecrabile Ford. E, come tutto ciò che è umano, solo apparentemente può rivendicare potenzialità prima sconosciute, senza comportare al contempo anche delle perdite. Perché se è vero che lo scambio telematico è più rapido e più sfaccettato di quello cartaceo, lo è altrettanto che una lettera dona un piacere -persino tattile e uditivo: paragonate se ci riuscite il ticchettio delle dita sulla tastiera e lo scorrere di un pennino d’oro su una carta filigranata - e assicura un coinvolgimento impensabile in rete. E comporta qualche rischio in più: vedere per credere il sottotitolo dell’articolo di De Masi: “Il computer è una chiesa”…

 

Michel de Seingalt                                             

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categoria: cultura, antropologia, attualitĂ 
mercoledì, 26 agosto 2009

IL MUSEO DEI VAMPIRI E L'ALCHIMIA SESSUALE

Ma quali Pupi siciliani, caro Stefano! Ma beato te che ti sei potuto immergere nella nostra grande tradizione italica e cristiana! Certo, è triste che si sia rimasti in quattro gatti ad assaporare queste cose, ma ti assicuro che è più triste ed angoscioso quel che ho visto io. A San Marino.

In vacanza con la famigliola dalle parti di Rimini, mi spingo fino al Monte Titano e salgo su fino alla rocca, alla cattedrale, alle tre torri. E in cosa m’imbatto? In un museo (sì, un museo) dedicato a vampiri e licantropi. C’è una vetrina con un manichino che dovrebbe rappresentare un inquisitore, con tanto di croce infuocata o rovesciata, ed un inquietante corridoio d’ingresso, con una buona dozzina di manichini incappucciati, facce pallide e palandrane rigorosamente nere.

Trattengo a fatica mio figlio (il quale comunque non rinuncia alla foto comica con il grande licantropo che fa bella mostra di sé sulla piazzetta esterna) distraendolo col vicino negozio di armi, armature et cetera. Mentre lui guarda con vorace attenzione una scimitarra, un pugnale, un pistolone di quelli che portava l’Innominato nel cinturone, un’accetta (tutte cose che ovviamente non gli compro) io sono attratto da una vetrina dove spiccano simboli e segni esoterici e satanici, fino al modellino di una donna, in tuta attillata completamente rossa, legata a braccia in su ad un palo.

Ovviamente non distolgo mio figlio dalle sue scimitarre: preferisco che sogni di fare il cavaliere, piuttosto che gettarsi su precoci fantasie erotiche e depravazioni sessuali di quel genere. Ogni tanto si sente parlare dell’efferato fatto di cronaca, della ragazza stuprata e violentata, magari da dei pazzi scatenati che inscenavano un rito satanico. L’opinione pubblica si scandalizza. E poi si ritrova il pupazzetto della povera vittima in atto sacrificale proprio dentro il negozio di souvenir.

Ma, al di là di tutto, cosa diavolo (è proprio il caso di dirlo) c’entrano i licantropi e i vampiri con San Marino? Cosa diavolo ci fa un museo di quel genere sulla rocca? Caro Stefano, tu lamenti il fatto che i pupari siciliani vanno scomparendo e che nessuno li sostiene, li aiuta economicamente. Per forza! Magari le amministrazioni comunali sono impegnate a finanziare le notti delle streghe o i musei dei vampiri, cose orride e di uno spaventoso cattivo gusto, ma frequentatissime: per esse il pubblico sbava, paga e gode. Poi entra nel negozio di souvenir e si compra la statuina rossa.

Non è finita. Poco più in là, a San Leo, cominciava la cinque giorni di Alchimia, il festival esoterico in onore di Cagliostro. Spettacoli, conferenze e “il più grande mercatino magico-esoterico del centro Italia”. Confesso di non esserci andato. Mi sono perso la kermesse. Sarebbe stato interessante, che so, ascoltare la conferenza di Roberto Laurenzi, presidente dell’EFOA (European Federation of Oriental Arts), su “Alchimia sessuale”. O magari quella del massone Morris Ghezzi, Grande Oriente d’Italia, sul “relativismo come nuovo umanesimo”. C’era anche uno spettacolo di burattini dal titolo eloquente, “Pulcinella e il diavolo”. No, non si trattava dei tuoi simpatici pupi siciliani...

Insomma una full immersion tra licantropi, vampiri, violenze sessuali a vergini, simboli satanici e osceni, creature della notte, demoni e diavoli, amuleti, teschi, animali sacri e pietre filosofali, perché questa è gente che sente la “necessità di risacralizzare il cosmo”, come recitava il titolo della conferenza di un certo Ervin Laszlo del Club di Budapest.

C’era anche un’altra conferenza dal titolo interessante, quella di Michele Scapino e Orango Riso, di Damanhur (una eco società che professa la religione dell'umanità): “Spiritualità laica: quando si preferisce una filosofia ad una religione”. E’ un fatto significativo che si ammetta l’esistenza di una spiritualità laica e che questa spiritualità trovi ospitalità tra tanto pattume irrazionale ed osceno. E’ forse lì che vanno a finire i nostri filosofi laicisti, edonisti, nichilisti, relativisti del “fa quello che vuoi”? Sembrerebbe proprio di sì.

Tutto in fondo si riduce a momenti di scatenamento degli istinti e di erotismo esoterico. I vampiri riempiono i musei, s’impongono nei gloriosi centri storici delle nostre belle città d’arte e tornano ad affollare i libri e il grande schermo. Meglio se sono vampiri che preferiscono le orge, le donne legate ai pali, il sesso spinto, insomma, l'alchimia sessuale.

E tu, Stefano, ancora mi tiri fuori i Pupi siciliani!

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, filosofia, antropologia, esoterismo, laicismo, attualitĂ , societĂ 
domenica, 23 agosto 2009

MEGLIO DI DRAGONBALL…

In giro per la Sicilia, un caldo africano, arriviamo infine a Siracusa, la capitale dell’isola nell’antichità, la città che sconfisse in più occasioni i Cartaginesi e resistette a lungo all’assedio dei Romani, anche grazie alle geniali macchine belliche inventate da Archimede. Come a tutti è noto, di quest’epoca Siracusa conserva suggestive vestigia…

Ma per noi, lo scopo della visita è anche quello di assistere (finalmente!) a qualche spettacolo dei famosi Pupi siciliani. Il teatro della famiglia Vaccaro-Mauceri l’avevamo identificato sul web, il sito accattivante e curato ed un cartellone fitto di spettacoli da Marzo a Dicembre, ed accanto alle tradizionali storie dei Paladini di Francia, anche alcuni spettacoli tratti dalle tragedie greche e dalle vite dei santi. L’incontro si rivela ben presto significativo e pure ricco di sorprese.

La prima sorpresa è di venire a sapere che in tutta la Sicilia di compagnie “professionali” che mettono ancora in scena gli spettacoli dei Pupi ne sono rimaste solo quattro! Oltre a queste ce n’è anche qualcuna “amatoriale” e poi il nulla. Nel dopoguerra pare ve ne fossero ancora una cinquantina… A Siracusa in particolare la tradizione si interrompe alla fine degli anni ‘40, quando cessa la propria attività l’ultima famiglia di pupari della città, i Puzzo. E’ un loro lontano collaboratore, Ernesto “Saro” Vaccaro che, a dispetto di una grave disabilità, riprende e rinnova la tradizione, trent’anni dopo. Ed è proprio Ernesto “Saro” Vaccaro, uomo della traversata nel deserto, che lascerà il testimone nelle mani dei fratelli Mauceri. E non senza numerose difficoltà sia di tipo fisico che di tipo economico.

Perché, come apprendiamo dai Mauceri che oggi proseguono la tradizione, la professione dei pupari è una professione difficile (altra sorpresa…): se si procede, si procede unicamente perché motivati da un grande amore per quest’antica arte, lungo un percorso irto di incomprensioni, cavilli burocratici, indifferenza delle autorità. Così, anche l’ “Opra dei Pupi di Siracusa”, che ha ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali, combatte ancor oggi, giorno dopo giorno, con le ristrettezze degli spazi assegnati, con i rischi economici, con le promesse non mantenute e le ripicche politiche. Pensate che fuori stagione (e Siracusa resta un’importante meta turistica tutto l’anno!) ci si deve accontentare di mettere in scena gli spettacoli per ristretti drappelli di appassionati dato che vi sarebbero guide locali, a quel che abbiamo avuto modo di capire, che addirittura tengono lontani i grossi flussi turistici dal “Piccolo Teatro dei Pupi e delle Figure” di Via della Giudecca n. 17, dato che non si cede loro parte del magro ricavato. Ma in Sicilia molte cose sembra proprio che funzionino a questo modo…

I Pupi però sono parte dell’immagine pubblica dell’isola in tutto il mondo, Orlando, Astolfo, Rinaldo, Angelica, Carlo Magno, sono rappresentati sui depliant turistici delle agenzie e sui poster degli enti del turismo, eppure chi continua a far vivere questa antica tradizione è costretto a sopravvivere tra ristrettezze e difficoltà! La situazione è triste e scandalosa e non sono mancati, a questo riguardo, anche appelli alle più alte cariche dello stato, rimasti purtroppo al momento ancora inascoltati.

Ma ora veniamo alle cose belle. Innanzitutto il teatro: piccolo si, ma grazioso ed accogliente, con le tende rosse, i conci di pietra a vista e piccole panche, ed una struttura scenica proprio come vuole la tradizione! E poi un clima di famiglia dove ci si sente subito accolti e a proprio agio. Gli spettacoli infine conservano un indubbio fascino, anche per un’efficace combinazione di aspetti tradizionali (i Pupi, i fondali, le trame di sempre…) e di innovazione (gli effetti sonori, la musica, le luci…), e trasportano ben presto lo spettatore in un mondo incantato e senza tempo.

Al termine dell’episodio: “Agricane assedia la città di Angelica”, la città sembra bruciare per davvero nella notte, per 20 lunghi secondi… un effetto non indispensabile ai fini della conclusione della vicenda e tuttavia un’immagine che ha il sapore dell’archetipo e che lascia un segno nello spettatore (la città di Angelica brucia come la Troia omerica incendiata dagli Achei…). Il signor Umberto Mauceri (padre dei ragazzi che si danno da fare dietro la scena), visibilmente soddisfatto, si siede alle nostre spalle e ci svela che quei 20 secondi gli sono costati un mese intero di lavoro… Ecco, davvero senza un grande amore non si andrebbe avanti!

Vedere infine i ragazzi, nostri ed altrui, rapiti per quasi un’ora da quelle scene, catturati da quel linguaggio d’altri tempi, e sentirne addirittura uno affermare, alla conclusione, che era stato meglio che vedere Dragonball, è un’altra sorpresa nella sorpresa! Un’altra ragione di soddisfazione e di riconoscenza per chi, non cedendo alle mode, tenta di salvare dall’oblio un pezzetto dell’identità culturale siciliana ed italiana, un pezzetto della nostra anima.

(Un video suggestivo in tema: http://www.youtube.com/watch?v=IGiM25l0ZYg&NR=1)

Stefano

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categoria: cultura, storia, antropologia, tradizione
mercoledì, 05 agosto 2009

LETTERA SEMISERIA SUL FIGLIO CHE ASPETTO

Adesso che l’ho visto posso dirvelo. Adesso che la sonda dell’ecografo lo ha cercato, lo ha trovato e me l’ha presentato (anche in modo tridimensionale) sullo screen del medico, posso confermare quello che mi sento dire da quasi sei mesi: aspetto un feto.

Ora ho le stampe e le misurazioni. Il referto dell’ecografista mi dice che trattasi di “un feto unico dotato di attività cardiaca i cui parametri biometrici risultano regolari per l’età gestazionale”, e poi continua elencando la situazione dei singoli organi ecograficamente evidenziabili. Dati di “anatomia fetale in generale”.

Ho preso il referto e me ne sono tornato a casa. Tra l’allegria inspiegabile di mia moglie e dei miei due figli. Che hanno da stare allegri? Si tratta di un feto, niente di più che un feto, un’appendice del corpo della madre, un “attributo”, un “coso” che non ha nessun diritto. Su di esso abbiamo un potere illimitato, di vita e di morte.

Questa storia dell’allegria mi perseguita da sei mesi. Da quando cioè mia moglie ha confessato di essere incinta per la quarta volta (la prima gravidanza finì drammaticamente in gestosi). Quando abbiamo dato l’annuncio alle rispettive famiglie, giù pianti e commozione e congratulazioni e strette di mano e abbracci e tutta quella roba lì, insomma. E di che sesso è, e come lo chiamate, e saranno contenti gli altri figli. Sapete tutti di cosa sto parlando.

Tanto entusiasmo, mi chiedo, per un feto?! Ma come si fa? Ma la scienza non ha ancora insegnato niente a tutta questa gentaglia? Ma cosa sono tutti questi sentimentalismi? Lo sappiamo tutti che un feto non è ancora una persona, che lo si può sopprimere senza tanti scrupoli di coscienza! E’ un grumo di cellule, un pacchetto di carne, niente più. Se non fosse così, chi abortisce o procura l’aborto cos’è, un assassino?! Non scherziamo per favore.

Non ho comunicato questi miei profondi pensieri a chi si congratulava con me stringendomi la mano, per non scandalizzarlo. Più che urtarmi, mi facevano compassione tutte le smancerie di costoro. Forse questo loro atteggiamento è una triste conseguenza dell’umanesimo cristiano, con tutte quelle storie sul feto che ha già l’anima. Bè, se vogliono illudersi facciano pure. Io preferisco restare lucido, distaccato, rigidamente scientifico. Sì, aspetto che la scienza mi dia l’ok, mi dica quando sarà il momento giusto per commuovermi anch’io e per dire “ho un figlio”. So, per sentito dire, che la trasformazione magica da feto a figlio avverrà quando entrerà in campo l’autocoscienza, ma non sono ancora bene informato sulla data e l’ora precisa.

Intanto mia moglie ha cominciato a comprare le scarpine e perfino qualche giochetto da attaccare ad un’eventuale culla. La guardo con indifferenza e con un certo distacco, mentre mi ripeto: “tutto questo per un feto?”.

Ma c’è dell’altro. Mia moglie e i miei figli hanno anche cominciato a pensare al nome. Altra cretinata! Da quando hanno saputo, proprio oggi, che il feto è dotato di pisellino, hanno snocciolato una serie di nomi possibili da attribuirgli. Stupidi e non aggiornati! Che senso ha dare il nome ad un feto, se poi quel che conta non è il suo sesso ma il suo genere? Non conoscono le teorie del gender. Dovrò informarli. Io aspetterei a stabilire un nome. Aspettiamo che lo faccia lui, una volta che avrà deciso il proprio orientamento sessuale e quindi il gender di appartenenza.

Eh sì, compatitemi, voi che capite. Sono costretto a vivere in mezzo a dei barbari. L’umanità tutta, o nella sua stragrande maggioranza mi sembra barbara. Noi pochi eletti, noi che sappiamo, noi che siamo liberali e illuminati, noi non ci piegheremo davanti a questi trogloditi dell’età della pietra.

Non glielo dico, perché non mi capirebbero, mentre guardo la foto del mio feto senza nome, dal sesso definito e il genere ancora da decidere. Per favore, non fatemi gli auguri!

Gianluca Zappa

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categoria: famiglia, antropologia, aborto, embrione
giovedì, 16 luglio 2009

LE PAROLE DEL PAPA CHE TUTTI DOVREMMO ASCOLTARE

E visto che noi siamo tra quei quattro gatti che ascoltano le parole di Benedetto XVI, apriamo la sua ultima lettera enciclica, la Caritas in Veritate e ci confrontiamo con quello che vi è scritto. In particolare ci soffermiamo sul capitolo secondo, paragrafi 74-76, per due motivi: il primo è che vi sono contenute riflessioni che sono perfettamente in tema con quelle che abbiamo sviluppato ultimamente a proposito della società nichilista; il secondo è che abbiamo la sensazione che proprio qui il Papa abbia voluto trattare qualcosa che ritiene di importanza fondamentale.

Lo si capisce dalle prime inequivocabili affermazioni (i corsivi sono nostri): “Campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnica e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale”. Colpisce quella sottolineatura di una lotta in corso, quell’accenno all’assolutismo e quella posta in gioco altissima, in quanto si tratta niente meno dello sviluppo dell’uomo. Il Papa ci dice che le questioni bioetiche non sono questioni qualsiasi, che si pongo a latere di tante altre, ma la questione cruciale. E’ evidente che chi vuole ascoltarlo e seguirlo, d’ora in poi, è su questo campo particolare che dovrà fissare la propria attenzione.

Perché tanta importanza? Perché è qui che “emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l’uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio”. Fare ricorso alla fecondazione in vitro, manipolare e sopprimere embrioni, creare la vita in laboratorio non è solo utilizzare della tecniche moralmente problematiche che la Chiesa prima o poi troverà il modo di approvare. E’ qualcosa di molto più grave e decisivo: è mettere in discussione l’autorità stessa di Dio. E' uno schierarsi per una razionalità chiusa nell’immanenza, contro una ragione aperta alla trascendenza.

Insomma, la posta in gioco è molto alta. In fin dei conti è una scelta tra Dio e il nulla (e qui ci colleghiamo con le nostre riflessioni). Chi si pone dalla parte di una razionalità solo immanente deve fare i conti “con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza”.

Il Papa, a questo punto, aggiunge un concetto che, nel nostro piccolo, avevamo affermato anche noi: “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”, perché il problema fondamentale è come la vita viene concepita e manipolata. E’ un problema, dunque, di cultura, in quanto il Papa connette l’invasività della tecnica di cui tutti siamo testimoni, ad una “cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero”. Una cultura orizzontale, materialistica, nichilistica, che fa di tutto per espungere il Mistero dalla vita dell’uomo.

L’assolutismo della tecnica apre, poi, degli scenari che il Papa definisce inquietanti, culminanti in quella “sistematica pianificazione eugenetica delle nascite” che, come anche noi abbiamo più volte rilevato e denunciato, è già “surrettiziamente in nuce”. Sul versante opposto si diffonde una mens eutanasia, “manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita”.

E’ un circolo vizioso. La cultura si allea con l’assolutismo della tecnica, ma a sua volta la tecnica, con le sue pratiche, contribuisce ad “alimentare una concezione materialista e meccanicistica della vita umana”.

Ed ecco, a questo punto un passaggio fondamentale, sul quale molti cattolici adulti e di sacrestia dovrebbero meditare con grande attenzione: “Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto. Pronti a scandalizzarsi per le cose marginali, molti sembrano tollerare ingiustizie inaudite”.

Il passaggio mi sembra evidenziare una grave questione di miopia. Ci commuoviamo per gli uomini che muoiono di fame, ma non per gli uomini che vengono scientemente soppressi nella nostra società opulenta. Non riusciamo a mettere a fuoco il problema principale che stiamo vivendo, la questione cruciale e primaria. L’assolutismo della tecnica sta radicalmente abolendo Dio ed abolisce contemporaneamente l’uomo. E allora, quali uomini intendiamo salvare?

 Il “riduzionismo neurologico” sta riducendo l’anima alla psiche, sta eliminando  lo spirito. Parliamo di “sviluppo”, ma sembriamo avere dimenticato che esso “deve comprendere una crescita spirituale, oltre che materiale” e che “una società del benessere, materialmente sviluppata, ma opprimente per l’anima, non è di per sé orientata all’autentico sviluppo”.

Il Papa ha donato una copia dell’enciclica ad Obama, il presidente della maggiore potenza mondiale. Se questi leggesse attentamente le parole di Benedetto XVI e regolasse di conseguenza la propria politica, farebbe davvero il bene dell’umanità. C’è da augurarselo.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, antropologia, papa, attualitĂ , eutanasia, eugenetica
giovedì, 09 luglio 2009

MA IL VERO PROBLEMA E' IL NICHILISMO

C’è stato l’altro giorno su Avvenire, nella pagina Forum, un bel botta e risposta tra una mamma cattolica e il Direttore del giornale. Vale la pena riportarne alcune parti per riprendere la riflessione su quegli “imbarazzi cattolici” di cui già abbiamo parlato.

La mamma cattolica si chiede, “seguendo la propria coscienza cristiana”: “Se Cristo tornasse sulla terra che farebbe? Che direbbe? Chi caccerebbe dal tempio? Gli zingari sporchi, puzzolenti, ladruncoli, gli immigrati disperati che arrivano con barconi, gli omosessuali, i conviventi more uxorio, o quei bei signori profumati, anche truccati, che stanno seduti in comode poltrone nei palazzi del potere, predicando belle, moralissime parole (subito smentite nelle loro privatissime, ormai non più troppo però, vite familiari)?”.

Ogni allusione è puramente casuale, verrebbe da dire. Ma questa lettera, con queste domande, tradisce ancora una volta l’immaturità di un certo mondo cattolico che non ha capito qual è oggi la vera posta in gioco.

 

Il Direttore, pur riconoscendo che i discutibili esempi di condotta forniti dai vari personaggi della politica e delle istituzioni non aiutano certo nell’educazione delle nuove generazioni, riporta però la questione ai suoi termini essenziali (i corsivi sono nostri): “Non dimentichiamo che l’indisciplina, la partigianeria, il sesso a go-go, la droga, la pornografia, l’edonismo innalzato a regola, l’individualismo prevaricante, la violenza verbale, lo scetticismo (ovvero molte delle note antropologiche caratteristiche del presente) sono le indubbie eredità di una lunga stagione culturale egemonizzata da fenomeni precisi come il ’68 e il femminismo, costellata da scelte “epocali” quali il divorzio e il diritto all’aborto, scambiate anche da non pochi cattolici per conquiste di civiltà”.

 

Cioè, la questione non è tanto morale, quanto filosofica e antropologica. Chesterton l’aveva già intuito un secolo fa, quando diceva che la società moderna era incamminata verso il manicomio. Ma Chesterton, notoriamente, non proveniva dalla sacrestia, non frequentava corsi di formazione parrocchiali, sinodi diocesani, scuole della Parola... E non faceva il catechista.

La mamma-cattolica si scandalizza per il “cattivo esempio” di chi ci governa, ma non per il fatto che, ad esempio, oggi si generino programmaticamente degli esseri umani senza più padre o madre, o con padri e madri plurimi. Non si scandalizza affatto per una coppia gay che mette al mondo un figlio. Né tanto meno se perfino gli spermatozoi maschili vengono creati in laboratorio.

La mamma-cattolica non ha capito che la nuova, fondamentale questione, è quella di un attentato alle radici stesse dell’essere umano, più che ai comportamenti perbene. Lo spiegano ottimamente i miei amici di stranocristiano.it nel post intitolato Libertas Ecclesiae, che invito tutti a leggere.

A cosa serve stare a discutere di comportamenti corretti, se si stanno scardinando “tutti i rapporti umani naturali esistenti dagli albori dell’umanità”? La signora si preoccupa per l’educazione dei propri figli. Ma perché non si preoccupa di un figlio che non avrà tanto problemi di sana educazione, quanto proprio d’identità umana? Un figlio che non saprà più chi è il padre o la madre, o ne avrà tanti da perdere l’elementare esperienza che tutti gli esseri umani hanno fatto dagli albori dell’umanità? La brava-mamma-cattolica queste le cose le ritiene di secondaria importanza.

Mi hanno lasciato sinceramente sorpreso i rilievi polemici sulla morale, da parte di chi in effetti non ha più nemmeno una morale di riferimento. Come fa un nichilista a prendersela con i modelli proposti dalla televisione commerciale? Il nichilista dovrebbe benedire la televisione commerciale, che ha contribuito alla grande a diffondere il suo credo. Come fa un nichilista a prendersela col capitalismo? Dovrebbe piuttosto benedire il capitalismo, che ha stretto un’alleanza col nichilismo. Un sessantottino, un radicale, una femminista che oggi fanno la morale, sono credibili quanto una prostituta che parli di verginità.

Il vero problema è filosofico ed antropologico. Il nichilismo, da sempre associato ad età di crisi e di decadenza, in quanto incapace di costruire alcunché, oggi, come spiega Mauro Magatti, preside della Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, “ha la pretesa di porsi come sostrato spirituale di un’epoca che non si pensa in decadenza. Anzi, esso si presenta come una sorta di Weltanschauung in grado di sostenere una crescita indefinita”. Capitalismo e nichilismo si sono alleati per garantire un continuo “cambiamento della scena”, unico fattore in grado di “riprodurre – anche se provvisoriamente – la certezza di quella realtà nella quale conduciamo la nostra vita quotidiana, anche se ciò non cancella la consapevolezza che non c’è nulla di duraturo, nulla per cui valga davvero la pena di vivere”.

E’ il trionfo del nulla. Nulla ha veramente importanza, nulla è definitivo e immutabile, tutto si evolve e cambia continuamente. La battaglia non è contro chi cade o inciampa rispetto alla morale tradizionale, ma contro chi si fa profeta di questo nulla, lo presenta come un valore, ne fa il sostrato di stili di vita, modi di essere, leggi.

Gianluca Zappa

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lunedì, 06 luglio 2009

QUELLO CHE CI INSEGNA SANTA MARIA GORETTI

Il 6 luglio di centosette anni fa moriva Maria Goretti, uccisa a undici anni perché si era rifiutata di cedere alla violenza di un ragazzo suo amico. La Chiesa l’ha dichiarata santa nel 1950, considerandola una martire, testimone di Cristo.

L’aggressione era avvenuta il giorno prima. Maria era in casa, a sorvegliare la sorellina più piccola che stava dormendo, mentre la sua famiglia e quella dell’assassino stavano fuori a lavorare, in un pomeriggio di caldo torrido. Alessandro Serenelli, l’amico di famiglia, le stava appresso da almeno un anno. Era un adolescente che si attaccava in camera le immagini provocatorie (per quei tempi) delle chanteuses ritagliate dai giornali e dalle riviste e con quelle alimentava le sue fantasticherie un po’ morbose. Sua madre era morta da diversi anni e prima di trasferirsi nella Pianura Pontina, per la mezzadria, la famiglia aveva vissuto nei pressi di Ancona, in un ambiente poco adatto per l’educazione di un ragazzo.

Alle avance di Alessandro Maria si era sempre sottratta. La ragazza aveva una profonda fede, si comunicava spesso e tutte le volte che poteva, anche a costo di grandi sacrifici (d’estate la chiesa era a parecchi chilometri di distanza dalla sua casa). Ma quel pomeriggio del 5 luglio 1902 la furia entrata in corpo ad Alessandro fu più forte di lei, anche se in realtà non la vinse.

Il ragazzo, con una scusa, abbandonò le famiglie che stavano lavorando ed entrò in casa con un preciso obiettivo: avrebbe avuto Maria, oppure l’avrebbe ammazzata. Prese un punteruolo che serviva per cucire le scope e lo tenne a portata di mano. Poi pretese che Maria lo seguisse. Alle sue resistenze, la trascinò, fuori di sé, nella stanza da letto, che chiuse con un calcio. Tentò di scoprirle le gambe, ma lei si divincolava e gli gridava “Alessandro, che fai? Tu vai all’inferno!”.

Il giovane non ci vide più. Colpì ripetutamente Maria all’addome. Quella urlava “Muoio! Mamma, mamma!” ed invocava Dio.

Fu caricata in fin di vita su un carro e, dopo un viaggio disagiato come poteva esserlo a quel tempo e per gente in quelle condizioni, arrivò all’ospedale di Nettuno, dove morì il giorno dopo. Fece in tempo a dire al confessore che perdonava il suo assassino e che lo avrebbe voluto con sé in Paradiso. Le stesse parole di Cristo in croce. Alessandro, dopo aver scontato 27 anni di pena, concluse la sua vita nel convento dei Cappuccini di Ascoli Piceno.

Al momento della santificazione di Maria Goretti qualcuno avanzò delle perplessità. Resistere allo stupro e perdonare il suo aguzzino sul letto di morte erano elementi sufficienti per dichiarare questa ragazzina una “martire di Cristo?”.

Oggi, a più di cento anni da quell’orrendo delitto, dobbiamo proprio dire che la Chiesa fu, come al solito, profetica. Una bimba di undici anni che muore mentre cerca di difendere la propria verginità è davvero una “martire”, cioè una “testimone” per un tempo che sta ribaltando dalle radici l’essere umano e in particolare proprio la donna. Oggi che la verginità viene derisa, disprezzata, ridicolizzata, oggi che la pressione della mentalità comune in qualche modo costringe le ragazzine a sperimentare il sesso il prima possibile, anzi, le vede protagoniste di una ricerca spasmodica della “prima volta”, l’esempio di Maria Goretti è davvero come quello di una barca fatata che, prodigiosamente, risale contro corrente la fiumana distruttiva.

Oggi che ci confrontiamo in modo drammatico con la cultura dei paesi islamici, dove spesso la donna è ancora una schiava nelle mani dell’uomo, dove le ragazzine di undici anni (e anche più piccole) vengono vendute come spose bambine, senza che l’occidente civilizzato, l’occidente delle libertà e dei diritti alzi la voce, senza che si facciano manifestazioni nelle strade, senza che le femministe si producano in qualche clamorosa protesta, Maria Goretti è l’icona di quella grande legge di libertà e di dignità umana che è una conseguenza della fede cristiana e della cultura cristiana.

Un’eroica martire di appena undici anni può diventare il modello femminile sul quale ricostruire la grandezza dell’essere umano, sia uomo che donna. Per questo l’abbiamo voluta ricordare.

Gianluca Zappa

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martedì, 23 giugno 2009

IL GAIO, GELIDO VENTO DEL NULLA

La studente liceale (una quindicenne) mi chiede che differenza passa tra un ragazzo di estrema sinistra e un aderente a Forza Nuova. Domanda tipica di chi ha amici di entrambe le tendenze e vive le contraddizioni di un rapporto quotidiano. Abbiamo appena assistito allo spettacolo di fine anno del laboratorio teatrale della nostra scuola. Un pretestuoso e presuntuoso Gargantua, che, al termine di sberleffi e prese in giro a tutto il mondo (compreso, ovviamente e soprattutto, quello della religione), propone la morale finale del “fa quel che vuoi”, come ricetta per vivere bene e costruire un mondo nuovo.

Chi si è dilettato di esperienza teatrale sa benissimo  che c’è una contraddizione di fondo, perchè nessuno sulla scena “fa quel che vuole” e ogni spettacolo è frutto di una collaborazione, di una sottomissione, insomma, di una logica esattamente contraria. Evidentemente quei poveri ragazzi non l’hanno imparato ancora. E non hanno capito (perché hanno avuto dei cattivi maestri) che, come non si costruisce a teatro, così non si costruisce un bel niente nella vita con quella facile filosofia. Nemmeno se stessi.

Ma c’è dell’altro, c’è qualcosa di più tragico e nero come la pece. Ed è precisamente il nulla che è sotteso a quella filosofia. Il nulla che è anche la risposta alla domanda della mia studente, ciò che accomuna un ragazzo di estrema sinistra e un ragazzo di estrema destra, anzi, la maggior parte dei ragazzi e degli uomini di oggi.

Tra i Frammenti postumi a La volontà di potenza di Nietzsche si trovano queste righe sorprendenti: “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo”. Dobbiamo dire che questa profezia del 1887 si è avverata. Il freddo vento del nulla soffia sul mondo. E’ la grande realtà che sta sgretolando la nostra Fantasia, per usare un’immagine di Ende. Nietzsche l’aveva previsto, lucidamente.

Ma l’aveva previsto un altro grande del secolo scorso, Albert Camus, il cui Caligola afferma che “tutto è uguale, tutto è indifferente” e conclude che “se nulla ha un senso, tutto è permesso”. Camus aveva fatto anche lui una profezia, individuando nel Mythe de Sisyphe due modelli ideali di vita per chi si trova a convivere con l’assurdo del nulla: il dongiovanni e l’attore.

Il primo passa da un amore all’altro, senza più la disperazione romantica di chi cerca invano il vero amore, quanto piuttosto con la lucida e cinica determinazione di chi punta sulla quantità sapendo di non poter essere appagato dalla qualità. Il secondo (come spiega meravigliosamente Charles Moeller nel saggio Letteratura moderna e cristianesimo) fa propria la sorte di infiniti personaggi, passa da un volto all’altro, da un’esperienza all’altra. “Oggi voglio essere Venere”, dice Caligola entrando in scena travestito da dea. E’ fin troppo facile pensare alla moda odierna del transessualismo o delle identità fittizie favorite da Internet.

E’ la “morale della quantità” che genera (cito Moeller) la “frenesia di godimenti rapidi, colti a un ritmo da incubo” che oggi assilla tutti i giovani; “questi uomini ricominciano continuamente un gioco che sanno esser vano perché destinato al medesimo fallimento senza fine”, ma continuano a giocare.

Profezie che si avverano. “Fai quel che vuoi”, godi il più possibile, nulla ha senso, quel che conta è volere, agire, stordirsi.

Fanno sinceramente tenerezza e un po’ di pena dei ragazzi che credono ingenuamente di aver trovato una rivoluzionaria filosofia di vita e che invece sono pienamente conformi ad un’ideologia  che ha almeno più di un secolo di vita.

Fanno un po’ pena, ma anche una certa impressione, uomini che affermano la loro libertà nel mentre incarnano atteggiamenti, modi d’essere e di pensare che sono stati già ampiamente previsti.

E fa un po’ paura questo nichilismo che tutto riduce a gioco allegro in superficie, tragico nel profondo, questo nichilismo che tutto distrugge, tutto divora, atrofizzando il cuore dell’uomo con i suoi veri, infiniti ed eterni desideri.

Gianluca Zappa

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lunedì, 30 marzo 2009

MA CHE C'ENTRA LO STATO ETICO?

Quello che sinceramente mi dà fastidio, molto, molto fastidio in tutta la vicenda del cosiddetto testamento biologico e della nuova legge approvata dal Senato, è questo ossessivo richiamo alla laicità dello Stato contro lo Stato etico. Gianfranco Fini, davanti alla platea del PDL, ha detto che “quando si impone per legge un precetto, si è più vicini a una posizione da Stato etico che da Stato laico”. Quel riferimento ad un precetto puzza tanto di sacrestia. E infatti da altre parti, dove si usano termini ben più espliciti di quelli di Fini, si parla addirittura di “legge confessionale” e perfino di “ritorno all’oscurantismo”. Insomma, sembra che qui si sia fatta una legge che piace alla Chiesa e questo non va proprio bene in uno Stato laico.

Quando sento ragionare in questo modo mi si accappona letteralmente la pelle. Si tratta di slogan ad effetto, che colpiscono la gente e che trovano la cassa di risonanza della maggior parte dei giornali italiani (compreso, questa volta, lo stesso Libero, il cui direttore è notoriamente schierato). Siamo notoriamente in un regime. Sono slogan, e nulla più, perché se vai a fare un ragionamento possibilmente sensato, scopri che dietro le frasi ad effetto di ragioni ve ne sono davvero poche.

A Fini hanno risposto bene sia l’on. Schifani (“La laicità non è omissione di responsabilità”) che l’on. Quagliarello (“Il vero Stato etico è quello in cui, con la scusa dell’assenza di una legge specifica, un tribunale si arroga il diritto di determinare la morte”). Mi trovo d’accordo con loro.

Il Parlamento è stato letteralmente trascinato a formulare un testo di legge dall’ennesima vicenda gestita ed orchestrata dai radicali, il caso Eluana. Un caso che riguarda una minima percentuale di italiani (nelle condizioni di quella donna ci saranno sì e no duemila persone in tutta Italia). Un caso limite, sul quale si è voluta costruire una campagna culturale a favore dell’eutanasia.

Perché è lì che tutto tende.

Vecchia tattica quella dei radicali: sbattere il caso pietoso in prima pagina per colpire al cuore gli italiani, per dare un bel cazzottone nello stomaco. Accadde con l’aborto. C’era la ragazza stuprata; la ragazza-madre abbandonata da tutti e impossibilitata a dare un avvenire al proprio figlio; la coppia povera… La legge si è fatta e l’aborto è dilagato, diventando una vera e propria pratica contraccettiva. Altro che casi pietosi e ragazzine! A parte le extracomunitarie, sono le donne italiane tra i 20 e i 30 anni, spesso benestanti e istruite, a ricorrere all’aborto. Lo dicono le statistiche.

Allora, qual è la tattica? Costruire una legge sul caso limite per poi applicarla in modo largo.

Ma torniamo alla legge sul fine vita. Perché sarebbe “confessionale”? Quale “precetto” divino starebbe difendendo? Fino ad oggi abbiamo salvato il tentato suicida; i medici si sono prodigati per riportare in vita gente caduta in uno stato di coma (e ci riescono, nella stragrande maggioranza dei casi); l’eutanasia è stata vietata, ai sensi degli art. 575, 579 e 580 del codice penale; si è evitato di ricorrere all’accanimento terapeutico, cioè ad interventi straordinari non proporzionati, se quegli interventi non mutavano sostanzialmente il quadro clinico del paziente.

Tutto questo si è fatto fino ad oggi.

Domando: vivevamo già in uno Stato “etico” e non ce ne siamo accorti?

In realtà l’accusa di creare uno Stato “etico” va rispedita al mittente, come ha fatto l’on. Quagliarello. E’ infatti Fini, sono i radicali, è il senatore Marino, è tutta questa gente che vuole una cosa molto semplice: sostituire una nuova etica a quella che fino ad oggi ha innervato le nostre leggi e le nostre consuetudini. Questi signori vogliono che passi un concetto del tutto nuovo, figlio di una visione laicista, relativistica e nichilistica: l’autodeterminazione del soggetto fino all’estrema volontà di essere lasciati liberi di morire. E’ una rivoluzione culturale ed etica, che lo Stato, secondo costoro, dovrebbe recepire, per essere veramente “laico”. La conclusione è loro, ma è un falso sillogismo. Lo Stato diventerebbe ostaggio di una nuova etica.

Faccio degli esempi: se uno, volendo suicidarsi, si butta da una finestra e sta per strada a dibattersi tra la vita e la morte, sulla base del criterio dell’autodeterminazione dovremmo lasciarlo lì a morire senza muovere un dito. E se uno volesse morire e si rivolgesse per questo ad una struttura ospedaliera, sulla base del principio di autodeterminazione la struttura dovrebbe accompagnarlo alla morte. E se una persona (che ha scritto una dichiarazione con la quale rifiuta ogni forma di alimentazione artificiale), in seguito ad un incidente stradale entra in coma reversibile, il medico dovrebbe incrociare le braccia, senza somministrare quelle cure che salverebbero il paziente. E chi incontrasse per strada un drogato agonizzante per overdose, dovrebbe lasciarlo morire, senza fare alcunché per lui.

In tutti questi casi sarebbe salvo il principio di autodeterminazione, ma intuiamo benissimo che qui si sta ribaltando ogni principio solidaristico che finora ha regolato la nostra società. Fino ad oggi abbiamo ragionato così: io non sono un’isola, faccio parte della società e quindi non posso pretendere che la mia libertà sia un assoluto. Perché mai dovremmo cambiare?

La nuova legge, per quello che ho capito, riconosce al singolo la libertà di esprimere chiaramente un parere sul proprio fine vita (e questo mette al sicuro il medico che in certi casi valuti anche la concreta possibilità di “staccare la spina”), ma dentro una ragionevolezza, in un confronto con il medico, al quale, in scienza e coscienza, e secondo il codice deontologico, spetta di valutare la situazione.

Certo, è una legge molto attenta e rigorosa, ma questo è necessario, perché frasi ambigue e sfumate sarebbero utilizzate dal magistrato “creativo” di turno per stravolgerne il contenuto.

Io la chiamerei, più che legge confessionale, legge Eluana, perché nasce con il preciso desiderio che la barbara eliminazione di quella povera donna e quella situazione assurda e paradossale, che ha visto la Magistratura sostituirsi al Parlamento, non si debbano più ripetere.

E qualcuno, a questo punto, mi spieghi cosa c’entrano le disquisizioni sullo Stato “etico”.

Gianluca Zappa

 

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categoria: antropologia, diritti umani, attualitĂ , eutanasia, testamento biologico, englaro, legge fine vita