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domenica, 13 settembre 2009

UNA POLITICA PER LE MADRI

Parto stavolta da un fatto positivo, un particolare che mi trovo a notare ora che mia moglie è in gravidanza e, col suo pancione, fatica non poco a fare quello che una donna in condizioni normali fa senza problemi.

Ho notato che in alcuni supermercati comincia ad esserci la corsia preferenziale che non è più solo riservata alle persone con handicap, ma anche alle donne incinte. E in certi parcheggi, accanto alle note strisce gialle, cominciano a fare la loro comparsa anche le strisce rosa, che segnalano i posti auto (vicini all’ingresso del supermercato o del centro commerciale) riservate alle mamme in attesa.

Questo, se permettete, è un gran bel segnale, che evidenzia una certa sana attenzione per la maternità, una valorizzazione della maternità. Grazie alla quale anche il nostro Paese si avvia a diventare civile. Certo, c’è ancora molto da fare affinché questa particolare attenzione si diffonda sempre di più, come è avvenuto a proposito dei portatori di handicap, per i quali ci sono molte più facilitazioni.

Recentemente nella mia città ci sono stati due eventi che hanno richiamato grande folla: la festa patronale e la visita di Benedetto XVI. In entrambi i casi si sono mobilitate decine di migliaia di persone. In entrambi i casi notavo che sono state predisposte apposite pedane o riservati posti speciali per i portatori di handicap, mentre nulla è stato fatto per le donne in avanzato stato di gravidanza, che hanno oggettivi problemi a muoversi e a sostenere la fatica di lunghe attese.

Dei posti riservati alle donne in attesa di un bimbo oltre ad avere un effettivo valore pratico, ne avrebbero anche un altro strettamente simbolico: significherebbero che il nostro popolo rispetta, onora, valorizza la maternità. Il fatto che invece ci sia da stupirsi quando questo avviene, dice molto di un Paese dove le politiche in favore della maternità e della famiglia in generale sono tragicamente inesistenti.

In Italia si spendono fondi pubblici nelle strutture sanitarie per le interruzioni di gravidanza, quindi per una pratica che è il rifiuto della maternità, mentre non ci sono soldi a disposizione per chi la vita la protegge e la genera. Veramente si spendono anche molti fondi pubblici per la tutela della vita animale, mentre chi tutela la vita umana è lasciato completamente solo.

Mi colpiva una notizia di cronaca dello scorso giugno, trattata con una certa ampiezza solo dal quotidiano Avvenire, relativa al CAV (Centro di aiuto alla vita) della città di Albenga. Questo Centro, animato da volontari, è stato fatto oggetto di un’aggressione di ignoti vandali, che hanno distrutto la “culla per la vita”, una delle ventiquattro attualmente presenti in Italia. Si tratta di strutture in cui le madri possono lasciare il figlio nel completo anonimato e in assoluta sicurezza per il piccolo. Una specie di riedizione moderna della ruota degli esposti. I vandali hanno completamente distrutto la struttura (costata 7.000 euro) e hanno imbrattato la sede del CAV.

Sembra che la motivazione dell’atto vandalico sia nel fatto che gli esponenti locali del Movimento della Vita abbiano criticato l’amministrazione comunale di Albenga, capace di riservare ai cani trenta metri di spiaggia e di stanziare oltre 55mila euro per il monitoraggio dei piccioni e per il canile municipale (!). Niente, neppure un euro, ovviamente, è stato mai dato al Centro di Aiuto alla Vita. Ecco un caso in cui le donne incinte sono considerate meno di cani e piccioni.

Inutile dire che ci attendiamo molto da questo Governo. Berlusconi in campagna elettorale ha fatto delle promesse precise in termini di aiuto alle famiglie, a cominciare dal quoziente familiare, che introdurrebbe un fisco più equo eliminando così un’altra grave ingiustizia (oggi non c’è un criterio diverso di tassazione tra un single e una famiglia con figli). L’attuale Governo avrebbe tutto da guadagnare nell’imboccare con decisione la strada di aiuto alle famiglie e di incentivazione della maternità e, tra l’altro, avrebbe il sicuro appoggio trasversale anche di molti parlamentari che attualmente si trovano all’opposizione.

Ecco un altro c concreto intervento grazie al quale Berlusconi potrebbe passare alla storia del nostro Paese. Perché qualcuno che frequenta i piani alti non gli ha ancora suggerito di darsi una mossa?

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, politica, famiglia, aborto, attualitĂ , berlusconi
martedì, 11 agosto 2009

DEMENZA LAICISTA

Ci risiamo. E’ lecito, certo, che accada, ma non riusciamo ad abituarci al suo accadere. Il pronunciamento da parte di organi d’informazione cattolici e di esponenti della gerarchia ecclesiastica contro la pillola Ru486 è stato accolto con livore da parte dei laicisti, tanto a sinistra che a destra. E i pulpiti da cui sono stati lanciati i soliti anatemi non sono stati solo i giornali storicamente schierati, come Repubblica o Il manifesto, ma anche testate quali Libero o Il giornale, lette comunemente dall’elettore di centro destra. Quando si tratta di laicismo si verifica un’interessante trasversalità.

Sul Manifesto hanno fatto gli spiritosi, intitolando Impasticcati un fondo contro papa e vescovi, i quali avrebbero travisato completamente il messaggio del Fondatore. “Non fu l’etica – spiegano questi nuovi teologi – la priorità del fondatore” e aggiungono che questioni “morali” sono la fame nel mondo e l’immigrazione. C’è uno strano corto circuito, nel ragionamento. Prima si dice che non conta l’etica, poi si indicano questioni morali prioritarie. Ma insomma, che cosa voleva veramente il Fondatore? Glielo spieghiamo semplicemente noi: che l’uomo non pretenda di sostituirsi a Dio, perché quando lo fa si rende subito responsabile di orridi delitti, che siano l’aborto, lo sfruttamento della povera gente e, insomma, tutti i mali che combiniamo sulla terra.

La Chiesa ricorda alle donne e ai medici che fanno ricorso alla pillola abortiva che anche in quel modo ci si attira addosso la scomunica? Ebbene, il Manifesto risponde: “Viviamo in uno stato democratico e la scomunica può essere reciproca”. Passando così da un provvedimento essenzialmente spirituale e interno alla Chiesa ad un minacciato intervento nella sfera pubblica, politica. L’hanno fatto i loro progenitori lo scorso secolo, lo rifaranno loro.

Su Libero, adesso, dove tal Giancarlo Lehner (che non so se sia un semplice giornalista, un elettore di centrodestra o magari anche un deputato) inizia il suo pezzo così: “Il 20 settembre Roma fu strappata allo Stato pontificio. E la Città eterna potè diventare capitale d’Italia. La breccia di Porta Pia segnò anche la fine del potere temporale dei Papi, ma non è bastato per affrancare il Vaticano dalle risorgenti tentazioni talebane”. Ora, di fronte ad un incipit di tale grandezza epica, di tale sincero entusiasmo per la Roma umbertina, di tanta storica capacità di giudizio, cosa si deve dire? Davanti alla garibaldina invocazione di una “nuova breccia di Porta Pia” per “rischiarare le idee ai nostalgici del Papa Re”, cosa aggiungere? Lehner cita un pezzettino delle dichiarazioni rilasciate da Mons. Fisichella, una battuta: “Non possiamo restare passivi” e ci scherza su con un umorismo da grande giornalista: “A che tanta muscolarità? Ci scatenerà contro le guardie svizzere?”. Me lo vedo mentre ride tronfio e imbecille.

Questi due esempi tanto per dire il livello della controffensiva laicista. Ovviamente non pretendete che gente dal cervello tanto ristretto riesca a confrontarsi seriamente con certi passaggi molto più serie e impegnativi che c’erano nell’articolata posizione di mons. Fisichella (che non è proprio l’ultimo arrivato), tipo il seguente: “L'assunzione della Ru486 non rende meno traumatico l'aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo”; oppure: “L'aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l'embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è:  una persona”; o anche il passaggio in cui si richiama l’urgenza educativa “perché i giovani comprendano l'importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale”. Non sono proprio delle cretinate su cui sorvolare ridendo come un beota.

Infine, ieri leggo sul Giornale il pezzo di tal Filippo Facci che, riassumo, comincia così: la pillola Ru486 è stata inventata in Francia dove la usano da 22 anni; è in uso in quasi tutta l’Unione Europea; da dieci anni ce l’hanno anche gli USA; è stata oggetto di “infinite sperimentazioni”, ma l’Italia, per qualche ragione (poi si capirà che la ragione è la presenza del Vaticano) fa “storia a parte”. E’ un po’ come dire: c’è una nuova bomba che è stata inventata e che funziona benissimo, molti già ce l’hanno, perché non la adottiamo anche noi?

L’accusa del Facci è che certi politici nostrani, succubi del Vaticano vogliono in realtà che “l’aborto resti una pratica il più possibile pubblica, ospedaliera e traumatica culturalmente e fisicamente”. Se ne deduce che lui vuole un aborto il più possibile privato (se la veda la donna col problema), casalingo e facile, culturalmente e fisicamente. Tanto l’aborto (chirurgico o chimico che sia) mica lo fa lui. Lui ci mette solo il pisellino. Il resto lo fa la donna.

Avrete notato che nessuno di costoro si pone il problema dell’aborto in sé e per sé. Tutti hanno rimosso la realtà dell’aborto, ciò che è, il male che è. Che lo si faccia bene, presto, da soli e senza troppi problemi morali. Così lo Stato sarà finalmente laico.

Se non è demenza questa...

Gianluca Zappa

 

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categoria: cultura, chiesa, aborto, attualitĂ , morale
mercoledì, 05 agosto 2009

LETTERA SEMISERIA SUL FIGLIO CHE ASPETTO

Adesso che l’ho visto posso dirvelo. Adesso che la sonda dell’ecografo lo ha cercato, lo ha trovato e me l’ha presentato (anche in modo tridimensionale) sullo screen del medico, posso confermare quello che mi sento dire da quasi sei mesi: aspetto un feto.

Ora ho le stampe e le misurazioni. Il referto dell’ecografista mi dice che trattasi di “un feto unico dotato di attività cardiaca i cui parametri biometrici risultano regolari per l’età gestazionale”, e poi continua elencando la situazione dei singoli organi ecograficamente evidenziabili. Dati di “anatomia fetale in generale”.

Ho preso il referto e me ne sono tornato a casa. Tra l’allegria inspiegabile di mia moglie e dei miei due figli. Che hanno da stare allegri? Si tratta di un feto, niente di più che un feto, un’appendice del corpo della madre, un “attributo”, un “coso” che non ha nessun diritto. Su di esso abbiamo un potere illimitato, di vita e di morte.

Questa storia dell’allegria mi perseguita da sei mesi. Da quando cioè mia moglie ha confessato di essere incinta per la quarta volta (la prima gravidanza finì drammaticamente in gestosi). Quando abbiamo dato l’annuncio alle rispettive famiglie, giù pianti e commozione e congratulazioni e strette di mano e abbracci e tutta quella roba lì, insomma. E di che sesso è, e come lo chiamate, e saranno contenti gli altri figli. Sapete tutti di cosa sto parlando.

Tanto entusiasmo, mi chiedo, per un feto?! Ma come si fa? Ma la scienza non ha ancora insegnato niente a tutta questa gentaglia? Ma cosa sono tutti questi sentimentalismi? Lo sappiamo tutti che un feto non è ancora una persona, che lo si può sopprimere senza tanti scrupoli di coscienza! E’ un grumo di cellule, un pacchetto di carne, niente più. Se non fosse così, chi abortisce o procura l’aborto cos’è, un assassino?! Non scherziamo per favore.

Non ho comunicato questi miei profondi pensieri a chi si congratulava con me stringendomi la mano, per non scandalizzarlo. Più che urtarmi, mi facevano compassione tutte le smancerie di costoro. Forse questo loro atteggiamento è una triste conseguenza dell’umanesimo cristiano, con tutte quelle storie sul feto che ha già l’anima. Bè, se vogliono illudersi facciano pure. Io preferisco restare lucido, distaccato, rigidamente scientifico. Sì, aspetto che la scienza mi dia l’ok, mi dica quando sarà il momento giusto per commuovermi anch’io e per dire “ho un figlio”. So, per sentito dire, che la trasformazione magica da feto a figlio avverrà quando entrerà in campo l’autocoscienza, ma non sono ancora bene informato sulla data e l’ora precisa.

Intanto mia moglie ha cominciato a comprare le scarpine e perfino qualche giochetto da attaccare ad un’eventuale culla. La guardo con indifferenza e con un certo distacco, mentre mi ripeto: “tutto questo per un feto?”.

Ma c’è dell’altro. Mia moglie e i miei figli hanno anche cominciato a pensare al nome. Altra cretinata! Da quando hanno saputo, proprio oggi, che il feto è dotato di pisellino, hanno snocciolato una serie di nomi possibili da attribuirgli. Stupidi e non aggiornati! Che senso ha dare il nome ad un feto, se poi quel che conta non è il suo sesso ma il suo genere? Non conoscono le teorie del gender. Dovrò informarli. Io aspetterei a stabilire un nome. Aspettiamo che lo faccia lui, una volta che avrà deciso il proprio orientamento sessuale e quindi il gender di appartenenza.

Eh sì, compatitemi, voi che capite. Sono costretto a vivere in mezzo a dei barbari. L’umanità tutta, o nella sua stragrande maggioranza mi sembra barbara. Noi pochi eletti, noi che sappiamo, noi che siamo liberali e illuminati, noi non ci piegheremo davanti a questi trogloditi dell’età della pietra.

Non glielo dico, perché non mi capirebbero, mentre guardo la foto del mio feto senza nome, dal sesso definito e il genere ancora da decidere. Per favore, non fatemi gli auguri!

Gianluca Zappa

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categoria: famiglia, antropologia, aborto, embrione
domenica, 02 agosto 2009

A CHI SERVE LA CROCIATA PER LA RU486

A proposito dell’immissione in commercio della pillola abortiva Ru486, approvata dall’Agenzia del Farmaco, bisogna dire subito una cosa, e dirla chiaramente: si è realizzata un’alleanza stretta tra gli interessi economici di chi la pillola la produce;  la posizione ideologica di chi questa pillola la vuole, come ulteriore passo verso una fantomatica liberazione ed autodeterminazione della donna, e la voglia matta di molti medici abortisti che non vedono l’ora di deresponsabilizzarsi di fronte  all’intervento di interruzione della gravidanza.

 

Diciamolo meglio: si è trattato di una vera e propria crociata in favore di una pillola che “non offre particolari vantaggi rispetto all’alternativa chirurgica”, parola di Guido Rasi, Direttore generale dell’Agenzia che ha adottato il provvedimento. La pillola, stando al Rasi, rappresenta solo un’opzione per quelle donne che non possono sopportare un’anestesia.

 

E’ noto come questo piccolo, limitatissimo vantaggio, va a scontrarsi contro una serie di controindicazioni:

  1. Questa pillola fa male, come ammette a denti stretti la stessa casa produttrice, e pare che abbia già provocato la morte di 29 donne.
  2. Questa pillola contravviene alla stessa legge 194, che vuole che l’aborto venga espletato in ospedale. Rasi sostiene che la Ru846 dovrà essere usata solo all’interno di quanto previsto dalla 194, quindi che la donna non potrà andare a completare l’aborto a casa sua, ma che sarà dimessa dall’ospedale solo ad aborto avvenuto. Ed ammette che “non è un vantaggio dal lato economico”. L’ospedalizzazione costa, e la degenza di almeno quattro giorni sarà a carico dei contribuenti. In altre parole, l’aborto con la pillola costerà allo comunità più dell’aborto chirurgico.
  3. Come spiega Assuntina Morresi, “i farmaci che si utilizzano per l’aborto medico – Ru486 e prostaglandina – possono essere teratogeni, cioè causare malformazioni all’embrione che sopravvivesse all’aborto. Poiché la procedura abortiva dura almeno quindici giorni, può succedere – sono fatti già accaduti e documentati – che in questo lungo periodo di tempo la donna ci ripensi, soprattutto quando la procedura fallisce e dopo quindici giorni l’embrione è ancora vivo, e decida di continuare la gravidanza. A quel punto, però, se ci ripensa corre il rischio di avere un figlio malformato. Per evitare questo, l’unica possibilità è ricorrere all’aborto chirurgico”. Un circolo vizioso, come si vede.

 

A fronte di queste indiscutibili verità, fa veramente tristezza la dichiarazione rilasciata dalla cattolica adulta Livia Turco, che si è data molto da fare, al tempo dello sciagurato governo Prodi, per giungere a questo risultato: «Finalmente anche nel nostro paese si rispettano i ruoli della politica che fa la sua parte, e gli organismi tecnico scientifici che fanno la loro. Sono contenta di poter rivendicare di aver dato da ministro della Sanità il mio contributo al raggiungimento di questo risultato. Spero che adesso finisca la crociata contro un farmaco che in realtà era una crociata contro le donne e i medici».

 

E’ evidente, invece, che la crociata l’ha fatta lei e quelli come lei e che l’Italia poteva fare benissimo a meno della pillola Ru486. Di più: con l’immissione in commercio di questa pillola non si fa altro che dare un ulteriore incentivo alla pratica abortiva, sia a livello di cultura e di mentalità diffusa, sia a livello di opportunità pratica. Si sta cercando di far diventare l’aborto un fatto del tutto privato, una questione esclusiva della donna che se la vede da sola col proprio corpo e col proprio feto. Il medico non s’insanguinerà più le mani, si limiterà a prescrivere una pillola. Il resto toccherà alla donna, nella triste solitudine della propria camera.

 

Il vincolare l’utilizzo del farmaco a quanto previsto dalla 194 è solo un modo per aggirare momentaneamente l’ostacolo, pur di introdurre in commercio la pillola. Non ci facciamo illusioni: è sempre la Morresi a ricordare che “in Emilia Romagna l’aborto medico, praticato dal 2005 importando direttamente dalla Francia la Ru486, avviene in regime di day hospital, e dall’ultima relazione al parlamento risulta che solo una donna su 563 è stata ricoverata in regime ordinario, nel 2007, con questa procedura abortiva”. Insomma, sono già quattro anni che in Italia le donne vanno in ospedale solo per assumere la pillola e poi abortiscono a casa loro. Questo perché quella pillola è nata con l’obiettivo di diffondere una specie di “aborto fai da te”. Non si vede perché in Italia debbano aver successo le complicazioni escogitate dall’Aifa.

 

Nessun vantaggio concreto, dunque, anzi, molti svantaggi. Almeno per le donne (che non sono affatto sicure con questo farmaco) e per il contribuente, che continua a finanziare, contro coscienza, un sempre più oneroso ricorso all’aborto. E questo senza nemmeno toccare l’aspetto etico della questione. Complimenti!

 

Gianluca Zappa

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categoria: politica, aborto, attualitĂ 
venerdì, 12 giugno 2009

ZAPATERO TRA TETTE E FETI

Una delle più grandi notizie dell'ultima consultazione elettorale, è che il partito di Zapatero perde finalmente voti. Il partito della barbarie è in calo e speriamo che abbia imboccato una parabola discendente irreversibile.

Zapatero è colui che ha creato un ministero per l'uguaglianza, mettendoci a capo una certa Bibiana Aido, una giovane senza esperienza politica, ma con una buona dose di cretineria ideologica. Meglio le veline nostrane, sono meno pericolose. Perchè la signorina Aido ha avuto la dabbenaggine di paragonare l'eliminazione di un feto al "rifarsi le tette", cioè ad un banale intervento di chirurgia estetica. Ovviamente il feto, per costei, non è un essere umano, ma una specie di appendice carnosa.

In Spagna c'è qualcuno che ha ancora un po' di cervello ed ha reagito. La ministra ha risposto ammettendo di avere un po' esagerato, ma subito giustificandosi dicendo di aver voluto provocare: "Questo paese ha bisogno di sbarazzarsi dei vecchi pregiudizi della destra, della Chiesa. È necessario liberare le donne, le giovani, dalla schiavitù di una maternità non controllata».

E infatti Zapatero procede come un rullo compressore a "liberare" le donne. Vorrebbe che anche le ragazze di 16 anni possano abortire senza il consenso dei genitori. L'unico modo per farlo è diffondere la cosificazione del feto. E', insomma, propagare una vera e propria menzogna, perchè è solo sulla menzogna che si può basare la barbarie di questo orribile potere dell'uomo sull'uomo.

Occorre che il male sia diffuso e banale. Occorre estendere la complicità, abbassare il livello delle coscienze. E' quello che accade tutti i giorni.

Ricordo quando entrai in classe con delle scarpe da ginnastica bianche, nuove di zecca. I ragazzi non sopportavano tutto quel bianco. Evidentemente le scarpe devono essere sempre un po' sporche. E quando ti chiedono se ti sei mai sballato da giovane, se ti sei ubriacato, se hai mai fumato uno spinello e tu gli rispondi di no, ti guardano con un sorriso malizioso, come a dire "non ce la racconti giusta... Chi non l'ha fatto?".

Se gli altri hanno la coscienza sporca, allora posso avercela anch'io. Se l'aborto qualcuno l'ha legiferato, allora si può fare. Se l'aborto qualcuno l'ha fatto, allora è una cosa che fanno tutti, banale, come rifarsi le tette. Non è più un tabù, un dramma, una vergogna.

Se da qualche parte qualcuno manipola un embrione umano e se ci mettiamo d'accordo che quell'embrione è niente più che una "cellula", allora anche questo tabù cade. Il mio amico Stefano mi ha fatto pensare: perchè ci si intestardisce a martirizzare embrioni per lavorare su cellule che non danno risultati utili? Perchè si finanziano questo tipo di esperimenti? Perchè siano sempre di più coloro che si "sporcano", che violano quel limite sacro mettendoci le mani. In definitiva, perchè il male sia sempre più banalizzato.

La Spagna pare essere una capofila: il signor Zapatero ha deciso di essere il missionario di questa mentalità, il diffusore della cosificazione dell'essere umano, il profeta del nulla, e della conseguente deresponsabilizzazione dell'individuo.

Ora i suoi consensi sono in calo. Chi è contro la barbarie non può che esultare.

Gianluca Zappa

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categoria: aborto, attualitĂ , societĂ , zapatero
venerdì, 22 maggio 2009

IL PIANO INCLINATO

Ogni volta che si discute di temi di particolare rilevanza etica, chi come noi si batte in difesa della vita non manca di segnalare alla parte avversa il pericolo del cosiddetto “piano inclinato”: il rischio ovvero che, ammesse alcune deroghe a grandi principi etici, la falla si allarghi al punto che quanto era stato inizialmente consentito solo a motivo di circostanze eccezionali, si trasformi infine in un’espressione di libertà che non ammette bilanciamenti di sorta. 

Ora, è un fatto che in alcuni paesi d’Europa si stiano facendo i passi appropriati (senza che l’opinione pubblica ne abbia una reale percezione) per inquadrare la procedura abortiva in un contesto culturale e giuridico che appare ben differente da quello del passato: non più l’aborto come “male minore”, giustificato ovvero nel contesto di un sia pur presunto conflitto di interesse, e dove l’interesse dell’adulto, a certe condizioni, finisce per prevalere su quello del bambino… ma l’aborto come “diritto soggettivo” fondato unicamente sul principio di autodeterminazione dell’adulto e non sottoposto a condizioni o limiti di sorta.

La tendenza a forzare il quadro culturale e normativo tradizionale offre alla nostra attenzione vicende una volta neppure lontanamente pensabili: è di questi giorni la notizia che in Svezia le autorità hanno stabilito la piena legalità dell’aborto selettivo basato sul mero criterio del genere. Una donna, già madre di due figlie, si era infatti sottoposta ad amniocentesi al fine di verificare il sesso del nascituro. Appreso che si trattava di una bambina e non di un maschietto, chiedeva ai sanitari dell’Ospedale Mälaren di interrompere la gravidanza.

I sanitari si sono allora rivolti per un parere in merito alla Commissione nazionale per la salute ed il welfare che, pochi giorni fa, ha risposto in senso favorevole alla richiesta della donna. In breve, la Commissione nazionale ha affermato che la richiesta formulata dalla donna debba essere accolta dato che l’aborto (consentito in Svezia fino alla diciottesima settimana) è da reputarsi “un diritto inalienabile” anche quando fosse motivato solo sulla base di “una preferenza di genere” espresso dalla richiedente.

Varrà la pena ricordare che in Svezia l’aborto è una “conquista sociale” fin dal lontano 1938, quando il paese intratteneva ottimi rapporti con la Germania nazista e varava una legislazione di tipo eugenetico affine a quella tedesca. In questo paese gli abitanti godono oggi di un elevato tenore di vita, e tuttavia, oltre il 25% delle gravidanze si conclude con un aborto procurato (dati dello Johnston’s Archivi), percentuale che cresce di anno in anno e che ha registrato un impressionante balzo in avanti del 17% a seguito dell’introduzione della cosiddetta “pillola del giorno dopo”, il farmaco che a detta degli esperti avrebbe dovuto abbattere il numero dei costosi aborti chirurgici. Colpisce anche il fatto che in Svezia l'educazione sessuale faccia parte integrante dei programmi scolastici fin dal lontano 1956. Dal 1992, infine, l’Organizzazione svedese per l’educazione sessuale (RFSU) dava inizio ad un’attività che prevedeva addirittura la “consegna rapida”, su semplice richiesta telefonica, dei preservativi al domicilio degli interessati!

Si conferma pertanto il dato della sostanziale inefficacia delle strategie di prevenzione basate unicamente sulla massiccia diffusione di contraccettivi e sul facile accesso all’interruzione della gravidanza. E’ quanto si evidenzia, del resto, anche nella ben più popolosa Gran Bretagna dove, negli ultimi anni, sono state varate drastiche misure di segno analogo cui ha fatto seguito la moltiplicazione degli aborti chirurgici, particolarmente tra le giovanissime.

Tutto questo aiuta a capire che nessuna prevenzione dell’aborto è in realtà possibile se non si ha il coraggio di definire l’aborto per quello che è: non un inesistente diritto (potere?) di vita o di morte sul concepito, ma un dramma da evitare perché ferisce la donna che lo pratica ed uccide un essere umano indifeso ed innocente. Questa sconcertante sentenza avvicina purtroppo la Svezia alla Cina comunista dove, come è noto, l’aborto falcia legalmente o illegalmente la vita di molte bambine solo perché bambine! Ed in questo strano paradosso trova ulteriore conferma il monito di Giovanni Paolo II per il quale “una democrazia senza valori scivola ben presto, subdolamente o meno, verso forme esplicite o implicite di totalitarismo”.

Il piano inclinato esiste, non è evidentemente una nostra invenzione.

Stefano

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categoria: diritti umani, aborto, embrione, ideologia
martedì, 19 maggio 2009

THE DARK SIDE OF OBAMA

L’ultima che ho visto è una T-shirt colorata con la foto di Obama e la scritta “Hope”. Obama come icona della speranza mondiale? Difficile sostenerlo, quando la sua amministrazione finanzia con 50 milioni di dollari il controllo delle nascite ovunque nei Paesi sottosviluppati. Controllo delle nascite che spesso è solo un eufemismo per non dire aborto.

Niente di strano che il neo presidente sia stato fischiato dagli antiabortisti nel corso della cerimonia alla Notre Dame University. E bene hanno fatto coloro che hanno fischiato, che hanno dimostrato tutta la loro disapprovazione: è bene che si sappia che un numero molto sostanzioso di contribuenti americani non è affatto contento di finanziare, specie poi coi tempi che corrono,  una campagna per l’aborto su scala  mondiale.

E’ bene che su questo argomento ci sia chi continua a tenere desta l’attenzione di tutti, perché è proprio questo uno dei punti più sconcertanti e più deboli dell’amministrazione Obama. I fischi e gli insulti potranno sembrare poco educati. Ma come definire, allora, chi impegna il denaro di tutti per la diffusione del diritto all’aborto nel Terzo Mondo?

Non si può smantellare Guantanamo, in nome dei diritti umani, e poi considerare un “diritto umano” la soppressione di un innocente attraverso l’aborto. E’ una contraddizione troppo grossa, ed Obama, nella sua lodevole volontà di dialogo, dovrebbe sforzarsi di scioglierla. Invece, mi pare, proprio questo è mancato nel suo discorso alla Notre Dame University.

Obama ha chiesto “cuori aperti, menti aperte, parole intellettualmente oneste”. Va bene. Ma la prima onestà intellettuale è quella che chiama le cose col loro nome e che esplicitamente dichiara che l’aborto è la soppressione di un essere umano. E che, successivamente, si chiede onestamente se il diritto della donna venga prima del diritto all’esistenza di un figlio.

Comunque, delle aperture significative sono state fatte. Obama non ha cambiato opinione, quindi considera l’aborto lecito e sacrosanto, ma ha fatto un’importante concessione alla platea: “possiamo concordare che sia una decisione lacerante per qualsiasi donna, con dimensioni morali e spirituali. Quindi lavoriamo insieme per ridurre il numero delle donne che vogliono abortire, diminuendo le gravidanze non volute, facilitando le adozioni, assicurando assistenza e sostegno a chi decida di tenersi il bambino”.

Ma resta un inquietante interrogativo: perché finanziare con la cifra di 50 milioni di dollari qualcosa che è lacerante per ogni donna e che comporta gravi conseguenze morali e spirituali? Viene da chiedersi: che senso ha tutto questo? Se la strada da percorrere è un’altra (ed è proprio quella che Obama ha delineato) perché non imboccarla con decisione, senza compromessi, senza ambiguità? Dov’è la coerenza? Dov’è l’onestà intellettuale?

Hillary Clinton ha difeso  un mese fa davanti alla Commissione Esteri della Camera il diritto all’aborto, ritenendolo parte della salute riproduttiva. “In alcuni Paesi africani ho visto bambine di 12-13 anni che restano incinte”, ha aggiunto, giustificando così il pesante impegno economico assunto dall’amministrazione Obama. Non ci siamo. E’ proprio tutto un altro modo di guardare lo stesso problema. Nessuno si augura che una bambina africana resti incinta a 12 anni. Ma nessuno si augura che la soluzione per quella bambina sia l’aborto. Usare le minorenni africane come carne da macello, che passano col pancione sotto i ferri legali, sicuri e sterilizzati del chirurgo, è una barbarie molto, ma molto maggiore rispetto al lasciare che la natura faccia il proprio corso.

Insomma, mettetela come vi pare, ma questo è il volto oscuro dell’amministrazione Obama, la macchia nera su un vestito che si vorrebbe immacolato, la politica della disperazione che ammazza ogni speranza. Non si può invocare il dialogo se prima non ci si mette d’accordo sui fondamenti della questione.

Ha ragione Obama, ci vogliono cuori aperti, menti aperte, parole oneste. Peccato che lui per primo non dia il buon esempio.

Gianluca Zappa

Postato da gianlucazappa | commenti (8)(popup) | commenti (8)
categoria: diritti umani, aborto, attualitĂ , ideologia, obama
sabato, 24 gennaio 2009

OBAMA, L'ALTRA FACCIA DEL MITO

La ragazza ha una maglietta viola (va di moda) con su la scritta bianca Obama. Anche lui va di moda, mi spiega, è un mito, un'icona. Tutto l'estabishment mediatico è con lui. Su di lui si riversano le speranze degli americani. Speranze vere, sogni, entusiasmi straordinari. Che sia davvero l'uomo della provvidenza?

Uno dei suoi primi atti è stata la chiusura della prigione di Guantanamo. Lì dentro c'erano personaggi molto pericolosi, come dimostra la vicenda di Abu Sayyaf, uscito dal carcere alla fine del 2007 e messosi subito ad organizzare attentati terroristici. Ma si sa, anche Guantanamo è diventata una specie di simbolo, e andava chiusa, in nome della tutela della dignità della persomna. Gran bel gesto, che alimenta le speranze.

Ma ecco la doccia fredda (da noi, del resto, già prevista). In un'America a corto di ossigeno, che richiede interventi immediati di fronte alle difficoltà effettive della società, ecco un'altra mossa che non è più solo simbolica, ma davvero impegnativa. Obama elimina la Mexico City Policy, che chiudeva il rubinetto dei finanziamenti federali  alle organizzazioni internazionali per la pianificazione familiare (che significa promozione della contraccezione e, soprattutto, dell'aborto all'estero). Un flusso di dollaroni arriveranno a queste lobby.

Insomma, l'America nega ai propri cittadini risorse economiche, per aiutare le donne africane ad abortire. In sintesi sta accadendo proprio questo.

Non solo. Si impegneranno altre consistenti risorse economiche per la sperimentazione che fa uso di cellule embrionali. Una ricerca che, com'è noto, oltre a porre gravissimi problemi etici, non va da nessuna parte: meglio le staminali adulte che quelle embrionali, se si vuole davvero risolvere il problema delle malattie genetiche.

Bene, questo è il rovescio della medaglia, l'altro aspetto inquietante del mito. Queste sono scelte ideologiche ed economiche: Obama paga i debiti alla sinistra radicale che l'ha eletto e fa gli interessi dei potentati economici.

Appresa ieri la notizia, pensavo stamani a questa contraddizione. Non riuscivo a mettere insieme questo battersi per i diritti umani, per la dignità umana, e il sostegno all'aborto e alle ricerche sull'embrione. C'è qualcosa che non va. Anche perchè se, a rigor di logica, a Guantanamo ci sono dei terroristi pericolosi, il bambino abortito non ha fatto male a nessuno.

Ci pensavo, poi ho letto l'intervista al Corriere di mons. Fisichella, il quale dice cose che sottoscrivo in pieno, che danno voce ai miei pensieri: "Quando ci si erge giustamente a paladini della dignità della persona, ci si aspetta che tale diritto sia esteso a tutti, senza discriminazioni nè contraddizioni profonde". Invece Obama ha apposto una firma a un decreto "che di fatto è un'ulteriore apertura all'aborto e quindi alla distruzione di esseri umani".

E' una contraddizione insanabile, una macchia sulla raggiante figura del personaggio. Un giorno annunciato da un mattino per niente bello. Non si può combattere il diritto di scelta di un individuo che vuole torturare un terrorista che ha ammazzato decine di persone e, allo stesso tempo, favorire (con sostanziosi e cospicui finanziamenti) il diritto di scelta di una madre ad eliminare il proprio figlio. Diritto di scelta, poi, molto relativo, perchè le povere donne africane non hanno diritto di scelta.

Questa è la politica della polvere di stelle, come la definisce mons. Fisichella, che si verifica quando ci sono in giro problemi veramente urgenti. "Allora si vanno a prendere altre cose che luccicano e soddisfano forse chi vive di ideologia. Solo che in concreto non portano ad alcun risultato, se non a nascondere i problemi veri".

Gianluca Zappa

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categoria: diritti umani, aborto, attualitĂ , societĂ , embrione
venerdì, 23 gennaio 2009

LA REPUBBLICA DEGLI AYATOLLAH

“Le strutture sanitarie sono fatte per assicurare ai pazienti la nutrizione e l’idratazione, non per negarle”. E’ un’affermazione laica, laicissima, e lapalissiana, lapalissianissima. Non ci vuole di certo un papa o una presidente di qualche conferenza episcopale per dire una cosa simile. Anzi, diciamola tutta, qui la religione non c’entra proprio niente. C’entra, semmai,  la grande tradizione medica dell’umanità, secoli e secoli di dedizione e di ricerca per aiutare gli esseri umani.

L’affermazione, infatti, non è di qualche porporato che s’intromette negli affari dello Stato italiano, ma del Ministro Sacconi, di un’autorità laica, politica ed istituzionale chiamata a sorvegliare il funzionamento delle strutture sanitarie sul territorio nazionale.

Ora, in questi tempi di atroce stravolgimento della verità e di clamorosi ribaltamenti delle frittate, la frase suddetta viene fatta passare come “talebana”. Nel momento in cui è in atto una vera e propria crociata contro la vita di Eluana Englaro, mentre c’è chi si sta dando dannatamente da fare per trovare finalmente il patibolo sul quale la donna sarà spinta, non è ammesso ricordare a tutti che, vale la pena ripeterlo, una struttura sanitaria serve a nutrire ed idratare un paziente, non al contrario.

“Non viviamo in una repubblica di ayatollah!”, grida Mercedes Bresso, Presidente della Regione Piemonte. E non ha ragione. E’ dall’approvazione della legge 194 (auguri di buon compleanno, senatore Andreotti!) che l’Italia è una vera e propria repubblica di ayatollah: gli ayatollah del pensiero laicista, ateo e libertario. E' da allora che, sulla base di una nuova ideologia, è accaduto quello che non era mai accaduto, e cioè che un ospedale diventasse un luogo dove si dà la morte e che i medici divenissero ministri di morte, più che di vita.

Si tratta solo di aggiungere un altro tassello, così da farla diventare una repubblica fondata sull’eutanasia.

A questo contribuirà in misura significativa la stessa Bresso, non appena permetterà al Piemonte di allargare le braccia ad Eluana, per un abbraccio mortale.

Per fortuna, contro i talebani della morte dolce, contro gli oscurantisti della cultura della morte (che piangono, giustamente, per i bambini palestinesi, ma non riescono proprio a piangere su quelli italiani, soppressi a centinaia di migliaia ogni anno con la pratica dell’aborto), c’è per lo meno chi osa prendere la parola, per difendere la libertà di coscienza.

E ci vuole coraggio, in tempi di totalitarismo culturale.

Ecco allora il cardinal Severino Poletto, arcivescovo di Torino, alzare la voce dal cuore pulsante di quel Piemonte che si prepara a “liberare” Eluana: “La legge di Dio prevale su quella dell’uomo: i medici cattolici che si trovassero ad operare nell’ospedale dove si intende interrompere l’alimentazione di una persona, dovrebbero obiettare e rifiutarsi di farlo”.

Il cardinale parla ai fedeli, ai cattolici (tra l’altro usando il condizionale), ma la Bresso (che non credo sia un medico che lavora in ospedale e non so nemmeno se sia cattolica), sentendosi “pizzicata”, insorge e tira fuori la storia della repubblica degli ayatollah. Ricorda un po’ il don Rodrigo di Manzoni (lo ricordate?) che prorompe in insulti scomposti quando il santo fra Cristoforo gli alza davanti il dito indice della mano e pronuncia il fatidico “verrà un giorno…”.

Insomma, che vuole ‘sto cardinale rompiballe? Ci lasci fare in pace il nostro lavoretto, senza metterci di fronte a problemi soprannaturali! Pensi ai fedeli in chiesa e non tiri fuori la legge di Dio che non c’entra niente! Poi, però, la Bresso dice di voler rispettare l’obiezione di coscienza anche in questo caso, esattamente come succede di fronte all’aborto.

Per fortuna! Vedi, allora, che l’intervento di un cardinale vale ancora qualcosa? Cose che succedono qui in Italia, perché c’è una Chiesa autorevole. Ma quanto durerà? Quanto sarà possibile, per un ufficiale o un dipendente dello Stato, seguire liberamente i dettami della propria coscienza senza ripercussioni personali? La partita è aperta.

In Spagna, per esempio, dove la repubblica degli ayatollah è già molto avanti, e la Chiesa è molto meno forte, mi si dice che un magistrato, tale Fernando Ferrin Calamita, credente e padre di sette figli, si sia rifiutato di avallare l’adozione di una bambina da parte di una coppia di lesbiche. E per questo è stato punito dalla Spagna libertaria e tollerante di Zapatero, con una riduzione dello stipendio.

Tolleranza, tolleranza… libertà, libertà… Sì, ma a senso unico! Perché mai un magistrato dovrebbe essere costretto ad andare contro la propria coscienza? Perché dovrebbe essere penalizzato per questo? Ecco allora l’importanza dell’intervento autorevole del cardinal Poletto.

Faccia pure la Bresso, se ritiene che dalle sue parti le strutture sanitarie pubbliche, contro secoli di storia, siano tenute a togliere, anziché ad assicurare, l’alimentazione e l’idratazione al malato. Facciano pure i fanatici fondamentalisti della cultura di morte.

Ma che non si azzardino a violare il sacro principio della libertà di coscienza. Che ci diano la possibilità di continuare a riferirci alla legge di Dio, di continuare ad esprimerci liberamente sulla base delle convinzioni della nostra fede, senza ritorsioni, senza penalizzazioni.

Se dobbiamo proprio vivere in una repubblica di ayatollah (dove negli ospedali si alzano patiboli, e le madri possono uccidere i figli e i padri le figlie e un figlio può avere genitori dello stesso sesso in nome del progresso, dell'umanità, della libertà), che per lo meno ci lascino sopravvivere dignitosamente!

Gianluca Zappa

 

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martedì, 18 novembre 2008

DI SINISTRA COME ROSAS

Il presidente uruguayano Tabaré Ramón Vázquez Rosas ha posto ieri (13/11/12) il veto sulla legge che intendeva ampliare notevolmente in quel paese il ricorso alla pratica abortiva. Attualmente l’interruzione di gravidanza è consentita solo nei limitati casi di pericolo per la vita della madre o di stupro.

La nuova legge (“Ley de salud sexual y reproductiva”), fortemente sponsorizzata da importanti organismi internazionali ed approvata dalle due camere del parlamento per un solo voto, avrebbe invece liberalizzato l’aborto nelle prime dodici settimane di gravidanza.

Ma il presidente Vázquez Rosas, un medico specialista oncologo, leader della coalizione di sinistra “Encuentro Progresista-Fruente Amplio-Nueva Mayoria”, si è dichiarato contrario per profonde ragioni etiche e scientifiche (por “razones filosóficas, biológicas y humanas”) a questa iniziativa. Così, secondo quanto gli è consentito dal diritto costituzionale dell’Uruguay, ha posto il veto presidenziale alla ratifica. Ciò significa che ora le due camere del parlamento, per approvare la nuova legge, necessiterebbero di una maggioranza qualificata dei 3/5 dei voti di ciascuna di esse, il che è ben difficile che possa verificarsi in un paese dove un’ampia parte della popolazione si dice oltretutto contraria.

Ma chi è Vazques Rosas? Contrariamente a quel che si potrebbe credere, Rosas non è un cattolico, ma un laico ed un uomo politico di sinistra, proveniente dalle file del movimento socialista uruguayano (“Partido Socialista”). Rosas è stato uno dei protagonisti della rinascita democratica del paese nel 1985 e si è battuto contro i tentativi di cancellare, con una amnistia, le responsabilità dei militari, nelle violazioni dei diritti umani, durante il periodo della dittatura. Rosas è molto apprezzato per la sua sensibilità sociale ed il suo pragmatismo, ha dato al proprio programma politico il titolo significativo di “Utopia Realizable”.

Non si tratta infine di una mosca bianca, qualche tempo addietro si è parlato di analoghe convinzioni espresse dal presidente del Nicaragua e leader del Fruente Sandinista, Daniel Ortega che ha anche denunciato le pressioni di potenti organizzazioni internazionali per far approvare l’aborto in tutta l’America latina.

Come si vede pertanto, si può essere non-cattolici ed essere tuttavia contrari all’aborto per ragioni di carattere ideale e razionale. E si comprende bene che a queste condizioni non sarebbe così difficile per un credente riconoscersi e militare in un partito di sinistra.

Chissà allora perché da noi i leader del centrosinistra si fanno in quattro per regalare la maggior parte dei cattolici al centrodestra? Già, chissà…

 

Stefano

 

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categoria: politica, comunismo, aborto, attualitĂ