" width="922" height="230" quality="high" pluginspage="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" scale="exactfit">
domenica, 22 ottobre 2006

O’NEILL A ROMA

C’è una chiesa a Roma che molti non conoscono, quella di S. Pietro in Montorio, in una splendida posizione sul Gianicolo. Il luogo è uno dei più belli della città.  La chiesa e le strutture conventuali annesse (oggi “Accademia di Spagna”) devono la propria attuale sistemazione alla presenza dei francescani (dal 1472) e all’interessamento dei re di Spagna Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Non è un luogo frequentatissimo e non sono tanti quelli che, entrati in Chiesa per una visita, hanno l’idea di andare a spostare la guida rossa che copre parte del pavimento. Se lo facessero troverebbero, di fronte all’altar maggiore, le sepolture di quattro “ribelli” irlandesi: Hugh O'Neill, signore di Tyrone (1540-1616), il figlio Hugh, Ruair O’Donnell, signore di Tyrconnell e suo fratello Cathbarr. Figure storiche di notevole importanza per la storia d’Irlanda, anche se poco conosciute dalla maggior parte di noi italiani. Quante canzoni e poesie ricordano “the flight of the earls”! Presso le loro corti si parlava latino e gaelico. Nelle loro case erano accolti e protetti, secondo le antiche leggi, i poeti, gli arpisti e gli ultimi amanuensi (come gli estensori degli “annali dei 4 maestri”), quelli che ancora comprendevano le antiche storie, e la storia degli O’Neill affonda nella notte dei tempi. O’Neill (da un più antico Ui Niall) significa “stirpe di Niall”, ovvero i discendenti del leggendario “Niall dei Nove Ostaggi”, che aveva regnato sul paese mille anni prima. Questo antichissimo retaggio spiega per quale ragione Hugh O’Neill, signore di quel che poi sarebbe divenuto l’Ulster lealista, era ritenuto l’ultimo principe con il carisma sufficiente a guidare, se necessario, un’insurrezione di vasta portata contro gli invasori inglesi. Educato in Inghilterra, all’inizio si guardò a lui come ad un alleato della Corona. Non era incline alla guerra e tuttavia vi fu costretto. I metodi crudeli del Conte di Essex, Luogotenente di Elisabetta, ebbero qualche parte in questo cambiamento d’animo e di partito. Guidò pertanto la sua gente nella “Guerra dei Nove Anni”, riportò sul Conte di Essex la grande vittoria di Yellow Ford, ma ai successi iniziali seguì la sfortunata spedizione conclusasi con la sconfitta di Kinsale. Ogni Irlandese sa che “l’Irlanda gaelica muore a Kinsale”, luogo in cui fallisce l’audace tentativo dei clan del nord di congiungersi con gli alleati spagnoli sbarcati nel sud. A questo sfortunato esito il poeta contemporaneo John Montague dedica, ne “Il Campo Abbandonato”, i seguenti drammatici versi: “Tir Eoghain: Terra di Owen (Tyrone), territorio degli O’Neill; spettrale il passo dei Gallowglass (i guerrieri scelti dell’Irlanda del XVI secolo), scalzi, degli O’Hagan, in marcia per riunire le forze a Dun Geanainn (il castello  degli O’Neill a Dungannon). Avanti verso il sud, verso Kinsale! Il sonoro grido di guerra è presto reinghiottito in spirali di pioggia nera e nebbia. L’orgoglio dell’Ulster, i nemici di Elisabetta, affondano nella torba del Munster…”. Dopo Kinsale sarebbe venuto il tempo del disincanto e dell’esilio. Hugh O’Neill, trattato in un primo momento con prudente indulgenza dai vincitori, ricevette in seguito l’ordine di lasciare la sua residenza per presentarsi al cospetto del nuovo re, Giacomo Stuart. Sapeva bene che se l’avesse fatto sarebbe stato arrestato con false accuse, imprigionato nella Torre di Londra e ucciso. Se non fosse andato, invece, la sua sarebbe stata comunque una prova evidente di slealtà. Privo di alternative, O’Neill, che ora sperava di poter rientrare alla testa di un’armata per liberare il paese, finse di obbedire e si imbarcò invece per la Francia, il 14 settembre del 1607. Non sarebbe mai più tornato. I re di Spagna e d’Inghilterra avevano firmato la pace e la libertà d’Irlanda era stata sacrificata sull’altare della coesistenza tra le potenze. Il destino della verde isola era ormai nelle mani dei suoi nemici. La popolazione cattolica e gaelica dell’Ulster fu espropriata delle proprie terre con la violenza e con l’inganno. Le terre furono assegnate agli avventurieri e ai soldati che avevano servito sotto Elisabetta (gli antenati degli odierni abitanti delle contee protestanti dell’Ulster). Al genocidio etnico avrebbe fatto seguito quello culturale: l’antica letteratura epica, la legge di Brehon, gli arpisti ed i poeti, la stessa lingua gaelica, tutto fu condannato al rogo o all’oblio come espressione di una cultura barbara ed idolatra. “Il paesaggio, un manoscritto che noi non sapevamo più leggere. Derubati di una parte del nostro passato…”. I problemi odierni, come si vede, hanno cause antiche. Ci sono ferite che non rimarginano facilmente. I capi irlandesi trovarono rifugio a Roma, accolti dal papa Paolo V. Attesero che il re di Spagna rompesse il trattato con l’Inghilterra, ma invano. Trascorsero 9 anni, e la popolazione dell’Ulster e del resto del paese, restò senza difesa, esposta al fanatismo rapace dei nuovi padroni. “Abbiamo ucciso, incendiato e saccheggiato tutto, lungo il lago e per quattro miglia oltre Dungannon… Non risparmiamo nessuno, quale che sia il rango, l’età o il sesso, e l’effetto è di terrore ancor maggiore per gente che da tempo ormai non vedeva né tamburo né incendio”. Così si espimeva, in un rapporto, uno dei capitani di Elisabetta, nella primavera del 1607.  E pure nei secoli a venire sarebbero stati “Dispersi i figli, per l’Australia e Brooklyn…”. Il paesaggio irlandese è ancor oggi, in tempi di rapida crescita economica, segnato da rovine: abbazie e chiese rase al suolo dai soldati della Riforma, ma anche ruderi di povere case contadine abbandonate. Sembrano luoghi romantici, con l’erba verdissima che cresce fin sui resti dei tetti degli edifici consunti, ma sono piuttosto il ricordo di una tragedia, ancora impressa nei cuori di tanti e di cui rende testimonianza la parola del poeta:  Come cocci d’una cultura perduta, le capanne sparse sui declivi. Ricordo quando furono abbandonate…”. Il 20 Luglio del 1616, si spegneva a Roma l’ultimo di quegli esuli eccellenti, nella sua lingua natale il suo nome era stato: Aodh Mor O’Neill. Colto e poliglotta, convivevano in lui due distinte figure: il capo della propria gente secondo le consuetudini ancestrali dell’Irlanda gaelica e l’umanista rinascimentale, protettore della cultura e delle arti, secondo un modello che proprio in Italia, il paese che infine lo accolse, aveva visto la sua massima espressione. Sulla lapide che indica il luogo della sua sepoltura sono scolpite le seguenti parole: D.O.M. Hic Quiescunt Ugonis Principis O’Neill Ossa.

Stefano

Postato da ferrloren | commenti (popup) | commenti
Commenti

categoria: cultura, religione, storia, radici cristiane