QUESTIONE MORALE: ATTUALITA' O STRUMENTALIZZAZIONE?
In un precedente intervento, prendendo spunto da un fatto di cronaca -i cui echi ad onor del vero tardano a spegnersi- mi è occorso di sfiorare una tematica che per la sua attualità, per i risvolti socio-politici evidenziatisi, ad esempio, anche nell’ultima tornata elettorale, e per la sua rilevanza assoluta, merita qualche riflessione più approfondita.
La cosiddetta “questione morale” -sintagma di conio berlingueriano, ma in verità presente in varie sfumature in tutto l’arco della storia italiana…dalla polemica anti-giolittiana di Salvemini, alla desistenza elettorale antifascista- è da molti anni (almeno da quelli controversi e freschi nella memoria di tanti, di Tangentopoli) uno dei topoi ideologici più sbandierati da intellettuali e politici, soprattutto e forse per vocazione, ma non solo, da quelli di sinistra. Onestà intellettuale impone infatti di ricordare che alla succitata stagione giustizialista d’inizio anni Novanta, parteciparono attivamente anche le formazioni di destra. In questa convergenza si potrà certo vedere un connotato fisiologico di quegli schieramenti politici (nella recente storia italiana appunto la Destra missina e la Sinistra comunista) che, esclusi dal governo della cosa pubblica, hanno fatto leva su una presunta purezza, preservatasi dal contatto pregiudizievole con il potere, per muovere il consenso elettorale. Il giudizio su Tangentopoli invero è lontano dal venire, forse anche per la compromissione a vario titolo di molti attori che calcano ancora le scene della cultura e della politica, ma la versione ‘romantica’ dei fatti è ormai in ogni dove caduta in disgrazia, e almeno l’idea che Tangentopoli sia stata la ‘febbre di crescita’ di un sistema deviante di gestione del potere, che non ha escluso appunto la persistenza di taluni mali di quel sistema, è ormai sdoganata e -forse ipocritamente- anch’essa accolta in ogni dove. Le varie crociate contro le ‘caste’ (sulla cui fondatezza non è mia intenzione disquisire in questo luogo) ne sono una versione riveduta e corretta.
Tuttavia, se ci si dà la pena di recuperare l’intervista (facilmente rintracciabile in rete) che Berlinguer concesse nel lontano 1981 ad Eugenio Scalfari, non si faticherà a notare -a parte la piaggeria del buon Direttore- l’aspetto inattuale di quella impostazione, oltre che la sua vaga coloritura demagogica. Ciò che Berlinguer denunciava, la gestione clientelare dell’elettorato, la lottizzazione della cosa pubblica, la disarticolazione del sistema partitico dalla società civile… la storia recente del nostro Paese, ci ha abituato a considerarlo nota distintiva tanto dei partiti di Destra quanto di quelli di Sinistra (i media pubblici ne siano un esempio, uno dei tanti…). La nuova versione, attualizzata e rinvigorita, della questione morale, nasce paradossalmente proprio dalla sconfessione della impostazione antica della stessa. Nasce con la strumentalizzazione di uno dei poteri dello Stato (il giudiziario) da parte della politica, cui ha fatto seguito un’altrettanto evidente strumentalizzazione -il tanto discusso ad personam- del potere legislativo, difficilmente spiegabile al di fuori di questa funzione apologetica. L’aspetto probabilmente più preoccupante -in ordine al grado di civiltà della Nazione s’intende- è che l’eredità politica di quella stagione di esacerbato giustizialismo, è stata raccolta da personaggi la cui statura e la cui preparazione è incomparabilmente minore di quella della vecchia classe dirigenziale, mentre ne è del tutto simile l’azione e la pratica di gestione del potere. Antonio di Pietro è forse l’epitome di questa generazione. L’aspetto demagogico, risentito e confusionario della politica del fu Magistrato, ha il sapore della banalizzazione di un principio che pure, come s’è visto, vanta un lignaggio assai nobile. Solo che si guardi alla storia, l’atteggiamento apparrà non nuovo: è la stessa decadenza che colpì la Chiesa controriformista degli ‘intransigenti’ e l’anticomunismo maccarthista nell’America vittoriosa degli anni cinquanta.
Che la questione morale debba essere il metro, sul quale giudicare l’azione di un politico, è principio del resto nient’affatto scontato. Non lo era, ad esempio, agli albori della scienza politica, quando Platone rivendicava la ‘vocazione’ (e cioè una ‘virtù’, una qualità innata che rende leader, non semplicemente una condotta) come discrimine per il governo, non lo era per Aristotele, nella cui enciclopedia delle scienze, la morale occupava un gradino più basso rispetto alla politica. In genere, tale assunto non è condiviso neanche da quei sistemi (ad esempio gli anglosassoni) in cui il principio contrattualista, pone in primo piano la ‘funzione’ del governante, e dunque preserva il consenso a coloro che hanno tenuto fede ad un patto con l’elettore. Rileggere Locke è in fondo utile per capire gli scandali recenti nei quali è incappato il governo Brown. La nostra cultura è assai più figlia di Sallustio (che senza frutto si continua a far tradurre nei Licei) e di un’oratoria moralista e strumentale (il “pro domo sua”) della quale, almeno in apparenza, non sa fare a meno.
Ma quando la questione morale si trasforma, come ormai stabilmente avviene, in moralismo, essa è il sintomo di una decadenza più profonda. Quando all’esame dell’uso che un governante fa del potere affidatogli (esame da condursi comunque nei seggi elettorali e non sulle pagine dei giornali) si sostituisce quello dell’uso che fa della propria libertà, della persona e della proprietà sue, ergendosi a giudici di un ambito sul quale non si hanno diritti; allora si mostra di fraintendere la natura stessa della convivenza civile e di non aver appreso la lezione della pagliuzza e della trave. E che si tratti di Berlusconi poco importa, visto che quella lezione era stata appresa anche da un padre riconosciuto della Sinistra italiana, quel Pietro Nenni, che era solito dire: “a sinistra c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.
Michel de Seingalt

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