E TUTTO PER UNA BUGIA?
"Ma quando mai s'è visto che uno, pe' 'na bucia, se fa crocifigge a testa ingiù? Che uno pe' 'na bucia se fa mozza' la testa?". La domanda, posta brutalmente e coloritamente, nel suo dialetto, dal prete della mia parrocchia durante l'omelia di domenica scorsa, è la domanda più sensata che uno si dovrebbe fare davanti alle narrazioni evangeliche e al destino dei primi cristiani, dei primi discepoli, degli apostoli.
Anche in certi commenti postati in questo blog, alcuni dei nostri lettori, con una certa semplicistica e sbrigativa sicumera, relegano volentieri i Vangeli nella categoria dei falsi. Delle bugie, appunto.
Sia che si tratti di un'interpretazione mitica (i Vangeli non rappresentano qualcosa di realmente accaduto, ma una proiezione simbolica delle speranze e delle attese dei primi cristiani); sia che si tratti del metodo della storia delle forme (secondo il quale le narrazioni evangeliche nascono da una contaminazione di forme più o meno letterarie provenienti da tradizioni varie, giudaiche, elleniche, orientali), il risultato è sempre quello: Gesù perde la sua fisionomia storica, la sua vicenda si sfuma, d'incanto ci troviamo non più sulla roccia, ma tra le sabbie mobili.
I discepoli si sarebbero dunque inventati una bella storia, avrebbero preso un po' di qua e un po' di là, avrebbero mescolato tutto nel calderone, e, oplà, ne sarebbero usciti i Vangeli.
Sembrerebbe tutto risolto. Invece no. Invece è proprio così che nascono infiniti problemi.
Il primo dei quali è proprio quello espresso dalle domande con cui abbiamo aperto.
Possiamo davvero credere che Pietro e Paolo (morti durante la persecuzione di Nerone, quindi intorno al 64 d.C., cioè qualche decennio dopo la morte di Gesù) prima si siano inventati una storia (tra l'altro piuttosto strana e strampalata, con un Dio che muore sulla croce come un malfattore per opera dei romani e che poi risorge e chiama a prime testimoni delle donnette, cioè i soggetti meno presi in considerazione nell'ambiente ebraico, senza neppure degnarsi di privilegiare proprio Pietro, quello che ha messo a capo della Chiesa e che, a quanto risulta, l'ha pure squallidamente tradito), e poi si siano fatti uccidere per difendere quella che sapevano essere una loro costruzione? E che lo stesso abbiano fatto Stefano e tutti i primi martiri? E, si badi bene, senza niente di stimolante da difendere, se non l'affetto e la solidarietà di un gruppetto di persone perseguitato tanto dai giudei che dai romani?
Non c'era mica ancora il Vaticano; non c'erano i possedimenti di propaganda Fide; non c'era il potere politico ed economico; non c'erano i Marcinkus; non c'era l'Opus Dei… Non c'erano nemmeno gli spot televisivi che ti convincono a versare l'otto per mille!
I cristiani erano niente più che una gocciolina in un vastissimo mare. Prima si sarebbero inventati una bugia, e poi per quella bugia avrebbero dato tutti la vita.
A mio parere ogni interpretazione che si rifà alla tesi del mito e delle "forme" è vinta proprio sul piano della storia. Le grandi bugie non si costruiscono così, mentre sono ancora viventi i testimoni dei fatti (testimoni che finiscono da martiri). I miti hanno bisogno di tempo, di secoli per essere messi a puntino, per prosperare. E infatti i vangeli apocrifi (che oggi piacciono tanto a tutti coloro che seguono la tesi del "complotto" clericale, di una Chiesa che ha tradito e rigirato completamente Gesù) hanno il sapore e l'andamento del mito. Non a caso sono stati tutti scritti qualche secolo dopo i fatti. Esattamente come le biografie di Buddha e i libri che contengono la sua dottrina, vergati almeno trecento anni dopo la scomparsa del maestro, cosicchè non è più possibile distinguervi ciò che è realtà storica e ciò che è mito, creazione o rielaborazione della comunità dei discepoli.
Tutto è invece storico nei Vangeli: i personaggi che vi si muovono, le usanze e le tradizioni (tanto quelle romane che quelle giudaiche), i luoghi in cui si svolgono le vicende… Tutto trasuda storia vera, cronaca asciutta, essenziale. Del resto è notevole quanto, per esempio, dichiara Luca nel prologo del suo Vangelo (i corsivi sono miei): "Poiché molto han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto". Pare di sentire Erodoto. Dietro queste parole c'è una tradizione ormai scaltrita di metodo storiografico.
Dobbiamo credere a Luca come crediamo ad Erodoto, non c'è scampo. Non abbiamo ragione di non credere a Giovanni, che quasi si mette in ginocchio davanti a noi e implora che gli si presti fede ("quello che abbiamo visto e udito, quello che abbiamo toccato...").
E soprattutto dobbiamo credere alla testimonianza di quei poveracci incolti che pagarono con la vita per difendere l'annuncio di un fatto che mai nessuno era stato capace nemmeno di concepire e che ha resistito anche agli attacchi di una critica prevenuta, sfrontata ed agguerrita.
Pietro, crocifisso; Stefano, lapidato; Paolo, decapitato... e tutti gli altri. Per una bugia, per una menzogna studiata a tavolino, per una pazzia collettiva... Negate la storica attendibilità dei Vangeli e vi troverete davanti ad un'enigma forse anche più grande della resurrezione.
Ne riparleremo.
Gianluca Zappa