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meeting

domenica, 29 aprile 2007

Il Movimento per la Vita della città di Viterbo organizza una serie di conferenze pubbliche con il titolo “Maggio per la Vita”, finalizzate all’approfondimento e al confronto su temi di grande rilievo e attualità che spaziano dal significato autentico della relazione familiare alla tutela della vita umana e della sua dignità.

Sono previsti i seguenti appuntamenti:

 

03/05/07

All’inizio era la… famiglia

interviene la Dott.sa Lucia Bellaspiga, giornalista di Avvenire

 

10/05/07

Il figlio terminale

interviene il Prof. Pino Noia, medico e docente universitario

 

17/05/07

Senza radici: un’Europa contro la vita?

Interviene la Prof.ssa Lucetta Scaraffia, docente universitaria di storia contemporanea

 

24/05/07

Spade saranno sguainate per dimostrare che l’Erba è verde… (G. K. Chesterton)

Interviene Davide Rondoni, poeta e saggista.

 

Tutti gli incontri si svolgeranno di Giovedì, alle ore 17.00, presso la “Sala dei Cavalieri” di Palazzo Santoro, in Piazza Verdi a Viterbo.

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categoria: cultura, famiglia, religione, attualitĂ , radici cristiane, santo padre, embrione, ideologia
sabato, 28 aprile 2007

GESU' DI NAZARET - 2

E' GIUSTO CREDERE A GIUSTINO?

"Noi, a differenza degli inventori dei miti, non parliamo se non possiamo dimostrare. Per quale ragione crederemmo a un uomo crocifisso, che è il primogenito del Dio ingenerato e che pronuncerà il giudizio di tutto il genere umano, se non avessimo trovato testimonianze pronunziate sul suo conto prima che, fattosi uomo, venisse e se non avessimo visto che così si è avverato?".

Non sono frasi tratte dall'ultimo libro del Papa, né di un qualsiasi teologo od opinionista cattolico dei giorni nostri. Risalgono a qualcosa come 1850 anni fa. Era il 150 dopo Cristo. Gesù di Nazaret era morto meno di 120 anni prima.

Chi scriveva queste cose era distante da quello strano Messia come noi siamo distanti dall'anno di nascita di Giuseppe Ungaretti, tanto per citare qualcuno. Cosicchè poteva a ragione dire: "Molti uomini e molte donne sessantenni e settantenni vivono nella purezza, essi che fin da fanciulli furono discepoli di Cristo e posso vantarmi di indicarne alcuni per ogni classe sociale". Parole straordinarie, a pensarci bene, scritte da uno che ci teneva a dire di conoscere gente che era stata contemporanea di Gesù Cristo.

Chi è dunque questo misterioso personaggio? Si chiamava Giustino e veniva da Flavia Neapolis, in Siria di Palestina (vale la pena ricordare che da quelle parti era nato anche l'evangelista Luca). Sappiamo che si avvicinò al cristianesimo intorno al 130. Particolare importante: non venne su "indottrinato" fin da bambino da una setta di fanatici, ma si convertì più tardi, dopo un cammino di ricerca personale, dopo essere stato a scuola da filosofi stoici, peripatetici, pitagorici e dopo aver approfondito la dottrina platonica.

Non un rozzo pescatore, dunque, ma un istruito filosofo, che da quel 130 fino alla morte (fu martirizzato intorno al 165) mise a servizio della fede tutta la sua preparazione e il suo acume, tanto che a Roma (dove si era trasferito) si era messo ad insegnare la dottrina cristiana. Un testimone d'eccezione, uno che fu in contatto con quei "primi cristiani" di cui tanto spesso si parla. La sua testimonianza è contenuta nelle due preziose Apologie che ci ha lasciato. La prima, la più lunga, va assolutamente letta. Lì c'è la passione di uno che si è convertito a meno di cento anni dalla morte di Gesù, e che quella fede l'ha ricevuta dalla testimonianza di persone che a quell'epoca erano già più anziane di lui. Basta fare due calcoli per capire quanto grande è l'attendibilità di questo personaggio.

Quello che Giustino scriveva nel 150 è pari pari quello che scrive oggi Joseph Ratzinger e che la Chiesa universale professa: "Noi crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo".

E, come fa oggi il Papa (che alcuni teologici "liberali" ed opinionisti di vario genere accusano di mettersi troppo in contrapposizione), Giustino si mise a difendere con tutto il suo bagaglio culturale quel deposito di fede, contro coloro che lo mettevano in discussione. Come quel Crescente, filosofo cinico, che lo accusava di essere un contaballe e che, spinto dall'odio, finì per denunciarlo, provocandone la condanna a morte.

Ma non c'erano solo gli scettici e gli increduli da combattere (i quali muovevano le stesse critiche che muovono oggi). C'erano già anche quelli che predicavano un Cristo rivisto e corretto da loro, diverso da quello che si trova nei Vangeli e nell'insegnamento degli apostoli. Giustino ricorda un certo Marcione del Ponto, espulso dalla Chiesa di Roma, "il quale tuttora insegna a negare Dio creatore di tutte le cose del cielo e della terra e Cristo suo Figlio che fu annunciato dai profeti". Un cristiano adulto, si direbbe oggi, che infatti veniva definito "cristiano" come Giustino, solo che a differenza di Giustino non veniva perseguitato dai pagani. Corsi e ricorsi storici: i cristiani adulti godono sempre di un certo successo e plauso generale. Poi ci sono quelli scomodi: perseguitati.

Comunque, dalla lettura della prima Apologia si possono trarre delle indicazioni molto interessanti:

1-     il credo di Pietro e degli Apostoli è lo stesso di quello di Giustino e lo stesso della Chiesa attuale; ecco un perfetto esempio di quello che significa "tradizione";

2-     alle accuse degli avversari i primi cristiani rispondevano a tono, cercando di portare argomentazioni e prendendo decisamente le distanze dalle "false divinità" e dai "miti ingannatori";

3-     se il cristianesimo è una colossale bugia, essa fu creata subito, immediatamente dopo la morte di Gesù, alla presenza dei contemporanei, e già definita nei suoi punti essenziali, già pronta per  arrivare fino a noi, resistendo all'attacco dei millenni. Scordiamoci dunque il mitico "lungo processo di elaborazione", perché non può reggere davanti a una testimonianza come quella di Giustino;

4- il nostro personaggio non sembra mettere minimamente in dubbio l'esistenza storica di quel Gesù di cui parla e per il quale dà la vita. E' giusto credergli? Possiamo noi, che veniamo duemila anni dopo e che abbiamo salvato dal naufragio della storia solo qualche relitto, mettere in discussione la sua testimonianza? 

Giustino è un pezzo di storia vissuta, ed è vicinissimo al Fatto che ha cambiato la storia.

Vale la pena di stare ancora con lui e di ascoltare quello che ha da dirci.

(continua)

Gianluca Zappa

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giovedì, 26 aprile 2007

CANZONI DA UNA STORIA - QUELLO CHE CERCHI

Questa canzone (come qualche altra che ho scritto) è nata passeggiando lungo la spiaggia, un momento ideale per pensare. E’ dedicata, in particolare, ai tanti ragazzi che ho incontrato e incontro quotidianamente nel mio lavoro di insegnante. Ma è anche un parlare a me stesso. Quello che ho imparato nella vita è che devo sempre tenere desto ciò che è grande dentro di me: la domanda di infinito. L'alternativa è un accontentarsi, che non rende felici.
Nessun arrangiamento. Solo la mia chitarra (approssimativa). E' qualcosina di più di una semplice registrazione fatta in casa. 
Tutto è ancora da fare, e forse un giorno si farà.
Buon ascolto.

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giovedì, 26 aprile 2007

UNO STRANO 25 APRILE

C'E' VIOLENZA E VIOLENZA

Festa del 25 Aprile a Viterbo con il Ministro Fioroni (che qui da noi è veramente di casa). Partecipo rispondendo, come docente, al caldo invito della mia preside. Il mio liceo è intitolato a Mariano Buratti, medaglia d'oro della resistenza, ed è proprio qui che il Ministro sosta e tiene il discorso ufficiale. Coscienza vuole che si partecipi.

C'è però uno slogan, stampato sui manifesti ufficiali, che non mi piace affatto. Dice "La scuola italiana per la Resistenza". In quanto uomo di scuola non mi sento rappresentato da quello slogan, anzi, mi sento in qualche modo tradito nella mia buona fede.

Io non sono lì "per la resistenza". Casomai per la libertà e la democrazia. La resistenza non è un valore. E i partigiani non furono tutti degli eroi immacolati e puri. E non tutti pensavano ad uno stesso modello di democrazia e libertà. Dopo la sbornia della beatificazione operata dalla letteratura neorealista, è venuto finalmente il tempo di una sana e più oggettiva revisione del fenomeno. E alla luce di questa revisione, è quanto meno problematico (per uno che abbia letto qualcosa e si sia minimamente documentato) dichiararsi sic et simpliciter "per la resistenza".

Ma noi siamo nell'epoca del centrosinistra al governo, e la scuola deve adeguarsi.

C'è poi un'altra considerazione da fare. L'eroe che commemoriamo, secondo quanto dice la motivazione ufficiale (che uno studente legge e rilegge e che io aiuto a declamare bene), organizzò una formazione di partigiani e riuscì ad infliggere duri colpi al nemico e addirittura ad abbattere un aereo. Usò dunque la violenza. Sparò, sventrò, fece esplodere. Impugnò mitragliatrici, bombe a mano, innescò esplosivo. E il Ministro ce lo presenta come un "maestro di vita".

Com'è strano il mondo! Com'è strana la storia! Come sono strani gli uomini! C'è una violenza che è legittima e che viene benedetta, ed una violenza che invece non lo è. La violenza partigiana rientra nella categoria della violenza sempre e comunque legittima. Non si può mettere in discussione. Così come quella di Che Guevara, quella dei vietnamiti, quella dei palestinesi, quella degli iracheni e dei talebani che "resistono" agli amerikani.

Mi colpisce lo spettacolo di una ragazzina che si presenta alla cerimonia con tanto di kefiah attorno al collo, polsino rosso con l'immagine del Che e maglietta verde con una bella stella rossa nel mezzo. Nessun problema. Tutti quei simboli grondano sangue, sì, ma è sangue "benedetto"!

Così vanno le cose. C'è uno striscione portato da dei ragazzini convocati per l'occasione. C'è scritto "Mai più Auschwitz" e, poco più sotto, un invito alla pace. Ecco, lì c'è tutta la giustificazione alla violenza. Si può usare la violenza! Si può sventrare il nemico! Si può abbattere un aereo! Pare di capire che questo sia lecito: dipende dalle motivazioni. Ma in questo modo dovremmo giustificare e accettare la guerra contro Saddam e la sua condanna a morte sulla base del "mai più la gassificazione dei curdi". Dovremmo accettare e giustificare la guerra contro i talebani sulla base del "mai più l'orrore del burka". Dovremmo subito mettere da parte tutte le nostre remore nei confronti della Crociate, che furono guerre nate in seguito all'aggressione islamica. E altri esempi potrete facilmente trovarli voi.

Che strano 25 aprile in tempo di pacifismo sfrenato! Che strano "maestro di vita" da glorificare, un professore che lasciò l'attività scolastica per mettersi a fare il guerrigliero! Scannando e ammazzando.

Il corteo con il Ministro Fioroni sfila sotto la sede dell'Arci. Dalla finestra pende la bandiera arcobaleno insieme a quella di Cuba. Va bene così. Cuba e il pacifismo possono andare a braccetto. Come l'arcobaleno e Che Guevara.

E' lecito, è consentito, si può fare. C'è una violenza sempre giusta e sempre benedetta. Viva il 25 aprile!

Gianluca Zappa



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sabato, 21 aprile 2007

TRA VIGNETTISTI E RIVOLUZIONARI FALLITI

Gianluca mi perdonerà se riprendo il caso della puntata di Anno Zero su Emergency per qualche altra riflessione.

Mi sembrano infatti assai istruttivi certi sviluppi che vedono coinvolto il vicedirettore del laicissimo Corriere della Sera, Magdi Allam, a causa della vignetta di Vauro che lo ritrae nelle vesti di terrorista-suicida che si fa esplodere al grido di “Allam Akbhar”. Non so quanti abbiano ancora voglia di ridere di questa carneficina indiscriminata e delle sue rappresentazioni, certo è che non si è divertito il noto giornalista italo-egiziano (che come è noto è stato minacciato di morte dai fondamentalisti) il quale, andando oltre il proprio caso personale, ha posto sul tappeto una questione importante. In un suo articolo sul Corriere del 14/04/07 ha parlato infatti di: “aberrante stravolgimento della realtà che evidenzia il rischio che la nostra Italia non riesca più a districarsi tra il vero e il falso, obnubilata da una pesante cappa di mistificazione”.

La vignetta di Vauro (mai minacciato da alcuno) era presentata al termine della trasmissione Anno Zero”, tra l’applauso degli astanti, mentre già scorrevano i titoli di coda… Nessuna possibilità di replica, come nello stile fazioso che contraddistingue il programma. La vignetta veniva commentata da Vauro con le seguenti parole: “La dedico a Magdi Allam che vedo sempre difendere l’Occidente. Quindi integralisti domestici”. Un attacco personale quindi ed un giudizio scriteriato, un monumento eloquente al settarismo masochista della sinistra “santoriana”.

Per anni si sono riempiti la bocca di integrazione ed ora che hanno a che fare con un mussulmano che si sente parte del nostro popolo e che solidarizza con ciò che l’Occidente rappresenta, lo attaccano etichettandolo con il termine “integralista”.

Forse Vauro predilige altri stranieri, quelli, ad esempio, che manifestano in massa agitando le bandiere rosse della Repubblica Popolare Cinese… O quelli le cui mani hanno maneggiato il coltello con cui è stato decapitato il collaboratore di Mastrogiacomo… Se ce l’ha tanto con l’Occidente, perché non va a vivere in Oriente? Ma la questione, se vogliamo, è ancora più complessa.

Si vede bene che, in certi ambienti, ciò che conta non è il riferirsi del ragionamento alla realtà fattuale, ma il carattere apparentemente ardito del sillogismo che desta in una platea servile, disinteressata riguardo al criterio della verità, un plauso ed una simpatia a buon mercato. E’ un’altra conseguenza dell’involuzione relativista e nichilista del discorso: mescoli le carte ed oplà, la potenziale vittima delle aggressioni terroristiche diventa lui stesso il terrorista! Scrive, acutamente, Magdi: “perché meravigliarsi se l’aria che si respirava nel corso della trasmissione era satura di un deleterio ideologismo che mistifica e nega la realtà manifesta, relativizza e equipara i valori contrapposti? Qui i nomi non hanno importanza perché è un male ahimè diffuso in Italia. Conta la sconcertante realtà di chi confonde le vittime e i carnefici, chi legittima il terrorismo giustificandolo come un fenomeno reattivo e nega la sua natura aggressiva, chi decontestualizza il singolo evento per accreditare costi quel che costi la bontà della sua tesi ideologica”.

Questo “deleterio ideologismo” i cattolici italiani lo conoscono molto bene, è il medesimo condizionamento che spinge certo mondo politico-culturale italiano a travisare di continuo ogni affermazione del papa o dei vescovi e che addita alcuni di loro a pericolo per la democrazia. Una logica oltretutto vile, degna di chi è uso a tirare il sasso e nasconder la mano: partisse il fatidico colpo, sarebbero tutti in fila ad esprimere rammarico e solidarietà… Siamo così l’unico paese d’Europa nel quale la libertà di movimento e di parola di qualche vescovo necessita adesso di esser tutelata dalle forze di polizia.

Singolare destino che accomuna oggi Mons. Bagnasco a Magdi Allam, i due pericolosi nemici delle “luminose sorti e progressive”, le due “tigri di carta” da abbattere, additati al pubblico disprezzo da vignettisti e rivoluzionari falliti. In certi ambienti dove dominano ignoranza religiosa e presunzione culturale, è il Cattolicesimo e non la setta dei  “Fratelli Mussulmani” ad incarnare il mito negativo del fondamentalismo e dell’oscurantismo.

Guarda caso, sono i medesimi ambienti che, pur dopo la diffusione delle atroci immagini della decapitazione di Sayed Agha, insistevano nella difesa dei Talebani (responsabili certi di quell’efferato omicidio) dall’accusa di essere dei “tagliagole”. La conclusione di Magdi Allam appare significativa: “Quest’Italia che odia se stessa è destinata al suicidio”.

Si tratta di una considerazione convergente con alcune riflessioni già formulate dal Cardinal Joseph Ratzinger pochi giorni prima la sua elezione al soglio pontificio: “C'è un odio di sé dell'Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l'Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”.

 Stefano

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venerdì, 20 aprile 2007

USA: NO ABORTO A NASCITA PARZIALE

Per la prima volta dal 1973, l’anno della sentenza Roe v. Wade che ha trasformato l’aborto in un diritto alla privacy garantito dalla Costituzione, ieri la Corte suprema degli Stati Uniti ha messo al bando una tecnica abortista in tutto il territorio americano. Si tratta dell’efferato “aborto a nascita parziale”. Praticato nelle ultime settimane di gravidanza, consiste nell’aspirazione del cervello del bambino partorito a metà, altrimenti sarebbe omicidio. Il medico afferra con una pinza i piedi e porta fuori dall’utero prima le gambe poi il corpo, tranne la testa. Esegue un’incisione alla base del cranio per aspirare il cervello e completa il “parto”. Tutto l'articolo è su Il Foglio

Finalmente una buona notizia.Finalmente un primo passo. Finalmente una delle tante maschere ipocrite che stanno davanti all'aborto è stata tolta. Se qualcuno ritiene l'aborto come una conquista della civiltà, come un diritto, senza neanche rabbrividire di fronte all'orrore. Orrore forse più che per "aspirazione del cervello", l'orrore dell'ipocrisia che c'è nell'aborto, non solo in quello a nascita parziale, dove il bambino non viene tirato fuori completamente così da far passare il tutto con la parolina magica "aborto", ma nella pratica stessa di tutti gli aborti.

taspaolo

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giovedì, 19 aprile 2007

CANZONI DA UNA STORIA

CANTO DI DONNA
Questa canzone ha una fonte d'ispirazione diretta nella lirica di Clemente Rebora "Lungo di donna un canto si trasfonde". Ma è figlia di una mia continua meditazione sul dolore e sul pianto della natura umana, che grida da sempre, strutturalmente, direi, a Qualcuno che non conosce, e che non sa trovare, il proprio bisogno di amore e di salvezza.
Ecco allora che la donna di Rebora (questa donna bella, ma sola, che sfiorisce senza che nessuno la valorizzi, che vaga cantando per i monti e poi se ne torna a casa a "spremer la sera") diventava per me una potente metafora di quella natura ferita.
Una donna in attesa dello sposo. L'essere umano in attesa dello Sposo divino. Ognuno di noi.
E a questo punto avevo consapevolmente incrociato Rebora con il Cantico dei Cantici.
Nel brano cerco di rendere l'emozione di uno sguardo partecipe al dramma di quella donna.
L'arrangiamento stavolta è molto, molto più vicino (specie nell'inserto strumentale) a quello che avevo in testa io. La canzone risale al 1989. L'incisione è del 1990.
G.Z.
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mercoledì, 18 aprile 2007

GESU' DI NAZARET - 1

E TUTTO PER UNA BUGIA?

"Ma quando mai s'è visto che uno, pe' 'na bucia, se fa crocifigge a testa ingiù? Che uno pe' 'na bucia se fa mozza' la testa?". La domanda, posta brutalmente e coloritamente, nel suo dialetto, dal prete della mia parrocchia durante l'omelia di domenica scorsa, è la domanda più sensata che uno si dovrebbe fare davanti alle narrazioni evangeliche e al destino dei primi cristiani, dei primi discepoli, degli apostoli.

Anche in certi commenti postati in questo blog, alcuni dei nostri lettori, con una certa semplicistica e sbrigativa sicumera, relegano volentieri i Vangeli nella categoria dei falsi. Delle bugie, appunto.

Sia che si tratti di un'interpretazione mitica (i Vangeli non rappresentano qualcosa di realmente accaduto, ma una proiezione simbolica delle speranze e delle attese dei primi cristiani); sia che si tratti del metodo della storia delle forme (secondo il quale le narrazioni evangeliche nascono da una contaminazione di forme più o meno letterarie provenienti da tradizioni varie, giudaiche, elleniche, orientali), il risultato è sempre quello: Gesù perde la sua fisionomia storica, la sua vicenda si sfuma, d'incanto ci troviamo non più sulla roccia, ma tra le sabbie mobili.

I discepoli si sarebbero dunque inventati una bella storia, avrebbero preso un po' di qua e un po' di là, avrebbero mescolato tutto nel calderone, e, oplà, ne sarebbero usciti i Vangeli.

Sembrerebbe tutto risolto. Invece no. Invece è proprio così che nascono infiniti problemi.

Il primo dei quali è proprio quello espresso dalle domande con cui abbiamo aperto.

Possiamo davvero credere che Pietro e Paolo (morti durante la persecuzione di Nerone, quindi intorno al 64 d.C., cioè qualche decennio dopo la morte di Gesù) prima si siano inventati una storia (tra l'altro piuttosto strana e strampalata, con un Dio che muore sulla croce come un malfattore per opera dei romani e che poi risorge e chiama a prime testimoni delle donnette, cioè i soggetti meno presi in considerazione nell'ambiente ebraico, senza neppure degnarsi di privilegiare proprio Pietro, quello che ha messo a capo della Chiesa e che, a quanto risulta, l'ha pure squallidamente tradito), e poi si siano fatti uccidere per difendere quella che sapevano essere una loro costruzione? E che lo stesso abbiano fatto Stefano e tutti i primi martiri? E, si badi bene, senza niente di stimolante da difendere, se non l'affetto e la solidarietà di un gruppetto di persone perseguitato tanto dai giudei che dai romani?

Non c'era mica ancora il Vaticano; non c'erano i possedimenti di propaganda Fide; non c'era il potere politico ed economico; non c'erano i Marcinkus; non c'era l'Opus Dei… Non c'erano nemmeno gli spot televisivi che ti convincono a versare l'otto per mille!

I cristiani erano niente più che una gocciolina in un vastissimo mare. Prima si sarebbero inventati una bugia, e poi per quella bugia avrebbero dato tutti la vita.

A mio parere ogni interpretazione che si rifà alla tesi del mito e delle "forme" è vinta proprio sul piano della storia. Le grandi bugie non si costruiscono così, mentre sono ancora viventi i testimoni dei fatti (testimoni che finiscono da martiri). I miti hanno bisogno di tempo, di secoli per essere messi a puntino, per prosperare. E infatti i vangeli apocrifi (che oggi piacciono tanto a tutti coloro che seguono la tesi del "complotto" clericale, di una Chiesa che ha tradito e rigirato completamente Gesù) hanno il sapore e l'andamento del mito. Non a caso sono stati tutti scritti qualche secolo dopo i fatti. Esattamente come le biografie di Buddha e i libri che contengono la sua dottrina, vergati almeno trecento anni dopo la scomparsa del maestro, cosicchè non è più possibile distinguervi ciò che è realtà storica e ciò che è mito, creazione o rielaborazione della comunità dei discepoli.

Tutto è invece storico nei Vangeli: i personaggi che vi si muovono, le usanze e le tradizioni (tanto quelle romane che quelle giudaiche), i luoghi in cui si svolgono le vicende… Tutto trasuda storia vera, cronaca asciutta, essenziale. Del resto è notevole quanto, per esempio, dichiara Luca nel prologo del suo Vangelo (i corsivi sono miei): "Poiché molto han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto". Pare di sentire Erodoto. Dietro queste parole c'è una tradizione ormai scaltrita di metodo storiografico.

Dobbiamo credere a Luca come crediamo ad Erodoto, non c'è scampo. Non abbiamo ragione di non credere a Giovanni, che quasi si mette in ginocchio davanti a noi e implora che gli si presti fede ("quello che abbiamo visto e udito, quello che abbiamo toccato...").

E soprattutto dobbiamo credere alla testimonianza di quei poveracci incolti che pagarono con la vita per difendere l'annuncio di un fatto che mai nessuno era stato capace nemmeno di concepire e che ha resistito anche agli attacchi di una critica prevenuta, sfrontata ed agguerrita.

Pietro, crocifisso; Stefano, lapidato; Paolo, decapitato... e tutti gli altri. Per una bugia, per una menzogna studiata a tavolino, per una pazzia collettiva... Negate la storica attendibilità dei Vangeli e vi troverete davanti ad un'enigma forse anche più grande della resurrezione.

Ne riparleremo.

Gianluca Zappa

 

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lunedì, 16 aprile 2007

TALEBANI BRAVA GENTE

Non ho visto (non ce la faccio proprio a reggere di fronte a tanto squallore) l'ultima puntata della trasmissione di Santoro. Leggo però in un commento apparso ieri sul Giornale a firma di Fiamma Nirenstein che si è trattato di una trasmissione sbilanciata. Niente di nuovo, si dirà, Santoro è sbilanciato a prescindere. Ma è interessante sapere da che parte pendeva stavolta la simpatia del mitico giornalista e della sua spalla, Marco Travaglio.

Santoro ha propalato un messaggio "secondo il quale - scrive la Nrenstein - i terroristi vanno sostenuti nelle loro ragioni, se non nei loro metodi. Se il mullah Omar è cattivo, Karzai non lo è di meno, perché in fondo è solo uno schiavo degli americani, e gli americani perseguono i loro interessi imperialisti". E Travaglio, la spalla, giù a fare una ricostruzione dei fatti dalla quale emergeva un mullah Omar come difensore dei veri interessi del popolo afghano.

A questo punto la Nirenstein ha snocciolato un elenco di cosette niente male, tanto per tenere desta la memoria. Il regime del mullah Omar: chiudeva la donna a casa e nel burka; lapidava a morte le accusate di adulterio; seppelliva gli omosessuali sotto montagne i cossi per schiacciarli a morte; condannava a morte chiunque professasse un'altra religione; ha distrutto i grandi Buddha di Bamiyan; ha condannato il proprio Paese alla miseria totale e all'isolamento; ha difeso Bin Laden dopo le Twin Towers, lo ha fiancheggiato e quello, a sua volta, è stato il principale finanziatore dei talebani; ha rovinosamente legato la storia dell'Afghanistan a quella dell'uomo che ha attaccato gli Stati Uniti e anche al traffico di armi e di terroristi con il Pakistan.

Per un individuo di tal fatta, Santoro e Travaglio si squagliano. I talebani non sono dei terroristi sanguinari, no, degli oppressori, dei violatori di ogni diritto umano. Sono degli onesti "resistenti" alla politica amerikana.

In fondo, anche qui niente di nuovo. E' il teorema di certa sinistra (non so se di tutta la sinistra) italiana, di cui avevo già parlato in un post precedente (Guerrafondai o pacifisti imbelli?). Ma basterebbe dare un'occhiata a quella che è la situazione della violazione della libertà religiosa nel mondo, per rendersi conto che proprio dalle parti di quel brav'uomo di Omar si registrano i casi più clamorosi di oppressione. Tutta colpa degli amerikani, ovviamente. "Non c'è guerra se non la vogliamo - chiosa la Nirenstein - e dobbiamo vedere le ragioni dei terroristi come ragionevoli, causate da situazioni di tragico disagio, di miseria, di ansia di cui noi occidentali, più ricchi e più colti, siamo in gran parte responsabili".

Noi i cattivi con la coscienza sporca. Loro i buoni, che se ne starebbero lì tranquilli se non andassimo noi a stuzzicarli. Un teorema ridicolo e smentito continuamente dai fatti. In Italia si è manifestato contro la pena di morte. Proprio il giorno dopo i talebani hanno barbaramente giustiziato, di fronte al mondo intero (con un sadico uso delle immagini televisive, di cui sono ormai i maestri), il povero interprete di Mastrogiacomo.

"Purtroppo, per il mullah Omar e i terroristi in genere non c'è nessuna condanna, in trasmissioni come quella di Santoro. Su questo non c'è determinazione, mai convinzione profonda nei nostri media; c'è sempre, invece, la percezione inconfessata che in fondo i terroristi abbiano almeno in parte ragione".

La Nirenstein nota con preoccupazione che questa miopia, questa visione sbilenca della realtà, è molto diffusa tra la gente, e soprattutto tra i giovani, illusi che basti un po' di benessere diffuso anche da quelle parti e qualche apertura magnanima, qualche tavolo di pace, per mettere a posto le cose.

"Quante auto, quanti mercati e strutture pubbliche dovranno saltare in aria perché ci si convinca che il terrorismo non conosce discrimine se non quello tra l'Occidente peccaminoso da conquistare e redimere e l'islam della purezza?".

La risposta non ce la daranno di certo Santoro e Travaglio.

Gianluca Zappa

 

 

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giovedì, 12 aprile 2007

CANZONI DA UNA STORIA

E’ una nuova iniziativa de La Cittadella. Ogni giovedì pubblicherò una mia canzone, tratta dall’archivio piuttosto ricco che ho creato negli anni.
Ma le mie canzoni non possono restare in archivio. Le ho scritte per me, certo, ma sempre col desiderio che parlassero a tutti. Sono dunque versi e musiche con i quali racconto la mia storia, sperando di incontrare quella di altri uomini.
Una storia che ha la caratteristica di essere stata illuminata dall’incontro con Cristo e, da quel momento, dalla consapevolezza che non sono più solo.
Il viaggio comincia. Buon ascolto.
G.Z.
 
LA FARFALLA
Comincio con questa. Risale al lontano 1982. La registrazione è del 1990. E’ stata veramente scritta una “sera prima degli esami” (quelli di maturità).
Nel pomeriggio degli amici mi avevano raccontato la storia che avevano appena scritto e da cui stavano traendo un testo teatrale. Parlava di un baco da seta che, in seguito all’incontro con la Primavera, cominciava a vivere nella luce di una straordinaria promessa. E, dopo difficoltà e vicissitudini varie, vedeva realizzarsi quella promessa.
La storia mi piacque molto. Era un po’ la mia storia. Poche ore dopo era nata questa canzone, che in seguito ho cantato tante volte e che è stata significativa per tante persone. In particolare, per i ragazzi di una comunità terapeutica che cercavano di uscire dalla droga. Anche loro, in fondo, sono dei brutti bachi da seta che aspirano a diventare delle libere farfalle…
Per ascoltare clicca qui.
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