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lunedì, 29 gennaio 2007

NASCITA DI UNA DITTATURA

Lo scorso 10 gennaio il Venezuela compiva un nuovo passo nella direzione della possibile  cessazione dello stato di diritto e della fine della democrazia. Nel sostanziale disinteresse internazionale (in particolar modo dell’Europa), Hugo Chavez dava inizio al suo terzo mandato consecutivo alla guida del paese più ricco di petrolio dell’America Latina. I festeggiamenti hanno messo in chiara evidenza a quale ideologia si richiama il nuovo corso: “Patria, Socialismo o Muerte”, in perfetto stile cubano-sovietico, e con contorno di selezionati esponenti del “podere popular” (15 tra lavoratori, studenti, contadini, donne e uomini delle comunità indigene). Il tutto mescolato con la solita demagogia dei governi militari sudamericani, sia di destra che di sinistra, sul riscatto dell’onore nazionale e retorici richiami alla tradizione dei Libertadores del XIX secolo (nel nostro caso, il venezuelano Simon Bolivar). La formula del giuramento è apparsa tronfia e bizzarra: “Giuro su questa meravigliosa Costituzione (fatta approvare dallo stesso Chavez nel 1999, ndr) e su Cristo, il più grande socialista della storia, che non lascerò riposare il mio braccio e la mia anima, ma consacrerò la mia vita e le mie notti alla costruzione del socialismo venezuelano”. Poi il Presidente-Comandante ha pronunciato un lungo proclama infarcito di citazioni: il solito Bolívar, il sovietico Trotzsky, il dittatore cubano Castro, il poeta cileno Neruda, il drammaturgo tedesco Brecht e (sorpresa!) l’ideologo italiano Toni Negri… Solo pochi giorni fa alcuni siti e organi di stampa avevano dato spazio ad una rassicurante intervista concessa dal nuovo padrone del Venezuela il quale aveva negato ogni tentazione autoritaria. Ma la notizia del giorno (18/01/07) è che Chavez ha invece ottenuto dall’Assemblea Nazionale quei poteri speciali che trasformano il suo mandato in una dittatura (per una durata al momento circoscritta a 18 mesi) e si rincorrono insistenti le voci che lo vorrebbero presto insignito dello speciale incarico di Presidente a Vita (la cosiddetta “Eleccion Indefinita”) al fine di garantire la trasformazione socialista del paese. Si ha pertanto la sensazione di assistere ad un percorso ben orchestrato, finalizzato alla nascita di un potere personale, cui ben pochi sembrano opporsi. Il caudillismo in America Latina non è morto, solo che non solleva particolare scandalo se si manifesta con i tratti tipici di un regime “di sinistra”. L’opposizione è stata messa fuori gioco, anche se formalmente il paese resta una democrazia parlamentare, con i suoi esponenti sottoposti a pressioni e violenze da parte delle squadre dei sostenitori di Chavez ed impossibilitati a far conoscere un differente punto di vista all’opinione pubblica. Chi si oppone a questa deriva è solo la Chiesa Cattolica. l’Arcivescovo Roberto Lückert, pochi giorni fa, è arrivato al punto di accusare il Presidente Chávez di promuovere “un processo autocratico e militarista”. All’emittente Unionradio ha dichiarato che ciò che Chávez vuole è “che tutti siano in ginocchio, adulandolo e applaudendo tutto ciò che dice”.  Quando, di recente, i Vescovi hanno chiesto a Chávez di chiarire il senso del suo annunciato progetto di “socialismo del XXI secolo”, il Comandante, sibillinamente, li ha invitati a studiar meglio Marx e Lenin... Una replica alta  e meditata è pertanto arrivata, il 16/01/07, con un importante documento nel quale i Vescovi hanno dichiarato che “qualunque sia il regime politico, deve avere al centro la persona umana ed i suoi diritti, promuovere i valori democratici, dei quali uno molto importante è la preservazione della proprietà privata e della sua funzione sociale”. Per i Vescovi, la riforma costituzionale “deve essere in consonanza con il pluralismo politico ed il principio di progressività dei diritti umani consacrati negli articoli 2 e 19 dell’attuale Costituzione”. Inoltre, l’Assemblea Nazionale “deve tener conto ed assumere il pluralismo politico e ideale esistente nel Paese e che è stato sottolineato nelle recenti elezioni presidenziali”. L’episcopato venezuelano indica infine che “ci sono situazioni sulle quali noi Vescovi non possiamo tacere e verità su cui continueremo a insistere, come la centralità della persona; i diritti umani; il pluralismo politico di fronte al pensiero unico e l’esclusione per ragioni ideologiche o per qualsiasi altro motivo; l’educazione pluralista, aperta alla trascendenza; la lotta contro la povertà, la disoccupazione, l’insicurezza giuridica e sociale e la violenza; la libertà d’espressione e il diritto all’informazione; una risposta positiva alla situazione sub-umana dei nostri fratelli privati della libertà e a quella di quanti sono perseguitati”. Parole indubbiamente audaci e coraggiose, cui Chavez ha voluto replicare dando alla Chiesa una lezione di “laicità”, proprio come si usa fare tanto spesso anche da noi in Italia. Ha infatti affermato: “Lo Stato rispetta la Chiesa, la Chiesa deve rispettare lo Stato, e non vorrei tornare ai tempi del confronto con i Vescovi, ma non è la mia scelta, è quella dei Vescovi venezuelani; io sarò qui con la mia passione, a difendere lo Stato venezuelano”. Una cantilena già sentita. Anche lì, come da noi, sembrerebbe che sia sempre la Chiesa a minacciare la libertà e a minare l’indipendenza delle istituzioni... La verità è piuttosto un'altra, lì come da noi: pur tra difficoltà e cadute, al di là dei propri umani meriti e demeriti, la Chiesa è oggettivamente un ostacolo per qualsivoglia autorità (politica, scientifica, culturale) che voglia cedere alla tentazione di tramutarsi in un potere indiscutibile ed assoluto.

 

Stefano

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categoria: cultura, politica, terrorismo, storia, attualitĂ , ideologia
venerdì, 26 gennaio 2007

SHOAH: MA A CHE SERVE RICORDARE?

E così onoreremo questa ennesima "Giornata della Memoria". Faremo i bravi bambini e inorridiremo e ci commuoveremo di nuovo di fronte a quell'immane carneficina scientificamente organizzata che fu l'Olocausto. E diremo che "noi no, noi mai", che "non si può essere così disumani e così folli". Prenderemo le distanze da quel mostro che fu Hitler e tutta la sua congrega di assatanati assassini.

Va bene. Va tutto molto bene. E' giusto e bene che la memoria di quegli eventi orribili resti viva e sanguinante nei cuori degli uomini. E' giusto che "le nuove generazioni sappiano e ricordino", così che in futuro fatti del genere non si abbiano a ripetere...

Tutto molto giusto, molto corretto. Ma non riesco a togliermi di dosso un senso di grave disagio. Non riesco ad impedirmi di guardare con una strana vertigine quest'uomo contemporaneo che molto ipocritamente (che lo sappia o no, che se ne renda conto o meno) giudica con il giusto sdegno quello che è stato compiuto in passato, e intanto condivide con quel passato la stessa ideologia.

Stamani in classe Laura (si parlava ovviamente di questo rito che si ripete ogni anno e che forse sta diventando una routine) ricordava a tutti i suoi compagni che l'olocausto degli ebrei fu causato da quell'Hitler che voleva che tutti gli uomini fossero alti, biondi, belli, occhi azzurri, ariani. L'ascoltavo parlare e pensavo, con una certa tristezza, che non si rendeva conto di quanto la sua descrizione ricalcasse a pennello le idee della gente che oggi incontriamo per strada, al lavoro, nella cerchia dei nostri parenti.

Noi siamo quelli che pensiamo che l'handicappato sia un mezzo uomo, un infelice per definizione. Noi siamo quelli che, di conseguenza, eliminano gli handicappati. Noi siamo quelli che ricorriamo all'amniocentesi per evitare "brutte sorprese" e non ci pensiamo due volte ad abortire se scopriamo che la brutta sorpresa c'è o ci potrebbe essere. E lo diciamo con tranquillità  olimpica, come se fosse una cosa ovvia, banale. Noi siamo quelli che stiamo lentamente accettando l'idea che anche il vecchio, l'individuo debole che non produce più, che non è utile a nessuno, possa e debba essere tolto di mezzo. E lo diciamo giustificando le nostre asserzioni con una patina di umanità.

Noi ci stiamo avvicinando pericolosamente, sempre di più, all'ideologia dell'eugenetica nazista. Ma, da bravi bambini, celebriamo con contrizione la Giornata della Memoria.

Non è possibile essere come loro, ci ripetiamo sdegnati. "Non è difficile esser come loro", canta un caro amico, Claudio Chieffo. Se questa giornata ci servisse ad aprire gli occhi e a vergognarci di quello che stiamo facendo, sarebbe utile. Ma credo che sarà solo l'ennesimo rito che tiene in vita il ricordo e le immagini (ormai imbalsamate) di una realtà che sentiamo distante. Quando invece Hitler e il suo programma sono più vivi che mai.

Gianluca Zappa

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categoria: storia, giornata della memoria, attualitĂ , ideologia
mercoledì, 24 gennaio 2007

COME TI USO L'OLOCAUSTO

Nella scuola italiana (come la mia) capita che in prossimità della Giornata della Memoria venga propinato ai poveri studenti il film Amen di Costa Gavras. Un film imbarazzante perchè smaccatamente ideologico, non tanto impegnato a tener desta la meoria dell'olocausto, quanto a denunciare i presunti silenzi del Vaticano ed in particolare di Pio XII. Come per Dan Brown, anche per Costa Gavras tutto il male si concentra in Vaticano, centro di un potere cinico e baro. L'odio e la profonda avversione per la chiesa-istituzione (e ovviamente per il suo ingombrante e insopportabile peso politico e culturale) hanno spinto il regista a riesumare quella piece teatrale intitolata Il Vicario, risalente al 1963, con la quale Rolf Hochhuth (scrittore tedesco di sinistra) inaugurò la “leggenda nera” di un Pio XII troppo silenzioso e addirittura connivente con Hitler.

Gli ignari studenti si berranno tutta questa miscela di odio e diffamazione, restando all'oscuro dei fatti storici; rafforzeranno i loro pregiudizi (se già li hanno) o se ne faranno dei nuovi, senza essere aiutati ad una obiettiva riflessione su quei fatti.

Eppure basterebbe la seguente dichiarazione di Alberty Einstein,  resa nel dicembre 1940 al Time magazine,  per smontare la tesi del film: «Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma adesso provo un grande affetto e ammirazione perché solo la Chiesa ha avuto il coraggio e la tenacia di schierarsi in difesa della verità intellettuale e della libertà morale. Sono perciò costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo».

Possiamo continuare con qualche altra citazione storica.

Nel 1943 Chaim Weizmann, che sarebbe diventato poi il primo presidente dello stato di Israele, scrisse che «la Santa Sede sta prestando il suo potente aiuto laddove è possibile, per alleviare la sorte dei miei correligionari perseguitati».

Moshe Sharett, vice primo ministro israeliano, incontrò Pio XII alla fine della guerra e «gli dissi che era mio primo dovere ringraziare lui, e attraverso di lui la Chiesa cattolica, a nome del popolo ebraico per tutto ciò che hanno fatto nei vari Paesi per proteggere gli ebrei».

Il rabbino Isaac Herzog, Rabbino capo di Israele, inviò un messaggio nel febbraio del 1944 dichiarando: «Il popolo di Israele non dimenticherà mai ciò che Sua Santità e i suoi illustri delegati, ispirati dai principi eterni della religione, che stanno alla base della autentica civiltà, stanno facendo per i nostri sventurati fratelli e sorelle nell’ora più tragica della nostra storia, una prova vivente della Divina Provvidenza in questo mondo».

Nel settembre 1945 Leon Kubowitzky, segretario generale del Congresso ebraico mondiale, ringraziò personalmente il Papa per i suoi interventi, e il Congresso ebraico mondiale donò 20.000 dollari all’Obolo di San Pietro «come segno di riconoscenza per l’opera svolta dalla Santa Sede nel salvare gli ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste”.

Nel 1955, quando l’Italia celebrò il decimo anniversario della sua liberazione, l’Unione delle comunità ebraiche italiane proclamò il 17 aprile “Giornata di ringraziamento” per l’assistenza ricevuta dal Papa durante la guerra.

Questa la dichiarazione di Elio Toaff, rabbino capo di Roma, sopravvissuto all'olocausto:

Il Talmud insegna che «chiunque salvi una vita, gli sarà riconosciuto secondo le Scritture come se avesse salvato il mondo intero». Più di ogni altro leader del ventesimo secolo, Pio XII adempì a questo detto del Talmud, quando era in gioco la sorte dell’Ebraismo europeo. Nessun altro papa è stato apprezzato tanto diffusamente dagli ebrei, e non a torto. La loro gratitudine, come quella dell’intera generazione dei sopravvissuti all’Olocausto, testimonia che Pio XII fu, veramente e profondamente, un “giusto gentile”.

Nel suo libro del 1967, Three Popes and the Jews, il diplomatico Pinchas Lapide (che prestò servizio come console di Israele a Milano e intervistò gli italiani sopravvissuti all’Olocausto) dichiarò che Pio XII «diede un contributo sostanziale a salvare 700.000, ma forse addirittura 860.000 ebrei da morte certa per mano dei nazisti».

Ma poi la Chiesa cattolica fu davvero silenziosa? Falso.

Andrebbe ricordato che i vescovi cattolici, con la loro opposizione, riuscirono a bloccare il programma eugenetico di Hitler, di eliminazione e sterilizzazione degli handicappati. Andrebbe detto che tra il 1917 e il 1929 fu nunzio apostolico proprio in Germania un certo Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII), il quale con 40 dei 44 discorsi pronunciati a quell'epoca aveva denunciato qualche aspetto dell'ideologia nazista. La stampa nazista lo definiva con disprezzo “amico degli ebrei”.

E fu proprio Pacelli a diventare in seguito Segretario di Stato Vaticano, il collaboratore più stretto di Pio XI. Circostanza importante, perchè nel 1937, ormai malato e vicino alla morte, Pio XI emise la Brennender Sorge, una lettera enciclica scritta a quattro mani con futuro Pio XII. Un documento ufficiale, di denuncia anche dura, che contiene frasi di questo tipo:”Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, Re e Legislatore dei popoli, davanti alla grandezza del quale le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua (Is. XL, 15)”. Silenzi, caro Gavras?! Qualcun altro, in giro per il mondo, osò esporsi tanto e così ufficialmente?

Subito dopo Pacelli divenne Papa. Scoppiò la guerra. Ogni ordine, ogni patto, ogni trattato, ogni rispetto di convenzioni internazionali andò a gambe all'aria. La belva sanguinaria che si chiamava Hitler si scatenò, mettendo in campo tutta la sua straordinaria macchina da guerra. Le vite umane diventarono dei puri accidenti, nelle mani di chi sognava di creare un'umanità nuova.

Pio XII continuò a parlare, ma per come era possibile in quelle situazioni. Forse disse poco, forse non fu diretto ed esplicito, forse lasciò intendere, ma ogni sua parola (detta anche in udienza privata a poche persone) aveva il privilegio di rimbalzare da una parte all'altra del globo in guerra.

Nella sua prima enciclica, Summi Pontificatus, pubblicata in gran fretta nel 1939 per impetrare la pace, Pio XII citava  san Paolo: «Non ci sono più ebrei né gentili», usando la parola «ebrei» specificamente nel contesto di un rifiuto dell’ideologia razziale. Il New York Times accolse l’enciclica con un articolo in prima pagina il 28 ottobre 1939: «Il Papa condanna i dittatori, i violatori dei trattati e il razzismo». Forze aeree alleate paracadutarono migliaia di copie del quotidiano sopra la Germania nel tentativo di ridestare sentimenti antinazisti.

Nel messaggio natalizio del 1942, quando tutti i capi di Stato tacevano, Pio XII denunciò la persecuzione contro <<centinaia di migliaia di individui che, senza colpa, qualche volta solamente per ragioni della loro nazionalità o razza, sono stati designati per la morte o per l'estinzione progressiva>>. Il New York Times dichiarò: «La voce di Pio XII è una voce solitaria nel silenzio e nell’oscurità che avvolge l’Europa in questo Natale… Chiedendo un “nuovo ordine autentico” basato su “libertà, giustizia e amore”, il Papa si è schierato apertamente contro l’hitlerismo».  

Nel  discorso  del 2 giugno 1943 Pio XII parlò di quanti si rivolgevano a lui <<perché a causa della loro nazionalità o della loro stirpe erano destinati a costrizioni sterminatrici>. Da notare che né Winston Churchill né il presidente americano Roosevelt hanno denunciato lo sterminio, e non avevano ragioni per tacere, non avevano fedeli sparsi in tutto il mondo che potevano subire ritorsioni naziste.

Già, le ritorsioni. Quando i vescovi olandesi vollero essere più espliciti, con una lettera nel luglio del 1942, sulle persecuzioni degli ebrei, subito si ebbero in Olanda arresti e deportazioni di cattolici e di ebrei convertiti al cattolicesimo (famoso il caso di Edith Stein, poi morta in un campo di concentramento).

Si poteva fare e dire di più? Sì, certamente, ma si sarebbe messa in pericolo la vita di migliaia di altri innocenti. Basta pensare a quanto avviene oggi. Si potrebbe essere più espliciti nel condannare la mancanza di libertà religiosa in certi paesi islamici. Si potrebbe attaccare con decisione la Cina per la sua politica anticattolica... Ma quali sarebbero le conseguenze?

Certo, ci si potrebbe chiedere cosa poteva esserci di peggio del genocidio di sei milioni di ebrei. La risposta è: la carneficina di altre centinaia di migliaia. E il Vaticano lavorò proprio per salvare quelli che poteva.

Resta il fatto che mentre circa l’80% degli ebrei europei trovò la morte durante la Seconda Guerra mondiale, l’80% degli ebrei italiani ebbe salva la vita.

Nei mesi in cui Roma si trovava sotto l’occupazione tedesca, Pio XII istruì il clero italiano su come salvare vite con ogni mezzo possibile. Dall’ottobre del 1943, Pio XII dispose che chiese e conventi in tutta Italia dessero nascondiglio agli ebrei.

A Roma, 155 conventi e monasteri diedero asilo a circa cinquemila ebrei. Almeno tremila trovarono rifugio nella residenza estiva del pontefice a Castel Gandolfo. Sessanta ebrei vissero per nove mesi dentro l’Università Gregoriana e molti furono nascosti nello scantinato del Pontificio Istituto Biblico. Centinaia di altri trovarono asilo all’interno del Vaticano stesso. Seguendo le istruzioni di Pio XII, molti preti, monaci, suore, cardinali e vescovi italiani si adoperarono per salvare migliaia di vite di ebrei. Il cardinal Boetto di Genova ne salvò almeno ottocento. Il Vescovo di Assisi nascose trecento ebrei per oltre due anni. Il Vescovo di Campagna e due suoi parenti ne salvarono altri 961 a Fiume.

Chi si può permettere, stando comodamente in poltrona e venendo sessant'anni dopo questi fatti, di giudicare l'operato di un uomo come Pio XII? Chi può permettersi di ridurre ad un giochetto di potere vaticano il dramma interiore, gli sforzi compiuti, le strade tentate?

Chi? Costa Gavras? Ma fateci il piacere!

Gianluca Zappa

 

 

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lunedì, 22 gennaio 2007

LE FAMIGLIE DISCRIMINATE

UNA QUESTIONE DI EMOTIVITA'

E' tutta e solo una questione di emotività. Se riesci a bombardare la massa nel modo e nei tempi giusti, puoi far sentire come pressanti certi aspetti e certi problemi, e come improcrastinabili le relative soluzioni. Oggi il palcoscenico è stato conquistato dalle coppie di fatto e dai PACS. E' su questo che dibattono e litigano i nostri governanti, è su questa roba che può anche andare in crisi un governo.

E' tutta e solo una questione di emotività: cominciamo ad essere più o meno tutti convinti che quei “poveri” conviventi conducano una vita veramente impossibile e siano privi dei più elementari diritti umani. Un popolo civile dovrebbe togliere la grave cappa di discriminazione che grava su quelle unioni di serie B. Bombardati da un tam tam politico e mediatico, siamo commossi, comprensivi, emotivamente vicini al dolore di chi ha fatto una scelta diversa dal vincolo matrimoniale, ma ha tutti i diritti ad essere “riconosciuto” dallo Stato.

Chissà perchè siamo invece molto meno emotivamente coinvolti, e quindi molto meno vicini, rispetto a situazioni di reale difficoltà e di grave discriminazione. Ci sono famiglie veramente discriminate in Italia, ma bisogna cercarle in un'altra direzione rispetto a quella che amano percorre i politici al governo e i mass media. Bisogna andarle a cercare nel gruppo delle famiglie tradizionali e con figli.

Mi è capitato sotto le mani il notiziario dell'Associazione Famiglia Domani, che si apre con un articolo dal titolo eloquente: “Così lo Stato punisce chi fa figli”. Vi ho trovato dei significativi esempi, che portano ad una conclusione strabiliante: in Italia lo Stato fa guerra alle famiglie con figli e bellamente si mette sotto i piedi l'art. 31 della Costituzione, che impegna la Repubblica ad agevolare “con misure economiche ed altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”.

Da noi accade l'esatto contrario, lo sapevate? Leggere, per credere.

Cominciamo dalle trattenute Irpef: in Italia un single che guadagna 40.000 euro l'anno viene tassato allo stesso modo di un capofamiglia con due o più figli (anche 8!). Ma se si fanno due conti (una semplice divisione) è ovvio che il reddito pro capite è molto diverso: il single si tiene tutto, mentre il capofamiglia è costretto a dividere con gli altri. Si dirà, ci sono le detrazioni per familiari a carico. Ma sono ben poca cosa rispetto a quello che risulterebbe se gli scaglioni Irpef venissero applicati per reddito pro capite, e non per reddito complessivo, come accade. Diciamo che con le detrazioni lo Stato restituisce al capofamiglia un “contentino”, dopo averlo tartassato ben bene.

L'Ici è calcolata sul valore catastale di una casa. Il fatto che una famiglia con figli sia nella necessità di avere una casa con un certo numero di vani e con una certa superficie, non interessa a nessuno. Non si vede perchè un single debba pagare allo stesso modo di un capofamiglia con figli: a parità di parametri catastali, il primo vive come un pascià, mentre il secondo ai limiti della decenza.

Il consumo elettrico viene addebitato in bolletta per fasce progressive di consumo. E' ovvio che una famiglia con figli consuma più energia e quindi sale di fascia. Altra penalizzazione. Lo stesso si deve dire per il costo del gas, che sale se si va a finire in seconda fascia, per una speciale “imposta di consumo”. Il povero capofamiglia può istruire quanto vuole i figli ad usare con parsimonia gli interruttori della luce e degli elettrodomestici, e può organizzarsi quanto vuole con stufette a gas o fonti alternative di calore, o semplicemente razionando l'accensione della caldaia e facendo ricorso a giacche e maglioni: lo Stato italiano se ne infischia dei suoi sacrifici.

L'esenzione del ticket funziona sulla base del reddito complessivo o dell'età. Un single di 65 anni, che guadagna 36000 euro l'anno, è esente, a differenza dei membri di una famiglia di sei persone il cui reddito pro capite è di 3000\6000 euro.

Il bollo auto cresce con la cilindrata. Ma è ovvio che una famiglia numerosa è costretta ad acquistare una vettura spaziosa, per allocare i membri della famiglia e i loro bagagli. Anche in questo caso, la macchina grande non la si compra per scelta, ma per necessità. A qualcuno importa qualcosa? No. Anzi, la Finanziaria di Prodi prevede pure un rincaro del bollo.

Insomma, comunque la si rigiri, la famiglia con figli viene tratta come se stesse adottando uno stile di vita da ricchi (auto, consumi di gas, luce e acqua, vani e metri quadri a disposizione), quando in realtà sta soltanto sopravvivendo, o cercando di vivere dignitosamente, com'è giusto che sia.

La vogliamo dire tutta? Le coppie di fatto e le finte separazioni sono più agevolate rispetto alle famiglie regolarmente costituite: nessun cumulo di redditi, precedenze nelle iscrizioni presso gli asili, precedenze per la casa, per i servizi pubblici, assegni familiari superiori (in quanto basati su falsi monoredditi)...

Lo Stato italiano penalizza così i coniugi sposati e con figli, quando invece  dovrebbe sostenerli: è infatti la loro famiglia ad arrecare benefici alla collettività, in quanto alleva a proprie spese intelletti e manodopera giovane, fa girare l'economia con i consumi dei figli, rimpingua le casse dell'erario con le imposte indirette che gravano sulle merci acquistate, tiene in piedi il terziario, i servizi, l'industria del tempo libero...

Ripensate adesso alle vere priorità, e valutate pure se non sarebbe più urgente impegnarsi in una politica in favore della famiglia tradizionale. Eppure si parla solo di PACS e di nuove coppie.

Tutta questione di emotività. C'è qualcuno in giro disposto a commuoversi per una banalissima famiglia (padre, madre e figli) basata sul matrimonio?

Gianluca Zappa

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categoria: politica, famiglia, attualitĂ 
lunedì, 15 gennaio 2007

0,0098

È un numero da ricordare bene. È il risultato imbarazzante di quanti si sono iscritti ai registri comunali delle coppie di fatto. Le unioni civili registrate sono appena 143 (centoquarantatre) totali, su una popolazione interessata (quella dei comuni che hanno aperto questi, possiamo dirlo, polverosi registri) di 1.448.096 cittadini. In pratica lo zero virgola zero zero novantotto per cento. Un flop totale. I dati li ha resi noti ieri Libero, anche se l’amico Antonio Socci già aveva fatto un’inchiesta simile qualche mese fa. I registri delle unioni civili dovevano aprire le porte ai Pacs e forzare la mano al governo di turno. Ecco i risultati: un’ imbarazzante bufala. In pratica nessuna urgenza civile, così tanto sbandierata. Immagino le prime critiche:”Ovvio, le semplici registrazioni di legami affettivi non comportano alcun cambiamento allo status quo, nessuna conseguenza sul piano giuridico o sociale”. Esatto, ma questo non toglie il fatto che se l’urgenza sociale dei Pacs all’interno del nostro Paese era così pressante, i registri comunali sono un’occasione imperdibile per mostrare all’opinione pubblica e al Governo di turno la priorità sociale dei “patti civili di solidarietà”. Eppure solo centoquarantatre. Nessuna prova di forza, solo numeri un po’ tisici e rinseccoliti. Se ne facciano una ragione allora i propugnatori di Pacs, o come conviene loro chiamarli per imbambolare e rassicurare ascoltatori ed elettori. I registri sono stati un’abile mossa mediatica che in pratica ha prodotto chiacchiere e polvere, ma tutto sommato nient’altro, per lo meno nelle aspettative di un Grillini e dell’Arcigay in generale. Invece per quanto mi riguarda hanno dato un risultato lampante: che si vuole una legge non urgente e nemmeno necessaria. Si è cercato di forzare la mano, ma le menzogne non vanno molto lontano e i Comuni sinistrorsi, che si sono fatti belli di fronte agli elettori e agli amici di partito mostrandosi all’avanguardia con una baggianata cartacea, si trovano in archivio un polveroso registro, a volte anche illibato (ad Arco, in provincia di Trento, e Bolzano si è stabili sullo zero assoluto). Insomma, la ritirata è doverosa dopo la disfatta. Una disfatta per chi vuole legittimare le unioni gay che sono una limitatissima minoranza della già limitatissima percentuale di cittadini che hanno lasciato il proprio nome sui registri acchiappapolvere. In sintesi nessuna necessità, nessun bisogno e nemmeno nessuna volontà, solo battaglia ideologica. Per questo non si dispereranno; se adesso il grido è “contrordine compagni”, tra poco torneranno alla carica, tutto sta a non lasciarsi fregare.

Paolo Tassoni

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mercoledì, 10 gennaio 2007

APOCALYPTO

In questi primi giorni di gennaio grazie ad un breve periodo di ferie ho avuto l’occasione di vedere il film Apocalypto, l’ultima fatica di Mel Gibson.

Un film senz’altro impressionante, certamente bello, dal ritmo incalzante, anche se non adatto (a mio parere) ad un pubblico di bambini o di giovanissimi. Forse non un film così violento quanto mi era capitato di leggere, se messo a confronto con altri film visti nel passato, ma di sicuro non un film adatto a tutti.

 La vicenda è molto coinvolgente e non mancano attimi di grande tenerezza e poesia, ma sono come brevi pause destinate ad esser presto travolte dall’incalzare drammatico degli avvenimenti. Per fortuna c’è un lieto fine.

La violenza poi fa particolarmente male, perché miete vittime tra le persone indifese ed innocenti o tra i bambini. Ma questo, se vogliamo, è il merito o forse il preciso intento del regista: rappresentare il male senza infingimenti, evidenziandone, con crudo realismo, la natura demoniaca e le reali conseguenze.

Il film comunque ha ridestato il mio interesse per queste antiche civiltà ed il ricordo di un saggio controcorrente sul tema, uscito qualche tempo addietro con il titolo: “Before the Dawn - Recovering the lost History of Our Ancestors” di Nicholas Wade. Di solito, soprattutto nel cinema, vige nella rappresentazione delle epoche antiche o della culture primitive, il condizionamento culturale (tipicamente romantico e tipicamente moderno) di rappresentare l’uomo primitivo, o comunque pre-moderno o pre-cristiano, come inevitabilmente nobile, generoso, saggio e profondamente rispettoso della natura. Le civiltà non occidentali sembrano un nostalgico paradiso perduto e, soprattutto, sono rappresentate come un tutt’uno, con poca analisi critica delle contraddizioni interne, delle fratture e delle strutture di violenza eventualmente presenti. Se ne ricava la sensazione che solo con l’avvento della civiltà (o del cristianesimo) l’uomo abbia cominciato a conoscere mali come l’avidità, la sopraffazione e lo sfruttamento della natura.

E’ la riproposizione del mito del “buon selvaggio”. Wade (e Mel Gibson con lui) ci fa vedere invece, attingendo ad una copiosa documentazione, archeologica, letteraria e linguistica, come la realtà fosse del tutto opposta. Wade esamina differenti aree geografiche e differenti ambiti etnici e culturali, ma (per limitarci solo all’area americana trattata anche in Apocalypto) egli spiega come e perchè presso le società pre-colombiane, come pure presso i nativi americani, la guerra fosse incessante, condotta sotto il pesante condizionamento di suggestioni magico-superstiziose, allo scopo, spesso realizzato, di annichilire completamente i nemici, senza pietà e senza distinzione tra uomini, donne e bambini, e senza alcun distinguo tra combattenti e non combattenti.

 Il carattere sanguinario delle grandi civiltà meso-americane è ormai un dato acquisito presso gli specialisti, ma nelle opere di divulgazione accessibili al grande pubblico, ancor oggi si trovano rassicuranti interpretazioni sul carattere puramente simbolico dei sacrifici umani o delle pratiche di cannibalismo sacro. Insomma, tutto un grande equivoco per il quale immagini o espressioni simbolico-artistiche allusive a sacrifici, parte di una cultura ovviamente segnata da una “grande sapienza filosofica e da una spiritualità altissima”, sarebbero state erroneamente credute dagli Europei, avidi ed ignoranti, prove di stragi reali e di sacrifici cruenti. Nel caso dei Maya, il popolo pacifico per antonomasia in molti testi scolastici, Wade (appoggiandosi all’autorità di specialisti quali Lawrence Keeley e Steven LeBlanc) segnala come, nel corso degli ultimi 20 anni, le nuove acquisizioni conseguite nell’indagine di questa antica cultura, abbiano confermato come la classe egemone fosse costantemente impegnata nella guerra e nel sacrificio sanguinario dei nemici vinti. Avrebbero potuto capirlo anche gli studiosi precedenti se solo avessero posto attenzione alla presenza di poderose fortificazioni a difesa degli insediamenti, il significato delle quali è stato a lungo equivocato.

Più in generale, Keeley calcola che la quasi totalità delle società primitive conosciute fossero in guerra per più di una volta all’anno e che oltre la metà lo fossero ininterrottamente, perdendo fino al 50 per cento della popolazione per anno nei combattimenti. Ciò spiega come mai numerose culture sono letteralmente scomparse dalla storia.

Se lo stesso tasso di mortalità si fosse verificato nel XX secolo, l’umanità avrebbe sofferto miliardi di vittime! Inoltre nelle guerre primitive i guerrieri catturati venivano uccisi sul posto, catturati per essere sacrificati oppure, non poche volte (come nel caso documentatissimo degli Irochesi) trascinati nei villaggi per esservi torturati a morte in modo crudele e raffinato. L’idealizzazione romantica dei primitivi, diffusa tra gli intellettuali progressisti nell’occidente avanzato, appare quindi priva di un solido fondamento e la civiltà moderna rappresenta una fragile eccezione allo stato ferino di guerra permanente, che è stata la condizione naturale dell’umanità per migliaia di anni.

A questa verità il film di Gibson rende in qualche modo giustizia. Pur senza voler idealizzare eccessivamente il nostro percorso storico-culturale, si dovrebbe aver tuttavia il coraggio di dire che perlomeno la nostra civilizzazione greco-romana e cristiana si è posta il problema, lavorando duramente per limitare, addomesticare o sradicare il selvaggio che è in noi. Non dimentichiamoci di questo percorso di civiltà se non vogliamo correre il rischio, negli anni a venire, di andare incontro a sempre possibili e gravissimi rovesci di cui, qua e là, si scorgono già i segnali.

Stefano

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martedì, 09 gennaio 2007

GRAZIE, SCIENZA!

NUNC EST BIBENDUM!

"Miniera di staminali nel liquido amniotico", titolava l'altro giorno Repubblica. La notizia era già rimbalzata in tutto il mondo. Provenienza: Wake Forest University, North Carolina.

Ora bisogna brindare! Lasciateci godere e lasciateci esultare. Lasciateci perfino la possibilità di andarcene in giro a testa alta, noi che abbiamo combattuto un anno intero contro le menzogne del movimento radicale che (come fa sempre) sottoponeva l'opinione opubblica ad odiosi ricatti morali, cercando di far passare ad ogni costo l'idea che fosse necessaria la ricerca sull'embrione. E noi a ripetere che no, che non si doveva, per questioni etiche, certo, ma anche perchè non era lì che bisognava cercare il tesoro e non era lì che bisognava investire i fondi della ricerca.

Mentre nel pollaio si starnazzava impazziti e si propagandavano miracoli mai visti (perchè le cellule embrionali non hanno ancora curato nessuno), noi cercavamo di mantenere i nervi saldi e la ragione a posto e avevamo una gran fiducia nella ricerca scientifica, che avrebbe di sicuro trovato soluzioni alternative e degne dell'umanità. Noi avevamo fiducia nella scienza, nella sua possibilità di aggirare la diga dei divieti morali (che ci devono essere, perchè sono ragionevoli). Noi avevamo una posizione di sano realismo, laddove altri mostravano un becero fideismo e usavano e illudevano i malati (vizio che continua ancor oggi) promettendo loro che la manipolazione e la distruzione degli embrioni umani li avrebbe tirati fuori dal tunnel.

Ora la scienza sta trovando la strada. O meglio, aveva già trovato le cellule staminali adulte, dalle quali, senza problemi etici di sorta, si potevano trarre le staminali. Adesso il cammino si è fatto ancor più diritto, e scienza ed etica possono procedere insieme, sullo stesso sentiero. Dopo sette anni di ricerche, sono state trovate cellule staminali nel liquido amniotico e quelle cellule hanno le stesse potenzialità delle embrionali.

Siamo grati a coloro che hanno fatto una tale scoperta; siamo felici che la scienza si metta a camminare in modo umano; siamo orgogliosi di aver combattuito per questo obiettivo e di essere parte di un popolo che si è dotato di una legge molto avanzata su questi temi. Già, non sono gli italiani che devono rivedere le proprie posizioni. Sono tutti gli altri che devono venirci appresso, perchè l'unica posizione ragionevole sta diventando la nostra.

"Adesso il governo italiano - commentava Luigi Bobba, senatore della Margherita - dovrà adottare un'iniziativa di segno contrario a quella che aveva intrapreso. Il ministro Mussi ne prenda atto: le risorse europee non possono essere utilizzate per la sperimentazione sulle cellule staminali. Il cammino della scienza, grazie al cielo, ha dimostrato che se ne può fare a meno".

Ora è più chiaro quali filoni di ricerca devono essere finanziati. Pannella ha fatto il suo tempo. Mussi si svegli: non siamo più nell'era dei dinosauri!

Gianluca Zappa

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lunedì, 08 gennaio 2007

ASHLEY, THE PILLOW ANGEL. IN THE NAME OF LOVE?

E LO CHIAMANO AMORE

Confesso di sentirmi sempre più a disagio con la parola “amore”. Il problema è che sta diventando un guscio buono per tutto e il contrario di tutto e sta assumendo significati nuovi e ambigui, molto, molto inquietanti. Per noi cristiani amore è dono totale di sé, fino al sacrificio, fino all’eroismo. “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”, ha detto Colui che riteniamo il Figlio di Dio. E sappiamo benissimo come ci ha amato, e quindi cosa intendeva: il versamento di tutto il suo sangue, fino all’ultima goccia.

Noi viviamo con quella croce, con quel dolore inconcepibile davanti agli occhi, e un po’ tutta l’esistenza e la scala dei valori si ribalta. I più grandi tra noi, quelli che veneriamo e ammiriamo, sono stati esempi vivi e convincenti di dedizione e dono della propria vita. Sia nel senso di “morire al posto di altri” (e i primi che mi vengono in mente sono un Salvo D’Acquisto, un Massimiliano Kolbe), sia nel senso di “disprezzare” la vita personale per amore del prossimo (e qui ci soccorrono le storie dei moltissimi santi della carità, fino a quelli più recenti), al quale hanno consacrato tutto il loro tempo.

Ma senza andare a scomodare i grandi, gli esempi eccezionali di questo amore, basterà ricordare la solenne promessa che due comunissimi sposi cristiani fanno davanti a Dio (“Prometto di amarti fedelmente, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, tutti i giorni della mia vita”). Gli eroi del nostro tempo sono tra noi, sono tutti coloro che rimangono fedeli a quella promessa di dedizione pura e totale, qualunque siano le circostanze della vita, nonostante le difficoltà, le fatiche, i sacrifici che questo comporta.

Educato ad una tale altezza e sacralità dell’amore umano, faccio veramente fatica ad accettare chi parla di amore a sproposito. L’esempio fresco fresco è quello di Isabella Bossi Fedrigotti, che sul Corriere della Sera definisce una “scelta d’amore” quella dei due genitori di Seattle che hanno sterilizzato la propria figlia Ashley (una bimba di nove anni e mezzo, resa muta e immobile da una misteriosa malattia): le hanno asportato l’utero, le ghiandole mammarie e l’appendice e poi, bombardandola di estrogeni per oltre due anni, ne hanno rallentato lo sviluppo ormonale. Risultato: Ashley è stata trasformata in una bambola, che pesa 34 chili ed è alta un metro e 30 centimetri. Varierà la sua età anagrafica, non le sue dimensioni. Sviluppo bloccato. Resterà sempre il loro Pillow Angel (l’angelo del cuscino).

Seguendo il ragionamento della Bossi Fedrigotti (e chissà di quanti come lei) dovremmo “quanto meno sospendere il giudizio”, o accettare la strana logica della giustificazione per amore. In nome dell’amore si abortisce, si uccide, si fa cosmesi terapeutica, si fanno esperimenti eugenetici di tipo nazista. Sempre rigorosamente in nome dell’amore.

O addirittura in nome di Dio: “Il Dio che noi conosciamo – hanno scritto i due genitori – vuole che lei abbia una buona qualità della vita e che i genitori ricorrano, per migliorarla, ad ogni risorsa, compreso il cervello che Dio ha donato loro”. Dio, insomma, vuole una buona qualità della vita, definita e stabilita, però, secondo parametri umani, troppo umani. Solo il 5 novembre scorso l’associazione dei ginecologi inglesi ha proposto di uccidere i bambini disabili attraverso l’eutanasia attiva. Il tutto affinché i piccoli non conducano una vita indegna, i genitori un’esistenza impossibile, le casse dello Stato una spesa inutile. Gli olandesi sono già passati ai fatti: 22 bambini soppressi, tutti affetti da spina bifida.

Chissà se Dio è contento di queste atrocità perpetrate in the name of love. Mi permetto di dubitarne: il futuro che ci si prospetta è quello in cui tutti gli handicappati gravi verranno, se non sterminati, sterilizzati e mantenuti piccoli di statura, “per migliorarne l’esistenza e quella dei logo famigliari”. Soluzioni un tantinello diverse da quelle di un amore cristiano.

“E’ un mondo di alienati – commenta Pierre Mertens, presidente dell’associazione internazionale Spina bifida e Idrocefalo -, pensiamo di poter vivere senza dolore, senza malattia, senza disabilità. E’ una bugia che porta a una sola conseguenza: la selezione”.

Sospendere il giudizio perché si ha paura di quel dolore? E’ la soluzione più facile per mettersi a posto la coscienza, ma è una porta aperta ad ogni abuso. Guardare in faccia quel dolore, confortarlo, condividerlo, sostenerlo, alleviarlo soprattutto ai genitori con opportune politiche sociali e sanitarie, tutto questo dovrebbe fare uno Stato.

Ma sarebbe uno Stato cristiano, che difende e rispetta ogni vita. Bisognerà aspettare: è roba troppo evoluta per questi tempi di barbarie, che uccidono in nome dell’amore.

Gianluca Zappa

 

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sabato, 06 gennaio 2007

LE BATTAGLIE DEL PRODE ROMANO

Il 2006 si è chiuso con la tanto discussa fine di un dittatore: Saddam Hussein. Le immagini che hanno fatto mille volte il giro dei telegiornali ci hanno lasciato negli occhi le ultime sequenze della vita di del rais iracheno, impaurito, quasi spossato ed assente, che parlava coi suoi carnefici. Ciò che ha fatto in vita è stato e sarà giudicato dalla storia; noi non giudichiamo l’operato del suo regime; è stato il suo popolo, o meglio, una parte di esso a giudicarlo. Sulla condanna non mi sento di esprimere giudizi; io sono contro la pena di morte, però posso dire che lui non ha fatto nulla per non meritarsi quella fine. Forse è più facile giudicare quello che accade a casa nostra.

Al mio paese c’è un detto molto simpatico per definire una persona che non afferra bene i concetti o non coglie l’attimo giusto per intervenire. Si dice che “arriva doppo ‘fochi!”, cioè che arriva dopo che l’ultimo fuoco pirotecnico della festa del paese è esploso. Bene questa situazione l’ha vissuta, la sta vivendo e, aimè, la vivrà ancora Romano Prodi. Il quale, essendo note le sue adulte propensioni cattoliche, ha pensato bene di proporre l’Italia come paladina contro la pena di morte. Forse è troppo preoccupato per il mitico leader Pannella, che a ritmo periodico ha bisogno di fare diete di alimenti e di liquidi (così facendo però sta invecchiando molto bene….). A differenza dei vari Fabio Mussi, Rita Levi Montalcini, Clementone Mastella (che sfruttano altri ricatti per far la voce grossa con il “serio al governo”) il leader radicale utilizza il ricatto alimentare. Chissà cosa penserà la gente della serietà al governo: si digiuna e si legifera contro la pena di morte, e poi il povero sfortunato Welby (sfortunato per la malattia ma anche per l’amicizia di certa gente che psicologicamente l’ha fatto morire molto prima della morte fisica) viene soppresso con tutte le ragioni del mondo. Prodi ha collezionato poi l’ennesima figura barbina: conosciuta la sua iniziativa, il governo irakeno ha risposto per le rime, dicendo di non accettare dall’Italia, e dalla sinistra in particolare, lezioni di civiltà. Infatti gli irakeni hanno ricordato al premier come i partigiani rossi hanno giudicato e trattato Benito Mussolini e Claretta Petacci dopo la caduta del regime. Bè che dire: la memoria a volte manca… Io per farmela tornare sto leggendo un libro molto criticato dalla sinistra, scritto da uno di sinistra, sulle opere pie compiute dai partigiani appena finita la guerra. Il governo irakeno che dà a noi una lezione di civiltà: incredibile! Forse sono molto meno selvaggi di come li immaginiamo. Perché il povero Prodi, che si straccia le vesti dinanzi alla pena capitale comminata a persone che comunque innocenti non sono, non prende iniziative contro un’altra pena di morte, cioè quella dell’aborto, che sopprime prima di nascere milioni di esseri viventi? Forse sarebbe una mossa da cattolico lattante e non adulto. Che utilità porterà una iniziativa come quella del mortadella? Nessuna, perché è come il soffio del vento: è aria. Mi viene in mente il film “Il gladiatore” quando il principe Commodo (Prodi) si rivolge al padre Marco Aurelio (Ratzinger):

“ Padre mi sono perso la battaglia? – Figlio tu hai perso la guerra!!”

Lorenzo Ferrua

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martedì, 02 gennaio 2007

CONVERSIONI - 1

STORIA DI UN AMICO

Il cuore umano... un guazzabuglio che vacci a capire qualcosa. Qui non si parla del muscolo che pompa sangue, ovviamente, ma del coeur di Pascal, quello che costituisce l'organo dell'esprit de finesse, attraverso il quale avvertiamo il valore che ci si dischiude dall'alto, dalla rivelazione di Dio. Un momento, obietta  il positivista, di che Dio e rivelazione andiamo cianciando? Sono puri nomi, nulla di più, idee che non si possono dimostrare scientificamente. Nulla di serio e di consistente. Lo schemino è sempre quello di Comte: l'umanità ha conosciuto lo stadio metafisico (durante il quale si beava di illusioni religiose), poi quello filosofico (più evoluto, ma sempre soggettivo) e infine quello positivo, quello della conoscenza vera, perchè basata su fatti certi e dimostrati, sui dati oggettivi e positivi.

Come l'umanità, così il singolo uomo: da bambini si crede nell'esistenza di un Essere superiore che chiamiamo Dio (anche perchè, in un Paese cattolico come l'Italia, indottrinati dalla chiesa nella nefasta ora del catechismo); poi cresciamo e ragioniamo e demitizziamo e passiamo a critica quello in cui credevamo supinamente; ma solo quando veniamo a contatto con le verità della scienza giungiamo ad una solida e piena conoscenza della realtà. E con la scienza possiamo giudicare tutto.

Peccato che lo schemino salti continuamente in aria e faccia la pessima riuscita di un secchiello che cerca di contenere tutta l'acqua del mare. Forse è perchè Dio si diverte un mondo a ribaltare le certezze di quell'essere un po' patetico e supponente che è l'uomo, quando ha la pretesa di essere il centro di quanto esiste. E quando, per esempio, ha deciso di assumere la carne umana, il Creatore ha scelto un'epoca storica e un'area geografica piuttosto evolute, che avevano dato prove eccelse in ogni campo, specie in quelli della filosofia, della demitizzazione delle antiche credenze, della rigorosa ricerca storiografica. Di San Paolo, che predicò il cristianesimo ai "gentili", è famoso il flop all'Aeropago: finchè parlò di un "dio nascosto" lo stettero a sentire; ma quando passò all'annuncio cristiano vero e proprio (Dio si è fatto carne), gli fecero un sorrisetto di commiserazione e lo congedarono gentilmente. Troppo evoluti per certe storielle.

Eppure, come del resto accadde proprio a Paolo di Tarso, ancor oggi Dio si prende la libertà di stravolgere ogni veduta umana e di fare irruzione nell'esistenza del singolo. E' il fenomeno della conversione, quello che più di tutti contrasta con lo schemino positivista, specie quando capita a gente culturalmente, scientificamente e filosoficamente evoluta. La storia è piena di casi del genere e potremmo citare molti nomi famosi. Ma comincerò con quello di un amico, col quale ho cenato l'ultimo dell'anno, e che ha avuto la gioia di raccontarmi la sua storia.

Federico era uno dei tanti cattolici italiani, uno di quelli passati per la famigerata ora di catechismo e per il cursus honorum dei sacramenti. Dio? Esiste, ma sta lì, da qualche parte. Ci ha creati, ma in fondo in fondo è soltanto un nome un po' misterioso, che con la vita concreta ha poco a che vedere. La Chiesa? Un'istituzione da rispettare (almeno nelle feste comandate), ma a volte troppo rigida e poco evoluta rispetto alla società attuale. Il Papa? Quello che appare al telegiornale e che un po' rompe con i suoi continui appelli e richiami. Questo figlio del catechism parrocchiale, era arrivato vicino ai trent'anni senza realmente sapere cos'è un rosario e, tanto meno, un'esposizione eucaristica. Come tanti, tantissimi (la maggior parte?) cattolici. Fidanzato felicemente con una ragazza che oggi è sua moglie, era titolare, e lo è tutt'ora, di un'avviata attività commerciale. Per dire: sentimenti, soldi e amici non mancavano.

Poi accade un fatto, il fatto. Sabato 2 Aprile 2005, ore 21.37. Federico è solo a casa e la TV trasmette in diretta l'annuncio della morte di Giovanni Paolo II. E' la conversione, nel senso letterale di cambiamento della vita. Federico si scioglie in un pianto imprevedibile e inspiegabile. In quegli istanti rivede la sua vita, sente la sua miseria di fronte alla bontà di Dio, ma soprattutto sente Dio. E non ha assunto stupefacenti, è perfettamente cosciente e razionale. Del resto quel che gli è accaduto dura dentro, tanto che il giorno dopo, per prima cosa, corre a confessarsi e poi comincia a ricercare. Dove? Su Internet! E lì scopre il rosario, l'esposizione eucaristica e una comunità di persone (sacerdote compreso) che diventeranno suoi amici e fratelli.

Federico ha fatto esperienza che Dio esiste. Da un numinoso mistero, Dio è divenuto un Tu, una persona. La fede, da fideismo, diventa il riconoscimento amoroso di una Presenza. E' un fatto, un avvenimento, quello che è accaduto, di cui si ricorda il giorno e l'ora e i particolari, anche insignificanti, del contesto. E' qualcosa che, come la storia, divide l'esistenza del singolo in un avanti Cristo e un dopo Cristo. E' un fatto che il razionalismo scientifico non può assolutamente cogliere nella sua essenza.

Pascal, in modo impressionante ed aderente, descrive nel frammento 556 dei suoi Pensieri la Persona che si è incontrata: "E' un Dio di amore e di conforto; è un Dio che riempie l'anima e il cuore di quelli che Egli possiede; è un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria e la sua misericordia infinita; che si unisce al fondo della loro anima; che la riempie d'umiltà, di gioia, di fiducia, d'amore; che li rende incapaci di altro fine che non sia Lui stesso".

Parole che hanno più di 300 anni, ma che, ne sono certo, Federico sottoscriverebbe.