La recente fiction che ha visto Lino Banfi nei panni del padre bigotto e retrivo (ovviamente meridionale) di una figlia lesbica, regolarmente sposata (ovviamente in Spagna, perché da noi, poveri sottosviluppati…) e madre felice di una bambina, è stata una smaccata operazione pubblicitaria nei confronti del cosiddetto matrimonio omosessuale e dell'omoparentalità.
Il plot era di un banale, ma di un banale e di uno scontato, che già all'inizio sai come la vicenda va a finire: con l'ovvio trionfo delle buone (le due lesbiche, perseguitate da tutti, colpevoli solo di volersi veramente bene); la redenzione e la conversione del padre reazionario; l'irrimediabile sconfitta dell'irriducibile cattivo. Sembrerebbe la storia di una giovane vergine cristiana (una santa Caterina, una santa Cristina, una santa Rosa da Viterbo), se non fosse che qui la "vecchia" morale esce sconfitta e appare incapace di giustificarsi nelle sue pretese anacronistiche. Il nuovo avanza, ed è più bello, più umano, più vero di qualsiasi pregiudizio.
Un quadretto idilliaco, e proprio per questo adatto ad una fiction, cioè a un falso.
Il topos dell'omosessuale incompreso ed emarginato imperversa e si basa su un ragionamento che deve diventare, evidentemente, convincimento di tutti: l'amore omosessuale sarebbe felice e appagante, se non fosse per i pregiudizi e le chiusure della nostra società. Rendiamolo, o accettiamolo come normale e tutto andrà a gonfie vele.
Sembra proprio che due più due faccia quattro. Invece non è così. Ed è precisamente qui che la fiction di Banfi tradisce la verità.
Christophe Girard, 50 anni, è un intellettuale di sinistra, vicesindaco di Parigi, addetto alla cultura. Ha recentemente pubblicato un libro autobiografico, Père comme les autres, nel quale racconta la sua condizione di omosessuale, alle prese con il suo più grande desiderio: "la possibilità, inaudita per un omosessuale, di essere padre". In realtà a Girard è andata bene, perché un'avventura giovanile avuta con l'amica Marie aveva portato alla nascita di un figlio, Benjamin. La madre del bimbo, una single orgogliosa di esserlo, ha accordato al padre la possibilità di prendersi anche lui cura del figlio. E così il piccolo Benjamin ha cominciato a fare la spola tra la casa della madre (che col suo compagno ha una relazione eterosessuale) e quella di Girard, che ha anche lui un compagno.
Lasciamo da parte, per ora, il problema del piccolo Ben, e concentriamoci sul padre e sul suo angoscioso desiderio di paternità. Nel libro di cui parliamo vi sono affermazioni significative: "L'idea di vivere e invecchiare senza bambini, senza nipoti da educare mi provocava un dolore, un senso di privazione insopportabili"; "Poiché la natura aveva deciso per me una sessualità che non mi permetteva di riprodurmi, avrei dovuto rinunciare a vivere la vita che desideravo? Non mi sono mai sognato di rinunciarvi. Inventare la propria vita non è un lusso, è una lotta per la libertà. E questa libertà aveva per me anche il volto di un bambino".
Dolore, senso di privazione, rinuncia a vivere la vita, desiderio impossibile di paternità o maternità. Ecco, signori, questi sono gli ingredienti strutturali di un rapporto omosessuale. E non perché lo dica un meridionale retrivo, bigotto e seguace di Ratzinger. Ma perché lo dice un principio intangibile: quello di realtà. Occorrono una donna e un uomo per fare un bambino. Se si accoppiano due uomini o due donne, ottengono lo stesso risultato che ottiene un uomo che si accoppia con un cavallo: nulla. Ergo (questo sì che è un sillogismo corretto) il rapporto omosessuale nasce male, frustrato, incompleto, angosciato, come ammette Girard. Del resto, se fosse vero che l'infelicità dell'omosessuale dipende solamente dai pregiudizi sociali (dalla "persecuzione" dell'ambiente), non si comprenderebbe perché tutto questo darsi da fare per consentire l'omoparentalità, cioè la possibilità di adottare o "farsi" un figlio. Che suona tanto come una pretesa di rendere possibile l'impossibile.
Se gli omosessuali sono felici e appagati dal loro splendido amore, perché continuano a pretendere un privilegio che la natura ha assegnato solo ai loro colleghi eterosessuali? A differenza infatti di una qualsiasi altra unione eterosessuale, quella omosessuale è sempre costretta a realizzare il desiderio di un figlio al di fuori della propria relazione. Forzando la natura delle cose, creando una contro-natura.
Tra l'altro calpestando e violando la libertà del terzo in gioco, il figlio, che a ben guardare ha più diritto ad avere un padre e una madre come natura vuole, di quanto due omosessuali abbiano diritto a metterlo al mondo.
C'era qualcosa di tutto ciò nella fiction di Banfi? Qualcuno ci ha raccontato i retroscena della nascita di quella bambina, assegnata a due mamme? C'erano le angosce, i sensi di colpa, le frustrazioni causate da un rapporto che è di per sé costretto a forzare la mano alla natura? No, non c'era niente di niente. Era tutto molto corretto. Si diceva solo quello che è consentito dire.
Ecco perché si è trattato solo di un disonesto spot pubblicitario, falso e parziale.
Continuare ad accusare il senso comune della gente, nel tentativo di distorcere e trasformare la realtà a proprio piacimento; provocare i sensi di colpa, quando invece bisognerebbe giustificare le proprie colpe; mostrarci solo un lato della medaglia, senza farci sentire di che lacrime e sangue gronda l'altro lato… ecco, questo è veramente inaccettabile.
Che la smettano di presentarci l'omosessuale martire! La realtà è che il rapporto omosessuale è destinato ad essere infelice, in Spagna come nel Meridione d'Italia, per questioni interne al rapporto stesso. Invece di dipingere santini, ci parlino di queste cose. Senza oscuramenti e senza nuovi tabù, per favore.
Gianluca Zappa