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giovedì, 30 novembre 2006

STAMINALI ADULTE, UN ALTRO PASSO AVANTI

“Le cellule staminali curano la distrofia muscolare. Almeno nei cani. Si apre così uno spiraglio nella lotta contro la distrofia muscolare di Duchenne, una malattia genetica degenerativa a carico dei muscoli, che colpisce anche quelli respiratori e il cuore, per ora senza cure. Il merito è tutto dei mesoangioblasti, cellule staminali prelevate da cani sani.” la notizia la prendo da Il Giornale datato 16/11/06 e precisamente dall’articolo di Marisa De Moliner. Mi interessano molto i progressi scientifici specie quelli che derivano dalle staminali adulte. E’ molto gratificante avere nuove e continue conferme di essere stati, noi cittadelliani e molti altri, dalla parte giusta al referendum del giugno 2005. Sicuramente i passi da fare per arrivare a cure importanti per malattie come ad esempio la distrofia saranno molti ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se non avessimo vinto. Questo campo sarebbe stato abbandonato, o per lo meno, meno battuto per mancanza di fondi. Eppure è il solo a dare dei risultati considerevoli. La caciara radicale, per quanto sia rumorosa, non può far tacere i fatti. Eppure pochi mesi fa ci consideravano oscurantisti retrogradi.
Paolo Tassoni
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categoria: cultura, referendum, attualitĂ , embrione, ideologia
martedì, 28 novembre 2006

ROUTES DES ACADIENS

Acadia fu in origine il nome attribuito alle colonie francesi del Nord-America. La Nuova Francia, un territorio che comprendeva parti del Quebec, del Maine, il New Brunswick, la Nuova Scozia e l’isola Saint Jean. Acadia, similmente al termine greco Arcadia, aveva il significato di area rurale, abitata da uomini pacifici e dai semplici costumi. Acadiens pertanto fu il significativo nome attribuito ai primi coloni francesi. Il medesimo termine si trasformò poi, a causa della pronuncia inglese, nel più noto termine Cajun, che ancor oggi identifica le minoranze linguistiche francesi (famose per la loro musica e per la cucina) residenti lungo il Mississippi e nella Louisiana. Il primo gruppo di questi coloni era giunto nel Nuovo Mondo nel 1604, per sfuggire alle lotte che imperversavano in Europa. Inizialmente la vita fu estremamente difficoltosa a causa delle avversità di un territorio freddo e del tutto selvaggio, i primi arrivati furono decimati in breve tempo dalla fame e dalle malattie, ma i Francesi seppero integrarsi con le popolazioni indiane da cui ricevettero gli aiuti necessari per poter sopravvivere. Lo sviluppo della colonizzazione francese ebbe poi un passaggio decisivo nella fondazione di Port Royale nel 1605. Qui sarebbero giunti, negli anni successivi, altri coloni che, lavorando duro, avrebbero infine avuto il sopravvento sull’ostilità dell’ambiente naturale. Furono edificate abitazioni e dighe, furono dissodati campi... Si accompagnò allo sviluppo economico anche un certo progresso culturale e sociale: Marc Lescarbo scrisse in Acadia l’opera teatrale “Le Theatre de Neptune”, mentre “L’Ordre de Bon Temps”, sarebbe stato, nel 1606, la prima associazione con fini sociali fondata nel Nord-America. Il rapporto con i nativi fu decisamente buono, perché i Francesi, di religione cattolica, a differenza degli Inglesi e degli Olandesi, non rigettarono la possibilità di matrimoni misti e diffusero pacificamente la fede cristiana tra gli Indiani. Questi orientamenti favorirono la comprensione ed una certa solidarietà reciproca tra le popolazioni. Per quanto poco numerosi, proprio l’alleanza con gli Indiani garantì ai Francesi, oltrechè la sopravvivenza, il controllo di vaste regioni del Nord-America. Esploratori francesi e mezzosangue, noti come “voyageurs” si sarebbero spinti in luoghi ancor più lontani e sconosciuti, fino al Mississippi, attribuendo i caratteristici nomi francesi che sappiamo (Sioux, Cheyennes…) alle tribù indiane delle grandi pianure. Le attività condotte dagli audaci “coureurs des bois”, uomini liberi e fieri che operavano senza necessità di concessioni o di obbedienza a regolamenti, vivendo in mezzo agli Indiani e commerciando in pelli, diedero praticamente origine ad una nuova razza di discendenza mista, Francese e Cree. Le donne giocarono sempre un ruolo molto importante nella vita delle comunità acadiane occupandosi sia delle tipiche mansioni nell’ambito della famiglia che dei compiti connessi con la coltivazione dei campi e con le attività economiche. I coloni erano molto religiosi e le loro abitudini pacifiche. La forte influenza dei padri gesuiti (chiamati dagli indiani “manti neri”) ed il relativo isolamento della colonia favorirono lo sviluppo dell’Acadia come una sorta di comunità utopica cristiana. Le famiglie più laboriose e con molti figli avevano un ruolo preminente nella comunità. Vi era una forte sollecitudine “sociale” e non si registrava il triste fenomeno dell’abbandono degli orfani perché i bambini rimasti soli erano accolti ed allevati dalle famiglie vicine accanto ai propri. I bambini erano educati all’interno delle famiglie e gli insegnanti erano scelti tra gli anziani giudicati maggiormente pazienti e colti. Nonostante brevi periodi di occupazione inglese, l’Acadia rimase sostanzialmente una provincia culturale francese indivisa fino al 1713, epoca per la quale essa era cresciuta fino a comprendere le attuali province atlantiche del Canada. Comunque, nel 1713, a seguito del trattato di Parigi, parte di questi territori fu ceduto alla Gran Bretagna sotto il nome di Nova Scotia, con l’eccezione di Cape Breton dove si trovava la fortezza francese di Louisbourg. Ai Francesi fu data la scelta di abbandonare per sempre le proprie terre oppure di giurare fedeltà alla corona inglese. I coloni, pur proclamandosi pacifici e neutrali, rifiutarono di abbandonare le proprie terre e di giurare e si sottrassero ad ogni tentativo di assimilazione e di abiura del Cattolicesimo. Ciò diede il pretesto, nel 1755,  per quella che sarebbe stata chiamata la “grande deportazione”.  I Britannici costrinsero a forza i coloni ad imbarcarsi su navi che li avrebbero dispersi in terre lontane. Un evento che ha segnato profondamente l’identità di questo popolo. Molti furono allora uccisi o imprigionati, le famiglie furono spesso separate. Molti scomparvero a causa delle privazioni o delle malattie durante la deportazione. Accolsero parte degli esuli il New England e la Louisiana, parte furono imprigionati in Gran Bretagna, altri ancora riuscirono a raggiungere la Francia dopo un incredibile odissea. Il ricordo dell’Acadia tuttavia non si estinse mai nel cuore degli esuli e dei loro figli. Dopo il 1762, approfittando di un intermezzo di pace, gruppi di esuli da varie parti del mondo riuscirono a ricongiungersi e a ritornare nelle terre dalle quali erano stati cacciati, quelle stesse terre dove tutt’ora vive la maggior parte dei loro discendenti. A dispetto della Rivoluzione Francese, gli Acadiani rimasero sempre tendenzialmente lealisti e solo nel 1884 accolsero la presente bandiera francese dai colori rosso, bianco e blu. Ma su quest’ultimo colore (interpretato come simbolo di fedeltà) campeggia una stella d’oro che rappresenta la Vergine Maria, da sempre invocata dagli Acadiens con il titolo di Maria “Stella Maris”.

Stefano

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venerdì, 24 novembre 2006

QUELLO CHE BANFI NON CI HA RACCONTATO

La recente fiction che ha visto Lino Banfi nei panni del padre bigotto e retrivo (ovviamente meridionale) di una figlia lesbica, regolarmente sposata (ovviamente in Spagna, perché da noi, poveri sottosviluppati…) e madre felice di una bambina, è stata una smaccata operazione pubblicitaria nei confronti del cosiddetto matrimonio omosessuale e dell'omoparentalità.

Il plot era di un banale, ma di un banale e di uno scontato, che già all'inizio sai come la vicenda va a finire: con l'ovvio trionfo delle buone (le due lesbiche, perseguitate da tutti, colpevoli solo di volersi veramente bene); la redenzione e la conversione del padre reazionario; l'irrimediabile sconfitta dell'irriducibile cattivo. Sembrerebbe la storia di una giovane vergine cristiana (una santa Caterina, una santa Cristina, una santa Rosa da Viterbo), se non fosse che qui la "vecchia" morale esce sconfitta e appare incapace di giustificarsi nelle sue pretese anacronistiche. Il nuovo avanza, ed è più bello, più umano, più vero di qualsiasi pregiudizio.

Un quadretto idilliaco, e proprio per questo adatto ad una fiction, cioè a un falso.

Il topos dell'omosessuale incompreso ed emarginato imperversa e si basa su un ragionamento che deve diventare, evidentemente, convincimento di tutti: l'amore omosessuale sarebbe felice e appagante, se non fosse per i pregiudizi e le chiusure della nostra società. Rendiamolo, o accettiamolo come normale e tutto andrà a gonfie vele.

Sembra proprio che due più due faccia quattro. Invece non è così. Ed è precisamente qui che la fiction di Banfi tradisce la verità.

Christophe Girard, 50 anni, è un intellettuale di sinistra, vicesindaco di Parigi, addetto alla cultura. Ha recentemente pubblicato un libro autobiografico, Père comme les autres, nel quale racconta la sua condizione di omosessuale, alle prese con il suo più grande desiderio: "la possibilità, inaudita per un omosessuale, di essere padre". In realtà a Girard è andata bene, perché un'avventura giovanile avuta con l'amica Marie aveva portato alla nascita di un figlio, Benjamin. La madre del bimbo, una single orgogliosa di esserlo, ha accordato al padre la possibilità di prendersi anche lui cura del figlio. E così il piccolo Benjamin ha cominciato a fare la spola tra la casa della madre (che col suo compagno ha una relazione eterosessuale) e quella di Girard, che ha anche lui un compagno.

Lasciamo da parte, per ora, il problema del piccolo Ben, e concentriamoci sul padre e sul suo angoscioso desiderio di paternità. Nel libro di cui parliamo vi sono affermazioni significative: "L'idea di vivere e invecchiare senza bambini, senza nipoti da educare mi provocava un dolore, un senso di privazione insopportabili"; "Poiché la natura aveva deciso per me una sessualità che non mi permetteva di riprodurmi, avrei dovuto rinunciare a vivere la vita che desideravo? Non mi sono mai sognato di rinunciarvi. Inventare la propria vita non è un lusso, è una lotta per la libertà. E questa libertà aveva per me anche il volto di un bambino".

Dolore, senso di privazione, rinuncia a vivere la vita, desiderio impossibile di paternità o maternità. Ecco, signori, questi sono gli ingredienti strutturali di un rapporto omosessuale. E non perché lo dica un meridionale retrivo, bigotto e seguace di Ratzinger. Ma perché lo dice un principio intangibile: quello di realtà. Occorrono una donna e un uomo per fare un bambino. Se si accoppiano due uomini o due donne, ottengono lo stesso risultato che ottiene un uomo che si accoppia con un cavallo: nulla. Ergo (questo sì che è un sillogismo corretto) il rapporto omosessuale nasce male, frustrato, incompleto, angosciato, come ammette Girard. Del resto, se fosse vero che l'infelicità dell'omosessuale dipende solamente dai pregiudizi sociali (dalla "persecuzione" dell'ambiente), non si comprenderebbe perché tutto questo darsi da fare per consentire l'omoparentalità, cioè la possibilità di adottare o "farsi" un figlio. Che suona tanto come una pretesa di rendere possibile l'impossibile.

Se gli omosessuali sono felici e appagati dal loro splendido amore, perché continuano a pretendere un privilegio che la natura ha assegnato solo ai loro colleghi eterosessuali? A differenza infatti di una qualsiasi altra unione eterosessuale, quella omosessuale è sempre costretta a realizzare il desiderio di un figlio al di fuori della propria relazione. Forzando la natura delle cose, creando una contro-natura.

Tra l'altro calpestando e violando la libertà del terzo in gioco, il figlio, che a ben guardare ha più diritto ad avere un padre e una madre come natura vuole, di quanto due omosessuali abbiano diritto a metterlo al mondo.

C'era qualcosa di tutto ciò nella fiction di Banfi? Qualcuno ci ha raccontato i retroscena della nascita di quella bambina, assegnata a due mamme? C'erano le angosce, i sensi di colpa, le frustrazioni causate da un rapporto che è di per sé costretto a forzare la mano alla natura? No, non c'era niente di niente. Era tutto molto corretto. Si diceva solo quello che è consentito dire.

Ecco perché si è trattato solo di un disonesto spot pubblicitario, falso e parziale.

Continuare ad accusare il senso comune della gente, nel tentativo di distorcere e trasformare la realtà a proprio piacimento; provocare i sensi di colpa, quando invece bisognerebbe giustificare le proprie colpe; mostrarci solo un lato della medaglia, senza farci sentire di che lacrime e sangue gronda l'altro lato… ecco, questo è veramente inaccettabile.

Che la smettano di presentarci l'omosessuale martire! La realtà è che il rapporto omosessuale è destinato ad essere infelice, in Spagna come nel Meridione d'Italia, per questioni interne al rapporto stesso. Invece di dipingere santini, ci parlino di queste cose. Senza oscuramenti e senza nuovi tabù, per favore.

 

Gianluca Zappa

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lunedì, 20 novembre 2006

COMUNICATO STAMPA
Quando la libertà di pensiero fa paura, meglio ingaggiare qualche
Hacker o qualche maneggione!

Certo chi non ha problemi di famiglia regolare con i figli a carico, per cui conta soltanto «l'amore», ha molto tempo per impedire con tutti i mezzi di esprimersi a chi vuole invece difendere un tipo di famiglia che invece i figli li genera e desidera educarli!

Ci è capitato questo: abbiamo pubblicato sul sito http://www.culturacattolica.it  un intervento critico sulla fiction televisiva di Lino Banfi, Il Padre delle spose, in onda da lunedì 20 novembre 2006 su RaiUno. Abbiamo chiesto come minimo di spostare lo spettacolo in seconda serata (mentre non abbiamo chiesto di «oscurare» la fiction, come ci accusa Repubblica sul suo sito).
Abbiamo ricevuto un mare di insulti e di accuse gratuite, ma quello che è più grave un attacco al sito che lo ha reso inutilizzabile per molto tempo. Così ci ha scritto il responsabile del servizio: «Da ieri sera il server *** è sotto un attacco DDOS che interessa solo la visibilità dei siti in rete. [...] Dopo una pausa di circa 8 ore, nelle quali avevamo filtrato tutti gli IP attaccanti, questa mattina è ripreso un nuovo attacco. I nostri tecnici sono all'opera per filtrare tutti i nuovi indirizzi IP relativi all'attacco e riportare alla visibilità i siti presenti sul server».
Ci chiediamo (e lo chiediamo a tutti coloro che ci hanno accusato di volere mettere il bavaglio a chi la pensa diversamente) : ma non c'è altro modo per esprimere il proprio dissenso da chi ha altre opinioni che quello di bloccare la sua capacità espressiva? Ci hanno detto che è ora che la Chiesa non interferisca nelle questioni della vita civile, e perché allora c'è chi interferisce sul diritto degli uomini di esprimere il proprio parere? Voltaire diceva: «non condivido nulla di quanto tu dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Dobbiamo essere proprio noi a ricordarlo ai paladini della libertà di espressione? Da troppo tempo si accusano i cattolici di imporre le loro idee, e poi, quando si è a corto di idee e di ragioni, si fa di tutto per oscurare e impedire la loro capacità di presenza e di espressione. Chiediamo solidarietà a chi ha a cuore il diritto di tutti di potersi esprimere liberamente.
Grazie di cuore. La difesa della libertà di uno significa la difesa della libertà di tutti.

CulturaCattolica

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categoria: cultura, politica, attualitĂ , ideologia
lunedì, 20 novembre 2006

QUESTI NOSTRI GIOVANI

FESTA DI COMPLEANNO

L'altra sera, invitato dalla mia amica Angela alla festa dei suoi 18 anni, ho avuto modo di immergermi in un significativo spaccato del mondo giovanile.

Vi racconto quello che ho visto e quello che ho capito.

La sala è parrocchiale. Da qualche tempo viene affittata a chi ne fa richiesta, purchè gli adulti (la regola è tassativa) siano presenti per tutto il tempo a sorvegliare. E' il tipico salone imbiancato (e con qualche traccia di umidità) con in fondo un palcoscenico, dove un tempo si esibivano probabilmente i bambini nei loro recital di canzoncine innocenti, o anche gruppi di filodrammatica che nascevano in tutte le parrocchie. Sul palcoscenico due ragazzotti con tanto di cuffie, mixer e impianto stereo; sono i deejay della festa, che hanno il compito (eseguito alla perfezione) di non schiodarsi mai di lì e di non lasciare nemmeno un miliardesimo di secondo nel silenzio.

Arrivano gli amici di Angela, quelli del “gruppo”. I maschi mi colpiscono perché generalmente non ridono, semmai sghignazzano. Camminano inespressivi, imbronciati, duri. Le ragazze hanno vestiti e atteggiamenti da prostitute. Tacchi a spillo, minigonne, collant. Sono in maschera, ragazzine cresciute troppo presto. A differenza dei ragazzi, sono continuamente in movimento: vanno, vengono, scherzano (ma sempre tra di loro), ogni tanto ne abbrancano qualcuno, con un erotismo da donne di vita. Poi provano a ballare, mentre i ragazzi le guardano, sempre inespressivi, apparentemente indifferenti. Nel ballo i movimenti sono sempre eccessivi, quasi provocatori. Si direbbe che hanno visto troppi video. Le diresti molto disponibili a qualsiasi avventura.

Alla festa non ci sono solo quelli del “gruppo”: Angela ha invitato anche le amiche della sua classe e un paio di ragazzi, ex compagni di scuola, venuti con la speranza di rimorchiare. Specie Alessandro, una faccia annoiata e triste. Mentre un idiota di rapper italiano ripete il suo litanico “tutti quanti seguitemi”, il ragazzo tira fuori disgustato un I-pod e si spara in cuffia la sua musica preferita, perché quella che suonano i due ddejay non gli piace. Incuriosito, mi faccio prestare le cuffie: mi bastano le prime due battute per togliermele subito. E' quella roba inascoltabile che mi sembra si chiami hip hop. Non c’è molta differenza. Le compagne di classe di Angela fanno gruppo a sé. Non conoscono nessuno, né c'è modo di entrare in rapporto con qualcuno degli altri. Sembrano delle estranee capitate lì per caso.

La musica continua, incessante, assordante. Parlo col padre di Angela e capisco solo un quarto di tutto quello che mi dice. I genitori si sono dati molto da  fare per regalare questa festa alla loro diciottenne, ma stasera devono fare solo la parte dei sorveglianti, accettati, o meglio, tollerati. Devono stare al gioco. Non sono nulla, in questo trionfo del nulla. C'è tanta roba buona da mangiare e moltissima (decine di pezzi di pizza al taglio) non verrà neanche toccata. Una delle ragazze gira con una bottiglia di birra. Per fortuna sono tutte bevande analcoliche (un amico mi dice che di solito nelle feste di questo tipo accade di peggio, con scene pietose di sbronzature e rigurgiti conseguenti).

Adesso si spengono le luci della sala e si accendono i riflettori. Vaga atmosfera da discoteca. Le ragazze ballano di più, sono più disinvolte. Poi salgono sul palco e nella penombra, dietro la consolle, cominciano a dimenarsi su una specie di cubo. Ma dura poco, perchè in sala non c'è quasi più nessuno. Tutti inspiegabilmente fuori, anche se non è che faccia proprio caldo. Ma fuori si può fumare.

Angela è la festeggiata, ma non lo diresti, perché non c’è un momento rituale che lo certifichi. Questa non è una festa di compleanno. Mi chiedo come faccia a divertirsi, a sentirsi soddisfatta, a sentirsi felice. Si unisce alle sue amiche. Provano quello che hanno visto fare in qualche video: si mettono i fila e avanzano tutte insieme. Sì, fanno quello che hanno visto fare. Ci provano una, due, tre volte. Il ballo (o meglio, questa specie di ingresso in palcoscenico) non decolla, e sono di nuovo ognuna per conto proprio. Adesso in sala ci sono solo (oltre agli immancabili, indefessi e un po' patetici deejay) tre coppiette sedute ai tavolini. Sono quelli “occupati”, quelli che sanno cosa fare: isolati da tutti, sprofondati nel loro appassionato rapporto a due. Non si fanno problemi. Sono invitati a una festa di compleanno, ma è come se fossero nel salottino di un qualunque locale pubblico.

Non c'è affetto, non c'è amicizia, non c'è dialogo, non c'è calore. Non c'è nemmeno piacere. Faccio di nuovo gli auguri ad Angela, saluto e lascio quella sala fantasma. Fuori, nell'umidità della sera, c'è un gruppetto che, tra un silenzio e l'altro, una sigaretta e l’altra, balbetta qualcosa. Si sono portati anche le sedie. Da una parte, seduto per terra, all'aperto sotto un cielo stellato e freddo, noto Alessandro, lo sguardo inebetito. Strano modo di tentare di rimorchiare.

“Tutti quanti seguitemi”. Ma dove? A una festa così? A un sabato sera così?

Credo, anzi ne sono certo, che anch'io, alla loro età, dopo una, due, tre, dieci, venti esperienze di questo genere, avrei la tentazione di violentare una tredicenne, filmando il mio atto eroico, per poi diffonderlo su Internet. Così… tanto per darmi una scossa piacevole… tanto per dirmi che esisto.

 

Gianluca Zappa

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giovedì, 16 novembre 2006

LA LAICITA’ NON LAICISTA DI MARCELLO PERA

Fino a qualche anno fa Marcello Pera era un protagonista della cultura italiana che riscuoteva un certo consenso. Studioso della “società aperta”, allievo di Karl Popper, filosofo della scienza, non credente, aveva molte carte in regola per suscitare l’apprezzamento o perlomeno il rispetto presso il mondo giornalistico ed intellettuale italiano. Ma Pera ha fatto due gravi ed imperdonabili errori. Il primo è stato quando lui, Lucio Colletti (filosofo ex marxista) ed altri, decisero di partecipare alla vita politica del paese scegliendo la parte ritenuta moralmente impresentabile: il centrodestra. Il secondo, quando, da Presidente del Senato, ebbe la ventura di accogliere con calore il Papa Giovanni Paolo II in visita ufficiale al Parlamento Italiano (era il 14 novembre 2002). In quell’occasione egli autorevolmente difese un concetto di laicità a lui caro e mutuato dalla cultura classica, una laicità coinvolta dalla questione della verità e lontana dalle degenerazioni relativiste ed utilitariste. La posizione di Socrate nella battaglia contro i Sofisti. Ed ascoltarlo, fu per me fu una scoperta ed una grande sorpresa. Aveva detto, ad un certo punto, Pera: “Anche noi non vorremmo che la nostra democrazia, alla quale siamo così legati, si alleasse con il relativismo etico, del quale invece temiamo le conseguenze. Come potremmo apprezzare, sostenere, difendere le nostre conquiste se ad esse fosse estraneo ogni concetto di verità o di approssimazione alla verità?”.  Era la domanda assolutamente legittima di un vero laico, ovvero di un uomo che davvero cerca la verità e che quindi non disprezza la possibilità di una risposta alta alle sue domande. E Pera non si è fatto scrupolo di cercare ovunque fosse possibile, fosse anche bussando a quella tradizione religiosa che, raccolta l’eredità classica, è stata il fondamento primo della civiltà occidentale. Ma da quel momento in poi è stato tutto un crescendo di critiche ingenerose, di battute maliziose, di fraintendimenti diffamatori, di moralismo da quattro soldi, per offuscare la figura morale ed intellettuale e farne l’ennesimo pericoloso mostro dello zoo di Berlusconi. La solita equazione che conosciamo da tempo: il tuo percorso interiore ed intellettuale non mi interessa, se non la pensi più come me sei moralmente inferiore. A me invece Pera piace ed avvince (anche più di qualche prelato dall’eloquio prolisso ed inconcludente) perché pone le domande che avrei posto anch’io, perché pone sul tavolo il problema che nessuno ha più il coraggio di affrontare. Quello dell’Europa non come mero compromesso economico tra banche e partiti, ma come comunità di vita e di destino. Una “collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro” per rubare l’espressione a Simone Weil. Chi ha messo in naftalina Gesù, non ci si prenda in giro, ha messo in naftalina anche Socrate (e tanti altri). Si tratta di una mutazione genetica imposta, in questi ultimi anni, cui hanno lavorato solerti i novelli “apprendisti stregoni”. Le istituzioni europee sono lontane dai cittadini perché i cittadini europei non devono sapere quali mescolamenti, i tecnocrati, i banchieri, gli utopisti sradicati, vanno praticando nei loro segreti alambicchi. Il richiamo all’illuminismo è solo un paravento, le intuizioni più grandi della tradizione illuminista le hanno gettate alle ortiche e di questo importante filone culturale hanno trattenuto solo i cascami: gli aspetti più irrazionalmente distruttivi, le tendenze più astratte, i contenuti più masochistici. Il loro idolo non è l’integrità morale e la severità intellettuale di Kant, ma il cinismo beffardo di Voltaire o la violenza dissacratrice di Sade. E’ quest’ultima infatti che domina (che se ne rendano conto oppure no). In questi giorni il ricordo della visita di Woityla in Parlamento dev’esser tornato alla mente di Pera, il quale, intervenuto ad un convegno a Bologna su “Italia-Europa. Identità a rischio?”, ha affermato: “In Europa sta avvenendo quello che Giovanni Paolo II paventava”, e cioè “l’alleanza tra il relativismo etico e la democrazia”. In pratica “qualunque desiderio soggettivo si può trasformare in diritto, purchè votato a maggioranza”. La proposta di Pera è allora sforzarsi di vivere “velut si Deus daretur”, perché “il vivere come se Dio esistesse equivale ad avvertire il peso di un giudice delle nostre azioni, diverso dal proprio interesse personale e contingente. Perché con questa presenza nella nostra coscienza si avverte anche il senso del limite, ovvero del lecito, del sacro, dell’inviolabile”. Inoltre “quando si vive come se Dio esistesse, non si invoca un’ entità qualunque. Il Dio cristiano (Pera naturalmente sceglie consapevolmente il Dio cristiano…) è Caritas e Logos. Ne consegue che noi cristiani, o di fede o di cultura, non possiamo essere fondamentalisti, perché il fondamentalismo è il contrario della ragione”. Di chi la pensa a questo modo Pera dice: “non è uno che vuole usare la religione come un arma”. E’ uno che “non vuole avere paura (…) non perché necessariamente religioso, ma perché della religione apprezza la funzione sociale e, in particolare del cristianesimo apprezza i principi ed i valori che ha diffuso in tutto il mondo”. Ci sono state poi, a Bologna, anche le stoccate politiche, sia per la sinistra che per la destra, ma di quest’ultime in verità mi interessa assai poco. Mi interessa questa profondo e razionale approdo, tanto più significativo quanto più scaturito da un percorso intellettuale che non procede necessariamente dalla fede.

Stefano

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mercoledì, 15 novembre 2006

LA SCUOLA A PEZZI

Povera scuola italiana! Tra pestaggi razzisti a ragazzi down e giovani docenti che si spogliano in classe davanti a minorenni, gli ultimi sette giorni sono stati davvero devastanti. Si tratta di casi limite? Certo, si può anche rispondere affermativamente, ma la crisi esiste ed è innanzi tutto una crisi educativa, che oggi coinvolge tutte le cosiddette "agenzie" che fanno educazione. E se la crisi entra financo in parrocchia, dove se non altro vi sono dei precisi codici morali e di comportamento a cui rifarsi, figuriamoci se non imperversa nelle aule scolastiche, dove invece i criteri di riferimento non si sa realmente quali siano.

Esistono i POF, cioè i Piani dell'Offerta Formativa, i quali possono dire tutto, ma non l'essenziale. Quale uomo si vuole che esca da un percorso scolastico? Quale idea di uomo sta dietro la dinamica educativa? E' l'uomo figlio del nichilismo, del relativismo, dell'eudemonismo, oppure l'uomo della tradizione cristiana? Non sono questioni di poco conto, non sono questioni accessorie. Sono le uniche questioni che interessano veramente. Perchè l'educazione è possibile a partire da una visione dell'uomo. Se, per esempio, sosteniamo che per un giovane quel che conta è fare più esperienze possibili, allora la docente che s'è fatta trovare nuda sul banco scolastico in una specie di rito orgiastico con i suoi giovani, è una missionaria e una benefattrice, degna di stare sulle banconote, come la Montessori.

La scuola oggi è, o può tranquillamente essere, il regno del caos totale. Un docente entra e fa lezione secondo la propria impostazione educativa; nell'ora successiva ne entra un altro che cambia completamente impostazione. Si dirà che questo è un bene. Ritengo che invece sia un male, perchè un giovane, nel periodo della formazione, ha bisogno di punti di riferimento precisi.L'alternativa al caos è l'imposizione di un modello comportamentale tradizionale e rigoroso, che però fatica ad imporre le sue ragioni, in una società che presenta ben altri modelli più affascinanti, anche se deresponsabilizzanti e distruttivi.

Di fronte a tutto ciò, l'Italia (ormai fanalino di coda in tutta Europa), per questioni di barricate ideologiche, continua a negarsi una sana piena parità scolastica e mantiene forzatamente la scuola statale come unico riferimento possibile. In Italia non esiste la libera scelta educativa da parte delle famiglie, le quali sono costrette, in moltissimi casi, al prendere o lasciare. Le scuole non statali (specie quelle di tradizione religiosa, che normalmente non funzionano come squallidi diplomifici) sono costrette a chiudere una dopo l'altra. In questo modo si sta perdendo una preziosissima esperienza educativa, che, tra l'altro, sta ammortizzando il costo complessivo del sistema scuola.

Una via di uscita è proprio nella direzione contraria che lo statalismo imperante impone, ed è precisamente in un aumento della concorrenza fra gli istituti scolastici, sia nell'ambito pubblico sia in quello privato, con modalità di finanziamento, come ha recentemente affermato il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, "che da un lato premino le scuole migliori e dall'altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne la possibilità di scelta".

In questo siamo indietro, veramente indietro rispetto al resto d'Europa. Il problema non è quello di garantire la possibilità di avere più grammi di spinelli a disposizione per l'uso personale, ma quello di mettere seriamente mano, e senza pregiudiziali ideologiche, al sistema educativo, incoraggiando e sostenendo tutte quelle realtà che producono risultati significativi. La scuola non può continuare ad essere, come lo è stata per anni, la grande greppia o il grande carrozzone che imbarca tutti i disoccupati. E soprattutto non può più essere un monolite statale.

Aspettiamo ancora un governo che sia capace di attuare in questo campo una vera e propria liberalizzazione.

Gianluca Zappa

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lunedì, 13 novembre 2006

I SOLITI PACIFISTI A SENSO UNICO

Oh, che bella sorpresa! Tornano a sventolare in Italia le bandiere arcobaleno del pacifismo internazionale! I nostri pacifisti le tireranno fuori dal cassetto un po' sgualcite e imbarazzate, dopo certe decisioni della sinistra al governo, ma l'occasione è ghiotta. Si tratta di manifestare “per la pace a Gaza”, sabato prossimo a Milano. Lo spunto, ovviamente, è dato dall'orribile strage perpetrata “per sbaglio”dall'artiglieria israeliana, che ha abbattuto una casa civile a Gaza provocando 19 morti, tra i quali 8 bambini.

I pacifisti non aspettavano altro per scendere di nuovo in piazza, in preda ad un coacervo di sdegno, orrore per le tragiche immagini trasmesse in tutto il mondo, solidarietà per i palestinesi,  ostilità nei confronti degli israeliani. Sarà quasi certamente una manifestazione a senso unico, almeno stando alle dichiarazioni di gente come Marco Rizzo (che sfilerà per denunciare “la strage del popolo palestinese”) o di Franco Giordano (che protesterà “contro forze apertamente razziste (!) che si affacciano nel governo di Tel Aviv”).

Insomma, i cattivi sono gli israeliani e i buoni i palestinesi. Il ritornello lo ripetono da decenni, senza stancarsi, sempre uguale: “L'esistenza stessa dello stato di Israele è un momento essenziale della presenza imperialista in Medio Oriente, e il suo abbattimento è quindi un obiettivo prioritario per qualsiasi marxista-leninista”. Pensierino non proprio carino nei confronti degli ebrei d'Israele, che si trova scritto in un documento del 1970, pubblicato dalla case editrice E.D.B. di Verona in appendice ad un'opera teatrale di Dario Fo. Pensierino che ha una singolare, strana e inquietante consonanza con quanto cantano oggi i Blakstone, rappers islamici londinesi, che inneggiano alla jihad e gridano “basta sangue, basta con questi cani sui troni (...) il loro regno blasfemo è una catastrofe”. La sinistra anti-imperialista ed estremisti islamici vanno a braccetto. Oggi come ieri. L'unica differenza è che oggi c'è in giro l'ambigua bandiera arcobaleno. Ambigua perchè ha in apparenza tanti colori, ma in realtà è monocromatica.

Basta! Lo ripeteranno i pacifisti a Milano, ora che Israele l'ha fatta grossa e gli ha dato lo spunto per tornare orgogliosamente in vita. Imbarazzo nei vertici del centrosinistra: Fassino e Rutelli hanno inviato la loro benedizione (“una grande manifestazione dal carattere unitario, capace di dar voce in modo efficace e pacifico...” e roba del genere), ma pare che non invieranno se stessi. Paralizzati. Come tutto il governo, reduce dalla bella figuraccia rimediata nei confronti delle famiglie delle vittime di Nassiriya, per le quali, invece, non è stata prevista nessuna “manifestazione unitaria” (che ci volete fare, quei poveracci erano alleati di una “coalizione imperialista”...).

Detto tutto questo, ammetto che la parola “basta” me la sono ripetuta anch'io dopo la strage di Beit Hanun. Ma credo che in questo momento la cosa più idiota che possiamo fare è quella di schierarci pregiudizialmente dall'una o dall'altra parte. I morti sono tutti uguali, e se non abbiamo visto le centinaia di corpi di israeliani straziati (bambini compresi) dagli attentati suicidi dei palestinesi, è solo per una censura voluta dalle autorità israeliane, dunque per una strategia mediatica ben diversa da quella palestinese. Né si può far finta che gli abitanti della striscia di Gaza non abbiano eletto al governo il movimento fondamentalista di Hamas, che nel suo statuto cita nientemeno che i tristemente famosi “Protocolli degli anziani di Sion” e che predica apertamente la distruzione d'Israele.

Per questo ritengo per lo meno inopportuna nella sua tempestività la manifestazione di sabato prossimo e sottoscrivo i timori dell'ex direttore dell'Unità Furio Colombo: “Spero che si riesca a fare una vera manifestazione per la pace, temo non sarà così. Riconoscere i diritti di una sola parte equivale a fare pensiero militante, non a lavorare per risolvere la crisi”.

Gianluca Zappa

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mercoledì, 08 novembre 2006

LA VITA, NONOSTANTE TUTTO

In questi giorni alcuni giornali hanno riportato una notizia che merita di essere amplificata e adeguatamente commentata: la nascita in una clinica di Barcellona di un bambino adottato da una coppia, dopo ben 13 anni di congelamento. Anche se la notizia è stata diffusa come se si trattasse dell’unico caso del genere è vero invece che casi analoghi si erano già verificati in precedenza (in Israele e negli Stati Uniti) anche se non avevano conquistato un posto di rilievo sui giornali. Intervistato dal Corriere della Sera il dott. Flamigni, il noto paladino della provetta, ha affermato testualmente che: “Gli embrioni in teoria non possono mai andare incontro ad una degenerazione tale da impedirne lo sviluppo. Potrebbero avere vita eterna e non dovremmo sorprenderci di nascite dopo tempi di congelamento ancora più lunghi. Prima di disfarsi di un embrione è il caso di pensarci a lungo, anziché fare come gli inglesi che dopo 5 anni di permanenza nel congelatore li distruggono”. Questa affermazione, da parte di uno dei ginecologi di riferimento della sinistra e dei referendari, che avevano tentato lo scorso anno di stravolgere la legge 40 che regolamenta la fecondazione assistita, suona come una sorprendente delegittimazione “di fatto” delle scelte operate dal nostro Ministro Mussi in sede Europea. Infatti Mussi, appena divenuto ministro, aveva, con una propria arbitraria iniziativa, ritirato la firma dell’Italia dalla cosiddetta “minoranza di blocco”, aprendo con ciò la strada allo storno di finanziamenti italiani verso quelle sperimentazioni europee che causano la distruzione degli embrioni, sperimentazioni che sono invece vietate per legge nel nostro paese. Naturalmente questo colpo di testa del Ministro (e anche qui non è dato di sapere se Prodi sapesse o meno…) non poteva riuscire gradito all’ala cattolica del suo schieramento e pertanto la Senatrice Binetti, preoccupata evidentemente del danno di immagine, aveva reagito chiedendo la definizione di chiari paletti. Aveva chiesto, ovvero, a Mussi di impegnare il Parlamento Europeo nella definizione di una “data” oltre la quale gli embrioni umani si potessero dichiarare non più impiantabili e non più capaci di sviluppo, così da consentire le sperimentazioni soltanto su questi ultimi. Questa della identificazione della data è così diventata la foglia di fico che ha consentito al centrosinistra di mantenersi unito su una questione di grave rilevanza etica. La sostanza però era che si sarebbe negoziato un limite per la sacrificabilità dell’embrione a salvaguardia di quello che sembra esser diventato, in tempi di bipolarismo manicheo, l’unico “principio non negoziabile” politicamente corretto: il carattere indiscutibile dell’alleanza tra partiti cui si è dato il proprio acritico consenso. Ebbene la notizia diffusa dalla stampa fa saltare l’ipocrisia di questa posizione e Flamigni non ha timore di metterlo in evidenza, che se ne renda conto o meno. Strano che dell’impossibilità pratica di definire una tale soglia non se ne fosse accorta prima Paola Binetti che pure è medico e docente universitario… Noi comunque lo sapevamo e l’avevamo già detto e spiegato, non esiste una data oltre la quale si possa affermare con certezza che un embrione non sia più impiantabile e capace di sviluppo. Chi pretende di riconoscerla fa opera di mistificazione. Si prenda atto della più elementare delle cose: l’orientamento fondamentale inscritto in ciascun embrione (adulti permettendo) sembra essere proprio quello verso la nascita. L’ovvio destino di ciascun embrione è proprio quello di svilupparsi come un bambino.

Stefano

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domenica, 05 novembre 2006

TREMATE, SANTORO E' TORNATO!!

TV DITTATURA

E' tornato. Santoro è tornato! E con lui è tornata la pessima abitudine (molto poco corretta, molto poco giornalistica, molto poco democratica) di fare della televisione di tutti, quella pagata con i soldi del canone, il proprio personalissimo pulpito, il proprio salotto dove uno può fare il bello e cattivo tempo, decidere chi può stare dentro e chi deve restare fuori.

Ve la ricordate la spocchia della Lucia Annunziata nell'intervista a Berlusconi, quando gli toglieva continuamente la parola e giunse perfino a dire che quella era la "sua trasmissione" e che face come le pareva? Già quello fu un caso molto grave di malo giornalismo.

Ma quella che il signor Santoro ha fatto ultimamente nella sua trasmissione "Anno zero" è una vera e propria porcata. Ha messo sul palco degli accusati Silvio Berlusconi e senza possibilità di contraddittorio, né diritto di replica. All'imputato, che avrebbe voluto intervenire nella trasmissione con una telefonata, è stato negato l'accesso. Berlusconi ci ha poi provato spedendo una dichiarazione scritta, ma niente, neanche in quel modo gli è stato consentito di far sentire le sue ragioni. Santoro aveva deciso che gli italiani quella sera dovevano sentire una sola campana, quella che lui stesso stava suonando. Il virulento e faziosissimo giornalista ha anche annunciato che non ci sarà una seconda puntata dedicata all'argomento e che Berlusconi non verrà invitato alla sua trasmissione.

Questo non è più giornalismo, è guerra aperta, è un regolamento dei conti. Forse è anche un patetico tentativo di far lievitare gli ascolti di una trasmissione che finora ha avuto percentuali di share risibili, se paragonati a quelli di altre trasmissioni simili. E comunque la grande rimpatriata di questo "martire" del giornalismo italiano non aveva avuto affatto i contorni del trionfo mediatico, anzi. Anche Santoro quindi, come un po' tutta la sua area di riferimento culturale e politico, è Berlusconidipendente: senza l'odio contro Berlusconi non si vincono le elezioni, ma nemmeno la battaglia dei dati Auditel.

Trovo due commenti significativi e opposti. Il primo, di un onorevole diessino, mi sembra partorito da un folle invasato, che ha perso il contatto con la realtà e con la decenza: "Quello verso Santoro è un attacco pretestuoso nei confronti di un giornalista colpevole di fare semplicemente il proprio dovere. Continua l'intollerabile anomalia di una destra che impedisce lo sviluppo dell'azienda Rai". Dire che Santoro ha fatto il proprio dovere, significa avere un'idea quanto meno distorta della professione e della moralità di un giornalista; avere impedito il diritto di replica ad un libero cittadino è un comportamento da paese totalitario. E ammesso e non concesso che tutto ciò serva allo sviluppo dell'azienda televisiva di stato, dobbiamo accettare una prevaricazione bella e buona solo per questo?

E adesso il secondo commento, di un deputato di Forza Italia, che esprime perfettamente quello che penso anch'io: "Il diniego di Santoro è un fatto gravissimo che dimostra per l'ennesima volta l'emergenza democratica che sta vivendo l'Italia sul piano della libertà d'informazione".

Vorrei che si capisse che qui non si tratta di Berlusconi e dei suoi interessi, delle sue aziende, dei suoi processi. E' in gioco qualcosa che riguarda noi tutti. Tutti ci potremmo trovare nella stessa situazione. Tutti potremmo essere messi alla gogna mediatica da dei padreterni che si ritengono liberi di utilizzare il mezzo televisivo per le loro scorribande.  Santoro si è giustificato dicendo che il suo programma non prevedeva telefonate in diretta e che il diritto d'intervento era stato già negato al Capitano Ultimo e ad Agazio Loiero. Appunto, non si tratta solo di Berlusconi, ma di chiunque altro: nella TV dittatura di Santoro vigono solo le regole del dittatore. Niente telefonate, niente replica, nessuna possibilità di difendersi.

Diciamoci la verità: quando l'hanno spedito in esilio (tra l'altro un esilio dorato e ben remunerato al Parlamento europeo) abbiamo veramente tirato un respiro di sollievo, proprio come quando un dittatore viene tolto di mezzo. La TV dittatura di Santoro non ci piace, non ci piace la sua faziosità, non ci piace la sua supponenza, non ci piace la sua violenza.

Ha ragione Ferrara: lo sbaglio più grande l'ha fatto proprio Berlusconi, che, epurandolo, ha fatto di Santoro un martire, quando invece era solo un gretto e piccolo ideologo.

La sinistra farebbe bene a non difenderlo, sempre e a spada tratta, ma a lasciarlo a se stesso, al suo furore disperato. Farebbe bene a prendere le distanze. Per non alimentare il timore, che c'è e giustificatissimo, di una deriva antidemocratica dietro l'angolo.

Gianluca Zappa

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