IL TABU' INELIMINABILE
Di chi è la vita che viviamo? Nostra? La domanda essenziale da farsi sempre, specie in tempi come questi, in cui il centrosinistra al governo ha riacceso le speranze di alcuni di introdurre l'eutanasia nella nostra legislazione, è proprio questa.
Le argomentazioni di chi sostiene l'eutanasia, ma anche l'aborto, per esempio, si basano su un ritornello che, fino a prova contraria, è erroneo e falso: la vita è mia e sono libero di farne quello che voglio. Non è vero, non è assolutamente vero. Conoscete qualcuno che è stato in grado di chiamarsi alla vita da solo? Se esistesse, costui potrebbe dire, a ragione, "la vita è mia". Ma siccome non è mai esistito, il diritto di dire così non ce l'abbiamo. E non per una questione religiosa, ma proprio per una questione di elementare oggettività. Quindi, per favore, quando parliamo di uno che vuole il suicidio, "la vita è sua" non diciamolo più, perchè è una falsità.
Così come era un errore e una falsità lo slogan delle femministe che volevano l'aborto: "l'utero è mio". No, quando la donna concepisce, l'utero finisce di essere solo suo. Ce l'ha, come dire, in condominio con un'altra persona, che ha cominciato a metter su casa. Ne consegue che la vita di quella persona non può essere di proprietà di nessuno.
Il problema eutanasia, è questo che voglio dire, non è appena un problema relativo a questo o quel malato, a questa o quella situazione. Legalizzarla non è solo un venire incontro, in modo circoscritto, alla tragica richiesta di un essere umano che non ce la fa più. Approvare l'eutanasia, legalizzarla, consentirla per legge significa di fatto introdurre nella testa della gente l'idea che "la vita è mia e ne faccio quello che voglio": una convinzione erronea che produrrà uno spaventoso effetto domino.
Torniamo all'aborto? Siamo passati dai casi tragici (la ragazza stuprata, la ragazza madre emarginata, la coppia che non ce la fa economicamente a portare avanti un figlio) all'aborto di massa, ad una spaventosa indifferenza davanti ad un atto violento e lesivo della libertà e della vita di un'altra persona. Se faremo passare l'eutanasia, avverrà esattamente la stessa cosa. Non c'è ragione convincente per non crederlo.
C'è un altro problema. La cultura dell'eutanasia rischia di propagare un convincimento molto pericoloso: la vita è degna di essere vissuta solo quando il soggetto possiede integre tutte le sue facoltà. La vita di Welby e di quelli come lui è vita? La vita di un soggetto affetto da depressione cronica è vita? La vita di un bambino che ha la schiena bifida è vita? La vita di un handicappato è vita? Non facciamo finta che questo problema non esista. Quante volte avete sentito questo ragionamento: se per caso venissi a sapere che il figlio che aspetto nascerà malato, allora abortirei, perchè che razza di vita sarebbe la sua?
Nessuno gode nel vedere una persona nella situazione di Welby. Nessuno potrà mai seriamente sottoscrivere la frase "devi vivere e morire nel dolore". Ma la soluzione non è legalizzare l'eutanasia, la soluzione non è renderla accessibile a tutti, garantire a tutti la possibilità di "uscire quando si vuole". La vita non è nostra e noi non siamo affatto liberi di gestircela come ci pare e piace. E' bene che questa realtà (perchè di una realtà si tratta) sia sempre tenuta in considerazione. Insomma, che la vita umana resti un tabù, e possieda un suo statuto di sacralità.
La cosa triste del dibattito in corso è che, ancora una volta, si punti solo e soltanto sui casi tragici di persone come Welby, e si perda di vista quello che nella mani dell'uomo può diventare la libertà di fare quello che ci pare e piace.
Gianluca Zappa
categoria: cultura, aborto, attualitĂ , eutanasia








Ogni tanto si fa esplodere un caso, ora è il tempo dell’eutanasia. Si invoca una discussione adeguata sul tema, ma tanto si sa dove si vuole arrivare senza troppe parole. Ora inizieranno i soliti discorsi sull’arretratezza dell’Italia rispetto alle “modernissime” leggi che ci sono in giro per l’Europa e per il mondo. Si parlerà del fatto che un olandese può decidere di morire e un italiano no, e che questo non è giusto e che da noi non si può continuare così. E poi se uno vuole morire perché glielo si dovrebbe impedire? Perché uno non può decidere liberamente della propria vita? Posso continuare ancora per molto; posso riportare tutte le obiezioni che sento in giro, ma che non vedono la realtà per quello che è ma per quello che si vorrebbe. Chi vuole introdurre l’eutanasia invoca la pietà per qualcuno e cita la progredita Olanda, salvo poi dimenticare che in Olanda si è partiti con l’eutanasia semplice per poi arrivare alla degenerazione attuale. L’eutanasia è un vaso di Pandora. Una volta aperto si cade irrevocabilmente. Una volta tolta la sacralità della vita si arriva inevitabilmente all’insignificanza della vita e all’arbitrio sulla vita. Si arriva all’eutanasia per i bambini sopra i dodici anni, ma poi perché fermarsi, i bambini soffrono anche prima dei dodici e allora eutanasia prima dei dodici col consenso di genitori e medici. Ma perché fermarsi. Nella moderna Olanda avviene questo, e perché non dovrebbe avvenire da noi una volta rotti gli argini della sacralità della vita. Chi dice che è inverosimile arrivare a tal punto può tranquillamente essere considerato un bigotto. Una volta introdotte leggi simili mi sentirei meno tranquillo a stare male. E non ditemi che il ragionamento è lontano dalla realtà, perché la volontà personale ecc ecc ecc. Si è iniziato, in altri “compassionevoli” Stati europei, con la storia della volontà personale per poi superarla in nome della pietà. La stessa pietà che aveva Hitler verso i malati incapaci di intendere e di volere. Quando l’allora ministro Giovanardi si indignò contro nuove leggi olandesi, qualcuno storse addirittura il naso perché in fondo siamo tutti europei e dobbiamo volerci bene. Attenzione, ripeto, attenzione. Rotti gli argini tutto va a rotoli senza possibilità di tornare indietro. In nome della pietà si introduce una disumanità. Sicuramente la croce da portare è pesante, alle volte sembra insostenibile, ma la soluzione non può essere: “Va bene, ti faccio morire”. La vita è sempre degna di essere vissuta, se certa vita non viene considerata degna, si arriva all’arbitrio e all’irreparabile. Si inzia col testamento biologico, poi introducendo varie midifiche, come un cavallo di Troia, si cercherà di andare sempre più in là, ma di sicuro non più avanti ma più in basso.
Finalmente Prodi ed il suo numeroso seguito (si parla di oltre 500 persone tra businessmen e collaboratori vari) sono rientrati dal viaggio in Cina. A seguito degli accordi presi con il governo di Pechino, l’Italia si è impegnata a sostenere le ragioni della Cina nella sua richiesta di abrogazione dell’embargo che vieta la vendita di armi a quel paese. Nonostante guidi la coalizione che ha raccolto il voto pacifista e nonostante la promessa di mettere al centro dell’azione di governo la “cultura della pace”, Prodi apre ad una ripresa della vendita di sistemi d’arma di produzione europea (Italia e Francia sono in pool position…) al paese nel quale, da parte delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, si denunciano oltre 10.000 condanne a morte l’anno, e che oltretutto cede tecnologia militare all’Iran (i missili Silkworm sono di produzione cinese) e al Sudan. Il governo sostenuto da forze culturali e politiche che si dicono contrarie “per ragioni di principio” a qualunque commercio di armamenti, supporterà insomma le ragioni del riarmo di uno dei regimi meno presentabili del mondo. Della Cina e di quel che davvero avviene in quel paese abbiamo parlato molte volte, pertanto dico subito che c’è da restare esterrefatti.

Ieri l’agenzia missionaria Misna ha diffuso la notizia del barbaro assassinio di una suora italiana avvenuto in Somalia. Si chiamava Leonella Sgorbati, era nata a Gazzola (Piacenza) ed aveva 66 anni. Oltre ad occuparsi della gente povera di quel martoriato paese, insegnava in una scuola per infermieri a ragazzi di fede mussulmana…




