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venerdì, 30 giugno 2006

ABORTO E DIRITTI UMANI A CUBA: IL CASO DI OSCAR ELIAS BISCET

Da noi, quasi nessuno conosce il nome di Oscar Elias Biscet, il medico afro-cubano, seguace delle idee di lotta civile non-violenta di Martin Luther King, che dal 2003 sconta una pesante condanna a Cuba per reati d’opinione. In servizio presso l’ospedale dell’Havana ebbe il torto, nel 1998, di divulgare i risultati di un proprio studio sulle conseguenze dell’utilizzo di un preparato chimico autorizzato dalle autorità sanitarie per provocare l’aborto nei casi di gravidanza avanzata (la loro pillola del mese dopo…). La somministrazione di sostanze chimiche per provocare l’aborto è una pratica diffusa a Cuba (dove si contano oltre 100.000 aborti l’anno) che non risparmia neppure le bambine di 12 anni. Ciò è da porsi in relazione soprattutto con i periodi di “lavoro volontario” che gli studenti sono tenuti a prestare in sperdute località rurali, lontani dal controllo e dalla tutela delle proprie famiglie, praticamente a completa disposizione (anche sessuale, come denunciato anche dalla Chiesa Cattolica di Cuba) dei dirigenti dell’organizzazione giovanile del partito comunista che gestisce queste iniziative umilianti di indottrinamento ideologico e lavoro coatto. Il Dottor Biscet documentava nella sua indagine circostanze quali: “l’uccisione di bambini nati ancora vivi, privati deliberatamente di assistenza medica”. Secondo i dati da lui raccolti: “il cordone ombelicale viene tagliato ed essi sono lasciati morire per emorragia, oppure sono avvolti in fogli di carta ed asfissiati”.

Il suo crescente disgusto per queste pratiche, il suo riavvicinarsi alla fede, lo segnalavano ormai agli occhi delle autorità come “controrivoluzionario”, esponendo la sua persona e la sua famiglia alle consuete rappresaglie ed intimidazioni: gli sparano in circostanze misteriose, gli tolgono la casa, è vilipeso ed aggredito in varie circostanze da squadracce di facinorosi, è sottoposto a continui fermi di polizia con interrogatori anche brutali, è persino sottoposto a ripetuti controlli psichiatrici volti a farlo passare per pazzo. Nel Febbraio 1998 Biscet è espulso dal Sistema Sanitario Nazionale. Si impegna, anima e corpo, in una difficile battaglia per la promozione dei diritti umani. Nel Dicembre del 2002, il piano di Biscet volto a creare una rete di piccoli gruppi che si incontrano in case private allo scopo di far crescere una cultura dei diritti e della libertà, gli causa la condanna a 25 anni di carcere. Anche dal carcere tenta di portare avanti la medesima lotta, con atti di disubbidienza civile quali il rifiuto del cibo o iniziative di preghiera. Questo porta ad un irrigidimento delle sue condizioni di detenzione con il frequente e prolungato trasferimento (periodi anche di 1-2 mesi) in “celle di punizione” rappresentati da buchi sotterranei, privi di luce ed acqua, di appena 1,20 x 1,00 m, con un foro nel pavimento in funzione di toletta. Biscet ha la salute rovinata da questa terrificante esperienza, dimagrisce notevolmente, perde quasi tutti i denti. Ma pure in un contesto simile riesce a far pervenire all’esterno del carcere un messaggio con sopra vergate le seguenti parole: “La mia coscienza ed il mio spirito stanno bene”. Nel Dicembre del 2005, la diffusione di ulteriori notizie che lo danno ancora per confinato in una  cella sotterranea, provocano una certa reazione internazionale con proteste da parte della stampa americana e da parte di alcuni governi (compresi il governo spagnolo ed il nuovo governo democratico dell’Ucraina). Human Rights First riferiva in data 7 Dicembre: “Il Dottor Elias Biscet è gravemente malato, sofferente per ipertensione e gastrite cronica. Le condizioni in cui si trova ad affrontare la condanna a 25 anni – conseguente ad un processo privo di garanzie giuridiche nel 2003, scaturito dalla sua azione non-violenta in difesa dei diritti umani – risultano in progressivo peggioramento”.

Ma perchè in definitiva Biscet è in prigione? Perché mai un uomo malato e solo è considerato tanto pericoloso? Perché è la dimostrazione del fallimento del sogno rivoluzionario cubano. Il comunismo a Cuba si è rivelato uguale a quello di tutti gli altri “paesi fratelli”. Come da copione. Qualunque cosa dicano o scrivano i “pacifisti” Gianni Minà ed Oliviero Diliberto, nessun uomo nuovo è sorto all’orizzonte, si vede solo un’oppressione che si protrae da decenni e che si mantiene in vita con slogan vuoti, pratiche criminali e furbe solidarietà internazionali. Ma se c’è un uomo nuovo che è sorto a Cuba è proprio Oscar Elias Biscet! Sarebbe quindi ora di togliere dalle magliette l’argentino fotogenico con il sigaro e metterci finalmente il volto di un vero medico, di un cubano che non ha sulla coscienza l’assassinio di alcuno, e che lotta in condizioni impressionanti per la libertà del suo popolo.

Infine, Biscet è stato adottato come “prigioniero di coscienza” da Amnesty International e questa circostanza altamente meritoria mi porta tuttavia ad osservare che quest’uomo è incorso nella  durissima persecuzione in cui è incorso inizialmente proprio a causa della maturata coscienza della violenza dell’aborto, cui aveva tentato di opporsi. Accade ora che, proprio in questi giorni, le sezioni di Amnesty International stiano discutendo se accettare o meno il “diritto all’aborto” come uno dei diritti fondamentali da tutelare della persona umana… Accettare un presunto “diritto all’aborto” quale nuovo diritto umano sarebbe un vero paradosso ed un gran bel regalo ai persecutori di Biscet. Ma non è questo il solo paradosso, l’altro (clamoroso) è la nomina di un amico fidato di Fidel Castro nella Commissione ONU per la tutela dei Diritti Umani. Con lui nella commissione, Biscet e quelli come lui, in ogni parte del mondo, sono in mani sicure…

Stefano

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venerdì, 30 giugno 2006

LA SCOMUNICA RICORDA ALL’UOMO CHE NON È DIO

Ciò che caratterizza la Chiesa cattolica nella sua più intima essenza è il buon senso. La difesa della ragione è qualcosa che la pervade e la distingue dalla superstizione. La chiesa nella storia ha difeso l’uomo da un male ben peggiore del demonio: lo ha difeso dalla sua bramosa voglia di essere come Dio. La chiesa lo ha sempre saputo, ha sempre capito l’ostacolo che l’uomo ha dentro di sé, la sua voglia di essere più di un uomo, in quanto poco meno degli angeli ha sempre bramato di essere poco meno di Dio. La Chiesa lo ha sempre saputo per la sua innegabile vicinanza al Creatore, ha di volta in volta cercato di ricordare all’uomo la cosa più ovvia e intuibile nel mondo: che l’uomo è una creatura. La difficoltà che incontra e che ha sempre incontrato sta nel fatto di porre l’uomo davanti ad una verità innegabile e come davanti a qualsiasi verità innegabile l’uomo non vuol crederci. Da qui partono anche gli errori di oggi. Si discute sulla scomunica riguardo a chi traffica con gli embrioni, ma non si capisce che è la cosa più normale del mondo. La chiesa in questo modo non difende solo delle persone che non possono crescere perché sono semplicemente cavie da laboratorio, difende la società tutta. Difendere un uomo dalla tirannia di un altro uomo è difendere il mondo. La Chiesa difende l’uomo ricordandogli che la scienza è per l’uomo e non l’uomo per la scienza. Lo difende dalla malignità di un neo-paganesimo che lo invita a sacrificare sull’altare della ricerca scientifica il più debole, nutrendo l’immortalità degli uomini col “sangue” dei piccoli. La scomunica è nulla per chi non crede, è più una questione di orgoglio; per un cattolico è molto, lo costringe a guardare con attenzione alla gravità del suo gesto. Se serve questo a rammentare a noi povere creature che se Dio si è fatto uomo, non altrettanto l’uomo può necessariamente farsi Dio, allora la Chiesa fa bene a schiaffeggiare un’umanità che si è ubriacata di onnipotenza. C’è rischio di nuove persecuzioni, è vero, è naturale e ovvio; un mondo che viene sgridato per le sue malefatte può avere rigurgiti di odio, può sentirsi piccato e irritarsi piuttosto che guardare i propri errori, ma è cosa rivista, perché nel buio della ragione l’ultima barricata a difesa dell’uomo e della ragione, che vive nella promessa che “le porte degli inferi non prevarranno su di essa”, è la Chiesa cattolica.

 

Paolo Tassoni

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mercoledì, 28 giugno 2006

COSE TURCHE

                                                 Cosa turche (con tutto il rispetto perfino per i turchi), come da copione. Quello che avevamo previsto si sta realizzando giorno dopo giorno e se non fosse per il fatto che in Italia c'è una Chiesa cattolica presente e pesante, quella che viene definita la "zapaterizzazione" del Paese sarebbe stata ancora più spinta ed evidente. Ministri in carica grazie ad una maggioranza risicatissima, impongono (sempre, ben inteso, a "titolo personale") una nuova morale e una nuova cultura, figlia del nichilismo edonistico e consumistico, che vengono propagate da un anonimo (ma presente e operante) Potere mondiale.

Prima il ministro Mussi, che abusa del proprio potere e consente di fatto lo sfruttamento degli embrioni umani a fini di ricerca scientifica. Poi il ministro Ferrero, che propone le "stante del buco", cioè la droga di Stato pagata con le tasse dei cittadini. Da ultima (almeno per ora) la "cattolica" Livia Turco, che promette di alzare il livello di consumo di cannabis (di fatto rendendo nuovamente molto labile il confine tra uso personale e spaccio) e benedice la sperimentazione della terribile pillola abortiva RU486.
Si dirà: il governo Berlusconi si presentò votando leggi che mettevano al riparo i politici inquisiti di falsi in bilancio, corruzione e quant'altro. Verissimo, ma vanno fatte due precisazioni.
Il governo precedente portava in Parlamento le proprie proposte. Poi, certo, forte dei numeri che aveva, approvava le leggi anche infischiandosene dei rilievi e delle critiche dell'opposizione (a "colpi di maggioranza", come si dice). Nella stragrande maggioranza dei casi è andata così. Ma andare in parlamento significa dibattere, discutere, attirare per giorni e giorni l'attenzione di stampa e telegiornali e, di conseguenza, accrescere la consapevolezza del Paese sui temi che si stanno discutendo. Significa convincere in primo luogo la propria coalizione e renderla coesa, affinchè sia capace di portare avanti, in unità di intenti, una dura battaglia con l'opposizione. Significa spiegare le proprie ragioni, ribattere alle critiche avversarie. Significa lavorare tutti da matti, sempre presenti in aula, sempre al proprio posto nelle votazioni che contano. Significa, insomma, democrazia. Il metodo del nuovo governo è diverso: assistiamo ad iniziative di singoli che, alla chetichella, levano un mattoncino e stravolgono completamente tutto l'edificio. Non c'è discussione in parlamento e, di conseguenza, non si accendono più di tanto i riflettori della stampa; e, sempre di conseguenza, il Paese nemmeno se ne accorge. Non c'è bisogno di una maggioranza coesa (anche perché il centrosinistra su certi argomenti non sarà coeso mai), dal momento che gli stessi parlamentari di maggioranza vengono messi di fronte ai fatti compiuti. Gli resta solo la patetica facoltà di protestare (come nel caso Mussi, il quale tuttavia resta al proprio posto, brutto e pacioso).
Ergo, non siamo più in presenza della normale dinamica democratica; se le cose vanno avanti così (e abbiamo la ragione di pensarlo) verremo sistematicamente scippati del fondamentale diritto della discussione e del confronto maggioranza-opposizione nelle sedi istituzionali. Un sovvertimento soft dello Stato democratico.
Secondo rilievo. Ammettiamo pure che Berlusconi abbia fatto leggi "pro domo sua", per proteggersi, per pararsi il di dietro. Ammettiamo che sia un furfante, un rubagalline. Insomma, ammettiamo che abbia aggirato il comandamento morale "non rubare". E' materia grave, ma mai grave come quella che va sotto il comandamento morale "non uccidere". Il nuovo governo autorizza esperimenti sulla vita umana nel suo sviluppo; propone di estendere e facilitare la pratica abortiva; consente e addirittura promuove l'uso di sostanze che distruggono l'essere umano. Presto metterà mano alla famiglia, trasformandola in un contratto "leggero", anche tra persone dello stesso sesso. Il nuovo governo non si limita a proteggere i rubagalline: pretende di cambiare la nostra cultura e la nostra morale e diffonde una cultura della morte e della deresponsabilizzazione di fronte alla vita.
Cose turche, per metodo e per materia. Imposte con iniziative "personali", evitando accuratamente ogni scontro e ogni confronto.
Noi l'avevamo previsto. E a rischio di diventare monotematici, non abbasseremo la guardia, perché la posta in gioco è troppo alta. Per tutti.
Gianluca Zappa
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venerdì, 23 giugno 2006

INDOVINA CHI DIFENDE I DIRITTI UMANI?

Il 20 giugno del 2003, Zahra Kazemi, fotoreporter, cittadina canadese anche se persiana di nascita, partiva alla volta dell’Iran, inviata dall’agenzia britannica Camera Press per realizzare la documentazione fotografica per un servizio sull’opposizione democratica al regime integralista di Teheran. Giunta nell’aeroporto della capitale, Zahra ottiene dal Ministero della Cultura, il necessario tesserino che consente di poter soggiornare e lavorare nel paese. La sua è pertanto una presenza legale, autorizzata dalle competenti autorità. Il 23 giugno si reca presso il carcere di massima sicurezza di Evin per fotografare la quotidiana protesta dei tanti parenti ed amici che hanno avuto i propri cari arrestati. Tra i detenuti di Evin vi sono molti intellettuali e giornalisti che hanno espresso posizioni critiche nei confronti della mancanza di libertà e democrazia nel paese. Ma accanto a nomi più o meno noti, non mancano le persone comuni, in genere arrestate a seguito della partecipazione ad iniziative di protesta organizzate dai circoli di opposizione. Purtroppo ci sono anche i “desaparecidos”, per lo più studenti universitari arrestati più o meno arbitrariamente e dei quali si ignora del tutto la sorte. Sono vivi o sono morti? In quali prigioni sono stati trasferiti, se vivi? Per quanto tempo vi rimarranno? Sono domande angosciose anche per i familiari meno politicizzati che accanto agli altri supplicano e protestano per avere almeno qualche notizia dei loro cari. Di questi casi era venuta ad interessarsi Zahra Kazemi. In quel medesimo giorno, a soli tre dal suo ingresso nel paese, proprio di fronte a quel carcere, la reporter canadese viene arrestata con l’accusa di spionaggio. Tre giorni ancora ed è diffusa la notizia del suo ricovero, in stato di coma, in un ospedale della capitale. Qui si spegne ufficialmente in data 10 Luglio. Il referto ufficiale parla di arresto cardiaco per cause naturali. Ma la famiglia Zahra non si fida e per voce del figlio chiede la restituzione del corpo, sia per praticare l’autopsia, sia per dargli degna sepoltura nel paese del quale era cittadina. Le autorità procedono invece ad una frettolosa sepoltura. Su pressione del governo canadese, su richiesta di ambienti riformisti iraniani e con il consenso iniziale di Kathami, nasce una commissione di inchiesta che ribalta la versione ufficiale: la reporter è morta per emorragia cerebrale dovuta a percosse subite durante la detenzione. Questa conclusione mette il governo in una difficile posizione e tuttavia resterà priva di qualsivoglia conseguenza concreta: l’identità degli assassini permane ignota e, nel corso di un successivo processo-farsa, a porte chiuse e senza osservatori internazionali, tutte le colpe sono scaricate su di un’unica sconosciuta guardia, l’ultima ruota del carro.

Questa vicenda, quasi dimenticata, torna però adesso clamorosamente alla ribalta. Secondo “Reporters sans Frontieres” il vero responsabile della morte della fotoreporter sarebbe tal Saeed Mortasavi, attuale procuratore generale di Teheran, ma soprattutto (udite, udite) nuovo rappresentante di Teheran per il… Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che in questi giorni inizia il suo lavoro a Ginevra! Ed il bravo Saeed avrebbe gestito in prima persona il caso di Zahra Kazemi, violentata (risulta anche questo), torturata ed uccisa nella prigione di Evin. Inoltre Saeed, ha al suo attivo la chiusura di oltre 200 giornali iraniani indipendenti e l’arresto di oltre 100 giornalisti. Giustamente, la partecipazione di Mortazavi alla delegazione iraniana è stata considerata da alcuni (il governo di Ottawa in primis) una vera e propria provocazione. Mortazavi comunque non si è lasciato impressionare ed appena è arrivato a Ginevra ha subito attaccato i paesi occidentali per il mancato rispetto dei diritti umani…

Proprio in questi giorni, il ministro degli esteri della S. Sede, mons. Giovanni Lajolo, giunto anch’egli a Ginevra, ha dichiarato: Una visione panoramica del mondo mostra che la situazione dei diritti umani è preoccupante. Se si considerano l’insieme dei diritti enunciati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e nei trattati internazionali riguardanti i diritti economici, sociali e culturali, non esiste un solo diritto che non sia violato nei vari paesi, sfortunatamente anche in quelli che compongono il nuovo Consiglio”. Lajolo si riferiva (anche se non li ha esplicitamente menzionati) ai seguenti paesi: Arabia Saudita, Algeria, Cina, Cuba, Pakistan e Russia. In che mani siamo capitati!

Stefano

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martedì, 20 giugno 2006

DILIBERTO, LA CINA E I DIRITTI UMANI

Lo scorso mese, la Cina ha inaugurato la nuova diga sul fiume Azzurro, un’opera faraonica,  giudicata tra le più pericolose del mondo, per la realizzazione della quale quasi 2.000.000 di persone sono state cacciate dai villaggi natali nella valle dello Yang-Tze. Intanto a Pechino fervono a ritmo serrato i lavori per il completamento degli impianti sportivi e degli avveniristici edifici che faranno da contorno alle prossime Olimpiadi del 2008; il ritmo accelerato dei lavori e la mancanza di tutela dei lavoratori ha già causato una lunga serie di incidenti con numerose vittime. Qualche tempo fa un amico missionario mi spiegava come la Cina (e non solo il mondo arabo) abbia ormai rimpiazzato la presenza degli Occidentali in molti stati dell’Africa. Paesi come l’Angola, la Costa d’Avorio, la Sierra Leone o il Niger si vanno riempiendo di paccottiglia cinese, mentre una parte sempre più rilevante delle esportazioni di petrolio e pietre preziose prende la direzione del “celeste impero”. Questa immagine di potenza e formidabile crescita economica ha entusiasmato persino “pacifisti” come il compagno Jacopo Venier o l’On. Diliberto che si sono espressi in merito nel modo che segue: “A differenza di altrove in Cina la politica mantiene al suo centro categorie come programmazione, previsione, intervento…” (Venier). “Ai mercati vorrei dire che il Paese con la crescita maggiore è la Cina comunista…” (Diliberto). Peccato che il miracolo cinese inciampi di tanto in tanto in pesanti rilievi critici per la violazioni delle norme internazionali sul rispetto dei diritti dell’uomo. La politica di apertura dei mercati lascia negli osservatori più superficiali l’impressione che la Cina vada risolvendo i numerosi e gravi problemi legati alla assenza di democrazia e di rispetto per i diritti umani, mentre invece è piuttosto vero che cresce nel paese il peso (anche economico) dei cosiddetti Lagolai, un mondo parallelo che per certi aspetti potrebbe essere paragonato all’universo concentrazionario nazista o sovietico. Un mondo sconosciuto ai più, non frequentato da giornalisti e uomini politici occidentali, dove sopravvivono milioni di esseri umani senza volto, dimenticati da tutti, costretti ai lavori più pesanti senza alcuna garanzia di tutela della salute o della dignità personale. Nati con fini di rieducazione ideologica, i Lagolai sono diventati per i nuovi dirigenti di Pechino un vero affare, un’autentica “gallina dalle uova d’oro”. Contribuiscono infatti non poco al PIL del paese, offrendo all’obiettivo di una spregiudicata crescita economica una riserva inesauribile di manodopera a costo zero, e senza intralci umanitari o legali. Non è pertanto fuori luogo parlare di un ritorno a forme massive di lavoro schiavistico, e ciò da parte del medesimo governo che ospiterà l’evento vetrina delle prossime Olimpiadi del 2008. A questo aspetto se ne associa un altro, non meno impressionante: il ricorso estensivo alla condanna capitale, applicata con terrificante indifferenza anche per i più futili motivi (ad esempio per furto). I rapporti periodici di organizzazioni umanitarie, come Amnesty International, documentano molte centinaia di esecuzioni per anno, ma per quanto impressionante appaia questa cifra si deve tener presente che si tratta solo della classica “punta dell’iceberg”. In verità nessuno è in grado di sapere il numero esatto delle vittime perché la maggior parte è rappresentata da persone liquidate, senza seccature legali e lontano da sguardi indiscreti, proprio all’interno del girone infernale dei campi. Inutile dire che il sistema legale che presiede a tutto questo è corrotto ed incapace di garantire il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali; altrettanto inutile aggiungere che polizia ed esercito fanno ampio ricorso alle minacce e alla tortura, così anche l’attendibilità delle testimonianze va a farsi benedire. Ed il numero reale delle esecuzioni in Cina si avvicina alla cifra astronomica di 10.000 per anno… Ai condannati a morte è poi imposta la pratica raccapricciante della donazione forzata degli organi, e questo significa che le esecuzioni sono un sistema selvaggio per disporre di un grande numero di organi da trapiantare per lo più a beneficio degli esponenti dell’apparato dello stato e del partito. I medesimi organi possono anche essere rivenduti ad acquirenti stranieri, e questo vuol dire che, in Cina, è lo stato stesso che promuove il traffico di organi umani. Le cose non vanno meglio sul piano dei diritti delle donne e dei bambini, basti pensare che la cosiddetta “Legge del Figlio Unico” impone il ricorso all’aborto forzato per regolare, in base a criteri di opportunità politica, la crescita demografica del paese. Eugenia Roccella ha di recente documentato le spaventose violazioni dei diritti delle donne e dei bambini, mascherate dietro l’apparenza progressista di presunti “diritti riproduttivi”… Delle suddette violazioni appare complice la lobby anti-natalista dell’Unione Europea, che sostiene con propri finanziamenti le agenzie (come l’Unfpa) che collaborano con il governo di Pechino. Naturalmente sono questi finanziamenti che provengono in ultima analisi dalle tasche del contribuente europeo… Quel medesimo contribuente che nel 2008 si piazzerà davanti allo schermo televisivo per godersi, in santa pace, il sano spettacolo dei giochi… Quel medesimo contribuente i cui leaders politici sovente auto-accreditatisi quali protagonisti di “lotte civili” e “battaglie pacifiste e ambientaliste” (come Diliberto) lodano i progressi del grande paese comunista verso i più avanzati standard di sviluppo, democrazia e difesa dell’ambiente…

Stefano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mercoledì, 14 giugno 2006

L'ITALIETTA E L'AMATO CERCHIOBOTTISTA

Torna l'Italietta che non conta e sempre prona alle maggioranze di turno. In pratica la Commissione Amato sulla bioetica mostra questo al resto dell'Europa con un classico cerchiobottismo. La firma è stata tolta e non viene rimessa e la legge 40 (per ora) non si tocca. In pratica i soldi per la ricerca sulle staminali embrionali per quanto riguarda l'Italia non li diamo, ma li sborsiamo per quella all'estero. Ma nessuno si ribella? La scusa di Amato ha poi qualcosa di ridicolo: all'Italia non è conveniente partecipare a blocchi di minoranza all'interno dell'Europa; in soldoni, è meglio stare sempre col più forte, la maggioranza, anche se ha torto, anche a scapito della volontà popolare che non vuole lo sterminio di embrioni. Suvvia, che cosa ci si poteva aspettare da uno che considera l'embrione una "muffa". Ferdinando Adornato (FI) dice: "quanto ha stabilito la commissione è ancora più grave della stessa azione di Mussi"; Monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita ha definito "la decisione un fatto moralmente negativo che indebolisce anche la forza delle altre nazioni firmatarie". Ecco cos'è tornata l'Italia: la serva d'Europa che non rispetta la volontà popolare per far piacere ai poteri forti. Intanto i cattolici margheritoni si fanno infinocchiare ben bene dalla mediazione di Rutelli, in attesa delle decisioni di Mussi. In parole povere se ne lavano le mani e guardano dalla finestra cosa succede invece di forzare la mano al ministro diessino affinché metta rimedio all'idiozia fatta. Mussi intanto tira fuori le sue qualità da avanspettacolo affermando che il suo è un atto “che non riguarda le staminali embrionali nel nostro Paese”!  Visto che non sono di nazionalità italiana non ce ne deve fregare più di tanto. Un genio di demenza.

"Prendo atto con piacere - ha commentato la senatrice della Margherita Paola Binetti, le conclusioni del comitato di governo - della conferma che la legge 40 non sarà toccata, e ribadisco l'assoluta convenienza di rafforzare gli investimenti per la ricerca sulle staminali adulte, campo in cui siamo leader indiscussi", questo riporta La Stampa di oggi, spero che non sia vero questo "piacere" della Binetti che dimostrerebbe l'inconsistenza della sua presenza e anche l'inutilità. L'Ansa però dice che laBinetti presenterà una mozione, staremo a vedere.

Per domani i ministri Mussi e Turco dovranno giustificare queste posizioni in Parlamento e spero che ci sia battaglia. In Europa invece ci facciamo sempre riconoscere: inaffidabili.

Il colpo di mano politico contro la decisione referendaria è in atto e sotto gli occhi di tutti, e per favore non venitemi a dire che Amato ha fatto una scelta equilibrata e di buon senso; è il classico cerchiobottismo buonista e demente di chi cerca di salvare capra e cavoli per infinocchiare gli uni e gli altri, spero che i cattolici non ci caschino.

Paolo Tassoni

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domenica, 11 giugno 2006

E-CAMPAGNA PER L'EMBRIONE

Il sito www.stranocristiano.it ha lanciato una e-campagna per bloccare il voto del Parlamento Europeo – il prossimo 15 giugno – a sostegno delle ricerche su cellule staminali embrionali

Noi italiani abbiamo già espresso la nostra contrarietà alla distruzione di embrioni, astenendoci al referendum lo scorso anno. Non vogliamo finanziare con i nostri soldi questo tipo di ricerche, e vogliamo che la nostra volontà sia rispettata.

 Il testo della lettera lo trovate al link:

 <http://www.stranocristiano.it/battaglie/a_tutti_i_deputati.htm>

 E questo il testo in inglese:

 <http://www.stranocristiano.it/battaglie/to_all_MEPs.htm>

 Al link che segue trovate le istruzioni per spedire la lettera nella versione inglese:

 <http://www.stranocristiano.it/dep/index.htm>

 Leggiamo, clicchiamo, firmiamo, spediamo e diffondiamo l'appello!

LA CITTADELLA

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sabato, 10 giugno 2006

ECLISSI DEL PADRE

Perché nei mitici paesi scandinavi c’è più “libertà” sessuale e che cosa questa libertà in realtà significhi lo spiegava, un po’ di corsa ma con una certa efficacia, Maurizio Blondet in un suo articolo di qualche tempo fa che traeva tuttavia spunto da tutt’altre vicende. Ricordate? Era il periodo delle “vignette” danesi che avevano suscitato disordini, proteste (ed omicidi di povere persone innocenti) in così tante parti del mondo islamico. Scriveva allora Blondet:  Nei paesi scandinavi, lo stato sociale totale si basa, fra l’altro, su un controllo sociale ferreo dell’autonomia economica degli individui. Di fatto, i cittadini s’indebitano fin dall’adolescenza per pagarsi gli studi, la casa, e altri via via. Sul salario, si devono pagare imposte del 50% e più. Legato a questa catena, e senza riserve proprie, lo svedese, o il norvegese o il danese tiene la testa bassa tutta la vita: non parla di politica sul posto di lavoro, e nemmeno con gli amici; non esprime idee anticonformiste o controverse; non suscita né partecipa a polemiche, perché l’etichetta di strano può danneggiare la sua posizione economica, e la sua capacità di servire il suo debito. Certo, nessuno obbliga lo scandinavo a tacere e a servire: lo fa liberamente. Tanto più che le libertà trasgressive (sessuali, ecc.), quelle che non mettono in pericolo il potere, gli sono concesse ampiamente”.

Chissà perché, ma ho ripensato a queste parole quando ho appreso del voto favorevole del Parlamento Danese a favore dell’inseminazione (a spese del contribuente) di donne “single” o lesbiche sull’esclusiva base di una semplice richiesta da parte delle dirette interessate. La nuova legge è passata sotto la spinta della potente lobby gay e femminista, come sempre attiva e bene organizzata, sostenuta dal mondo dei media e dello spettacolo, ma in un clima di sostanziale indifferenza da parte della gran parte della popolazione, soprattutto quella di sesso maschile! Non è facile infatti trovare nel Nord-Europa qualcuno disponibile a sfidare il neo-moralismo imperante con il rischio di essere additato al pubblico ludibrio come intollerante o razzista-omofobo… E’ una scoperta amara che aveva fatto, a proprie spese, anche il regista olandese Theo Van Gogh prima di essere assassinato. Così chi maggiormente si è esposto pubblicamente per opporsi a questa deriva criminale (dato che si decide “per legge” che il figlio nasca orfano, in contraddizione con la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo del 1959) è stata una donna, con un nome che conta qualche cosa nella storia recente della Danimarca: Margrete Auken, esponente storico del movimento socialista, oggi euro-parlamentare per il partito ecologista danese. In un’intervista rilasciata all’indomani dell’approvazione della legge la Auken fa un’affermazione che mi è sembrata davvero rivelatrice di un grave fenomeno culturale del nostro tempo di cui, per conformismo, si parla ben poco: “La domanda da farsi è dove sono gli uomini oggi? C’è un’assoluta debolezza in tutta Europa della figura del padre. Di fronte al dibattito sulla legge per l’inseminazione alle lesbiche in Danimarca non c’è stato un solo uomo che abbia preso posizione in difesa del ruolo del padre. Nei nostri Paesi del Nord gli uomini sembrano spaventati, e non si prendono più responsabilità…”.

E torniamo con ciò alla riflessione iniziale di Blondet. Sembra di capire che lunghi decenni di socialdemocrazia edonista abbiano addormentato la coscienza di molti cittadini europei, lo stato-mamma avrebbe fatto sbiadire la figura maschile dal Nord-Europa. Certo è che in questi paesi, ad una liberalizzazione di qualunque stranezza in tema di costume o sesso, si associa in effetti una persistente diffidenza verso le libertà economiche (ed il rischio e l’imprevedibilità che a queste libertà è connesso), ma si tratta proprio di quelle libertà che rendono il cittadino auto-sufficiente, che lo rendono ovvero capace di provvedere a se stesso e pertanto (relativamente) non ricattabile da parte del potere. Come nel liberalesimo classico, come nel più maturo pensiero “crociano”, come nell’opera di Friedrich Hayek o di Luigi Sturzo, le tanto bistrattate libertà economiche concorrono ad edificare lo spirito di libertà del cittadino, hanno cioè una funzione anche “pedagogica” nel senso che lo educano alla libertà e alla responsabilità, rendono l’uomo “antropologicamente” adulto e libero. Il sistema sociale dalla culla alla tomba (con divertimenti garantiti) finisce invece per avere un costo non di poco conto ed il prezzo da pagare rischia di essere la libertà stessa, nel senso della rinuncia alla piena indipendenza da parte del singolo, della rinuncia ad un protagonismo fattivo. Una rinuncia che si è oltretutto tradotta, in un contesto culturale segnato ormai dal completo stravolgimento delle identità e dei ruoli, in una sostanziale eclissi della figura maschile in ciò che maggiormente gli era specifico: quel mondo complesso di emozioni e relazioni, di responsabilità e libertà, di simboli e significati preziosi che è la figura del Padre.

Stefano

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sabato, 10 giugno 2006

TUTTI A CASA? NON NEL MIO NOME…

Il nostro governo ha annunciato il ritorno a casa dei militari dall’Iraq entro l’autunno di quest’anno. Si tratta di un ritiro gradito ad un vasto arcipelago di sigle, “cattoliche” e non, che avevano contestato non solo l’intervento americano, ma la stessa partecipazione italiana al contingente di pace anche dopo che era stata autorizzata dall’ONU. Potrebbe sembrare una sorta di lieto fine… Se i nostri tornano, non avremo più a lamentare caduti in quelle terre lontane, e quale simbolo più efficace della vocazione pacifista del nuovo governo che il ritiro di un contingente militare da un area dove si combatte e si muore? Inoltre, non è forse vero che anche il precedente governo aveva annunciato il ritiro nel corso del 2006?

Purtroppo le cose non sono così semplici come si vogliono far sembrare. La soluzione “ritiro”, risolti gli aspetti tecnici, è la più semplice unicamente per gli italiani, nel senso che saremo noi i soli a trarne qualche beneficio immediato: sarà innanzitutto un grosso risparmio di risorse economiche; il nuovo governo non dovrà fare i conti con i possibili costi umani della nostra presenza; calerà anche la copertura mediatica da parte della RAI e dei principali giornali e l’IRAQ tornerà pian piano ad essere terra incognita (hic sunt leones e che si ammazzino pure tra di loro) come già era accaduto con la Somalia.  L’arcipelago pacifista festeggerà l’avvento dell’agognata società non violenta, multi-etnica, multi-culturale, ecc. ecc. L’arcipelago terrorista festeggerà anch’esso il trionfo sugli stranieri infedeli, l’isolamento del satana americano, ecc. ecc. Punti di vista... Ma cosa accadrà invece in Iraq? Non è difficile da capire, perché lo abbiamo già visto al termine della missione italiana in Libano: le strutture logistico-sanitarie che gli italiani-brava-gente di certo lasceranno sul posto (per far vedere che non si abbandona la popolazione locale bisognosa) saranno rapidamente saccheggiate; da quel famoso ponte sul Tigri (a lungo difeso anche a grave rischio della vita dai nostri militari) arriveranno gruppi di tagliagole da Bagdad per imporre la loro legge anche nella provincia di Nassirija, fino a ieri una delle più tranquille del paese; e quando accadranno queste cose non ci sarà più neppure uno straccio di giornalista a documentare gli sviluppi. Certo, i nostri ragazzi tornano, ma quella gente resta sola! 

Ma perché non si fa un tentativo serio per capire cosa davvero desiderano da noi e dalla comunità internazionale? Nessuno glielo chiede perchè si ha paura di ascoltare le risposte. Al momento, infatti, la maggioranza dei civili iracheni desidera la presenza delle forze internazionali e, non a caso, in questo senso si sono espressi pressocchè tutti i rappresentanti di gruppi etnici o religiosi che non fossero capi di fazioni terroristiche. L’ultima dichiarazione è di pochi giorni fa da parte del leader religioso dei Caldei di Amadiyah e di Erbil, mons. Rabban Al Qas, secondo il quale la presenza dei militari stranieri “è necessaria non solo per arginare le violenze di stampo religioso, istigate dall’esterno, ma soprattutto per il mantenimento di ciò che si è già lentamente costruito”. Alla domanda se fosse stato un errore la guerra contro Saddam Hussein, Al Qas ha risposto: “oggi l’Iraq sarebbe stato molto peggio senza l’intervento degli USA. Sui media internazionali si vedono solo le bombe e le esplosioni, che purtroppo sono una realtà, ma non l’unica (…) c’è anche chi lentamente costruisce e aspetta con fiducia il più grande passo: la formazione del nuovo governo”. Alla domanda riguardo l’opportunità di una  presenza di soldati stranieri nel paese ha ancora risposto: “I militari italiani e statunitensi come tutti quelli impegnati nel Paese sono importanti, anche per il controllo delle frontiere, in particolare con l’Iran e la Turchia, da dove arrivano le armi e i miliziani”. Ha concluso infine: “solo un nuovo governo, inizialmente sostenuto da una grande forza, sarà in grado di disciplinare l’Iraq”. E non si tratta delle valutazioni di un personaggio isolato poiché dichiarazioni analoghe si sono moltiplicate nel corso delle ultime settimane. Anche la massima autorità religiosa del paese, il grande ayatollah degli Sciiti, Ali Al-Sistani, si è espresso sostanzialmente in tal senso, auspicando oltretutto da parte delle autorità “un’ azione decisa per eliminare i gruppi armati attivi nel Paese”. Al Sistani ha anche affermato: “le armi devono essere nelle mani delle sole forze governative, le quali devono essere ricostruite su basi sane e devono fedeltà solo alla nazione, e non ai partiti politici”. Proprio quel che stava facendo a Nassirija il contingente italiano. Ciò rispecchia l’idea prevalente nel popolo iracheno, che siano proprio le milizie di partito ed i gruppi terroristici penetrati da oltre frontiera ad aver fatto precipitare la situazione in Iraq. 

Insomma in autunno saremo fuori dall’Iraq e l’Iraq sarà un po’ più solo... Cari amici del governo se la vostra ricetta per la risoluzione della crisi irachena è “tutti a casa”, ciò che mi sento di dire (nel pensiero angoscioso di ciò che potrebbe un domani accadere) è “non nel mio nome”.

Stefano

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giovedì, 08 giugno 2006

AMNIOCENTESI EUGENETICA

Stavolta vi parlo di una donna che conosco molto bene. Ha 36 anni e aspetta un figlio. Il ginecologo le ha proposto l'amniocentesi (solito ritornello. Lo fanno per dovere professionale, per carità, anche se nel caso specifico il medico è anche il direttore del reparto che fa questo tipo di analisi all'ospedale pubblico). La donna era riluttante, per vari motivi, primo fra tutti quello di una legittima paura. Anche sua madre era contraria. Ma in pratica è stata costretta dal marito a sottoporsi all'amniocentesi. Quel giorno, all'ospedale, erano in sette donne, tutte lì per lo stesso motivo. Ora la ragazza, al quarto mese di gravidanza, è in attesa del responso.

C'è da chiedersi adesso, con un certo terrore, che cosa accadrebbe in quella povera famiglia nel caso in cui il referto delle analisi rivelasse un qualche handicap, una qualche malformazione del feto, o meglio, del bambino che deve nascere. Ve lo immaginate che razza di dramma? Nascerebbe il problema di portare avanti il bambino o di eliminarlo. Un problema che ricade soprattutto sulla donna, non certo sul marito. eliminare il figlio, e al quarto mese. Si può fare? La legge lo consente? Chiedo lumi a chi ne sa più di me.

Comunque il primo dato che emerge è che è la donna e solo la donna a "scontare" una gravidanza tardiva, spesso, come in questo caso, soffrendo una vera solitudine all'interno della sua stessa famiglia. Contro voglia viene sottoposta ad un'analisi pericolosa, vive l'angoscia del risultato, e forse dovrà scegliere se sopprimere una vita, circostanza tanto più dolorosa quanto più se ne è consapevoli. A ciò si aggiunge tutto il calvario delle interpretazioni delle analisi, le analisi aggiuntive, e poi il parere dei medici, e la pressione dell'ambiente, e la pace familiare da salvare... La legge consente l'aborto "terapeutico" fino a sei mesi (epoca in cui un bambino è perfettamente formato) perchè quando la 194 è stata approvata era quello il termine entro il quale la speranza di vita del bambino era bassissima. Oggi in certi casi un bimbo può sopravvivere anche a quattro mesi e mezzo. La scienza ha fatto progressi, la legge è rimasta ferma.

Il secondo dato è che l'amniocentesi altro non è che un'analisi che sottintende una cultura di tipo eugenetico, niente affatto diversa da pratiche eugenetiche messe in atto dai peggiori regimi totalitari che la storia ha conosciuto. Non mi stupirei se in futuro diventasse obbligatoria. Magari avremo anche campagne del Ministero della Sanità, con spot pubblicitari che invitano le donne a farla. In un futuro allucinante, potrebbe essere un reato decidere di non sopprimere un bambino malformato, cioè di mettere al mondo un essere che costituisce un potenziale pericolo o un peso per la società del benessere.

La cultura eugenetica va a braccetto proprio con la cultura del benessere, della "qualità della vita", che deve essere alta, per forza. In questa cultura non c'è posto per chi ha una "qualità" bassa, per chi non riesce ad agganciare lo standard prefissato. L'idea è che dobbiamo essere pochi e tutti sani, in modo che si possa vivere bene. Per raggiungere questo obiettivo non ci si fa scrupolo di eliminare i non adatti o quelli in sovrappiù. Tutto deve essere rigidamente programmato, la vita deve essere governata e indirizzata, l'imprevisto non deve esistere. Un bel sogno, che sempre si trasforma in un incubo. Un paradiso per alcuni, per i pochi fortunati che hanno la possibilità di accedervi.

Questo stiamo vivendo, con questo dobbiamo fare i conti, questo dovremmo avere l'onestà intelettuale di riconoscere. Siamo una società che ha assimilato il sogno nazista della razza pura e forte. In realtà siamo degli esseri miseri e deboli, che non sanno più accettare la vita così come viene e che hanno paura, perchè non hanno più la forza e il coraggio di chi sa affrontare il dolore e il sacrificio.

Gianluca Zappa

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