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meeting

lunedì, 29 agosto 2005

CONTRO IL DARWINISMO:

 

Quando si parla di evoluzionismo, ho notato che i cattolici sono spesso sulla difensiva e, quasi impauriti dall'aggressione della mentalità dominante, si affrettano subito a dire che "anche la Chiesa approva l'evoluzione". Il che in parte è vero, a patto che si sia molto chiari.

Se torno su questa questione che mi sta molto a cuore, è perché di recente il cardinale di Vienna Christoph Schönborn è intervenuto in merito sul New York Times proprio con la necessaria chiarezza.

Dall'articolo si evince che la Chiesa non approva per niente l'evoluzione in senso neo-darwiniano, intesa cioè come un processo di variazione casuale e selezione naturale, senza una guida e senza un piano. C'è evidentemente un progetto nella natura, o, se vogliamo usare la terminologia di alcuni giovani scienziati americani, un intelligent design. "Un sistema di pensiero che neghi o tenti di confutare la palmare evidenza di un disegno biologico - afferma Schönborn - è ideologia, non è scienza".

Il cardinale di Vienna cita a sostegno alcuni pronunciamenti ufficiali, come quello di Giovanni Paolo II all'udienza generale del 1985:

"Tutte le osservazioni concernenti lo sviluppo della vita conducono a un'analoga conclusione. L'evoluzione degli esseri viventi, di cui la scienza cerca di determinare le tappe e discernere il meccanismo, presenta un interno finalismo che suscita l'ammirazione. Questa finalità che orienta gli esseri in una direzione,di cui non sono padroni né responsabili, obbligaa supporre uno Spirito che ne è l'inventore, il creatore".

Finalismo, dunque. Che le cose si siano evolute in un certo modo è ammissibile, ma solo perchè Qualcuno l'ha voluto, non perché la natura è andata avanti a caso. Insomma, la Chiesa crede ragionevolmente che un Inventore abbia creato i meccanismi perfetti e complessi che ammiriamo in natura (perfino nei piccoli esseri monocellulari); non ci obbliga a credere (come fanno i neo-darwinisti) nella favoletta del tornado che infuriando in uno sfasciacarrozze mette insieme un Boeing (è l'efficace metafora di Fred Hoyle, un fisico tra i più liberi ed originali critici del darwinismo).

"Parlare di caso - continuava Giovanni Paolo II - per un universo che presenta una così complessa organizzazione  negli elementi e un così meraviglioso finalismo nella vita, significa rinunciare alla ricerca diuna spiegazione del mondo come ci appare. In realtà, ciò equivale a voler ammettere degli effetti senza causa. Si tratta di una abdicazione dell'intelligenza umana, che rinuncerebbe così a pensare, a cercare una soluzione ai suoi problemi".

Più esplicito di così!

Del resto anche il Catechismo della Chiesa cattolica, al numero 295, recita: " Noi crediamo che il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso."

E per rincarare la dose, il cardinal Schönborn cita anche Benedetto XVI, che recentemente ha dichiarato: "Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario."

Insomma, quello che la Chiesa mette in discussione è proprio il dogma del neo-darwinismo, e cioè che l'evoluzione è frutto di una combinazione tra caso e selezione naturale, perché, come ha recentemente dichiarato sulla rivista Focus il genetista Edorardo Boncinelli, "non c'è un progetto organico alle spalle, tutto avviene per tentativi".

Questa è pura ideologia, dice la Chiesa, non è scienza; e in questa sua accusa fa la parte dell'eretica rispetto al pensiero dominante del neo-darwinismo, con le sue cattedre e i suoi centri di potere. Anche a Galileo toccò la parte dell'eretico a suo tempo, ma aveva ragione lui.

Corsi e ricorsi storici. A parti invertite.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, ideologia, darwinismo
venerdì, 26 agosto 2005

RIMINI RIMINI RIMINI

A Rimini con la famiglia per coniugare quattro emme (moglie, marmocchi, mare, Meeting).

Vorrei partire dai fuochi d’artificio. E’ incredibile: in una settimana ho assistito a quattro spettacoli di fuochi artificiali. Ma mica roba dozzinale… tutt’altro! Tanta arte pirotecnica io l’ho vista solo nelle feste patronali della mia città, e nemmeno.

“Cosa si festeggia qui?”, mi chiedevo. Niente. E’ un’usanza degli stabilimenti balneari che, a turno, danno spettacolo, con tanto di festa annessa, a base di piadina, vino e orchestrina suonante.

E’ la festa del bagnino, se volete, o forse quella del dio-estate, o del dio-rimini, o del dio-piacere. E’ un’inflazione del divertimento e dello spettacolo, un’inflazione del rito.

E’ come se mi avessero ucciso la gioia dei fuochi artificiali. Dalle nostre parti li fanno ogni tanto e, quando li fanno, sai sempre che c’è un motivo importante; perché quei botti costano assai, e i vari comitati dei festeggiamenti faticano un anno intero a racimolare gli svariati euri necessari alla bisogna. Ma quando, una volta o due volte all’anno, senti quei botti nel cielo, allora è veramente festa. Se fosse festa tutti i giorni, dove andrebbe a finire la palpitazione dell’attesa, il gusto della novità, la gioia dell’avvenimento? E quei botti sono belli comunque, anche se magari durano poco e non sono effettivamente gran che.

A Rimini, invece, nello spazio di sette giorni te li propinano per ben quattro volte, e sempre splendidi, sempre di altissimo livello! Beati loro? No. Tristi loro! Perché così uccidono la gioia. E non hanno più riti.

Ricordate il piccolo principe di Saint-Exupéry? E’ la stessa cosa. Era invaghito di una rosa, che riteneva unica al mondo, speciale, rarissima, e si sentiva come benedetto da tanta fortuna. Poi arriva sulla terra e s’imbatte in un roseto. Ma allora quella rosa non era unica? No, è uguale a tante altre. Davanti a quell’inflazione di rose, il piccolo principe perde ogni gusto.

Lascio il lungomare (dove il discorso più impegnato e serioso che ho sentito fare è stato quello di un uomo-maratoneta sulla battigia con la moglie: “Un’ora di camminata smaltisce un certo tot di kilocalorie”), lascio lo stabilimento balneare (dove gruppi di ragazzine, belline e ben vestite, passano il tempo a giocare a carte al bar, come i vecchi all’osteria) e m’inoltro nei padiglioni della Fiera, al Meeting per l’amicizia tra i popoli (dove uno stuolo di ragazzi lavorano, faticano, ascoltano e cantano). Parla Juliàn Carron, la nuova “guida” di CL, su un tema fantastico: “La libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini”. C’è un passo che mi colpisce e che voglio condividere con voi:

“Noi non ci accontentiamo delle soddisfazione dei nostri desideri più immediati. Quanto più si compiono questi desideri tanto più viene a galla che desideriamo qualcosa di più. La nostra esperienza, se uno fa attenzione a quello che essa ci dice ed è leale con quello che emerge da essa, ci fa scoprire la vera natura del nostro desiderio, che non si esaurisce mai… Il dramma comincia quando la vita risponde di “sì” e questo non basta. Quando un uomo fa questa esperienza con il lavoro, la moglie, le cose… finisce per domandarsi: allora, che cosa basta?”.

A Rimini c’è tanto da vedere, tanto da toccare, tanto da sperimentare. E’ il bengodi della soddisfazione del desiderio immediato. Ma tutto questo convive con una gran noia. Perchè tutto questo non basta, non può bastare al cuore di un uomo.

Lascio il lungomare, coi suoi fuochi d’artificio, belli ma vuoti, e vado a respirare le stelle da un’altra parte. Io sono fatto per l’infinito, come mia moglie, come i miei marmocchi, come il mare. L’ho capito di nuovo, l’ho percepito di nuovo. Grazie alla quarta emme.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, religione, attualità
venerdì, 26 agosto 2005

"Voglio un figlio tuo....e niente più"

Sotto studio da ben quattro anni è l'ultima trovata di de Mol, quello del Grande Fratello. Questo mercoledì in Olanda è uscita su un canale privato la prima puntata sperimentale di questo nuovo reality-immondizia che evidenzia tutto il naufragio intellettuale ed etico del nostro malandato continente. In parole povere ecco cosa accade: due donne, nel caso della puntata sperimentale una single e una lesbica, gareggiano per conquistare un donatore che poi inseminerà la vincente. Ecco tutta la degradazione dell'essere umano, dei suoi gesti, delle sue intenzioni, di ciò che è alto e sublime come la generazione di una nuova vita.  Naturalmente il reality per suscitare interesse deve inventarsi cose nuove, escogitare situazioni limite per crearci intorno un po' di interesse, ma di questo passo si arriverà al tanto famoso "The Truman Show" dove un bambino viene fatto crescere in una realtà totalmente fittizia, con finti genitori, finta fidanzata e finta vita. Ecco quello che viene proposto, con guadagni miliardari: immondizia allo stato puro dove si consuma una tragedia, perché "Voglio un figlio tuo" è finalizzato alla nascita di un bambino.....e poi? Ma nella testa di questi irresponsabili frulla qualche pensiero o il nulla?In Olanda, anche nella permissiva e gaia Olanda, le polemiche sono molte, addirittura si è proposto un dibattito parlamentare. Lo "sperma-show", così chiamato già in fase sperimentale, si propone come l'estrema e ultima banalizzazione dell'atto procreativo, una caricatura, un giocattolo deforme per chi gioca con tutto, anche con gli esseri umani. Di questo passo c'è veramente da preoccuparsi, c'è da fare un'esame nell'intimo della nostra cultura che si allontana sempre di più dal suo centro sacro, da ciò che dà ed è il fondamento della libertà, Gesù Cristo. Libertà che non diventi un mostro onnivoro che si nutre di scempiaggini e aberrazioni come questo nuovo reality, ma una libertà che abbia senso e responsabilità. Ubriachi di capricci, non riflettiamo più sulle cose e sul loro valore. L'esperienza del referendum sulla fecondazione assistita è stata fondamentale in tal senso, anche se presto dimenticata. Ha dato un surplus di pensiero a tanta faciloneria diffusa, anche per merito di una Chiesa unita che ha saputo mantenere saldo e inviolabile il valore della vita umana in una società impazzita e assuefatta di onnipotenza barbara, degna creatrice di cotanta spazzatura sotto forma di reality. Solo all'interno del cristianesimo ogni cosa viene riconosciuta nel suo vero valore, come la procreazione, mirabilmente inserita all'interno di un sacramento come il matrimonio acquista una sostanza che all'infuori di esso si perde nel capriccio e nel semplicismo come si può facilmente notare.
Paolo Tassoni
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categoria: cultura, cinema & tv, attualità
martedì, 23 agosto 2005

Dall'omelia del Santo Padre a Colonia


Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l'accetta nel suo intimo e la trasforma in un'azione di amore. Quello che dall'esterno è violenza brutale - la crocifissione -, dall'interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1
Cor 15, 28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l'atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. [...]


Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di Redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso.[...]

Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l'unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L'adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo.[...]
Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni.[...]
L'Eucaristia deve diventare il centro della nostra vita. Non è positivismo o brama di potere, se la Chiesa ci dice che l'Eucaristia è parte della domenica.[...]

Cari amici! Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare all'Eucaristia domenicale ed aiutate anche gli altri a scoprirla. [...]
Scopriamo l'intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa. Con l'amore per l'Eucaristia riscoprirete anche il sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio alla nostra vita.
Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: Non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un boom del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c'è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del "fai da te" alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell'ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! [...]

Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati movimenti e comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino che insieme continuano a seguire la strada del grande pellegrinaggio che i Magi dell'Oriente ci hanno indicato per primi. La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli. [...]

Andiamo avanti con Cristo e viviamo la nostra vita da veri adoratori di Dio! Amen
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categoria: religione, attualità, santo padre
venerdì, 19 agosto 2005

I SASSI DAL CAVALCAVIA

E LA NOIA CHE RENDE STUPIDI

Si annoiano da morire, li divora il tedio, e allora s'inventano giochi stupidi e pericolosi. Gettare massi da un cavalcavia, andare in giro a bruciare le auto degli altri, correre in macchina contromano su una tangenziale, organizzare messe nere e sacrifici umani rituali… Che gli scherzi siano questi o siano altri di minor peso, c'è un minimo comun denominatore: la noia, questo male che si è attaccato al collo di molti giovani, questo coltello sporco alla gola che è inevitabilmente presente nei loro discorsi e nella loro vita.  Lo spleen baudeleriano (agli inizi proprio soltanto di una ristretta cerchia d'intellettuali bohemiens che avevano succhiato tutto il midollo dell'esistenza) è divenuto fenomeno di massa, esperienza di tutti. Sotto questo aspetto non c'è alcuna differenza tra il piccolo delinquente alcolizzato di paese, che getta massi sulle automobili uccidendo un padre di famiglia, e il giovane per bene che passa i pomeriggi in piazza.

Inutilità del vivere e, soprattutto, mancanza di responsabilità, nel senso etimologico del termine. Questi non rispondono proprio a nessuno, solo a se stessi. L'unico dio è il loro egoismo, il loro capriccio, la loro "libertà".

E' strano, comunque, come abbiano la necessità, per divertirsi un po', per "giocare", di sottomettersi ad una disciplina. Voglio dire, gettare massi da un cavalcavia o progettare l'incendio di un'auto non è mica una cosa facile. Occorre un piano, una tattica; occorre studiare ogni particolare e, soprattutto, avere un gruppo, dentro il quale magari c'è un capo cui si deve totale, cieca obbedienza. Si dicono dunque liberi, ma in realtà si sottopongono a regole ferree. Loro, i figli senza più padri ingombranti, vivono sottomessi a una nuova e inquietante autorità.

C'è stato un tempo in cui l'autorità emanava direttamente da un Padre che era al di sopra di tutti. E bisognava venerarlo e seguirne i comandi. Chi lo faceva, chi obbediva, chi si uniformava autenticamente ai suoi precetti operava il bene, costruiva il bene. Ecco, per esempio, quello che mille anni fa il santo re Stefano d'Ungheria scriveva nel suo testamento spirituale al figlio e successore al trono:

"Figlio mio carissimo, dolcezza del mio cuore, speranza della mia futura discendenza, ti scongiuro e ti comando di farti guidare in tutto e per tutto dall'amore, e di essere pieno di benevolenza (…). Se praticherai la carità, arriverai alla suprema beatitudine. Sii misericordioso verso tutti gli oppressi. Abbi sempre presente nel cuore il modello offerto dal Signore quando dice: "Misericordia io voglio e non sacrificio". Sii paziente con tutti, non solo con i potenti ma anche con i deboli.

Infine sii forte, perché non ti inorgoglisca la prosperità, né ti abbatta l'avversità. Sii anche umile, perché Dio ti esalti ora e in futuro. Sii moderato e non punire o condannare alcuno oltre misura.

Sii mite e non voler mai mettere in opposizione con la giustizia.

Sii onesto, perché non abbia mai a procurare volutamente disonore ad alcuno. Sii casto, perché tu abbia ad evitare, come spine di morte, le sollecitazioni malvagie.

Tutte queste cose, qui sopra elencate, danno splendore alla corona regale, mentre, senza di esse, nessuno è in grado di regnare come si conviene quaggiù, né di giungere al regno eterno".

Queste parole sono state scritte nel "buio" medioevo, il cui splendore, in realtà, non è nemmeno lontanamente paragonabile alla buia età in cui viviamo. Colpisce, in questo testamento, la concezione della vita come compito e il senso di responsabilità verso gli altri uomini. Solo in questo modo non c'è possibilità di annoiarsi. Tutto ciò veniva dal riconoscere, come dicevo, l'autorità suprema del Padre celeste, alla quale anche un re, potente e venerato, doveva sottomettersi.

Oggi quel Padre è stato detronizzato dal cuore di molti giovani. Il suo palazzo è stato abbattuto. Lo hanno distrutto dicendo che l'uomo sarebbe stato più libero. Ma è stato un inganno.

Lo svelava già, nella Cittadella, Antoine de Saint-Exupéry a metà del secolo scorso: una volta abbattuto il palazzo, "gli uomini diventeranno bestiame sulla piazza pubblica, e, per non annoiarsi tanto, inventeranno dei giochi stupidi che saranno ancora retti da regole, ma da regole meschine. Perché il palazzo può favorire i poemi. Ma qual poema si può scrivere sulla futilità dei dadi lanciati in aria? Forse essi vivranno ancora a lungo dell'ombra dei muri, di cui sentiranno la nostalgia destata dai poemi, ma poi l'ombra stessa svanirà e non li comprenderanno più".

Una profezia, o, se preferite, un'incredibile istantanea di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.

Gianluca Zappa

 

 

 

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martedì, 16 agosto 2005

"VIANDANTE, SE GIUNGI A SPA…"

 

"Che Dio sia presente nella vita pubblica con segno della croce", ha chiesto Papa Benedetto XVI nel giorno dell'Assunzione della Vergine Maria. Un esplicito invito a che il crocifisso resti nei luoghi pubblici, che la croce non venga cancellata. E mentre la Croce Rossa Internazionale, imbarazzata e impaurita, cassa il simbolo dal suo stemma, sostituendolo con un rombo rosso (spiegatemi voi che cavolo di forza e speranza può dare a un malato un rombo rosso), il Papa, in controtendenza, come sempre accade alla Chiesa, si lancia in questa difesa del simbolo della croce. E aggiunge: "Quando scompare Dio, l'uomo non diventa più grande".

Per un'immediata associazione d'idee, l'appello del Papa mi ha richiamato alla memoria un eccezionale racconto di Heinrich Böll, dal titolo, inizialmente sibillino, "Viandante, se giungi a Spa…".

Il protagonista (lo scopriamo a poco a poco) è un giovane soldato tedesco che ha appena riportato una grave ferita alla gamba. Siamo in Germania, al tempo del Nazismo. In uno stato di semicoscienza, il ragazzo viene introdotto in una scuola, trasformata in ospedale. Attraverso una serie di particolari, colti in sequenze allucinate, il ragazzo si rende conto lentamente che quella scuola è la sua scuola, il liceo classico dove, solo tre mesi prima, era uno studente come tanti altri. Viene infine portato dentro un'aula, dove avverrà l'amputazione della gamba. E lì, finalmente, ha la prova che si trova nella sua scuola, anzi, proprio nella sua classe, dove tre mesi prima aveva scritto sulla lavagna la frase del titolo senza riuscire a finirla, perché si era regolato male con la grandezza delle lettere e gli era toccato anche il rimbrotto del professore di disegno. La frase è ancora lì, sulla lavagna. Non c'è stato tempo per cancellarla, la guerra ha interrotto ogni normale attività scolastica. La frase è l'inizio dell'iscrizione collocata dai Greci alle Termopili, sul luogo dove caddero trecento Spartani: "Viandante, se giungi a Sparta annuncia ai Lacedemoni che noi giaciamo qui, per obbedienza alle loro leggi".

Con orrore, scopriamo insieme al giovane protagonista che egli è ormai diventato un tronco, privo di braccia e della gamba destra. Anche lui, come quegli spartani, è caduto in obbedienza alle leggi dello Stato. E' una denuncia fortissima dell'orribile realtà della guerra e della retorica con cui molti giovani vengono mandati al massacro.

Ma cosa c'entra tutto ciò con l'appello del Papa? C'entra, moltissimo, perché l'attenzione del protagonista si sofferma a un certo punto su un particolare. E qui riportiamo integralmente un passo del racconto.

"Riscontrai un'altra coincidenza: sopra l'uscio, un tempo, pendeva una croce, quando la scuola si chiamava ancora S.Tommaso, e a quel tempo avevano tolto il crocifisso, ma restava ancora stampata sul muro una macchia cruciforme, fresca, color giallo scuro, nitida e precisa, che si vedeva quasi meglio del vecchio, piccolo, slavato crocifisso di un tempo, che avevano allontanato. L'impronta della croce rimaneva bella e pulita, sull'intonaco sbiadito del muro. Quella volta, furibondi, avevano ridipinto a nuovo l'intera parete, ma non era servito a nulla: l'imbianchino non aveva azzeccato il colore giusto. La croce restava lassù, brunastra, ben visibile, mentre il resto del muro era rosa. Avevano imprecato a tutta forza, ma invano: la croce restava dov'era, bruna e ben visibile, sul rosa della parete, e io credo che abbiano dato fondo a tutto ciò che potevano spendere in colori senza cavare un ragno dal buco. La croce era ancora là, e se si guardava attentamente si distingueva persino un'impronta obliqua lungo il braccio destro, là dove per anni era stato appeso il ramoscello di bosso, che il bidello fissava là dietro, quando era ancora permesso appendere i crocifissi nelle scuole".

Eh sì… l'abolizione del crocifisso nelle scuole era stata imposta dal regime nazista. Al suo posto, delle belle gigantografie di Adolf Hitler. La grande arte di Böll insiste su quell'ostinata volontà di cancellare anche solo l'ombra del crocifisso; ma l'impronta resta, indelebile, come una sfida. Quei nazisti che, "furibondi", fanno di tutto per eliminare il crocifisso da uno spazio pubblico, assomigliano tanto a coloro che oggi predicano di fare lo stesso.

Il Papa ci ricorda che "Quando scompare Dio, l'uomo non diventa più grande".

Pensando a certi illustri precedenti, forse è meglio che i crocifissi restino ancora a lungo negli spazi pubblici.

Gianluca Zappa

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martedì, 16 agosto 2005

NON C'E' PIU' RELIGIONE?

 

Hanno goduto, si sono beati, si sono presi la loro bella rivincita dopo la musata del referendum… peccato che per fare tutto questo hanno avuto bisogno di cifre taroccate. Repubblica (vera bibbia del laico fighetto, dell'intellettuale sempre aggiornato, e della "meglio gioventù") è riuscita magicamente a far diventare realtà quello che è un desiderio serpeggiante tra tutti i trombati del referendum: assistere al crollo dell'influenza devastante della Chiesa cattolica sulla società italiana. E così ha lanciato un grido liberatorio: l'ora di religione nelle scuole è in declino, "uno studente su tre sceglie l'ora alternativa". Non c'è più religione! Evviva! E così sia.

Francesco Merlo, sul suddetto giornale-bibbia, il giorno dopo lo scoop scriveva al culmine della gioia: "Hanno vinto (soggetto, i cattolici, ndr) il referendum sulla procreazione assistita e ora perdono l'ora di religione". Poi è venuta la secca smentita del Ministero dell'Istruzione: sono cifre inattendibili, della cui diffusione Repubblica si assume tutta la responsabilità. Smentita anche dalla CEI, al cui osservatorio risultano cifre diverse. Commento di Dino Boffo su Avvenire: "Non hanno digerito il risultato del referendum, questo è ormai chiaro".

E adesso alcune considerazioni nostre.

Cominciamo dalla disinvoltura con cui Repubblica costruisce uno scoop su cifre false, creando un finto "caso". Sensazionalismo? Bisogno di tirare a campare nel periodo estivo? Certo, c'è tutto questo. Ma la scorrettezza dell'informazione resta tutta. Informazione spazzatura, degna del giornale che la diffonde. Il tutto in funzione almeno di un paio di scopi: tirare la volata ad altri studenti che potrebbero decidere di "non avvalersi" tra circa un mese (una sorta di spot, insomma); colpire il Governo che si è reso colpevole dell'immissione in ruolo di qualche migliaio di professori di religione che a questo punto diventerebbero superflui.

Seconda considerazione: non c'è da meravigliarsi tanto del crescente numero di studenti che non si avvalgono dell'ora di religione (il fenomeno esiste, è una tendenza risaputa, non c'è nessuno scoop), quanto piuttosto del numero ancora piuttosto alto di coloro che continuano a sceglierla. E soprattutto alle superiori, dove uno studente sa bene che: 1- la valutazione che consegue non conta niente (come anche il docente che l'emette, che non ha voce in capitolo in un consiglio di classe); 2- il suo impegno non viene nemmeno considerato, come invece sarebbe giusto, in fase di assegnazione del credito formativo (vale molto di più la frequenza di un corsetto di decoupage); 3- i suoi compagni, mentre lui sta in classe, per la maggior parte o se ne stanno in giro per la scuola (lo chiamano, benedetti eufemismi, "studio non assistito"), oppure hanno il privilegio di un'entrata posticipata o di un'uscita anticipata, a seconda dei casi. Dati questi presupposti, chi decide di avvalersi dell'ora di religione è: a) un cretino autolesionista; b) un sottomesso alla famiglia, che sceglie per lui; c) un ragazzo che ha pietà per il docente di religione, che altrimenti perde il posto; d) uno che, per qualche oscuro motivo, considera importante per sé quell'oretta. Mettete la croce dove vi pare; io la metto di preferenza sull'ultima opzione. Secondo me l'alto numero di studenti che si avvalgono è un dato quanto meno interessante, tanto più se si considera che moltissimi Istituti (come quello in cui ho insegnato per otto anni) non programmano proprio niente di alternativo. Che un bel po' di giovani preferiscano qualche cosa al nulla dovrebbe essere un buon segno, e dovrebbe farci esultare.

Invece, terza e ultima considerazione, questi signori si rallegrano del contrario. Meglio il nulla che l'odiata religione cattolica. Mi sembra un segnale molto evidente di quello spirito di crociata, di odio ideologico, che è ben radicato in certi campioni del laicismo. Ma ve lo immaginate il Merlo fare la linguaccia e ripetere, canzonatorio, "Voi avete vinto il referendum, ma perdete l'ora di religione"? Gnè gnè gnè! Siamo arrivati a scimmiottare i ragazzini che litigano, abbiamo toccato il fondo. Uscite di questo tenore sono la dimostrazione che non siamo affetti da sindrome di persecuzione: il laicismo becero e bacchettone esiste davvero. Non perseguita i cattolici solo perché non lo può fare, ma vorrebbe tanto farlo.

E mettiamo pure, per un'ipotesi assurda, che a Settembre ci si trovi di fronte ad un crollo verticale delle iscrizioni all'ora di religione. Di che rallegrarsi? Quell'oretta, pur se fatta male, molto spesso è l'unico momento di dialogo, di confronto, l'unica possibilità di sentire "un'altra campana" rispetto a quella martellante dell'ideologia al potere. Quando è fatta bene, è un momento per riflettere su se stessi, per diventare più profondi, per conoscere quel patrimonio di fede, arte e cultura che la religione ha generato e che è giunto fino a noi. C'è da rallegrarsi di una gioventù che scappa da se stessa e dalle proprie radici? Boh! Facciano pure.

 

Noi cattolici, nel frattempo, guarderemo con interesse a quel milioncino di ragazzi radunati a Colonia, e pregheremo per loro, perchè quel raduno sia l'occasione per incontrare (o per ritrovare) Gesù Cristo, l'unico in grado di rispondere a tutti i desideri del loro cuore.

Gianluca Zappa

 

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giovedì, 11 agosto 2005

NOZZE GAY.

A VOLTE RITORNANO.

 

Dobbiamo rassegnarci. Sta già succedendo e succederà sempre più spesso. Basterà che una coppia di omosessuali chieda in un Comune qualsiasi di sposarsi, per creare il tipico "caso" e alimentare così un dibattito che evidentemente qualcuno vuole mantenere "caldo". Le richieste (e, possiamo anche dirlo, le pretese) di una ristretta minoranza della popolazione (checchè ne dica la stampa e il can can che periodicamente viene creato, si tratta infatti di una percentuale molto bassa, come ha dimostrato Assuntina Morresi giorni fa sul Foglio), diventano un grave caso di coscienza, una questione di civiltà. Chi si oppone alla vera e propria pretesa di una parte del mondo omosessuale, che reclama il diritto di definire matrimonio e famiglia l'unione tra due persone dello stesso sesso, è senza mezzi termini definito omofobo, intollerante, razzista, violento.

Il copione si ripete uguale ovunque, anche nella mia città, dove ho avuto modo di intervenire pubblicamente nel dibattito, discutendo con un amico giornalista, che peraltro stimo molto.

Diciamo subito una cosa: la violenza non la stanno facendo coloro che difendono la famiglia tradizionale (per intenderci, un uomo e una donna che si impegnano con un vincolo davanti alla comunità - e davanti a Dio, nel caso siano religiosi; un uomo e una donna ho detto, dalla cui unione possono nascere dei figli, come natura vuole, che sono la risorsa e il futuro della società). Chi difende la famiglia tradizionale, non sta imponendo a nessuno una propria visione, una propria idea, ma una realtà vitale, un'istituzione che ha ricevuto da millenni di storia, che è secondo la dinamica naturale, e che fino ad oggi ha funzionato piuttosto bene.

 

La violenza la fa chi vuole riscrivere (come il signor Zapatero) l'istituzione famiglia e matrimonio, sulla base di un'ambigua ideologia per cui bisogna rispettare le voglie e i capricci di tutti, anche fossero due o tre, e solo così si può essere definiti (ed esserlo sul serio) liberali e democratici.

 

Questa posizione ha dalla sua il vantaggio di sembrare più "aperta" e tollerante. In realtà è un inganno, perché include tutto e il contrario di tutto. Nel dibattito in cui sono intervenuto ho fatto un esempio: immaginiamo che il signor A discute col signor B su cosa sia un essere umano. Il signor A lo definisce un quadrupede intelligente e razionale, mentre il signor B lo definisce un quadrupede e basta. La definizione di B è molto più "comprensiva"; il risultato è che per B un rinoceronte è un uomo (con grandi ringraziamenti da parte dei rinoceronti, ma con qualche dubbio sulla salute mentale del signor B). La definizione di B è più comprensiva perché è meno specifica, meno chiara, contiene meno informazioni.

 

Questi signori che si fanno paladini dei diritti delle minoranze gay e che si definiscono aperti e tolleranti, devono, per favore, darci delle risposte, delle spiegazioni, delle informazioni. Noi sappiamo cosa sia la famiglia e il matrimonio, noi lo diciamo e ci esponiamo a critiche. Ma loro? Qual è la loro idea?

 

Ad esempio, due zitelle che sono amiche e si fanno compagnia sotto uno stesso tetto sono una famiglia? Il loro è un matrimonio? Quattro vecchietti che mettono insieme la pensione, si vogliono un bene incredibile e tutti i giorni giocano a briscola nello stesso appartamento, sono una famiglia? Hanno contratto matrimonio? Due omo e sei etero che vivono insieme e fanno sesso tutto il giorno, contraggono matrimonio? Sono una famiglia? Un uomo che si tiene in casa un harem di ragazzine, con le quali si unisce a seconda dell'umore della giornata (avete presente il film "Lanterne rosse"?), siamo disposti a definirlo sposato e con famiglia?

 

E quanto ai diritti delle minoranze, un pedofilo che va con le bambine per soddisfare un giusto desiderio di amore verso l'infanzia o solo per seguire una propria personale filosofia di vita, va rispettato o buttato in galera? Insomma, dove ci porta questa nuova ideologia che ci vogliono imporre?

 

Dicono che L'Olanda e la Spagna sono stati di diritto più del nostro. Sono in radicale disaccordo: uno Stato come l'Italia, in cui non si consente ad un figlio di essere orfano di padre o di madre prima ancora della nascita, mi sembra molto più avanti, molto più evoluto rispetto alla Spagna e all'Olanda. Riconoscere a due persone dello stesso il diritto di adottare, o di farsi i figli in provetta con la fecondazione eterologa, mi sembra una vera e propria barbarie. In uno stato di diritto occorre rispettare il diritto di tutti, anche e soprattutto di un ragazzino. Il nostro è uno stato di diritto. La Spagna e l'Olanda stanno calpestando i diritti dei bambini.

 

Infine: come dicevo all'inizio, tutto questo dibattito riguarda, in fin dei conti, una percentuale bassissima della popolazione. Sarebbe meglio spendere più energie nella promozione di una decente politica familiare. Io per esempio, con due figli a carico, rischio di diventare un poveraccio a causa di uno Stato che non mi aiuta, che non riconosce la ricchezza che rappresento per la società, mentre in Francia, per esempio, il 3% del PIL (pari a 80 miliardi di euro) è destinato alla politica familiare. Da noi mancano gli asili nelle fabbriche, e le giovani donne che lavorano, nel caso rimangano incinte, sono costrette all'aborto, per non perdere il posto.

 

E costoro ci parlano di discriminazioni!

 

Gianluca Zappa

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giovedì, 11 agosto 2005

DIARIO D’IRLANDA

Me lo ricordo bene il mio primo giorno in Irlanda ormai diversi anni fa, una Domenica sera a Dublino in un pub nel centro della città. Entrati con Leti nel locale, attraverso una stretta scala di legno, subito ci fanno capire, un pò a parole ed un pò a gesti, nella confusione dei canti e dei bicchieri di birra svuotati a ritmo stupefacente, che avremmo potuto bere gratis… uno dei presenti pagava per tutti: era la sera del suo “addio al celibato” e festeggiava con amici ed avventori casuali. A questo punto, Leti si lascia scappare la fatidica notizia che noi ci eravamo sposati appena il giorno precedente, la notizia fa a nostra insaputa il giro del locale e poco dopo, appena sistemati ad un tavolo, un’incredibile fila di persone comincia ad accostarsi alla sposa novella per baciarle la mano. In Irlanda una sposa è ancora una persona importante e dicono che baciarle la mano porti fortuna. Pertanto, ragazzi di vent’anni con pettinature stile punk, attempati frequentatori di pub con fazzoletto nel taschino e cravatta, giovani americani d’origine irlandese in viaggio alla riscoperta delle proprie “routs” si incolonnano ordinatamente in fila per fare omaggio alla sposa, altri prendono in mano gli strumenti musicali e ci dedicano la tradizionale ballad “Maire’s Wedding” e poi la bella canzone di Springsteen “The River”.

Nel corso del medesimo viaggio, ultima domenica di Luglio, ci andiamo ad incolonnare nella lunga folla di Irlandesi che in quel medesimo giorno, da secoli, si incammina per il lungo percorso che da Clew Bay sale fino a raggiungere la cima del Croagh Patrick (la montagna sulla quale, si racconta, S. Patrizio si sarebbe ritirato in preghiera per un intera quaresima). La salita non è agevole, in mezzo alla nebbia, con una pioggerellina sottile che ci bagna da tutte le parti ed un ultimo tratto pietroso sul quale è facile scivolare. Leti mi si mette a citare Dante e la montagna del purgatorio... Molti vanno su non con il tipico abbigliamento sportivo degli escursionisti, ma con il vestito buono della domenica, qualcuno addirittura con la camicia bianca e la cravatta, qualcuno invece procede lungo il percorso a piedi nudi! La sera precedente a Galway, un prete cattolico che ha studiato in Italia aveva tentato di dissuaderci dal partecipare, ci era sembrato di capire che si trattava di un percorso pericoloso ma anche che tale pratica devozionale era vista con un po’ di sufficienza almeno dagli elementi più “modernizzatori”del clero locale. Arrivati fin quasi sotto la cima, ancora invisibile a causa della nebbia, in precario equilibrio tra i sassi, ci viene incontro un ragazzino di non più di 14 anni, una faccia come quelle che si vedono sui depliant turistici dell’Irlanda, occhi grigio-celesti, capelli rossi e lentiggini sul viso, si ferma davanti a noi, sfodera un bel sorriso e ci dice parole che non abbiamo più dimenticato: You’ll make a fine couple! (=voi farete una bella coppia!). Dopo di che riprende a scendere e sparisce nella nebbia. Naturalmente noi non l’abbiamo mai più incontrato, ma il ricordo di quelle parole semplicissime e sorprendenti, per la particolare circostanza in cui venivano pronunciate, ci hanno sempre accompagnati come una sorta di benedizione (o di incantesimo) per tutti gli anni successivi.

Qualche anno dopo, mi trovavo ancora a Galway ad osservare il nuovo monumento donato dalla città di Genova a questa antica repubblica marinara irlandese che accolse a bordo delle proprie navi mercantili il giovane ed ancora sconosciuto Cristoforo Colombo. Vengo avvicinato da un signore buffo e dall’aria distinta che mi identifica subito per italiano e che non tarda neanche un pò ad esprimere tutta la sua ammirazione per il nostro paese: per le sue bellezze naturalistiche, per l’arte, e per il comune retaggio culturale cattolico che rende per certi aspetti il nostro popolo simile al suo. Anch’io dico la mia, il simpatico personaggio è nativo della contea di Cork, come Michael Collins (ricordate il film?), prendo pertanto questa palla al balzo e dalla mia osservazione capisce forse che non sono un turista distratto, ma una persona interessata alla storia e alla vita del suo paese. A questo punto mi chiede: “conosci cose della storia irlandese, non vorresti ora avere anche un amico irlandese?” Resto davvero sorpreso (e lì per lì mi sono anche chiesto se non si trattasse di un matto…), ma da allora John O’Mahony è un carissimo amico e le nostre famiglie hanno avuto modo di incontrarsi molte volte sia in Irlanda che in Italia.

Infine un ricordo recente. Solo pochi giorni fa ero con Leti e i bambini sulla strada per Cork e Kinsale, un problema al motore del traghetto ci aveva fatti sbarcare a Rosslare alle 21.00 con oltre 4 ore di ritardo e 220 km ancora da percorrere (ed i piccoli ormai stanchi e straniti) per arrivare alla nostra destinazione nel sud dell’isola. Le ultime miglia fino a Kinsale, lungo la strada costiera, priva di luci, priva di segnali catarifrangenti e poverissima di indicazioni, mi fanno temere un errore di percorso e titubante, ormai in piena notte, accosto ad un edificio, dove si vedono tre persone che parlano tra di loro, per chiedere un’indicazione. Uno dei tre mi risponde con una domanda: “da quale paese vieni?” Gli rispondo: “dall’Italia”. E loro, con incredibile entusiasmo: “Dio vi benedica, siate benvenuti, noi siamo tutti cattolici, amiamo l’Italia, amiamo il papa…” dopo di che in due (moglie e marito) spariscono alla ricerca della loro auto, una Jeep parcheggiata in una stradina laterale, mentre il terzo ci tiene compagnia e ci tranquillizza con la classica espressione “no problem, no problem!”. Quante volte l’ho sentita ripetere in Irlanda, infilata dentro a qualsiasi discorso! Nulla sembra esser mai un problema per questa gente così tanto provata dalla storia. Invidia… Dopo un po’ la jeep si accosta alla nostra auto e veniamo invitati caldamente a seguire il veicolo dei nostri nuovi amici che ci accompagnano fin sull’uscio del nostro B&B. Quando ci lasciamo ci tengono a ribadire molte volte la loro simpatia per l’Italia, ci garantiscono che in quel posto ci saremmo trovati benissimo e ci chiedono infine: “perché tornate in Irlanda?” La mia risposta a quel punto è:  “gli Irlandesi sono il primo buon motivo per tornare in questa terra, venire qui è come tornare a casa”.

 

Stefano

 

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martedì, 09 agosto 2005

QUELLA PAGINA DELL'ORTIS

Dico, avete letto mai Le ultime lettere di Jacopo Ortis? Intendo dire integralmente, tutto il romanzo epistolare, dalla prima all'ultima lettera che, secondo la finzione letteraria, lo sfortunato Jacopo (protagonista alter ego di Ugo Foscolo) scrive all'amico Lorenzo. Se l'avete fatto (o se lo farete), andatevi a rileggere la lettera del 12 Agosto 1798 scritta da Bologna. Non la si trova, ovviamente, nelle antologie scolastiche, e immeritatamente, perchè a livello storico è molto, molto interessante.

Se invece non avete voglia di aprire il romanzo, fate solo la fatica di seguirmi un istante. Jacopo si trova a Bologna in quanto esule dalla sua Venezia e ramingo per l'Italia. E' il 1798, e Bologna non è più dello Stato Pontificio, perchè nel frattempo sono arrivati i francesi di Napoleone che hanno creato le famose Repubbliche Giacobine, come quella Cisalpina, di cui fa ora parte, appunto, anche la città turrita. Jacopo vaga per le vie di Bologna e nota "tanti indigenti che giacciono per le strade, e gridano pane"; poi racconta all'amico Lorenzo un episodio: "Oggi tornandomi dalla posta mi sono abbattuto in due sciagurati menati al patibolo: ne ho chiesto a quei che mi si affollavano addosso; e mi è stato risposto, che uno aveva rubato una mula, e l'altro cinquantasei lire per fame". Seguono i lamenti del protagonista su una tale scellerata società e poi un'ulteriore annotazione: "E mi vien detto che non v'ha settimana senza carnificina; e il popolo vi accorre come a solennità. I delitti intanto crescono co' supplizj".

Dunque, da queste prime righe deduciamo che i "liberatori" giacobini, che hanno strappato Bologna all'oscurantismo del regno papale, non solo non hanno portato benessere e giustizia sociale, ma fanno uso di una giustizia spietata, che condanna rigorosamente a morte (ogni settimana) i poveri disgraziati. Che Jacopo la stia sparando grossa? Che stia esagerando? Lo pensa (sempre nella finzione leteraria) anche l'amico Lorenzo (pure lui di idee giacobine e per questo esule e perseguitato), tanto che chiosa la lettera con un suo commento. Ed è qui il passo ancor più interessante e illuminante. Sentiamo (i corsivi sono miei): "Da prima questo racconto parevami esagerato dalla fantasia costernata di Jacopo; ma poi vidi che nello stato Cisalpino non vi era codice criminale. Si giudicava con le leggi de' caduti governi; e in Bologna co decreti ferrei de' Cardinali, che minacciavano di morte ogni furto qualificato ecedente le cinquantadue lire. Ma i Cardinali mitigavano quasi sempre la pena; il che non può essere conceduto a' tribunali della Repubblica, esecutori necessariamente inflessibili delle leggi: così spesso la Giustizia impassibile è più funesta della arbitraria Equità".

Parole pesanti, scritte da Ugo Foscolo, uno che non era certo un bigotto papalino e che in questo romanzo (fortemente autobiografico) ha riportato la realtà storica del suo tempo. Cosa se ne ricava?

1- I giacobini arrivano in Italia senza attuare i "gloriosi e immortali" principi della rivoluzione francese. Non si peritano di stilare un nuovo codice penale e sfruttano quello che già c'era (evidentemente, per quei tempi, non era forse tanto malvagio). 2- C'è però una sostanziale differenza: mentre i Cardinali quel codice l'attuavano con una certa larghezza, con "arbitraria equità", mitigando "quasi sempre" la pena (in pratica mandavano a morte pochissima gente, anche perchè si trattava di disgraziati che rubavano perchè avevano fame), ora che sono arrivati i "liberatori dell'umanità" la legge è applicata con necessaria inflessibilità. 3- Una "Giustizia impassibile" si è abbattuta sui poveri bolognesi i quali, con Foscolo, forse cominciano a pensare che "si stava meglio quando si stava peggio".

Il quadro complessivo di questa interessante lettera sfata in sostanza la leggenda nera di una Chiesa repressiva ed oscurantista. In una società diversissima dalla nostra, il reato di furto (anche commesso da chi ha fame) viene punito ovunque con la pena di morte. Non si scappa. I cardinali di Santa Romana Chiesa l'hanno messo nero su bianco sul loro codice penale, ma poi quel codice lo applicano con intelligenza e discrezione, "mitigando" le pene (noto en passant, che è lo stesso, preciso comportamente che la Chiesa tenne col Tribunale dell'Inquisizione, sul quale molto ci sarebbe da dire). I nuovi arrivati invece, pur fregiandosi di un'aura di giustizia e di autentica civiltà, sono solo capaci di copiare quelle leggi e di applicarle alla lettera, senza pietà, senza discernimento, senza carità.

L'ha scritto Ugo Foscolo. E lo ringraziamo ancor oggi, perchè ci permette di guardare al passato con occhiali un po' meno deformati dall'ideologia di quanto non si faccia, ahimè, troppo spesso.

Gianluca Zappa

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