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giovedì, 21 luglio 2005

BUONE VACANZE

A tutti i nostri amici e a quelli che ci seguono assiduamente e con interesse, auguriamo un sereno periodo di vacanze estive. I cittadelliani si trasferiscono per dieci giorni in Val d'Aosta. L'attività del blog subirà dunque un rallentamento, per poi riprendere a pieno ritmo a settembre.

L'occasione è propizia per scrivere due cosette che rimugino da tempo.

Abbiamo iniziato di slancio quest'avventura, in seguito ad un'intuizione improvvisa, lo scorso novembre, senza nemmeno sapere bene che cosa fosse un blog.

E' stato bello vedere come il sassolino lanciato nell'immenso stagno di internet ha creato subito dei cerchi concentrici che ci hanno permesso di dialogare, dibattere e discutere con tante altre persone e, soprattutto, di incontrare degli amici, delle persone con cui si è creato un feeling e una stima reciproca.

Tutto ciò ha superato ogni nostra reale aspettativa. Oggi sono in molti a venirci a leggere. Non sappiamo se siano moltissimi o se sia una cerchia ristretta. Non importa: anche per due o tre varrebbe la pena di continuare l'avventura.

Oggi scrivere su questo blog non è più solo un momento liberatorio per mettere in rete le proprie considerazioni: è qualcosa di più, è qualcosa che ha a che vedere con una responsabilità, nel senso letterale di risposta all'attesa di qualcuno.

A tutti gli amici che vengono a leggerci, a quelli che lasciano il loro commento (e che spesso ci arricchiscono coi loro commenti) come a quelli che transitano e basta, va il nostro ringraziamento e la nostra sincera riconoscenza.

Gianluca Zappa

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martedì, 19 luglio 2005

IL “CHE” TRA MITO E STORIA

Il saggista latino-americano Alvaro Vargas Llosa ha di recente scritto un lungo articolo sulla figura del Che Guevara e sul suo mito per i giornali The New Republic e Caracas Chronicles (07 e 08 Luglio 2005), il medesimo è stato ripreso in data 15 Luglio dal Corriere della Sera (che si sta lentamente riprendendo dopo la sbornia scientista pre-referendaria). Uno degli spunti dell’articolo è la recente cerimonia degli Academy Awards in cui Carlos Santana e Antonio Banderas (che aveva già interpretato la figura del Che nel film “Evita”) hanno interpretato il tema musicale de I diari della motocicletta. Santana si è presentato davanti al pubblico con una t-shirt con l’immagine del Che Guevara, il nuovo emblema del pacifismo no-global e della lotta planetaria per un mondo migliore. Le espressioni del nuovo “culto del Che” si trovano ormai dappertutto, come osserva Llosa, ma il mito attrae l’attenzione di milioni di persone che, alla stregua di anonimi consumatori, sembrano sempre meno interessati a capire davvero chi era l’uomo reale nascosto dietro il volto stampato su milioni di magliette.

Ma seguiamo la rievocazione di Llosa in alcuni stralci, tra i più drammatici, del suo articolo.

 
Alla vigilia della vittoria, secondo Costa (Jaime Costa Vázquez, già comandante dell’esercito rivoluzionario cubano), il Che ordinava l’esecuzione di una ventina di persone a Santa Clara, al centro di Cuba. Alcuni furono uccisi in un hotel, come ha scritto anche Marcelo Fernándes-Zayas, altro ex rivoluzionario poi diventato giornalista, precisando che tra gli uccisi, i casquitos, c’erano contadini che si erano uniti all’esercito solo per non restare disoccupati. Eppure, la “macchina che uccideva a sangue freddo” (la freddezza del “Che” era proverbiale e gli valse il famoso soprannome che lo identificava come argentino in contrasto con il carattere aperto, caldo e cordiale, tipico dei cubani) non mostrò appieno la sua ferocia finché, immediatamente dopo il crollo del regime di Batista, Castro gli affidò la direzione del carcere di La Cabaña (…). San Carlos de La Cabaña era una fortezza utilizzata nel XVIII secolo per difendere l’Avana dai pirati inglesi; più tardi divenne una caserma militare. Guevara ne fu direttore nella prima metà del 1959, in uno dei periodi più neri della rivoluzione. José Vilasuso, avvocato e professore alla Universidad Interamericana de Bayamón di Porto Rico ed ex membro dell’organismo che si occupava dei processi sommari di La Cabaña, mi ha recentemente raccontato: “Il Che presiedeva la Comisión Depuradora. Il processo rispettava la legge della Sierra: c’era una corte militare e secondo le indicazioni del Che dovevamo agire con convinzione, perché erano tutti assassini e procedere in modo rivoluzionario significava essere implacabili. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito consisteva nel sistemare le pratiche prima che fossero inviate al ministero. Le esecuzioni si svolgevano dal lunedì al venerdì, in piena notte, appena dopo l’emissione della sentenza e l’automatica conferma in appello. Nella notte più orribile che mi ricordo, furono uccisi sette uomini”.

 
Javier Arzuaga, il cappellano basco che recava conforto ai condannati a morte e fu testimone di decine di esecuzioni, mi ha recentemente incontrato nella sua casa di Porto Rico. Ex prete cattolico, oggi settantacinquenne, si definisce più vicino a Leonardo Boff e alla teologia della Liberazione che all’ex cardinale Ratzinger e ricorda: “C’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio capace di contenerne non più di trecento: ex militari e poliziotti dell’era di Batista, giornalisti, qualche uomo d’affari e commercianti. Il tribunale rivoluzionario era formato da uomini delle milizie. Che Guevara presiedeva la Corte d’appello. Non ha mai annullato una sentenza. Visitavo il braccio della morte nella Galera de la Muerte. Si sparse la voce che ipnotizzavo i prigionieri perché molti restavano calmi, allora il Che diede l’ordine che fossi presente alle esecuzioni. Dopo la mia partenza in maggio furono eseguite ancora molte sentenze, io vidi 55 esecuzioni. C’era un americano, Herman Marks, evidentemente un ex carcerato che chiamavano il macellaio perché provava piacere a dare l’ordine di sparare. Difesi davanti al Che la causa di numerosi prigionieri. Ricordo in particolare il caso di un ragazzo, Ariel Lima. Il Che non si smosse. Né cambiò idea Fidel, al quale feci visita. Rimasi così sconvolto che alla fine del mese di maggio 1959 mi fu ordinato di lasciare la parrocchia di Casa Blanca, dove si trovava La Cabaña e dove avevo celebrato la messa per tre anni. Andai a curarmi (i nervi)  in Messico. Il giorno che partii, il Che mi disse che ciascuno di noi aveva tentato di portare l’altro dalla propria parte, invano. Le sue ultime parole furono: “Quando ci toglieremo le maschere, ci ritroveremo nemici”.

 
Quante persone furono uccise a La Cabaña? Pedro Corzo proponeva una stima di duecento vittime, simile a quella calcolata da Armando Lago, un professore di economia in pensione che ha compilato un elenco di 179 nomi. Jose Vilasuso sostiene che tra gennaio e la fine di giugno del 1959 (l’anno in cui il Che lasciò finalmente l’incarico a La Cabaña) furono uccise quattrocento persone. Cablogrammi segreti inviati dall’ambasciata americana dell’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlavano di “oltre cinquecento vittime”. Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Guevara, padre Iñaki de Aspiazú, un prete cattolico basco vicino alla rivoluzione, avrebbe parlato di settecento vittime. Félix Rodríguez, un agente della Cia che fece parte della squadra incaricata di dare la caccia a Guevara in Bolivia, mi ha raccontato di aver affrontato con il Che la questione delle “circa duemila esecuzioni” delle quali era responsabile. “Disse che erano tutti agenti della Cia e non fornì il numero”, ricorda Rodríguez. Le cifre più elevate potrebbero tenere conto delle esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al termine dell’incarico del Che a La Cabaña. Inutile dire che tra i condannati a morte de La Cabaña, numerosi furono gli elementi democratici che avevano partecipato alla rivoluzione, ma che al momento della vittoria avevano espresso posizioni politiche difficilmente conciliabili con la svolta socialista voluta da Castro e da  Guevara.


Tutto questo ci riporta, nella conclusione dell’articolo di Llosa, a Carlos Santana e al suo abbigliamento radical-chic in stile Che.
In una lettera aperta pubblicata il 31 marzo  2005 su El Nuevo Herald, un giornale di esuli cubani, il grande musicista jazz Paquito De Rivera ha criticato Santana per la maglietta esibita alla cerimonia degli Academy Awards e ha aggiunto: “Uno dei cubani imprigionati a La Cabaña era mio cugino Bebo, rinchiusovi perché cristiano. Mi racconta ancora con amarezza infinita di quando dalla sua cella, all’alba, sentiva la voce dei tanti che, senza alcun processo, morivano gridando Viva Cristo Re!”.

Stefano

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categoria: politica, terrorismo, attualitĂ , ideologia
lunedì, 18 luglio 2005

NEL NOME DELLA RAGIONE

 

Nel nostro "delirio cattolico", andiamo avidamente cercando ragioni laiche che, oltre la cortina delle frasi fatte o dei facili slogan, reggano alla prova dell'esistenza. E andiamo mendicando dai detentori del pensiero laico tali ragioni. Ma costantemente ci imbattiamo in ragionamenti che non sono ragioni, in quanto sono sempre costretti a dimenticare qualcosa, sono condannati a non abbracciare la realtà nella totalità dei suoi fattori.

Prendiamo ad esempio quanto dichiarato dal vice presidente della Fondazione Einaudi Franco Chiarenza, che è intervenuto sul Foglio nella discussione che si è sviluppata sull'opportunità di rivedere la legge sull'aborto. Giustificando l'aborto terapeutico (per intenderci e chiamare le cose col loro nome, la soppressione di un figlio che si sa con certezza "destinato a divenire un essere umano condannato a menomazioni e sofferenze"), Chiarenza lo definisce come "un dovere della donna nei confronti di suo figlio". E all'obiezione che si sta scegliendo del destino di un uomo a prescindere dalla sua volontà, risponde che anche quella di farlo nascere è una scelta, e allora bisognerebbe conservare a quell'essere umano, una volta nato e consapevole, il diritto-libertà di decidere il proprio suicidio.

E' interessante il passaggio successivo, che cito integralmente: "L'idea che l'imperfezione umana vada comunque accettata perché mandata da Dio appartiene ad alcune religioni, tra cui quella cristiana, e da essa deriva la concezione della sofferenza come valore; assolutamente rispettabile, a condizione che non si pretenda di imporla a chi non può esprimere la sua volontà".

Qui noto, innanzi tutto, la solita, disinvolta attitudine a parlare di religione senza sapere di cosa si sta parlando. Per la religione ebraica e cristiana l'imperfezione umana non è affatto "mandata da Dio", ma una conseguenza del peccato originale, cioè della ribellione a Dio da parte dell'uomo. Questo cristianesimo masochista e votato all'imperfezione è solo nell'interpretazione del Chiarenza. L'imperfezione umana è un dato di fatto, è la realtà. E' vero che il Cristianesimo aiuta ad accettare questa imperfezione, ad accoglierla, a non far finta che non esista. In questo un cristiano ha una marcia in più, e Chiarenza sembra onestamente riconoscerlo. Di fronte alla realtà del dolore e dell'imperfezione, il cristiano non chiude gli occhi (e in questo è molto diverso dalla mistica buddista, per esempio), ma li tiene bene aperti e risponde con una forza che non viene da lui, ma dal suo Dio, morto in croce. Di fronte alla realtà della croce, al cristiano viene data la straordinaria possibilità di assomigliare al suo Dio. Scusate se è poco.

Ma io vorrei per un attimo concentrarmi, come dicevo all'inizio, sulle ragioni di Chiarenza e di quelli che la pensano come lui. A me sembra che troppo sbrigativamente si dimentichi che "imperfezione umana" non è che un sinonimo di "condizione umana". Qui non si tratta di imporre niente a nessuno; si tratta solo di saper guardare in faccia la realtà delle cose. Ed è importante farlo, perché altrimenti ci si lancia in folli voli pindarici, con tutti i gravi rischi connessi.

I totalitarismi e le ideologie totalitarie, e tutte le utopie di cui è piena la storia, non sono forse sogni di un futuro senza imperfezione? Il pensiero eugenetico, non è forse un progetto di perfezione? E per costruire questi futuri perfetti, quali costi abbiamo dovuto pagare, quali costi stiamo pagando?

Si eliminano i non adatti o gli sgraditi, quelli che, secondo l'ideologia, sono d'intralcio all'idea di perfezione perseguita. Si calpesta la vita umana, con un'indifferenza sorprendente. E a chi protesta, si risponde, "abbi pazienza, noi stiamo lavorando per un futuro migliore!".

Entriamo proprio nello specifico dell'aborto terapeutico. Con una tranquilla indifferenza si cancella una vita perché non ha i requisiti adatti. E' la tranquilla e allegra indifferenza che mi spaventa. E' la tranquillità con cui si è deciso che l'imperfezione (alla quale non si sa dare un senso e un significato, davanti alla quale insomma si è deboli, consapevolmente deboli) non deve esistere.

E se un figlio, nato sano, cioè perfetto, poi entra in depressione, poi (a causa di quell'imperfezione umana sempre in agguato) risulta inadeguato, che si fa? Lo si mette a dormire, ovvio! Con l'eutanasia. Selezione eugenetica ed eutanasia: biglietto d'ingresso e di uscita dalla vita. Questa è la soluzione di chi dimentica, o fa finta di dimenticare, che l'imperfezione è la realtà.

E' troppo pretendere da chi ci propina tali ricette che si fermi a pensare un attimo, e seriamente, a quello che sta dicendo? Una domanda che un umile cristiano non si stancherà mai di porre, nel tentativo di incontrare l'altro sul piano della ragione. O delle ragioni.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, religione, aborto, attualitĂ , ideologia
sabato, 16 luglio 2005

NELLA VERITA' LA PACE

Questo è il tema del messaggio del Santo Padre Benedetto XVI nella prossima giornata della pace, il 1° gennaio 2006. Un tema che a molti farà fischiare le orecchie ma che personalmente ho apprezzato parecchio. Finalmente torna ad essere pronunciata una parola bandita ormai dai discorsi, dai pensieri e dall'ideologia del politically correct: verità. La parola "verità" non ha più il diritto di essere emessa perché crea divisioni, dà fastidio, imbarazza.  La Costituzione conciliare Gaudium et spes afferma che l’umanità non riuscirà ad "edificare un mondo veramente più umano per tutti gli uomini su tutta la terra, se tutti non si volgeranno con animo rinnovato alla verità della pace" (n. 77). Attenzione, attenzione, qui non si parla di pace come assoluto, come se fosse una nuova divinità pagana al cui altare sacrificare  banalità come sventolamenti di bandiere arcobaleno, si parla di qualcosa che supera la pace, che le dà il sostegno, la struttura, lo scheletro, ossia la verità. Questa verità è "il frutto dell’ordine immesso nella società umana dal suo Fondatore"(n. 78). Il gioco allora cambia, e di molto. La pace non è "fate l'amore non fate la guerra", ma qualcosa di più, è un corrispondere ad una verità che ci è stata scritta dentro dal Creatore. La pace è vera perché risponde al desiderio iscritto dal Creatore nel cuore di ogni uomo. Solo in questo modo si può pretendere che dalla pace, quella vera, si possa raggiungere una pacificazione, altrimenti si brancola nel buio. Non può essere che la verità, che dà la ragion d'essere alla pace, ad indirizzare, a portare luce ed esserne guida. Sennò chiacchiere e chiacchiere politically correct, dove la lingua ufficiale è il "pacifistico" in un multiverso colorato, ridondante di tamburelli, ma in fondo sensa senso. Questo tema un senso ce l'ha e lo trasmette. Per buona pace dei pacifinti che vogliono una pace priva di contenuti e vuota di significati, perché così è buona per tutti, ma che in fondo non è buona a niente.
Paolo Tassoni
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categoria: attualitĂ , santo padre
domenica, 10 luglio 2005

INSIEME CONTRO IL NULLA

 

Ho un ricordo molto nitido del mio viaggio di anni fa ad Istanbul. All'interno del Topkapi, la splendida residenza imperiale del sultano e della sua corte dal XV al XIX secolo, potei assistere al culto continuo di una reliquia particolarmente venerata: la spada del profeta Maometto.

 

Venerare una spada è, come si dice, tutto un programma. Viene immediatamente da fare dei raffronti con la nostra tradizione cristiana: il nostro simbolo non è una spada, ma uno strumento di supplizio, una croce su cui il Figlio di Dio si è immolato. L'Eucarestia che adoriamo come presenza reale di nostro Signore Gersù Cristo, è al tempo stesso memorale del suo sacrificio per noi. Il Dio che veneriamo non è stato operatore di violenza, ma vittima di violenza. Possiamo sbagliare, possiamo peccare, possiamo sviarci (come di fatto è avvenuto in alcuni momenti della nostra storia), ma la verità è stata rivelata: Dio è amore e noi siamo suoi figli, non sudditi o sottomessi (muslim).

 

A partire da questa tradizione, si è potuto sviluppare un Occidente che ha maturato valori fondamentali, quali l'uguaglianza, il rispetto della libertà e della dignità dell'uomo e della donna, la solidarietà sociale, la distinzione tra potere spirituale e potere temporale… L'Illuminismo e il socialismo hanno potuto attecchire in una società cristiana. Sotto certi aspetti possono essere condierati come delle eresie cristiane, che non hanno detto niente di nuovo rispetto a ciò che già si trova nelVangelo.

 

Com'è noto, questo tipo di evoluzione non è stato possibile nell'Oriente islamico, perché la cultura religiosa dominante lo rigetta. Ci si può accapigliare all'infinito sulle Crociate e sulla presunta o acclarata tolleranza delle società islamiche nel Medioevo, ma i fatti sono quelli che sono: giunti nel XXI secolo, la società islamica è rimasta come paralizzata, mentre quella cristiana è andata elaborando sempre di più e meglio il contenuto del proprio DNA.

 

Ma oggi che di nuovo scoppiano le bombe e che la vile e spregevole guerra del fondamentalismo islamico miete vittime innocenti, a me sembra che quello che come cristiani dobbiamo fare è mantenere un'apertura piena di simpatia nei confronti di un mondo che oggettivamente mette paura. Dobbiamo seguire l'esempio di Papa Giovanni Paolo II, che ha sempre messo l'accento su ciò che accomuna le nostre grandi tradizioni religiose, e che con gesti coraggiosi e profetici ha voluto pervicacemente tendere la mano, ascoltare, dialogare. Perché il terrorismo islamico non è l'Islam. Io non riesco a credere che dietro ogni musulmano si nasconda un potenziale uomo-bomba, né che la Jihad (pur se formulata nelle sure del Corano), intesa come "guerra santa", sia l'ideale di tutti. Mi rifiuto di credere che non ci si possa rivolgere ai musulmani come a fratelli, che non ci si possa ritrovare sul piano della fede.

 

In Europa circola l'ideologia secondo la quale le religioni sono un periolo per l'umanità, in quanto portatrici di divisioni, in quanto portatrici di una loro verità. I documenti partoriti dalle commissioni della Comunità Europea sono gravidi di questa ideologia, come bene hanno messo in evidenza Eugenia Roccella, Lucetta Scaraffia e Assuntina Morresi nel loro documentatissimo libro "Contro il Cristianesimo". Le bombe di Londra sembrerebbero rafforzare questa posizione, ma non è così e bisogna dirlo a chiare lettere. Il terrorismo non può essere messo sullo stesso piano della convinzionereligiosa. La soluzione non è in una messa al bando delle religioni, ma proprio in un surplus di fede, in un andare sempre più a fondo delle ragioni del proprio credere e in un incontro aperto con quelle di altri credenti.

 

Questo è l'unico modo per sconfiggere il terrorismo e costruire la civiltà dell'amore.

 

Un vescovo del Kenya, parlandomi delle difficoltà di rapporto con la comunità musulmana, diceva però che su certe questioni (come l'introduzione forzata del concetto di aborto come "diritto") cristiani e islamici sono alleati nel difendere la dignità e il valore dell'essere umano.

 

C'è un terreno comune a tutti gli uomini religiosi: è quello che bisogna dissodare e coltivare.

 

E saranno nostri alleati tutti coloro che - come si legge in un comunicato di Comunione e Liberazione -  costruiranno "luoghi di esperienza umana in cui si ami la vita nel suo valore infinito e in tutte le sue espressioni più di quanto i terroristi amino la morte. Anche il più piccolo tentativo, in questo senso, non è inutile, perché afferma l'inesorabile positività della realtà contro cui il nulla non può vincere".

 

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, terrorismo, attualitĂ 
domenica, 10 luglio 2005

QUELLI CHE L’OTTO PER MILLE… OH YES, OH YES!

 

Il decreto omnibus, approvato dalla Camera ed in attesa di approvazione da parte del Senato prevede, assieme a varie altre cose, il trasferimento di 500.000 euro, in forma di agevolazioni fiscali, a titolo di rimborso per le spese sostenute per la recente campagna referendaria. La campagna per la raccolta delle firme e la relativa propaganda è così messa nel conto a carico della grande maggioranza dei cittadini che non hanno votato ai referendum (si noti che ciò che era uscito dalla porta grazie alla sconfitta del quorum rientra adesso dalla finestra). L'esposizione mediatica e il protagonismo di alcuni si traduce infine in forme di finanziamento pubblico elargito ad associazioni private quali dovrebbero essere liste, comitati e partiti vari.

Naturalmente la cosa andrà a vantaggio anche del Partito Radicale che i suddetti referendum li ha promossi e ciò si verrebbe a sommare ai contributi pubblici che i “libertar-liberisti” incassano per le trasmissioni di Radio Radicale, emittente che senza alcuno straccio di gara d’appalto, si è da molti anni aggiudicato un finanziamento dallo Stato valutato intorno ai 10 miliardi annui di vecchie lire per le trasmissioni parlamentari. E pochi sanno che la convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari, dopo la scadenza del novembre 2000, era stata infine rinnovata con un aumento dei contributi statali da 10 a 15 miliardi l'anno: ovvero il 50% in più in  regalo da parte dell’allora governo di centro-sinistra. A questi soldi si aggiungono, quasi altrettanto copiosi, i “finanziamenti per l'editoria” perchè la radio, cui è riconosciuto il ruolo pubblico che sappiamo, è al tempo stesso un organo di partito… Ciò spiega come mai Pannella fosse contrario al disegno di legge che prevedeva la progressiva riduzione (del 25% all’anno a partire dal 2000) di tali contributi. Una circostanza molto imbarazzante se si considera che i Radicali si sono sempre dichiarati contrari a TUTTE le forme possibili di finanziamento pubblico ai partiti. Anche il Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva evidenzia problemi analoghi, è infatti una realtà che dipende totalmente dai soldi pubblici: ha un contratto con la Rai (nonostante i radicali attacchino di continuo la tv di stato), e nel 2000 ne è stato stipulato uno ulteriore con l'Autorità Garante per le Comunicazioni. Per garantire però l'imparzialità, il Centro d'ascolto dovrà staccarsi dall' “area radicale”, trasformandosi in una società autonoma. Vedremo…

Il punto è però che stiamo parlando non di un partito qualunque, ma proprio di quelli che per autodefinizione sono sempre migliori degli altri, quelli che “noi siamo contro il finanziamento pubblico dei partiti”, quelli che “noi siamo contro l’8 per mille alla Chiesa Cattolica”, quelli che, con evidente scopo intimidatorio, hanno reclamato nel corso della campagna referendaria la fine della politica concordataria tra la Chiesa Cattolica e la Repubblica Italiana. Come si spiega questa apparente contraddizione? Forse una buona traccia è in ciò che scrive Mauro Suttora, autore del libro “Pannella & Bonino SpA” (Ed.  Kaos). “Dal 1995 i radicali hanno congelato il Pr: niente più congressi per decidere la linea politica, né elezione dei dirigenti. Nessuna sede locale: i dirigenti periferici non hanno accesso neppure agli elenchi regionali degli iscritti e dei simpatizzanti, è tutto concentrato e controllato a Roma. Il Pr è diventato così un'area formata da vari soggetti imprenditoriali, una holding con bilanci da decine di miliardi, un patrimonio stimabile in 150 miliardi e più di 200 dipendenti: Torre Argentina Società di Servizi (proprietaria della sede romana del Pr, situata nella via omonima), la Società per Azioni Centro di Produzione (con Radio Radicale e il suo archivio, in via Principe Amedeo), il Centro d'Ascolto dell'Informazione Radiotelevisiva. Oggi il Pr è quindi una azienda a tutti gli effetti, una struttura economica in cui i costi annui di solo funzionamento ammontano a otto miliardi. Insomma,una vera e propria Pannella & Bonino SpA e con un notevole tasso di efficienza. Il nuovo modo di fare politica dei pannelliani è ad alta intensità di capitale e a basso apporto di mano d’opera volontaria: applicano alla propria attività gli stessi criteri di produttività e flessibilità che predicano con la loro filosofia liberista. Così per le strade i tradizionali banchetti apparentemente rimangono gli stessi, ma non sono più i famosi tavolinari volontari a raccogliere le firme: vengono assunti giovani con un contratto interinale, pagati centomila lire al giorno. Del resto, a Pannella del singolo iscritto (militante, volontario o tavolinaro) non è mai importato troppo: I nostri risultati elettorali sono indipendenti dalla presenza di radicali in loco. Anzi, spesso passano il tempo a litigare fra loro. Così la politica radicale viene ormai diffusa attraverso campagne di marketing, con i miliardi drenati dal call center (4 miliardi all'anno) e le firme raccolte a pagamento (...).

Mauro Suttora chiude il suo libro (dove l’ultimo capitolo porta il titolo: Il partito-holding e la politica-marketing) con la seguente considerazione. “E’ interessante constatare come, nel giro di pochi anni, i Radicali si siano trasformati da fantasioso e scalcinato movimento di volontari (il partito antipartito senza deleghe né burocrati) in un efficacissimo mini-nucleo di professionisti della politica i quali, concentrati a Roma, inanellano campagne d'opinione secondo i più avanzati criteri del marketing. Radicali senza radici, che adottano il modello aziendale capital intensive (molto capitale e poca manodopera) senza gli impacci dei rituali della democrazia interna, già bollata da Pannella come vuoto democraticismo. Gli iscritti interessano soprattutto in quanto sottoscrittori: di soldi e di firme. E la linea politica? A quella ci pensano Marco & Emma”.

Stefano

 

 

 

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domenica, 10 luglio 2005

QUELLI CHE LA DEMOCRAZIA… OH YES, OH YES!

 

Sul numero de L’Avvenire dell’8 luglio trovo una curiosa segnalazione, nella rubrica delle lettere, da parte di un lettore, a proposito di una risposta davvero istruttiva a firma di Corrado Augias pubblicata dal quotidiano La Repubblica. Avete presente chi è Corrado Augias? Quell’impeccabile gentleman, probabilmente nato in Inghilterra, quel democratico anche lui mai stato comunista...

Bene, il lettore si lamenta a proposito di certo malcostume che vede un fastidioso imperversare di agitate conversazioni telefoniche (con cellulare) sui mezzi pubblici e sui treni, ed il nostro eroe (scrittore, opinionista, intellettuale, gentleman…) trae spunto dalla suddetta lamentela per citare un edificante episodio di cui egli stesso è stato altresì protagonista. L’intento dichiarato di Augias è quello di dimostrare come la cattiva abitudine di mettere in piazza i fatti propri con il telefonino non sia più un fenomeno da ricondurre esclusivamente al popolo bue (meridionale, ignorante, magari cattolico), ma abbia ormai contagiato tutti, persino distinti signori come lui. Le sue parole tuttavia sono rivelatrici dell’alta considerazione che Augias ha di se stesso e dell’altissimo ruolo cui in cuor suo evidentemente aspira. Racconta infatti Augias:

Dopo la quarta o la quinta telefonata chiudo il computer (lui è sempre al lavoro, anche in treno) e faccio per uscire, piuttosto irritato. E qui accade l’incredibile. Il signore (udite, udite!) mi riconosce, attacchiamo a parlare e scopro una persona gentilissima, civilissima, un lettore di Repubblica, un democratico”.

Capite, un fatto davvero INCREDIBILE: si trattava di un democratico, di un lettore di Repubblica, un tipo di persona che, per definizione, non può che essere “civilissima” e “gentilissima”. Che scandalo! Anzi no, che equivoco!

Immagino il seguito di questo gustoso incontro (anche se sul seguito Augias invece sorvola):

Sorry, caro signore (compagno non si usa più…) l’avevo confusa per un altro, sa sulle prime mi era sembrato un bifolco qualunque o un cattolico. Che imperdonabile errore!”.

 

Non abbia timore caro Augias, la perdono di certo, sa io sono un uomo civilissimo ed educatissimo. Ecco, guardi qua, questa è la mia copia di Repubblica…”.

 

Ah caro signore, vedo bene che io e lei ci assomigliamo davvero molto, lei è un vero democratico, riconosco in lei tutte le caratteristiche. E’ forse nato anche lei in Inghilterra?”

 

Questo episodio mi suggerisce qualche pensiero malevolo.

1) Evidentemente, certa gente non compra il giornale (per esempio “La Repubblica”) per conoscere i fatti del mondo, ma per sentirsi parte di un club esclusivo di uomini superiori. I soldi che spendono ogni mattina per il DVD, l’enciclopedia, il fumetto d’autore, sono ben ripagati dall’emozione di far parte (al modico prezzo di una manciata di euro) di una razza diversa, una nuova aristocrazia che guarda ai comuni esseri umani con la puzza sotto il naso. Il giornale-dei-migliori serve ad essere ostentato sui mezzi pubblici o sui luoghi di lavoro come un vessillo di civiltà, e che importa se ogni tanto viene pubblicata in prima pagina la foto del vincitore sbagliato delle elezioni americane, o se c’è un errore nel vaticinio della vittoria dei si in certi referendum… le notizie in fondo sono un noioso optional, vuoi mettere con l’emozione di far parte della razza padrona dei barbapapà?

2) I democratici (quelli veri) stiano in guardia, il linguaggio di Augias, il quale si attribuisce con sconcertante noncuranza il diritto-dovere di rilasciare patenti di democratico, è già un linguaggio “oggettivamente” (come avrebbero detto i sessantottini di una volta) razzista. Il nostro gentleman ben interpreta l’involuzione radical chic di certa sinistra nostrana, sempre più lontana dalla vita concreta della gente reale e sempre più ansiosa di assurgere a nuova aristocrazia intellettuale del paese. Vestale della sacra fiamma della democrazia e del progresso, come se gli spettasse per diritto di nascita, esercita con criterio arbitrario il potere di giudicare ad ogni piè sospinto, dalla tribuna dei media, il grado di democraticità degli altri e persino, nel caso dei gruppi religiosi, di attribuire o meno comode patenti di integrismo o fondamentalismo (è il loro “tapiro d’oro”…) secondo la convenienza dei casi.

Detta con Gaber: “è il potere dei più buoni, è il potere dei più buoni, è il potere… dei più buoni”.

Stefano

 

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giovedì, 07 luglio 2005

LONDRA, 7 LUGLIO 2005
UN ALTRO GIORNO DI TERRORE

Un altro attacco mortale. Un altro giorno di paura che si aggiunge ormai a molti altri. Londra cade sotto la violenza folle del terrorismo. Tre esplosioni nelle linee metro e un kamikaze si fa esplodere su un bus. Ormai le immagini le conosco, le ho riviste varie volte, sono le stesse di Madrid, sono le stesse ambulanze di New York, come un incubo ricorrente, che si rigenera di continuo. Un colpo dirompente che  allontana da noi ogni residuo di sicurezza, Londra è stata segnata dalla morte, una morte che porta il vessillo di Al Qaeda come si intuisce dai modi e dalle caratteristiche degli attentati, tutti in simultanea. Il terrorismo si conferma primo nemico della nostra società, della civiltà, della vita. Non a caso Londra, non a caso il Regno Unito nel primo giorno del G8, con l'imminente presidenza europea di Blair. Un attacco all'Europa tutta. "Atti inumani" come li ha definiti il Papa, perché di umano nulla hanno a che spartire., non significano resistenza, non si tratta di guerriglia, non hanno alcunché di lecito, come leggo da varie parti sul web che tentano schifosamente di giustificare quest'abominio con ciance di vario tipo. L'Europa viene attaccata, ci vogliono schiavi del terrore come accade quotidianamente in Israele o in Iraq. Questo è il loro metodo per piegare la libertà., per attaccare la nostra società.
La matrice islamica di tutti questi ultimi attacchi terroristici devastanti ci pone quesiti irrevocabili. Magdi Allam conferma che in Inghilterra la presenza di Al Qaeda è forte, lo dice a Porta a Porta; abbiamo il nemico in casa pronto a colpire nel momento opportuno. E allora che fare? Possiamo ignorare che l'Islam ci sta attaccando sistematicamente scatenandoci addosso una guerra senza quartiere che non lascia nessuno tranquillamente seduto sulla propria poltrona? Domande, molte domande mi vengono in questo istante. Se le staranno ponendo anche i parenti di quelle povere vittime innocenti: perché? Berlusconi lo ha chiamato "cancro", un cancro che si sta allargando e sta mietendo un drammatico e triste raccolto. Oggi è giorno di lutto, non solo per Londra ma per tutti i Paesi liberi che sono ugualmente sotto la micidiale mannaia di assassini che minacciano la nostra civiltà alle radici, che in un terreno ormai molle e fragile come è l'Europa oggi possono proliferare e colpirci alle spalle, e noi lì ogni volta meno atterriti e meno sgomenti, perché ci facciamo una strana e sciagurata abitudine. Il pensiero finale non può che andare a quelle vittime che oggi sono tra le braccia di Dio, e ai loro familiari. "Partecipazione al loro dolore chiedendo al Signore il conforto che solo lui può dare in tali circostanze" per usare le parole del Santo Padre.

Paolo Tassoni
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martedì, 05 luglio 2005

IL RITORNO DEL RIPUDIO

 

Come si sa la Spagna della revolucion zapaterista ha appena varato la legge sul divorzio lampo. La riforma elimina il periodo della separazione tra i coniugi (quel periodo di uno o due anni nel quale il 25% delle famiglie spagnole riusciva a ricomporsi) e rende possibile la cancellazione di ogni legame tra moglie e marito al tempo record di 3 mesi dalla celebrazione del matrimonio.

 

Nella procedura che si segue in caso di accordo tra i coniugi, il divorzio richiede solo due mesi. Nel caso di un disaccordo, si può invece arrivare fino a sei. Inoltre per chiedere di divorziare non serve più alcuna giustificazione, ovvero si può richiedere la fine del rapporto senza alcuna necessità di indicare una qualsivoglia ragione o causa, tipo la violenza domestica, l’alcolismo, l’infedeltà, l’abbandono o altro.

 

Il governo zapaterista insiste nel celebrare i grandi vantaggi della riforma: maggior rapidità delle procedure, alleggerimento del lavoro dei tribunali, risparmio di risorse economiche… Del valore della parola data però “nada de nada”. La parola data, che nel caso specifico era rappresentata da quel pubblico e solenne promettersi amore, sostegno, fedeltà (per tutta la vita) nella buona come nella cattiva sorte, non ha più alcuna ragion d’essere, non ha più alcun significato pubblico o sociale. Su ben altro si fonda la convivenza civile!

 

Naturalmente questo nuovo “matrimonio” prescinde anche dal sesso dei contraenti, ed in verità questi ritmi rapidi, per non dire forsennati, sembrano ricalcati proprio sulle esigenze specifiche dello stile di vita gay. Le ricerche in proposito parlano chiaro: una media di 4 partners l’anno! Così se fate i conti vengono fuori proprio i tre mesi previsti dalla nuova legge spagnola. E forse non è una coincidenza neppure il fatto che in tante odierne pubblicazioni dedicate a questi temi una relazione della durata di soli 3 mesi, manco a dirlo, è ormai definita “stabile”.

 

Se però un figlio viene concepito, gli ci vogliono ben nove mesi prima di uscir fuori! Eh, quando si dice “dopo li fochi”! (*) Qualcuno non farà in tempo a lanciare neppure un fugace sguardo al volto dei (cosiddetti) genitori… La natura purtroppo è sempre così lenta e certi tempi morti restano ormai insopportabili, come risulta anche dai sondaggi… Ma anche a quest’altra medievale ingiustizia c’è un portentoso rimedio, vedrete che la prossima mossa del governo zapaterista sarà la riduzione per legge del periodo di gestazione.

 

Un’elementare regola di geometria spiega che se la perpendicolare al piano di appoggio, tracciata dal centro di gravità, cade fuori dalla base del solido, il solido non sta più in piedi e cade. Questo è ciò che l’Europa rischia. Mi sembra che da qualche parte del nostro continente si sia deciso di azzerare il buon senso, il buon senso della gente comune. Non so perché, ma mi sovvengono in mente i versi di una vecchia canzone di Battiato: “Cerco un centro di gravità… Un centro di gravità permanente… che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose… sulle cose e sulla gente…”.

 

Conclusioni. A voi che effetto vi fa il nuovo modello di matrimonio proposto dalla Spagna? Un momento, aspettate un attimo prima di scagliarvi contro il nuovo che avanza… Non vi sembra che questo “nuovo” abbia piuttosto un certo olezzo di vecchio? Non sarà semplicemente che in Spagna hanno abolito il matrimonio per ripristinare l’antico rito arcaico del RIPUDIO? Non c’è da dare spiegazioni a nessuno, non c’è da rappresentare alcuna ragione, alcuna causa, alcuna giustificazione… lui si stufa e ripudia la moglie! Lei forse ci aveva creduto, magari gli vuole ancora bene (scema!), forse avrebbe desiderato un futuro diverso… se la prenda in saccoccia, è ripudiata… insindacabilmente ripudiata! O viceversa. E se ci sono i figli? Beh, tanto sono piccoli, non sono neanche tanto umani, e poi non votano alle elezioni. Chissenefrega! Compriamogli la play station e se ne faranno presto o tardi una ragione.

 

Stefano

 

(*) Si dice così dalle parti nostre

 

 

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lunedì, 04 luglio 2005

UN FLORIS IN DELIRIO

PER IL LIVE 8

Nonostante qualcuno ci tacci di delirio, anzi, per la precisione, di delirio cattolico, a noi piace restare coi piedi per terra e analizzare i fatti con la dovuta misura e cautela. Non ci sentirete dire, per esempio, che con il fenomeno della vittoria dell'astensione ai referendum si è formato un nuovo movimento politico che ha espresso in modo motivato e consapevole una scelta. Non arriveremo a tanto, perché, appunto, preferiamo non delirare.

Chi invece aveva una voglia matta di delirio era l'altra sera, su Raitre (tornata, se mai aveva smesso di esserlo, a livelli di Telekabul), quel pesce in barile di Floris, il conduttore di Ballarò. A lui era stato dato il compito di documentare e commentare il leggendario Live8, con l'intento preciso di farne un evento politico che portasse acqua alla sinistra.

Era così esaltato, il Floris, da avere le visioni. Per lui il Live8 è stato appunto il materializzarsi, il palesarsi di un vero e proprio movimento politico, di segno, ovviamente, anticapitalista e antibush, proprio come è avvenuto - il concetto è suo - nei giorni della guerra in Irak, quando l'America stava da una parte e tutta l'opinione pubblica dalla parte opposta.

Tipico delirio. Che l'ignaro spettatore, sintonizzatosi su Telekabul per assistere ad un evento musicale di grande spessore e qualità, doveva sorbirsi tutto quanto. Il "commissario politico" Floris era lì per questo in cabina di regia: per evitare, con i suoi interventi puntualissimi, che tutto si riducesse solo a un bel concertone pieno di star e condito da un po' di retorica terzomondista che fa sempre bene. No, questo non poteva bastare. Bisognava creare il movimento politico anticapitalista, bisognava alimentare l'antiamericanismo. Bisognava mettere insieme solidarietà e lotta di classe.

Delirio, nulla più che delirio. Perché è evidente che il pubblico del Live8 non è a quel livello di coscienza di cui parla Floris. Il suo movimento politico non è nient'altro che un'epifania marxista, un desiderio fattosi realtà. Esattamente come la sua interpretazione dell'impatto della guerra in Irak sull'opinione pubblica: le cose non sono state affatto così semplici come Floris crede e come ha lavorato per far credere a tutti.

Comunque, lasciando per un attimo da parte i deliri di Floris, devo dire di non essere per niente convinto che questi mega raduni musicali (tra l'altro estremamente costosi) abbiano una loro validità. Mi dà anche sinceramente fastidio questo occidente giovanile godereccio che salta e balla (come fa ogni giorno e ogni fine settimana) rivolgendo ogni tanto un pensierino a chi sta peggio di noi.

Paghi il bilietto del concerto e ti metti a posto la coscienza. Mica male!

Anni fa ho dovuto assistere mio malgrado ad un'inziativa piuttosto singolare: un ristoratore, per racimolare offerte per un missionario che opera in Madagascar, aveva invitato la gente nel suo ristorante; parte dell'incasso della cena veniva devoluto in beneficienza. La gente mangiava e beveva, poi, a un certo punto dell'abbuffata, sentiva parlare il missionario con la sua testimonianza di un'umanità povera, dolente e disperata. Mentre addentavi il tuo cosciotto di pollo, viaggiavi con l'immaginazione in quel villaggio dove i bimbi non hanno nemmeno l'acqua potabile. Era quanto meno stridente. Alla fine della cena, però, la coscienza era a posto e la pancia piena.

Non credo che una generazione rincoglionita dallo star system (di cui il Live8 è pur sempre un'emanazione) possa costituire quel movimento politico di cui si bea Floris nei suoi deliri. Sono piuttosto cuori e forze orientati al niente, al carpe diem, sottratti all'impegno serio con la realtà. Sono ripetitori automatici degli slogan di una sera, la cui vita non si mette in discussione e continua tranquilla il suo viaggio tra un spino, una birra al pub, un concerto, la disco.

No, non credo che il pubblico di un Live8 sia la manifestazione di un'umanità nuova.

Floris si è venduto la pelle prima di uccidere l'orso. Delirio marxista.

 

 

Gianluca Zappa

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