UN POMERIGGIO COI POVERI
UN POMERIGGIO CON DIO
Rosita mi fa vedere, con una certa civetteria, la sua maglietta nuova, mentre mi chiede insistentemente, biascicando le parole, "quando ritorni?". Non siamo ancora andati via e lei già pensa alla prossima volta. Piero mi chiama. Ha da poco cantato "Romagna mia" con quella sua voce grossa che riesce ad azzeccare solo qualche nota giusta. Mi chiede di recitare insieme una preghiera per sua madre. Diciamo un'Ave Maria: scandisce le parole con la tipica cantilena dei bambini. Avrà più di cinquant'anni, e sembra mio figlio di quattro. Clara è stata bene. "Non sono pazza, come questi", ripete, quasi vergognandosi di essere stata trovata in quell'ospizio. Canta bene, Clara, e le diamo volentieri il microfono (magari poi pentendoci di averlo fatto, perché non glielo togli più). Luca si aggira contento: ha tanti amici da salutare. Si esprime a versi, specie quando smetti di cantare e vuole che ricominci. "Via! Via!". Non si accontenta mai. Ma per il suo sorriso buono e per la sua semplicità staremmo a suonare tutto il giorno. Dire quello che invece passa per la testa di Sandrino è veramente impossibile. E' stato lì tutto il tempo a guardarci cantare, con gli occhi leggermente strabici e inespressivi e la bocca spalancata. Rapito dalla musica, è rimasto immobile e paziente, a contemplare la strana novità di questa domenica pomeriggio.
Sono solo alcuni dei volti incontrati in un istituto per persone con disturbi mentali, fondato e gestito da religiosi. Siamo andati in una quindicina a cantare e ballare per loro e con loro. E' solo una piccola goccia del nostro tempo libero che riusciamo a dedicare a queste persone. Ci andiamo per imparare a vivere, per imparare ad amare. Sappiamo di far parte di un grande popolo: saranno migliaia i giovani che appartengono a parrocchie o ad associazioni e movimenti ecclesiali che ogni settimana partono per questi luoghi di dolore e portano il calore di una compagnia; saranno centinaia i religiosi e le religiose che accudiscono con amore chi non riesce ad accudirsi da solo. E che testimoniano così che ogni vita umana è importante e degna di attenzione.
Penso, ad esempio, al grande Jean Vanier, fondatore, nel 1964, delle comunità dell’Arca, che attualmente offrono a persone con problemi psichici più di cento case con laboratori, sparse in trenta Paesi di tutto il mondo. Mi tornano in mente alcune sue frasi:
“Il povero, l’handicappato mentale mi rivela la mia povertà e quando scopro la mia povertà ho più bisogno di Dio.
Nell’essere umano esiste un desiderio di aiutare, che si esplicita anche nei confronti delle persone handicappate, ma questo si scontra contemporaneamente con il desiderio di volersi sbarazzare di quella persona diversa.
E’ innegabile che le persone diverse ci danno fastidio e molti le affrontano internandole in istituzioni o uccidendole prima della nascita.
Ciò che conta non è chiedersi il motivo della sofferenza, ma mettersi in cammino per alleviarla. Ciò che conta non è chiedersi perché la morte, ma mettersi in cammino per accompagnare la gente a morire”.
Sono venute con noi anche alcune ragazzine di terza media. Sono felici. Per circa due ore hanno camminato più speditamente verso Dio. Non so quanto se ne rendano effettivamente conto. Per circa due ore sono state più "povere": di televisione, di cellulare, di miti. Sulla macchina ricominciano a parlare dei Blu, di Jessifer Lopez, di Luca Di Risio, di "Grandi domani", di tutte le piccole cose di questo piccolo mondo. Non ci può essere un "grande domani" se non c'è un grande oggi. Non ci può essere amore se non impari ad amare.
Non so quanto abbiano capito che oggi hanno veramente cominciato a costruire qualcosa. Non importa. L'importante è che il loro cuore abbia esultato, mentre camminavano verso Dio. "Un cammino di poveri - spiega Jan Vanier - perché per accogliere Gesù bisogna essere poveri".
Poveri dentro, oggi più che mai.
Gianluca Zappa













